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UNA RIFLESSIONE SULLA GENITORIALITÀ

Costruire sponde solide

di Daniela Scotto di Fasano
(psicologa e psicoterapeuta)
        

   Famiglia Oggi n. 10 ottobre 1998 - Home Page

Gli adolescenti in crescita sono come un fiume in piena. Mettono tutto in discussione, salvo l’autonomia. Cercano riferimenti certi in famiglia e nella scuola. E non perdonano le incertezze degli adulti.

È mattina presto. Clara dormirebbe volentieri ancora un po’, ma glielo impedisce la consapevolezza che le sue due bambine hanno bisogno di due chiacchiere con lei, prima di andare a scuola. Non è infatti il problema della colazione a tirarla giù dal letto, il vento del femminismo non è passato invano, suo marito fa quasi più di lei in casa. Sente le figlie farsi gli immancabili dispetti verbali, inerenti ultimamente soprattutto la reciproca femminilità: mai sufficiente, ma guai se "troppo" sufficiente!

Crescere... Ieri tutto questo accadeva tra lei e la sorella. Oggi, con l’invarianza dell’oggetto delle invettive, tra le sue figlie... Ma allora? Anche dopo il vento del femminismo, crescere donna è ancora così difficile? Sì, stando alla difficoltà di indossare il costume da bagno per un po’ di prima peluria sulle gambe; no, se pensa al dialogo delle figlie con lei. Indiretto, nella forma, mai con un esplicito "ordine del giorno", ma esigente, spietato sul fatto che "debba" esserci, per mettere in discussione "tutto".

Lei, all’età della figlia maggiore, non avrebbe nemmeno "pensato" a strade alternative a quelle per così dire "scontate": un certo tipo di studi, di abbigliamento, di occupazioni quotidiane... Memorie di una ragazza perbene... Sorrise ricordando la scoperta degli scritti della De Beauvoir, "Simone", come la chiamavano amichevolmente tra loro nel gruppo di autocoscienza... Una grande amica, che scardinava "ovvietà" e aiutava a pensare oltre lo scontato, l’ovvio, a golfi di molteplicità potenziali di sviluppo imprevisti, fino a poco prima impensabili... Beh, non invano era passato il vento del femminismo, se oggi per le sue bambine in corsa verso l’età adulta niente era scontato.

La grande novità, infatti, è in questo momento storico rappresentata dal fatto che tutto è discutibile. Gli adolescenti, in particolare le ragazze, vogliono decidere del proprio futuro – immediato o lontano –, del proprio tempo, ogni scelta è oggetto di contrattazione serrata, ogni confronto è apparentemente tra soggetti in grado "alla pari" di operare valutazioni e conseguenti scelte. Non è infrequente sentire un bambino minacciare il genitore che pone un limite: «Guarda che chiamo Telefono Azzurro!». Pavidi adulti, perplessi e intimoriti, si chiedono quando sia il caso di «fare i genitori». Spesso sentiamo insegnanti chiedere ai famigliari di far capire al bambino le tabelline, la grammatica... E genitori lamentarsi del fatto che la scuola non insegna ai ragazzi l’educazione.

Chi sono i grandi dopo il sessantotto? Questa, a mio parere, è la questione cruciale. Spesso, la domanda di terapia per i bambini e adolescenti investe proprio quest’area problematica. Non ci sono adulti. Nella memoria di tante ragazze per bene c’erano padri indifferenti, lontani, madri senza voce in capitolo, prive di autonomia economica, o madri con «pugni di ferro in guanti di velluto», che trasmettevano una modalità manipolatoria di relazione con gli altri. Eppure, bene o male, c’erano. In controluce o in piena luce, manipolatori, indifferenti o prevaricanti, gli adulti c’erano. Di conseguenza, potevano essere messi, prima o poi, in discussione. Rifiutati, del tutto o in parte. Individuati come portatori di valori e/o disvalori. Assunti come figure dell’affettività, sebbene non come modelli. Discriminati come "altri" per età, esperienze, possibilità.

Vignetta.

Oggi abbiamo così paura di inibire lo sviluppo dei nostri figli, di «fare come i nostri genitori», da evitare di costruire «sponde ferme» all’irruente fiume del loro crescere. Sponde elastiche, s’intende, ma ferme. E il fiume irruente – ma un’infanzia vera, una vera adolescenza, come potrebbero non essere irruenti? – tracima, travolge e distrugge «campi e case», come l’inerzia e l’incuria umane nei confronti dell’ambiente spesso fanno nel caso di inondazioni, terremoti, slavine. Funzione delle sponde, infatti, è resistere alla fisiologica tensione cui le sottopone l’urto di ciò che sono deputate a contenere.

