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COME PARLARNE SENZA ANSIA

I bambini e la morte

di Ferruccio Antonelli
(presidente della Società italiana di Medicina psicosomatica)
            

   Famiglia Oggi n. 10 ottobre 1999 - Home Page Vi sono persone capaci di vivere bene la fine della vita. Se ne impadroniscono come fosse cosa propria. È un segreto da trasmettere anche ai figli piccoli, andando contro la congiura del silenzio, evitando, comunque, di traumatizzarli.

La cultura di questo fine millennio ha decretato la caduta di quello che sembrava l’ultimo tabù: la morte. Seguendo la falsariga del sesso, anche della morte si è cominciato a parlare e a scrivere con crescente disinvoltura. Alcuni periodici ospitano rubriche fisse con colonnini titolati: "se ne sono andati" o "pietre miliari" o "cerimonia degli addii": epitaffi, apologhi, ma soprattutto comuni fatti di cronaca.

Una volta si diceva che il verbo "morire" si declina solo in terza persona, come cosa che non ci interessa né ci coinvolge. La morte veniva denegata come se ognuno si sentisse immortale o, credendo nella trascendenza, almeno a-mortale.

Oggi l’anziano "vero", cioè dall’ottantina in su, ha le valigie pronte, come diceva papa Giovanni; si sente "in prima linea", accetta gli acciacchi e persino ci scherza: uno di loro raccontò agli amici che un giorno, svegliandosi senza avvertire neanche un dolore, si disse: «allora devo essere morto».

Anche il cancro, affollata autostrada verso la morte, si chiamava "malaccio" o "brutto male" perché la parola stessa incuteva terrore, o forse non la si nominava per scaramanzia. Oggi, chi ha un tumore lo sa, si cura (con le varie tecniche life-extending: chemio, acceleratore, interferone) e ne parla.

La giornalista Stefania Rossini scrive che, a dare il colpo più serio al grande silenzio che la modernità ha disteso sulla morte, sono quegli uomini, a loro modo grandi in vita, che hanno continuato a essere grandi anche nella preparazione della fine.

Due soprattutto vanno ricordati: François Mitterrand e Timothy Leary. Il primo ha fatto il punto su se stesso, ha svelato episodi incresciosi della propria vita politica, ha conciliato i frammenti di quella privata e se ne è andato come sapevano fare solo i patriarchi. Timothy Leary, professore di Psicologia ad Harvard, ex esponente di spicco della contestazione americana e fautore dell’Lsd, poi diventato uno dei più grandi esperti mondiali di cibernetica, ha voluto invece che anche dopo la morte (che sperava di diffondere in tempo reale in rete e che invece lo ha colto nel sonno) chiunque potesse collegarsi con la sua casa, leggere i suoi libri, trovare note dei suoi pensieri; ha raggiunto così una virtuale mortalità e si è impadronito della propria morte, sottraendola, scrisse, «alla religione, all’associazione medica, alla legislazione governativa che se ne sono appropriate facendole la loro verità».

Sono due esperienze che danno ragione al filosofo Salvatore Natoli che, nel suo Dizionario dei vizi e delle virtù (Feltrinelli, 1996), individua una grande qualità dell’epoca moderna nella «capacità degli uomini contemporanei di vivere bene la fine e di impadronirsene come cosa propria»: la chiama la "morte segreta".

Oggi, a mettere paura, più della morte è il dolore fisico che spesso la precede e quello morale che poi colpisce i famigliari. La scienza ha allungato la vita ma non è ancora riuscita a lenire la sofferenza più di tanto. Perciò la tanatologia, che è una scienza nuova, quasi il salotto letterario dove confluiscono gli studiosi della morte, si occupa, più che altro, dell’assistenza ai malati terminali, con il supporto di un ampio volontariato, e persino alle persone in lutto, con un’adeguata psicoterapia.

