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CHIESA, CATTOLICI, SESSANTOTTO

L’inedita libertà di parola

di Agostino Giovagnoli
(docente di Storia contemporanea, Università Cattolica di Milano)
        

   Famiglia Oggi n. 10 ottobre 1998 - Home Page Impegnata nel rinnovamento postconciliare, la comunità ecclesiale ha dovuto fare i conti con i conservatori e i progressisti. Anche se si trattò di un fenomeno transitorio, esso produsse un’apertura ai poveri e un diverso rapporto con il linguaggio.

Il rapporto tra la Chiesa, i cattolici e il movimento del ’68 si inserisce in un contesto più ampio: il contesto del rinnovamento conciliare. Nel 1968 il Concilio Ecumenico Vaticano II si era concluso da appena tre anni e in tutto il mondo la Chiesa cattolica era impegnata nello sforzo di accogliere lettera e spirito dell’evento. Ogni concilio richiede un lungo periodo di tempo per essere recepito: si dice infatti che un concilio è pienamente recepito quando il popolo di Dio ne ha accolto tutte le decisioni e lo spirito. Ma è difficile definire con esattezza un processo che presenta tanti aspetti diversi: teologici, pastorali, giuridici e soprattutto spirituali. Sotto certi profili si può addirittura dire che la ricezione di un concilio non finisca mai o che finisca in coincidenza con un cambiamento epocale o, quantomeno, con la celebrazione del concilio successivo. È probabile che il tempo di ricezione del Vaticano II non sia ancora compiuto.

In ogni caso, nel 1968 il lavoro di accoglimento del Vaticano II era appena agli inizi. Si verificò perciò una sovrapposizione tra questo lavoro e il clima di contestazione tipico di quell’anno diventato tanto famoso. Il rinnovamento conciliare, un evento squisitamente ecclesiale, e il complesso movimento sociale che esplose nel ‘68 hanno costituito realtà assai diverse tra loro, sia per origine sia per natura. La coincidenza nel tempo, tuttavia, ha favorito contaminazioni e influenze reciproche.

La comunità dei credenti non vive isolata dal resto della società, e una delle principali novità conciliari fu proprio lo spirito di attenzione e di simpatia verso il mondo esplicitamente raccomandato dalla conciliare Gaudium et spes. Nel 1968 si viveva un clima diverso dal passato, prevaleva la sensazione d’essere all’inizio di un nuovo periodo di vita della Chiesa e c’era l’idea che le novità si sarebbero moltiplicate con la crescita del senso di comunione nei rapporti interni alla comunità ecclesiale, nelle relazioni con gli altri cristiani e con i credenti di altre religioni, nel dialogo con i non credenti e nella ricerca della pace, nella solidarietà con i poveri e con gli abitanti dei Paesi sottosviluppati, negli orientamenti etici e nelle scelte politiche.

In quegl’anni, inoltre, era ancora viva l’impressione prodotta da episodi, quelli di Giovanni XXIII che si reca nel carcere di Regina Coeli o che parla familiarmente ai fedeli nel cosiddetto discorso "alla luna", oppure immagini, come quelle trasmesse dalla televisione, di Paolo VI che, primo Papa della storia, viaggia in tutto il mondo, da Gerusalemme a New York.

Allora – e anche oggi – era scarsa la conoscenza dei documenti conciliari, dei dibattiti in aula, delle novità decise dal concilio: non c’era insomma un’idea precisa di che cosa fosse stato esattamente un evento complesso come il Vaticano II. Ma a tutti sembrava chiaro che la Chiesa cattolica non era più la stessa e che avrebbe continuato a cambiare.