Possiamo dire, con Winnicott (1984), che chi cresce «cerca quel grado di stabilità ambientale che potrà sopportare la tensione, come se cercasse una cornice, un cerchio, di cui il primo modello sono le braccia della madre. Vi è tutta una serie di questi modelli: il corpo della madre, le sue braccia, il rapporto parentale, la casa, la famiglia, la scuola, il luogo di residenza con i suoi commissariati di polizia, il paese con le sue leggi». Il punto allora è che non può esservi "scontro" se non si pongono in relazione dei soggetti.

L’adulto, il genitore, l’educatore non possono abdicare alla loro funzione perché ciò significa non fornire a chi cresce la "visibilità" della propria soggettività, cioè non fornire un’esperienza di scambio, di «dualità esperienziale». Scambio che può declinarsi in incontri e/o scontri, entrambi ingredienti ineffabili della soggettività umana. Nello scontro, infatti, ci sono gli stessi ingredienti dell’incontro, poiché "a gradi" è «andare verso l’altro».  

I genitori non possono abdicare. Il loro compito educativo esige disponibilità al dialogo e capacità di rimettere insieme i cocci delle esperienze che la vita riserva a coloro che affrontano gli anni con lucida consapevolezza.

   
Sensi di colpa irrisolti

Aggressività non è distruttività, l’aggressività ha parole, modula la violenza. Senza la violenza della masticazione come potremmo digerire? Senza la violenza delle spinte congiunte del neonato e della madre come potremmo nascere? L’aggressività utilizza la violenza al servizio di un cambiamento che appare più funzionale. La distruttività non ha invece posto per l’altro in quanto tale poiché non ha fatto l’esperienza del limite e, pertanto, invade in modo cieco, acefalo, distruttivo.

«Chi compie gesti antisociali è infatti alla disperata ricerca di un contenitore che sappia accogliere e metabolizzare le sue azioni impulsive, le sue tensioni incontrollabili» (Francesconi M., 1991).

Il punto allora è, per restare alla metafora del fiume, capire la necessità di sponde capaci sia di resistere che di assecondare le piene della crescita perché possa essere sperimentato quel certo grado di "stabilità" che consenta di costruire e utilizzare uno stabile nucleo del Sé, senza il quale non si dà soggettività. Come mostrano le sempre più frequenti patologie giovanili del nostro tempo – la tossicomania, l’anoressia –, gli adolescenti si nutrono di «illimitate provviste di niente» (Bion W.R., 1979).

Vignetta.

Mi chiedo se per noi "adulti post-sessantotto" non pesino vissuti non elaborati che fanno ostacolo al nostro pieno accesso alla «funzione adulta della mente». Innanzi tutto, un senso di colpa inconscio per ciò che abbiamo – in molti casi più che giustamente – buttato all’aria, travolto, trasformato. Al livello arcaico e atemporale del funzionamento mentale inconscio, credo che ciò abbia, per la nostra generazione, assunto le caratteristiche traumatiche di un parricidio "reale": la società dei padri è realmente andata all’aria, travolta dal ’68 prima, dal femminismo poi.

Se adottiamo come vertice di osservazione quello di un senso di colpa irrisolto per un parricidio vissuto come "reale", ne conseguono l’obbligo coatto di una "riparazione maniacale" dell’oggetto "ucciso", tipica dell’elaborazione patologica del lutto, da un lato, e l’angoscia della "legge del taglione", peculiare della logica dell’inconscio, dall’altro. In questa luce è ipotizzabile il ricorso a comportamenti del tipo: se mi comporto come adulto migliore, non sarà "fatto" a me ciò che io ho fatto ai "grandi". In tale prospettiva si finisce per comportarsi come «seno migliore, idealizzando maniacalmente l’offerta di un soffocante succhiamento ininterrotto» (Francesconi M., Scotto di Fasano D., 1992), cui l’anoressica reagisce rifiutando il cibo e il tossicodipendente aderendovi invece a pieno.

