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La formazione del mediatore familiare

Competenza o nuova professione?

di Costanza Marzotto
(docente di Metodologia del servizio sociale al Diploma universitario in servizio sociale, Università Cattolica, Milano)

    

Famiglia Oggi n. 11 novembre 1997 - Home Page

Numerosi iter formativi preparano gli operatori psicosociali ad acquisire le abilità necessarie per negoziare situazioni altamente conflittuali. L’Università Cattolica propone un modello basato sull’esperienza transizionale.

Da tempo la ricerca psicosociale ci ha chiarito come vi siano stili differenti di coppia e come differenti possano essere le modalità di scissione del legame. Più che un percorso individuale che contempla varie fasi, alla fine del quale si consegue il "divorzio psichico", c’è unimpresa di coppia che riesce o non riesce nel difficile compito di separare le funzioni genitoriali da quelle coniugali portandole in salvo, salvaguardando così lo scambio generazionale e la crescita mentale dei figli. Come dice lo psicologo Vittorio Cigoli, non andrebbe mai dimenticato che come insieme ci si lega, così insieme ci si slega. In questa impresa di coppia può accadere di incontrare un mediatore, ma come avviene la formazione all’esercizio di questa competenza?

"Mediazione", come dice il dizionario della lingua italiana, «è l’opera di chi si interpone tra due persone per far loro combinare un affare o venire a un accordo», un’azione entre-deux, per usare un’espressione ricorrente negli autori di lingua francese. La mediazione familiare nelle situazioni di separazione e divorzio è intesa infatti come un percorso per la riorganizzazione delle relazioni familiari nelle situazioni di coppie divise, ed è molto diversa dalla mediazione in campo sociale o penale, pur rifacendosi al principio di fondo, cioè il recupero delle responsabilità soggettive delle persone, al di là dei ruoli sociali.

Questo intervento è molto diverso anche dalla consulenza legale, dalla consulenza coniugale e dalla terapia e pertanto è indispensabile prevedere un iter formativo specifico per coloro che si pongono a disposizione delle coppie in crisi e che spontaneamente desiderano essere accompagnate nella ricerca di accordi adeguati per la riorganizzazione familiare.

La Commissione interministeriale attivata presso il ministero degli Affari Sociali dall’onorevole Ossicini (la cui eredità è stata raccolta da un’analoga Commissione sui progetti di legge sulla famiglia tuttora in carica), e che ha lavorato a lungo per definire obiettivi e finalità della mediazione familiare nella separazione e divorzio, ha concluso i suoi lavori nel novembre del 1995 con un documento che definiva la mediazione come «una funzione di varie professionalità» per l’esercizio della quale è però richiesta una specifica formazione.

Per i contenuti e le tecniche di questo percorso formativo i membri della Commissione rimandavano alla Charte Européenne des Médiateurs Familiaux, varata in Francia nel 1992, con annesso codice deontologico (di cui fu riportata una traduzione italiana in Famiglia Oggi, n. 6, 1994).

A questo documento facevano già riferimento i cinque Centri di formazione (vedi scheda), che per primi in Italia avevano avviato percorsi idonei per la trasmissione delle competenze necessarie per la pratica della mediazione familiare e che avevano fondato nel maggio 1994 la Società italiana di mediazione familiare. Questi avevano definito il profilo professionale del mediatore familiare come colui che favorisce l’elaborazione di un nuovo modo e più costruttivo di pensare alla separazione come processo di crisi e di trasformazione; sviluppa una conoscenza degli aspetti funzionali e disfunzionali della famiglia in crisi per la separazione e il divorzio e una competenza sulla conflittualità tra genitori; permette l’acquisizione della capacità di sostenere e promuovere le risorse individuali e le competenze genitoriali, con particolare attenzione all’esercizio di un’azione preventiva rispetto a forme di disagio del minore.