Questa forte sensazione di novità, insieme generica e radicale, produsse tra i cattolici diversità di atteggiamenti. Si trattava di differenze legate anzitutto ai luoghi e agli ambienti delle vicende storiche in cui si inseriva la proposta del rinnovamento. Il Vaticano II è stato prima accolto e poi recepito secondo differenti situazioni ecclesiali e sociali maturate precedentemente, talvolta nel corso di secoli o almeno di decenni. In alcuni contesti, come quello del cattolicesimo francese o tedesco, il Vaticano II sembrò rispondere ad attese diffuse da tempo. In altri contesti, come quello italiano o spagnolo, colpì invece la sua portata di novità – su questioni come la libertà religiosa o le aperture ecumeniche – ed emerse un senso di difficoltà ad adeguarsi. Particolare fu l’impatto sul mondo cattolico olandese, tradizionalmente molto legato a Roma, che rispose con radicalità alle novità introdotte, cambiando completamente, in pochi anni, la sua fisionomia.

Le differenze preesistenti contribuirono in modo rilevante a una forte polarizzazione di posizioni all’interno della Chiesa cattolica. In Europa e nel mondo, i cattolici sembrarono dividersi in due tendenze quasi opposte, che la stampa definì, con improprio linguaggio politico, conservatrice e progressista.

Questa divaricazione assunse forme particolarmente acute nei contesti dove maggiore sembrava la distanza dalle novità introdotte dal concilio: è anche il caso italiano. Qui, infatti, mentre gran parte di cattolici sembrava sintonizzarsi con fatica agli indirizzi proposti dal concilio – in Italia le tendenze decisamente anticonciliari sono rimaste complessivamente esigue –, una minoranza molto attiva premeva, invece, per una rapida e radicale attuazione del rinnovamento conciliare. In realtà, questa minoranza non era immediatamente in grado di comprendere la portata più profonda di cambiamenti che richiedevano un mutamento spirituale e culturale difficile da realizzare. Era il caso della strada tracciata da testi conciliari come la Dei verbum, la Lumen gentium, la Nostra aetate, che a distanza di trent’anni prefigurano un cammino ancora da compiere.

Quando "scoppiò" il sessantotto, la spinta generale verso una radicalizzazione di tutte le posizioni accentuò le spinte verso un cambiamento radicale e insieme le diffidenze di chi temeva che, attraverso il rinnovamento conciliare, influenze esterne penetrassero nella vita della Chiesa.

La carica antistituzionale tipica di quel momento si tradusse, seppure in forma attenuata, in episodi di contestazione dell’autorità in Università Cattolica come nella cattedrale di Parma, nel duomo di Trento e all’Isolotto di Firenze. I mass media veicolarono l’immagine di un "cattolicesimo del dissenso", così definito perché dissentiva, talvolta in forma clamorosa, dalle decisioni dell’autorità. E nella semplificazione massmedialogica – che cominciava ad avere tanto peso anche all’interno della Chiesa –, cattolicesimo postconciliare e del dissenso sembrarono sinonimi.

In seguito, questa immagine si sarebbe trasformata in quella di un cattolicesimo politicizzato e impegnato "a sinistra": le istanze di giustizia sociale, le critiche verso i Paesi occidentali, la solidarietà verso il Terzo Mondo si sarebbero infatti saldate a ciò che sarebbe poi stata chiamata la "scelta di classe" e a un’opzione politica genericamente rivoluzionaria. Ma nel 1968 questi sviluppi non erano ancora nettamente definiti.

Molti episodi che costellarono la cronaca di quei mesi vennero letti proprio alla luce dell’identificazione tra cattolicesimo postconciliare e "cattolicesimo del dissenso". È il caso di quanto avvenne in Università Cattolica, dove la contestazione scoppiò prima che in altre università italiane, ma per motivi in gran parte analoghi. Il casus belli fu l’aumento delle tasse, deciso dal rettore Franceschini, ma poi la materia del contendere investì anche il contenuto degli insegnamenti, il rapporto docente-discente, l’idea stessa di università, il rapporto università-società e così via. Ma, per il fatto di svolgersi in Cattolica, quella contestazione assunse implicazioni particolari. Fra i leaders del movimento studentesco ci fu chi trasse dalla propria fede motivazioni e spinte per andare fino in fondo nella protesta. Per altri, invece, quell’esperienza provocò il distacco dalla formazione cattolica ricevuta in precedenza e l’inizio di un percorso ideologizzato. A distanza di anni, i contestatori di allora sono giunti ad approdi molto diversi: c’è chi è diventato francescano e chi è su posizioni anticlericali, chi milita in formazioni di sinistra e chi si è "riconvertito" a destra, chi è rimasto dalla parte degli emarginati e chi si è inserito in posizioni di potere e così via.   

