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Un'identità emergente - 2 -

Il mediatore Familiare

di Suzanne Haller
(docente di Psicologia sociale, facoltà di Scienze della formazione, Università Cattolica di Milano)
    

Famiglia Oggi n. 11 novembre 1997 - Home Page

Nuova figura professionale

Ma chi è il mediatore e quale formazione può e deve avere? La questione delle competenze è una fra le più difficili. La figura del mediatore familiare è una figura nuova che non ha ancora acquisito un vero riconoscimento professionale (a livello di albo professionale, ad esempio): i primi mediatori italiani si sono spesso improvvisati tali o si sono formati all’estero (Usa, Canada, Francia, Inghilterra, Svizzera) e provengono da altre varie professioni.

Per essere efficace il mediatore deve sviluppare conoscenze legali e fiscali nonché avere competenze nel campo psicosociale: il mediatore si distingue tuttavia dai professionisti esperti di tali settori anche se può da essi provenire (numerosi mediatori hanno alla base una formazione quale giurista, avvocato, psicologo, terapeuta o assistente sociale).

Chi ha esercitato a lungo un’altra professione e non dispone di una formazione specifica nel campo della mediazione familiare "inquina" tale campo. Una lunga pratica quale avvocato o psicoterapeuta influenzerà infatti senza dubbio il modo di intervenire, con conseguenze che si rifletteranno su una buona pratica della mediazione. I terapeuti sono abituati a intervenire partendo dai bisogni espressi dai clienti e la loro pratica consiste nell’aiutarli a cambiare comportamenti, atteggiamenti, percezioni, e ciò è finalizzato alla ricerca di un miglior benessere.

La relazione terapeutica è inoltre confidenziale e non necessita di rapportarsi a regole esterne (la legge) né si preoccupa delle decisioni concrete che le persone prenderanno nella loro vita. In mediazione i terapeuti devono tenere conto delle dinamiche e delle emozioni senza soffermarvisi, ma unicamente allo scopo di impedire loro di interferire nel compito di negoziazione. I terapeuti devono imparare a tenere conto del contesto giuridico e lavorare a livello di decisioni concrete (di ordine finanziario, custodia dei figli): il mediatore, proveniente dalla pratica della psicoterapia, che dovesse ignorare tali aspetti, eserciterebbe una mediazione non rispondente alla sua ragion d’essere, ossia aiutare le parti a raggiungere un accordo – in cognizione di causa – su questioni precise.

I mediatori provenienti invece dall’area giuridica sono abituati a consigliare i propri clienti e a proporre loro soluzioni precostituite. Il mediatore deve dunque astenersi dal decidere al posto delle parti. I giuristi-mediatori devono quindi sostanzialmente cambiare la loro posizione e il loro modo di lavorare anche se gli argomenti discussi sono più o meno gli stessi. Altrimenti rischiano di "giocare al giudice" e di dirigere le parti verso un’intesa che corrisponderebbe ai criteri di un tribunale.

Non solo dunque tutti i professionisti che si avviano alla mediazione devono completare il proprio sapere, ma, in ragione della natura intrinseca della mediazione, devono utilizza re diversamente le loro conoscenze e competenze. Sembra quindi necessario che il mediatore rappresenti una figura professionale a sé stante, sia che egli provenga dalle file degli avvocati, e che quindi senta come più importanti le questioni patrimoniali, sia che provenga dalle file degli psicologi o dei terapeuti familiari e che consideri come più urgente la questione delle relazioni affettive.

Occorrerebbe comunque creare una figura professionale più omogenea anche se meno precisamente delimitata, se si vuole giungere al suo riconoscimento. L’art. 4 del Codice deontologico dell’Associazione per la promozione della mediazione familiare recita: «Nessuno potrà esercitare la funzione di mediatore familiare se non avrà nello stesso tempo acquisito una competenza tecnica in una professione legata alle scienze umane e/o giuridiche; seguito una formazione specifica alla mediazione familiare in materia di divorzio e separazione; in più egli dovrà seguire corsi di aggiornamento periodici e sottomettersi a supervisione».