Il fenomeno morte ha perso molto della tradizionale spettacolarità tipica del mondo rurale, dalle prediche ai cortei di accompagnamento in una dimensione collettiva. Oggi si muore come si vive: da soli e in modo spiccio: una breve cerimonia e via. Non c’è più nulla di pomposo in quelle che ancora si chiamano pompe funebri.

Ha perso anche la componente di straordinarietà. Non c’è serata in Tv senza una buona dose di cadaveri, tra le guerre e gli incidenti nei Tg, fino ai film gialli o polizieschi o di guerra o persino horror. C’è qualche morto anche nei cartoni animati. Se la morte è un veleno, la Tv ci mitridatizza; se fa paura, la Tv la esorcizza.

Fronteggiare l’evento

La cultura moderna ha ridimensionato la morte restituendola al suo ruolo di fenomeno naturale. E, allora, se è davvero tale perché andare contro natura? Perché essere atterriti? Perché volerla "affrontare?".

Ho sempre invitato i miei pazienti a cancellare dal loro vocabolario la parola "affrontare" perché evoca sforzo, coraggio, eroismo, mentre l’uomo, specie se malato, è debole, pauroso e tutt’altro che eroe, ammesso che gli eroi esistano al di là di situazioni così straordinarie da fare l’uomo-eroe come altre possono fare l’uomo-ladro. È preferibile il termine "fronteggiare" che sottende valutazione cognitiva, cioè razionale, dell’evento, diplomazia, accortezza, elasticità, in altri termini: adattamento.

La pioggia non si può affrontare, ma si può fronteggiare aprendo l’ombrello. In inglese fronteggiare si dice to cope e gli inglesi dicono hope and cope (spera e provaci). Il coping è una tecnica psicoterapica sul tipo del problem solving che non significa "risolvere i problemi" (sarebbe delirio di onnipotenza). Gli antichi saggi cinesi dicevano: «Se per un problema il rimedio c’è, perché te la prendi? E se non c’è, perché te la prendi?».

Il problema di cui si sta parlando in questa sede è la morte. Parliamone senza prendercela troppo e provando a fronteggiarla nella maniera più vantaggiosa per l’economia del nostro psichismo.

Questo nuovo atteggiamento culturale di fronte alla morte ha ridimensionato anche il vissuto di morte da parte dei bambini.

"R" di Requiem, Officio dei morti. Tempera su pergamena di Giovanni di Paolo, 1417-1482.
"R" di Requiem, Officio dei morti. Tempera su pergamena
di Giovanni di Paolo, 1417-1482.

Quando si era soliti ignorare la morte, ai fini di una personale economia, gli adulti tendevano a trasmettere ai bambini i loro stessi atteggiamenti ansiosi e negativi; la morte veniva negata e occultata: il morto è partito per un paese lontano, oppure è andato in cielo. Si era convinti che la psiche infantile non fosse in grado di sopportare senza danni un’esperienza di morte, specie se concerneva un genitore. Tale comportamento fa più male che bene: il bambino si sente abbandonato, quasi tradito, per la partenza ingiustificata e imprevista di un genitore. Come minimo, ciò gli provoca un penoso complesso abbandonico con relativi sensi di colpa: perché mi ha lasciato? Che ho fatto di male per meritare questa punizione?

I bambini conoscono la morte; ma la considerano in un modo naturale e non troppo traumatizzante. I loro soldatini muoiono ogni giorno, alla pari delle loro bambole, per essere di nuovo in vita domani, pronti a nuovi giochi e a nuove fantasie. I maschietti sparano all’impazzata con le loro pistole di plastica ammazzando ipotetici banditi o indiani.

Gli animali con cui sono a contatto – cani, gatti, canarini – possono morire: è un altro valido motivo per raccomandare la presenza di animali domestici nelle case in cui vivono bambini, perché la morte di un animale è un’esperienza utile. I bambini vedono morire mosche, lucertole, zanzare, formiche; talvolta sono proprio loro a provocarne la morte. Francamente non si può dire che il bambino ignori il significato e la presenza della morte. Perciò, quando gli muore un nonno, una zia, un genitore, è opportuno che la verità non gli venga taciuta o mascherata.