L’esperienza nel campo della formazione, portata avanti in questi anni all’interno delle attività di formazione permanente del Centro studi e ricerche sulla famiglia dell’Università Cattolica di Milano (vedi box), e la riflessione sui fondamenti teorici di questa pratica ci hanno permesso di riconoscere come competenze specifiche del mediatore familiare la capacità di accompagnamento della coppia nella transizione verso la nuova organizzazione familiare, traghettando i doni paterni e materni tra le generazioni (i figli e la roba); la capacità di creare un clima relazionale favorevole alla comunicazione e al dialogo anche tra persone in profondo conflitto; la capacità di richiamare il senso di responsabilità personale a fronte dei compiti genitoriali, anche nei casi in cui le persone hanno sviluppato un atteggiamento di delega verso i legali e la legge.

Il modello di mediazione da noi presentato come esperienza transizionale dal rilevante contenuto simbolico (attribuzione di significato ai beni generazionali rappresentati dai figli e dalla roba e messa in comune di alcuni di tali significati), ma tale modello si incontra in maniera adatta con coppie che danno valore alla ricerca di significato e che così investono mentalmente. Per altre, invece, in cui ci sia eccesso di confusione occorre un modello di mediazione più saldo, che rinforzi l’esercizio delle funzioni genitoriali, con più attenzione a norme educative e al perseguimento di accordi in proposito. Infine, per altre, ancora, che non sono al momento in grado di affrontare personalmente e congiuntamente la riorganizzazione della vita familiare per eccesso di discordia, occorre riconoscere che la procedura giudiziaria è quella più consona. Si tratta di far addivenire gli ex coniugi a decisioni comuni e di risponderne, compiendo un lavoro, stipulando un patto a partire da uno spazio riconosciuto ai pensieri, agli affetti, alle attese delle persone in causa. La formazione deve abituare il mediatore a masticare i sentimenti provati, ad affrontare timori e angosce, affinché questo processo sia proponibile alla coppia e il contenuto degli accordi non resti solo sulla carta. Inoltre deve permettere di scegliere la modalità di procedere più rispondente ai bisogni di ciascuna coppia.
   

Le aspettative dei partecipanti

La realtà italiana è ricca di esperienze di sensibilizzazione alla mediazione familiare (della durata di 2-4 giornate), offerte ad avvocati, magistrati, sacerdoti, insegnanti, opinion-leaders, giornalisti, genitori culturalmente interessati a scoprire il "fascino" di questo oggetto misterioso, che come un torrente in piena irrompe sulla scena affettiva e legale anche nel nostro Paese.

È necessario però distinguere queste occasioni di aggiornamento dal corso di formazione vero e proprio, utile per ottenere un titolo valido per la pratica della mediazione, e che ha tempi e modi di trasmissione propri.

In Europa troviamo quasi dappertutto tre livelli di trasmissione: un livello di sensibilizzazione, uno di formazione e uno di supervisione.

Gli standards minimi per la pratica della mediazione familiare prevedono: una formazione di base nei futuri mediatori nelle seguenti aree disciplinari, psicologia, psichiatria e neuropsichiatria infantile, giurisprudenza, servizio sociale, scienze della formazione; la trasmissione di insegnamenti interdisciplinari (nel campo del diritto, della sociologia, dell’antropologia, della psicologia, dei servizi sociali alle famiglie, del fisco e del bilancio familiare); la presenza tra i formatori di persone che abbiano direttamente esperienza nel campo della mediazione familiare e che aderiscano al codice deontologico dei mediatori familiari; la durata complessiva di almeno 30 giornate di lavoro informativo-formativo di base in un arco di almeno due anni, pari a 180 ore; queste giornate sono quasi sempre proposte in moduli di due o tre giorni ciascuno; la discussione di un elaborato scritto davanti a una commissione garante della formazione; la supervisione discussione di casi con alcune persone esperte.