La liberalizzazione degli accessi allo studio universitario è stata sicuramente il principale passo verso il cambiamento culturale. Ma non va sottovalutato l’evento Concilio Ecumenico Vaticano Secondo per i suoi fermenti positivi.

    
Vicende significative

La vicenda dell’Università Cattolica non costituisce, però, un buon osservatorio. Anche allora, infatti, seppure forse meno di oggi, gli studenti di questo ateneo, pur in gran parte di formazione cattolica, costituivano un universo vario, in cui si trovavano tendenze ideologiche e religiose molto diverse. Più significative appaiono invece le vicende ecclesiali, fondate su una specifica opzione religiosa dei loro membri. Qui, infatti, l’impatto del sessantotto interrogò in modo più profondo l’identità stessa dei cattolici, obbligandoli a scelte personalmente impegnative e talvolta persino drammatiche per le loro realtà associative.

È il caso di "Gioventù studentesca", l’organizzazione fondata nel 1954 al liceo Berchet di Milano da don Luigi Giussani. Gs, come veniva chiamata, che attraversava una fase di difficili rapporti con la diocesi di Milano, fu investita profondamente dal fenomeno della contestazione. A causa degli atteggiamenti innovativi, soprattutto sul piano esistenziale, assunti dal movimento di don Giussani già negli anni precedenti, i membri di Gs vennero fortemente attratti dalla novità antropologica introdotta dalla contestazione e vissuta all’interno del movimento studentesco. Molti di loro, soprattutto in un primo tempo, aderirono a nuove realtà associative sorte in quel contesto, come l’Unione dei marxisti-leninisti, caratterizzata da una forte saldatura etica e comunitaria tra vita privata e scelte politiche. L’emorragia che ne derivò e la crisi che attraversò il movimento portarono a una sua rifondazione, con un nuovo nome, "Comunione e Liberazione", e, soprattutto, con nuovi indirizzi che ne accentuarono, anche esteriormente, l’identità cattolica, la contrapposizione ad altre proposte ideologiche, lo scontro con altre realtà associative, dentro e fuori il mondo cattolico.

Il sessantotto fu un anno importante anche per l’Azione cattolica, attivamente impegnata nella scelta religiosa. L’allora presidente, Vittorio Bachelet, espresse preoccupazione e attenzione verso il sessantotto, tentandone una lettura in chiave religiosa. «Io non so se mi sbaglio, ma anche di fronte a certe forme di rifiuto totale o, come oggi si dice, di "contestazione globale"... vi è... anche un bisogno di assoluto». Egli iscriveva nella "scelta religiosa" dell’Azione cattolica anche la responsabilità di cogliere questa esigenza e di «verificare se di fronte a questa sete di valori assoluti noi siamo stati capaci... di presentare nella nostra vita e nella nostra parola un’immagine non del tutto deformata di Dio, una testimonianza concreta dei valori evangelici e perciò una speranza cristiana».

Effetti contraddittori

Nel ‘68, in sintonia con alcune esigenze profonde della contestazione, Bachelet proponeva all’Azione cattolica una prospettiva interiore e attenta ai grandi problemi del mondo e ai principali avvenimenti ecclesiali, come il Sinodo dei vescovi, il Congresso mondiale per l’apostolato dei laici, la visita a Roma del patriarca Athenagoras, la giornata per la pace.