Quando muore il genitore di un bambino, la prima domanda che rimbalza tra i parenti è: «Adesso, chi glielo dice a quei poveri figlioli». La risposta è una sola: il genitore sopravvissuto. Guai se un giorno i figli capissero che il genitore sopravvissuto non seppe prendersi, in quella occasione, quella responsabilità: morirebbe anche lui, ma nella stima e non nella realtà, il che sarebbe peggio.

Quando muore un genitore

È sconsigliabile la pur frequente congiura del silenzio: in molte famiglie si fa attenzione a non nominare mai il genitore scomparso, quasi lo si volesse colpevolizzare per essersi permesso di morire; oppure eliminarlo anche nella memoria, il che significa farlo morire un’altra volta. Così facendo si ottiene il risultato certo di alienare il bambino dal fatto che è accaduto in famiglia, rendendogli più difficile sia accettare la separazione dal defunto sia formarsi nuovi legami affettivi.

È alla pari sconsigliabile l’abbondare in ipercompensazioni affettive, esercitate alla rinfusa e sotto la spinta della commiserazione. Ciò aggrava il peso obiettivo del lutto, rischiando di farlo diventare un fattore nevrotizzante.

Il lutto infantile è un grosso problema per il quale non esistono spiegazioni semplicistiche né norme costanti. Tuttavia, appare logico e ragionevole che esso venga gestito senza atteggiamenti melassati o artificiosi, bensì nel rispetto della natura e della verità, con la disponibilità a non lasciare nessun interrogativo senza risposte esaurienti.

L’adulto che ha "capito" la morte è certamente in grado di trasmettere ai bambini la stessa comprensione.

Parlando di bambini è bene dividerli in due categorie, separate da un evento importante qual è la "prima comunione", peraltro presente anche in famiglie di non credenti. La preparazione a questo evento comporta la scoperta della spiritualità e l’iniziazione a una visione trascendente della vita. Un salto di qualità di enorme portata. Già da prima i bambini recitavano la preghiera della notte e cioè parlavano, per esempio, a una Madonnina che era poco più di una super-fata; dopo scoprono che è una mamma, la mamma di Gesù. Ma Gesù è morto e sua madre anche. Eppure tutti e due sono sempre lì, come interlocutori continui e sempre disponibili. Sono come il disco 161: tu digiti il numero e una voce ti dice l’ora esatta. L’unica differenza è che loro non rispondono, però è sicuro che ascoltano. È sicuro perché l’ha detto Gesù («bussate e vi sarà aperto») e perché lo dice il "Credo" («credo nella vita del mondo che verrà»).

Anche i santi sono morti, eppure milioni di fedeli chiedono loro aiuto e grazie, e comunque gli parlano. Allora anche il nonno ascolta. Basta parlargli.

Nessuno sa dove sta il nonno né come è diventato, però è sicuro che esiste, ci aspetta, e un giorno saremo ancora insieme e per sempre.

Al momento della semina il chicco di grano viene buttato per terra. Sembra morto. Ma dopo qualche mese rispunta fuori sotto forma di spiga. Cioè rinasce in un altro modo.

Anche tutti noi siamo già morti una volta. Stavamo tanto bene nel pancione materno quando qualcuno deve averci detto: «muori, vieni via da lì, vieni a vivere in un altro modo, in un altro mondo». Era la vita fetale ed è finita: quando una vita finisce è la morte.

La stessa scena si ripeterà, per tutti noi, quando sarà ora di uscire dalla vita terrena. E ne usciremo per andare non in un altro posto (inferno e paradiso non sono luoghi ma modi), ma per sopravvivere in un modo diverso.