Il tutto e subito

La riparazione maniacale dell’oggetto "ucciso" ha d’altronde a che fare con il tentativo di "risuscitare" l’oggetto scomparso con azioni propiziatorie, tese più a placare il senso di colpa (che, non vivibile come ingiustificato, risulta perciò inelaborabile) mediante una coazione a dare senza mai nulla negare. Penso al mito delle Danaidi, costrette dagli dèi a versare eternamente acqua in giare bucate, come a una metafora pertinente a descrivere la coazione al dare senza interruzioni che produce "buchi" nella capacità di "tenere", "sopportare" dei ragazzi d’oggi, che si chiedono, spesso, non «che cosa fare» per stare bene, ma «che cosa prendere»: intrugli farmacologici, alcolici, griffes e accessori che fanno "in" e non "out". "Out" da che cosa? Da sponde che permettano di imparare a "tenere"? "In", perché? Perché manca un buon senso di "in"dividualità? Sono domande inerenti le «pene dell’eccesso» (Scotto di Fasano, 1994) con cui il nostro tempo ci chiama a confrontarci, e mi sovviene lo slogan – che tante volte anch’io ho gridato –: «Vogliamo tutto!».

Eppure, altri slogan tentavano di coniugare il «tutto subito» della rabbiosa onnipotenza neonatale, incapace ancora di tollerare attese, con gli intervalli e le sospensioni della vita e dei suoi ritmi. Penso al "pane e rose", che declina poeticamente bisogni e desideri, entrambi necessitanti tempo – come recita il proverbio: «sotto la neve pane» – e lavoro: non dal cielo piovono pane e rose. La voce del senso di colpa, però, ci collega ancora solo alla persecutoria memoria del primo, come se il non riuscire a perdonarcelo ci facesse dimenticare d’aver gridato anche il secondo.

Frammenti preziosi

«Come a tutti i ceramisti, anche a Rick Dillingham capitava di rompere le proprie opere. Un gesto maldestro, un movimento brusco, un moto di impazienza, un errore di cottura, un’improvvisa frettolosità dopo ore di paziente lavoro. Come tutti attribuiva il fatto al caso, all’imperizia, alla sfortuna e, sì, anche ai moti del proprio animo, talora irato, talora distratto, talora deluso. Dei cocci faceva quello che tutti fanno: li spazzava via, non senza essersi talora soffermato su un frammento particolarmente evocativo, che sembrava trattenere della forma intera una traccia dolorosa, o su un altro frammento che, invece, sembrava reclamare il diritto a una separata esistenza formale.

«Furono, forse, proprio questi i frammenti che si imposero con la loro perentoria richiesta di considerazione. Cominciò, allora, a rigirarli fra le mani e poi a sovradipingerli, con colori e decorazioni nuovi, talora a cuocerli nuovamente e alla fine, forse il giorno che un vaso particolarmente bello era andato in frantumi, riuscì a superare un ostacolo, un tabù, quello della necessità che l’opera possieda un’inviolata integrità primigenia. Cominciò, dunque, a riassemblare i frammenti dei vasi e delle altre opere andate in frantumi. I cocci, variamente dipinti, venivano nuovamente passati nel fuoco e assumevano sfumature e colori diversi. Spesso li decorava sulle due facce e quindi la nuova decorazione nella parte concava sarebbe rimasta per sempre rinchiusa all’interno del vaso riassemblato, come un piccolo grumo di bellezza e di fatica nascosto e segreto.

Figlio dei fiori - Nipote dei fiori - Vignetta.

«Le incrinature e le giunture erano visibili; talora piccole crepe segnavano i margini in cui la riparazione non poteva più far combaciare i pezzi che si erano usurati o frantumati irrimediabilmente. Talora era Dillingham stesso a sottolineare con altro colore le giunture, come cicatrici gloriose, segni di un lavoro tenace e speranzoso. Le opere prendevano forma nuova e diversa. Opere ri-create, straordinariamente impreziosite dalla ragnatela delle loro "cicatrici". Tutte sembravano racchiudere un processo, una storia» (Meotti F., 1998).

Ho citato per esteso le parole di Franca Meotti a proposito delle opere di Rick Dillingham, un grande ceramista americano, scomparso di recente, che ha saputo fare un uso creativo dell’esito di proprie azioni distruttive, perché mi sembrano bene illustrare l’uso della "riparazione" non maniacale di oggetti "uccisi". È un’azione inversa alla «pena delle acque perse» (Sissa G., 1992) così come esemplificata dal mito delle Danaidi.

Contenitori ri-creati

"Un" contenitore – la società dei padri – è andato in frantumi. Abbiamo anche perso qualcosa di buono, di prezioso. Che cosa d’altronde fare? Assumere il peso di una colpa "irreparabile"? Eppure molto di ciò che il sessantotto ha indicato come sbagliato era davvero sbagliato, basti ricordare quanto di ingiusto il libro Lettera a una professoressa di don Milani smascherava.