Nel complesso si può dire che il 1968 costituì un anno difficile per tutta la Chiesa e per il pontificato di Paolo VI. Convinto della necessità di portare a compimento il rinnovamento conciliare, papa Montini avvertì con preoccupazione la crescita delle tensioni all’interno della Chiesa. Proprio in quell’anno volle ribadire le verità fondamentali della fede cattolica, raccogliendole in un "Credo del popolo di Dio" da lui appositamente formulato. Inoltre, ribadì con l’Humanae vitae l’insegnamento tradizionale della Chiesa in materia di amore coniugale e di procreazione, contraddicendo il voto quasi unanime della commissione di teologi ed esperti appositamente formata per studiare la materia. Tuttavia, Paolo VI non intendeva affatto fermare il rinnovamento conciliare: ne voleva piuttosto conservare l’autenticità e graduarne l’attuazione, per evitare pericolose reazioni. In vicende specifiche, come quelle della Cattolica e dell’Isolotto, cercò di favorire il dialogo e la ricerca di soluzioni non traumatiche.

A trent’anni di distanza, oltre a ricordare la cronaca di quell’anno – molti episodi sono ricostruiti da Roberto Beretta in Il lungo autunno (ndr, vedi a pag. 25) –, è possibile porsi qualche altra domanda sul piano storico. L’impatto del sessantotto sul cattolicesimo italiano fu molteplice con effetti eclatanti: favorì profonde divisioni sul piano politico e provocò reazioni opposte alle contestazioni dell’autorità ecclesiastica. Queste vicende, valutate oggi, sembrano riguardare aspetti relativamente superficiali di un mondo attraversato da trasformazioni più profonde e meno visibili.

Nel complesso, si deve probabilmente parlare di effetti molteplici e contraddittori. Da una parte, la contestazione rappresentò una scossa violenta e accelerò alcuni processi già in atto. Certi episodi possono ad esempio essere riletti come momenti di crisi di un cattolicesimo sociologico, sempre meno radicato nelle coscienze e sempre più esposto ai processi di secolarizzazione. In questo senso il sessantotto ha rappresentato un’anticipazione degli anni Settanta, quando la crisi dell’influenza cattolica sulla società italiana apparve con grande evidenza in vicende come il referendum sul divorzio, che nel 1974 mostrò un Paese molto diverso dalle previsioni generali.

Ma ci furono certamente anche altri effetti, come quello di suscitare una nuova ricerca religiosa. È significativo in questo senso che alcune esperienze religiose abbiano avuto inizio proprio nel 1968: è il caso, ad esempio, della Comunità di Sant’Egidio, nata a Roma proprio in quell’anno (ndr, vedi box a fianco). In che modo il clima della contestazione, oltre a promuovere un’azione critica e distruttiva verso tutte le forme di comportamento tradizionale, ha potuto favorire anche l’inizio di nuovi percorsi ecclesiali?

L’interrogativo rimanda alla questione più generale di che cosa è stato veramente il sessantotto. Si tratta infatti di un fenomeno composito e complesso, che difficilmente può essere definito una rivoluzione politica o sociale, pur di tipo nuovo. Appare invece più chiaro il suo carattere di profonda trasformazione culturale. In questo senso, è interessante l’opinione di un sociologo francese, Michel Wieviorka, secondo il quale nel 1968 cominciarono a emergere alcune questioni tipiche della società post-industriale, come «richiamo alla soggettività contro la gerarchia, ricerca dello scambio e della comunicazione, della parola viva e fonte della creatività, dell’autonomia della persona...». È possibile supporre che vi siano stati alcuni elementi di contatto tra questo tipo di ricerca e una ricerca di carattere religioso.