Tutti questi discorsi sono alla portata di chiunque, comprensibili anche da parte dei bambini. Ciò che ha sempre caratterizzato la paura della morte è il mistero che l’avvolge. Certo che, se fosse quel "salto nel buio" di cui parlano gli agnostici, la paura sarebbe legittima. La fede non svela il mistero ma ne fornisce un’interpretazione, sicché il mistero non è più tale, o almeno non più al cento per cento.

Antonio Guidi, nel suo libro, Nostri figli, pubblicato da Mondadori nel 1998, sostiene che «anche il dolore è maestro di vita». Nel recensirlo Giovanni Bollea ricorda che la famiglia ha il dovere fondamentale di insegnare che il dolore esiste: «se non mettiamo nella nostra componente pedagogica di genitori e di educatori anche il rispetto (non l’accettazione, ma il rispetto) del dolore, educhiamo una generazione incapace di accettare e sopportare qualsiasi tipo di sofferenza, così come in passato si rifiutava qualsiasi tipo di diversità».

Ferruccio Antonelli
   

LA VOCE DELLA VITA

«Penso alla morte con la serena tranquillità con cui si guarda a un male inevitabile, ma che ci aprirà un grande bene, e ho finito per amare la mia morte. Forse perché è mia compagna da sempre. Forse perché l’ho già vista da vicino e il suo volto era dolce come quello di una sorella. È da tanto che la penso. So che un giorno la conversazione cesserà, perché mi sveglierò alla vita, dove la morte non esiste».

Autore di questo messaggio è padre Scurani, direttore di Letture dal 1980 al 1994 (in quell’anno, infatti, il mensile passò alla Periodici San Paolo). Le sue parole si illuminano di luce particolare ora che sorella morte ha raccolto anche lui (febbraio 1999).

«Signore, che cos’è mai la morte se non la voce della vita, coperta di un velo nero? A volte io penso che è la tua stessa voce, che ci chiama. Il volto immobile, inespressivo di un defunto mi sembra in ascolto della voce arcana con cui lo chiami dai confini dell’eternità. È sufficiente una nota della tua voce per smarrirci completamente i sensi a questa vita terrena, per farci restare come inebetiti, pietrificati. E mi sembra di scorgere nella chiusura delle labbra pallide dei morti accennato un sorriso di leggera ironia, per tutte le nostre paure, le nostre fantasticherie.

«Già il fatto di ricorrere alla fantasia ci svia definitivamente dal cogliere il senso della morte. La fantasia non varca l’abisso della morte. Per questo la rottura con i nostri cari defunti è così completa. La morte è unica intermediaria tra noi e loro, ma essa è un ponte rotto. O, meglio, è come la fede: un ponte di cui scorgiamo solo il primo pilone; tutto il resto si perde nell’oscurità.

«Noi sostiamo, pazienti, all’entrata di questo ponte, in attesa del nostro turno, con la lampada in mano, come le dieci vergini, per illuminare la strada davanti a noi. La morte è lo sposo, sei tu, che arrivi improvviso e ci introduci al banchetto.

«In quel momento ci sentiremo mancare il cuore e l’ultimo battito della vita non verrà mai. Il cuore resterà aperto nell’ultima diastole, incapace di afferrare l’ultimo sangue, l’ultima manciata di sostanza terrena, di cui si è nutrito il suo desiderio di quaggiù. Ma sarà pieno per sempre della nuova realtà, della tua presenza, della tua intimità» (da Spiritualità, n. 15/1973).

Alessandro Scurani

   

Copertina del libro: Non abbiate paura.È possibile liberarsi da 15 inutili paure come lo sono la paura della gente, di amare, di arrabbiarsi, di non dormire, degli psicofarmaci, dei figli, di vincere, di perdere, del futuro, di morire? Secondo Ferruccio Antonelli, autore del volume Non abbiate paura (Edizioni Mediterranee), non è solo possibile ma conveniente, visto che la paura è un sentimento penoso che pervade gran parte della psicopatologia. Con stile semplice vengono suggeriti piccoli segreti per non subire paure ingiustificate.
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