Spazzare via i cocci, illudendosi che "nulla è accaduto"? È la condanna a versare eternamente acqua in giare bucate: tutto sarebbe perduto. Come ci insegna Christa Wolf (1984): «Tra uccidere e morire c’è una terza via: vivere!». Possiamo allora, richiamandoci a Franca Meotti e a Rick Dillingham, ricreare una funzione genitoriale impreziosita dalla ragnatela delle sue cicatrici, dalle cui crepe si intraveda il bagliore interno della sua storia.

Il contenitore ri-creato non idealizza il passato come "perfetto", sa che ogni momento storico deve mettere in discussione l’epoca precedente, rinunciando a ciò che non è più funzionale e correndo anche il rischio, nel farlo, di perdere qualcosa a causa dei moti dell’animo, «talora irato, talora distratto, talora deluso». «Non ci si può vaccinare dalla vita che vivendo», come ci insegna Silvia Vegetti Finzi (1996). Laddove vivere, allora, non poteva che corrispondere, per le donne, alla legittima pretesa di uscire dal ruolo di "angelo del focolare", prima, e da quello di "angelo del ciclostile", poi. Imparare a pensare con la propria testa per rispondere delle proprie scelte non poteva che travolgere la società dei padri, che le voleva «eterne, acefale, minorenni» (Vegetti Finzi S., 1982).

«Ma non si acquista maturità se alla follia maschile si sostituisce la follia femminile» (Wolf C., 1984), piega che ha preso quella elaborazione del femminismo che ha fatto dell’emancipazione la sua bandiera, cui ha corrisposto, specularmente, l’abdicazione da parte di molti uomini alle proprie specificità di genere. Infatti l’assimilazione della femminilità e della virilità in un "Neutro" che tutto assimila e omogeneizza genera tanti papà nebbia e mamme palude (Francesconi M., Scotto di Fasano D., 1998), in cui ci si perde e affonda poiché non li si può utilizzare come "contenitori" da "ricreare" nel modo più funzionale alla propria vita. Io Amo a te, scrive Luce Irigaray (1993), che nota però, ne Il respiro delle donne (1997), come non sarebbe stato possibile accedere all’autentico "Io-Tu" di un vero dialogo tra uomo e donna se non uscendo dalla logica di un altro Neutro, quello storicamente ereditato, in cui l’uomo si arrogava il diritto di decidere per altri uomini (come il ’68 ha mostrato) e per tutte le donne (come il femminismo ha svelato).

Daniela Scotto di Fasano

  

BIBLIOGRAFIA

  • Bion W.R., Trasformazioni, Armando, Roma 1979.
  • De Beauvoir S., Memorie di una ragazza per bene, Einaudi, Torino 1960.
  • Francesconi M., Scotto di Fasano D., Il comportamento tossicomanico come dilemma fra mutamento catastrofico e catastrofe a dosi, Analysis, 2, 1991.
  • Francesconi M., Scotto di Fasano D., Note metapsicologiche sul comportamento tossicomanico, in "Il disagio emozionale", Ed. Minerva Medica, Torino 1992.
  • Francesconi M., Scotto di Fasano D., Papà nebbia, mamma palude, Psiche, V, 1, gennaio-giugno 1997.
  • Irigaray L., Il respiro delle donne, Il Saggiatore, Milano 1997.
  • Meotti F., Un paradosso della riparazione, letto al Centro milanese di psicoanalisi il 14 maggio 1998.
  • Rampazi M., Scotto di Fasano D. (a cura di), Il sonno della ragione, Dell’Arco, Milano 1993.
  • Scotto di Fasano D., Le pene dell’eccesso, in "Le malattie psicosomatiche in età evolutiva", Bertolini M., Neri F.
  • (a cura di), Arca, Como 1994.
  • Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1967.
  • Sissa G., La verginità in Grecia, Laterza, Bari 1992.
  • Vegetti Finzi S., Archeologia dell’immaginario femminile, in "Il vuoto e il pieno", Quaderno di lavoro, 1, C.D.D., Firenze 1982.
  • Vegetti Finzi S., I bambini sono cambiati, Mondadori, Milano 1996.
  • Winnicott D., La tendenza antisociale, in "Il bambino deprivato", Cortina, Milano 1994.
  • Wolf C., Cassandra, E/O, Roma 1984.
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