Ma se questi sono i minimi indispensabili condivisi anche dal Forum europeo dei Centri di formazione alla mediazione familiare (1) e che in particolare sono stati discussi dal Gruppo di lavoro sugli standard della formazione, quali sono le aspettative di assistenti sociali, psicologi, avvocati, educatori che in questi anni si sono iscritti ai corsi di formazione e che hanno già una formazione professionale di base?

Inconsapevolmente la domanda sottesa è quella di imparare a «fare da pacieri»: anche se tutti sanno che la mediazione è uno strumento per lavorare con i separati, numerose aspettative e ricorrenti domande riguardano il tentativo di far «smettere di litigare», di «rendere più buoni» i genitori. Dalle esercitazioni proposte all’ingresso dei corsi di formazione da noi organizzati è emerso chiaramente che la parola "mediazione" è per molti sinonimo di pacificazione, conciliazione, accordo!

Solo in un secondo momento gli operatori in formazione realizzano che il corso è finalizzato all’apprendimento della conduzione di un processo di negoziazione, e che l’intero iter formativo vorrebbe insegnare a valutare il grado di mediabilità della situazione e della coppia genitoriale. L’importante è imparare a sapere con cura chi si incontra e se la mediazione è la risorsa più giusta da proporre. Infatti l’altra richiesta ricorrente è quella di essere "attrezzati" per sopportare la sofferenza, per contenere il timore di non farcela nell’impatto con il dolore altrui.

I timori dei futuri mediatori (di frequente "esperti" nei dolori che il divorzio riserva) riguardano il fatto che il passaggio-transizione sia impraticabile o comunque assai difficile, e per questo – non di rado – chiedono di entrare in possesso di strumenti ben definiti per costruire setting rigidi, che aiutino a tenere a bada il registro degli affetti.

In occasione della giornata di confronto tra molti dei centri di formazione svoltasi Roma (maggio 1996), per iniziativa della sezione di mediazione familiare presso l’Università della Sapienza, avevo riferito di una mia ricerca che aveva evidenziato due questioni interessanti: nel percorso formativo gli operatori passano da una prima fase, caratterizzata dalla fretta di sperimentare nella pratica le nuove tecniche acquisite, a una seconda fase in cui il timore reverenziale verso quanto è stato appreso non autorizza a mettere in pratica le conoscenze. Le persone sembrano paralizzate: nessuna coppia viene ritenuta idonea per avviare un percorso di mediazione e si passa un lungo periodo a pubblicizzare questa risorsa!

Connesso con questo processo di spinta e rallentamento è l’altro fenomeno riscontrato, cioè il confronto "pesante" tra le aspettative che la mediazione sia un lavoro quasi esclusivamente "razionale" e fortemente centrato sulla realtà concreta, dove le emozioni non hanno spazio, e ciò che succede realmente negli incontri con le coppie divise.

Chi ha intrapreso la formazione ha dovuto fare i conti, e in modo ricorrente, con emozioni opposte che si susseguivano a ritmo serrato. Un intreccio continuo tra l’impressione che si tratti di un lavoro che si è "sempre fatto" e una sorpresa radicale per la rivoluzione epistemologica in atto nella mediazione. Su questo set il padre e la madre sono gli attori principali, e molta competenza professionale dell’operatore deve essere messa a tacere. Sono loro gli esperti, e questo non è a volte tollerabile quando si è ricchi di informazioni sui bisogni dell’infanzia o di esperienza sociale e legale. L’aspettativa è inizialmente di una formazione molto tecnica, di rinforzo al sapere precedente; con difficoltà le persone si lasciano andare a un coinvolgimento in cui è richiesto di affrontare temi molto profondi connessi con la separazione, la morte, il conflitto, la perdita, personale e familiare. La dimensione etica viene riscoperta come fondamentale in quanto progressivamente le persone si rendono conto delle responsabilità che assumono nella decisione, e della fiducia che i genitori ripongono nel terzo neutrale, rappresentante della fiducia che la società ha ancora nei loro confronti.