Il sessantotto introdusse tra l’altro un nuovo rapporto con la parola e con il linguaggio, sconvolgendo quello che Foucault ha chiamato l’«ordine del discorso». Si cominciò allora a sperimentare un’inedita libertà della parola fuori da schemi precostituiti e la possibilità di usare le parole non solo per comunicare in modo autentico, ma anche per introdurre elementi di novità nei rapporti interpersonali e persino per cambiare la società nel suo complesso. Questo tipo di contesto ha probabilmente favorito, sia pure in modo indiretto, un rapporto più vivo e originale con la parola di Dio, al di fuori di consolidate pre-comprensioni teologiche o morali, come fonte di ispirazione immediata di comportamenti individuali, rapporti interpersonali, relazioni sociali.

Agostino Giovagnoli
   

UNA TESI DISCUTIBILE

Il caso del cardinale Lercaro, l’Humanae vitae di Paolo VI, l’esperienza dell’Isolotto e il controquaresimale di Trento. Il Sessantotto è una "faccenda" cattolica anche se le numerose ricostruzioni che ne celebrano i trent’anni tendono a nascondere questo aspetto. Cerca di riparare con il saggio, Il lungo autunno (Rizzoli), Roberto Beretta che ha ricostruito tutte le vicende della tormentata stagione, fin dalle primissime assemblee degliCopertina del libro: Il lungo autunno. studenti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. L’autore non è molto tenero con il movimento e i suoi protagonisti. Paragona infatti quei presunti anni "formidabili" a un grande rimescolamento in cui le acquasantiere, per usare una sua metafora, ribollivano. Insomma: «Un magma sulfureo e ribelle in cui era facile perdere la stessa fede». Una tesi sicuramente discussa e discutibile, ma chi lo fa non può prescindere da questa lucida ricostruzione che riporta a galla documenti inediti e si giova delle testimonianze dei protagonisti dell’epoca. Particolarmente interessante quella di padre Nello Casalini, che trent’anni fa, giovane studente di lettere classiche, era il presidente delle assemblee degli studenti della Cattolica. La riflessione su quegli anni e le successive esperienze lo portarono ad indossare il saio: oggi infatti è professore di teologia ed esegesi al prestigioso Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme.

f.a.
   

 

LA COMUNITÀ DI SANT’EGIDIO

Volevano cambiare la scuola autoritaria di allora, la società e il mondo intero partendo dalla fede cristiana nella quale erano cresciuti. Così un gruppo di studenti del liceo Virgilio di Roma, per lo più appartenenti alla media borghesia, dal marzo 1968 iniziò a radunarsi attorno agli Atti degli Apostoli e al Vangelo. Loro leader era Andrea Riccardi, uno studente dell’ultimo anno, oggi docente universitario.

Incomincia così la storia della Comunità del Sant’Egidio, un’associazione di oltre 15.000 volontari sparsi in 20 Paesi. Mense per vecchi, poveri, barboni, immigrati; iniziative sociali e diplomatiche. Sant’Egidio ha mediato con successo per la pace in Mozambico, ha trattato con gli albanesi perché non si scannassero dopo le elezioni, tratta con i leader del Terzo Mondo e ospita i capi di tutte le religioni.

L’impegno di solidarietà con i popoli, a partire dai poveri e con l’aiuto dei volontari, spiega in parte la forza misteriosa che accompagna le iniziative, anche quelle più difficili e ardite del gruppo il cui presidente è proprio quel Riccardi della prima ora.

Gli aderenti sono presenti soprattutto a Roma (8.000), Napoli, Genova, Novara (3.000 fra tutte); altri 3.000 fra Olanda, Belgio, Germania, Polonia, Guatemala, Salvador, Argentina, Benin. Va anche sottolineato che le filiali estere non sono sorte ad opera di gruppi inviati dall’Italia, ma sono state fondate da persone del posto che avevano apprezzato l’opera di Sant’Egidio.
  

Case alloggio 5 (3 a Roma)
Ospedali (Guinea Bissau) 1
Centri per bambini 12
Centri per handicappati 10
Negozi (Paninoteca gestita da handicappati) 1
Mense 3 (Italia, Germania, Belgio)
BILANCIO ANNUALE 5 milardi

c.b.

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