Amor sacro e amor profano (Tiziano). Particolari
Amor sacro e amor profano (Tiziano).
Particolari di un'opera che non ha tempo

Sono stati compiuti sforzi per trovare dei criteri comuni per la formazione alla mediazione familiare. Per lo più le diverse scuole di formazione si rifanno ai criteri stabiliti dalla Charte éuropéenne de la formation des médiateurs familiaux exerçant dans les situations de divorce et séparation.
   

Diffusione in Italia

La mediazione familiare è ancora una pratica poco diffusa in Italia, per lo più lasciata all’iniziativa dei privati (esistono centri convenzionati a Milano, Genova, Roma, Bari). Nel pubblico la situazione è drammatica: la mediazione familiare è lasciata all’iniziativa dei singoli operatori – pochi – che lavorano all’interno dei servizi sociali o in consultorio.

Il luogo per eccellenza dove potrebbero essere istituiti servizi di mediazione familiare è ovviamente il consultorio familiare, presente su tutto il territorio: un luogo che dovrebbe essere al servizio di tutta la famiglia e non limitarsi – come troppo spesso accade un po’ dappertutto in Italia – semplicemente all’assistenza sanitaria (ginecologia) o psicologica del singolo individuo. Sarebbe utile che anche i tribunali potessero offrire la possibilità di un supporto socio-psicologico della famiglia in crisi in fase di separazione o divorzio e un luogo di mediazione familiare dove indirizzare le coppie che dovrebbero essere lasciate libere di accettare o meno l’intervento del mediatore. Alcuni giudici del tribunale di Milano (dove esiste un’intera sezione che si occupa esclusivamente di separazioni e divorzi) indirizzano – se del caso – le coppie al Centro pubblico denominato GeA (Genitori Ancora).

Soltanto quando accetteremo di cambiare prospettiva, passando dal conflitto al consenso – per riprendere il titolo di un libro di alcuni anni fa di Gulotta e Santi (1988) che proponevano un nuovo approccio alla risoluzione dei conflitti familiari (non si parlava ancora di mediazione ma ci si avvicinava molto), passando cioè dal conflitto considerato come distruttivo e come minaccia per l’integrità delle posizioni acquisite al conflitto come occasione di cambiamento ed evoluzione –, soltanto allora la società e le coppie che si lasciano saranno abbastanza mature per accettare il processo della mediazione familiare.

Forse il cambiamento deve arrivare dall’alto e passare attraverso un cambiamento delle procedure legate alla separazione: attraverso – quando è possibile – una degiuridizionalizzazione della separazione e dei divorzi, eccezion fatta per gli aspetti strettamente legali.

Siamo tuttavia ben consapevoli del fatto che la mediazione familiare non sarà mai una panacea: vi saranno sempre alcune coppie che non potranno trarne beneficio; o perché troppo immature o perché esistono seri disturbi di personalità in uno dei coniugi o nel caso di gravi sospetti di abusi o maltrattamenti nei confronti dei figli: in tal caso sarà il giudice a valutare in prima persona e all’occorrenza tramite altri strumenti la situazione familiare.

Suzanne Haller

BIBLIOGRAFIA

  • APMF (Association pour la médiation familiale) (1990), Médiation familiale en matière de divorce et de séparation. Code déontologique, art 2: définition, 1° Congrès européen su "La Médiation familiale", Caen 2930/11 e 1/12/1990.
  • Bastard B., Cardia Voeneche L., Le divorce autrement: la médiation familiale, Syros, Alternatives, Paris 1990.
  • Buzzi I., Storia e prospettive della mediazione familiare, in Quadrio A., Venini L., Genitori e figli nelle fa miglie in crisi, Giuffrè, Milano 1992.
  • Gulotta G., Santi G., Dal conflitto al consenso: utilizzo delle strategie di mediazione in particolare nei conflitti familiari, Giuffrè, Milano 1988.
  • Haynes J., Divorce mediation, Springer, New York 1981.
  • Kelley J.B., Médiation globale: une intervention efficace dans le processus de divorce familial, "Le groupe familial", 125, 10/1989.
  • Laurent Boyer L. (a cura di), La médiation familiale, Bayard, Paris 1992.
  • Six J.F., Le temps des médiateurs, ed. du Seuil, Paris 1990.
       
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