A questo scopo il percorso formativo che in questi anni proponiamo all’interno dei corsi di formazione promossi dal Centro studi e ricerche sulla famiglia, in collaborazione con mediatori francesi dell’Institut de Médiation Familiale e dell’Institut des Sciences de la Famille dell’Università di Lione, per permettere la continuità genitoriale ai coniugi divisi, ha cercato di favorire: l’interiorizzazione di uno stile di lavoro che rispetti e accolga gli stati di sofferenza degli adulti e dei minori coinvolti nella separazione e ne promuova una presa in carico responsabile; l’apprendimento di strumenti tecnici utili a mantenere e/o recuperare spazi comunicativi e capacità decisionali all’interno della famiglia divisa in due abitazioni, ma vincolata da un legame più o meno disperante o disperato.

Per raggiungere obiettivi così ambiziosi, la formazione è condotta secondo una metodologia centrata sul lavoro di gruppo composto da professionisti diversi con un conduttore esterno; è questa figura il garante della continuità del processo formativo, pur nell’avvicendarsi degli esperti nelle varie discipline, che completano il quadro culturale.

Le esperienze pratiche guidate, attraverso simulazioni, giochi di ruolo, analisi di casi, permettono di integrare gli aspetti teorici con quelli operativi. Inoltre in queste occasioni di lavoro a piccoli gruppi, i partecipanti possono sperimentare la propria capacità a gestire la relazione con i compagni di corso, in analogia con gli incontri nel gruppo di lavoro formato dal mediatore, dal padre e dalla madre, eventualmente dai figli o da altri colleghi, chiamati ad intervenire appositamente.

Negli incontri di mediazione ciò che viene preso in considerazione non sarà tanto il transfert individuale con il terzo neutrale, ma piuttosto la gestione della relazione tra i due ex coniugi in vista del compito da raggiungere: la negoziazione per redigere un accordo il più rispettoso possibile dei bisogni dei diversi membri del gruppo familiare.

Nell’insieme la metodologia formativa idonea è quella che mira a favorire l’interiorizzazione di uno stile di lavoro relativo all’incontro con le famiglie in crisi, dove siano comunque valorizzate le capacità decisionali della coppia e sia salvaguardata l’immagine genitoriale, al di là del conflitto coniugale.

Questa dimensione formativa nel gruppo dovrà integrarsi con una dimensione informativa costituita da relazioni e discussioni con esperti del settore della legislazione familiare, del funzionamento familiare, dei servizi alla famiglia, delle trasformazioni socio-demografiche. I contenuti trasmessi riguardano infatti le tipologie e gli stili di funzionamento familiare nelle varie fasi del ciclo di vita familiare e del processo di divorzio. Per ciascuna fase le tematiche culturali, metodologiche e tecniche sono affrontate nella triplice prospettiva: pratica, teorica ed etica. A questi primi due livelli seguirà per ciascuno, secondo i tempi di evoluzione personale e professionale, la supervisione e la discussione di casi, che andranno poi a costituire materiale per la tesi conclusiva.

Due sono le tappe che concludono un percorso formativo. Ogni centro compie responsabilmente due tipi di valutazione: la validazione dell’avvenuta presenza e partecipazione al corso di formazione (livello informativo e formativo) e della capacità di rendere conto dei contenuti trasmessi in forma orale e/o scritta. A questo scopo normalmente viene rilasciato un attestato di partecipazione e/o di frequenza; la validazione dell’apprendimento delle competenze utili alla pratica della mediazione familiare nella separazione e divorzio. Questa avviene dopo la supervisione-discussione dei casi, a seguito della quale viene rilasciato un certificato che riconosce l’idoneità alla pratica della mediazione familiare nei contesti dei servizi pubblici, privati o di terzo settore o negli studi professionali.

Segue: Competenza o nuova professione? - 2 -
   

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