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INCONTRI - SESSANTOTTO E DINTORNI PER IL FIGLIO DI MARIO CAPANNA

Non seppellirti nell’individualismo

di Cristina Beffa
       

   Famiglia Oggi n. 10 ottobre 1998 - Home Page

Come spiegare a un adolescente il fenomeno della contestazione? La via più semplice e più redditizia è quella di prendere carta e penna e scrivergli una lettera. Lo ha fatto il leader della rivolta studentesca di allora. Con delle ammissioni non scontate.

Lui è ancora un entusiasta del ’68. Come padre di un figlio adolescente prende carta e penna e gli scrive una lunga lettera per affermare tutti i valori di una stagione carica di eventi e di significati. E lo fa dopo aver vinto quella certa resistenza di apparire un padre saccente, «rischio che i genitori corrono spesso. E i padri, forse, più delle madri». Chi scrive è Mario Capanna, ex studente espulso dall’Università Cattolica, ex leader parlamentare, ora autore di libri storico-politici.

Intervistandolo non ci prefiggiamo di ricostruire le tappe di quegli anni, nemmeno di indagare quanto fosse consapevole o esasperato il giovane extraparlamentare. Non vogliamo attribuirgli colpe o meriti. Lo intervistiamo semplicemente perché la contestazione giovanile di trent’anni fa lo vide protagonista su molti fronti. Oltretutto è sua convinzione che il sessantotto sia patrimonio di molti giovani e persino di tanti giovanissimi di oggi. Perché ricorrere a Lettera a mio figlio sul sessantotto (Rizzoli) per affrontare l’argomento? Sorride fra il divertito e il seccato quando affermiamo: Non le pare che suo figlio ne abbia sentito parlare anche troppo frequentemente di quegli anni?

«Certo, Dario, questo il nome di mio figlio, ci ha sentito molte volte ribadire i valori del ’68. Ma sono state proprio le sue domande a sollecitarmi, quasi quasi vorrei dire a impormi di dargli delle risposte meno parziali, inserite in un contesto più adeguato».

  • È in riferimento al rapporto padrefiglio e viceversa che l’ha spinta a scrivere?

«Non solo. Si è trattato di un confronto tra chi ha vissuto molte lotte e chi, venendo al mondo dopo, sente interesse e curiosità per conoscere meglio le ragioni che hanno scatenato quelle lotte».

  • I giovani di quegli anni turbolenti erano diversi da quelli di oggi, spesso, a ragione o a torto, ritenuti giovani passivi. Lei che ne pensa?

«Non farei l’errore di pensare che tutti i giovani degli anni Novanta siano disorientati, incapaci di lottare per degli ideali alti. Al contrario, ci sono ragazzi molto consapevoli e impegnati a costruire il cambiamento. Non dico a portarlo a compimento poiché questo non succederà mai. Il mondo, così come è combinato, richiede d’essere costantemente cambiato, quindi nel corso degli anni le generazioni passate, presenti e future si adoperano per il cambiamento».

  • Certo, attualmente non si tratta di un cambiamento radicale come quello che negli anni della contestazione si proponevano gli studenti come lei.

«Certo che no. I tempi sono diversi. Credo però che ogni generazione abbia una propria lotta da attuare, altrimenti il mondo si fermerebbe».

  • Nel suo libro si legge che del ’68 non si può parlarne al passato. Che cosa intende esattamente?

«Che la sua forza si rivela guardandolo proiettato verso il futuro».

  • Perché lei afferma che il sessantotto è stato non una pagina ma un libro nuovo?

«Per la carica innovativa che conserva, per la radicalità degli obiettivi posti, per il coinvolgimento delle persone».

  • Quando Dario le fa domande sul futuro come gliene parla? Con pessimismo o con ottimismo?

«Gliene parlo anzitutto ancorando il futuro a un passato perché senza memoria si ha il vuoto dietro. Chi non sa da dove viene, ignora dove andare e perché. Non esiste nulla che si affermi come nuovo senza avere qualche connessione con ciò che gli preesiste. Questo vale per le invenzioni scientifiche, come per i processi sociali, culturali e politici. Del resto sono convinto che il ricordo, la memoria siano al servizio del futuro».

  • Tutto qui. Non le sembra un po’ sterile?

«No, è un sentire con il cuore in mano. L’etimologia latina del verbo recordor ci è di aiuto. Il termine è composto da re e cor, dove cor sta per "cuore". Il ricordare significa richiamare qualche cosa fuori dal tempo per dargli peso».

  • Non teme di caricare suo figlio di troppa responsabilità culturale e sociale?

«In che senso, scusi? Il nostro è un ottimo rapporto. Io gli dico: se sai, sei; se non sai, sei in balìa di altre persone. E il sapere uno se lo costruisce se ricerca il cuore delle cose. Invito mio figlio ad andare oltre, a essere curioso perché sono convinto che la vita senza curiosità sia come un fiore senza colori né profumo. Non mi pare d’essere difficile o logorroico».

  • Qual è il messaggio da dare alle nuove generazioni?

«A mio figlio e a qualsiasi altro giovane direi: Se il tuo cuore e la tua mente saranno capaci di accendersi per ogni ingiustizia, chiunque ne sia la vittima e in qualsiasi parte del mondo, vorrà dire che ti sentirai e sarai parte dell’umanità. Se contrasterai la prepotenza e cercherai l’equilibrio fra gli esseri umani, e fra loro e la natura, spargerai intorno a te un contagio benefico. E sarai felice, proprio perché contribuirai a rendere tali anche gli altri. Se ti chiuderai nell’egoismo, anziché aprirti nella solidarietà, e ti seppellirai nell’individualismo, ti ridurrai ad avere paura di tutto e di tutti e sarai uno dei tanti naufraghi alla deriva nel mare di pochezza globale che oggi, nostro malgrado, vuole risucchiarci».

  • C’è una cosa che lei ritiene naturale, quasi ovvia, nell’attuale globalizzazione del mondo?

«Se pensiamo che gli Stati sono diventati troppo grossi per le questioni piccole e troppo piccoli per le questioni grandi, mi sembra la cosa più naturale del mondo augurarsi di arrivare, un giorno non tanto lontano, a costruire un intelligente equilibrio di competenze e di convivenza pacifica. Un consesso, insomma, dove il mondo reale possa sentirsi rappresentato e rispecchiarsi, e dove tutti i popoli decidano insieme il comune destino di sé e della terra».

Cristina Beffa

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