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LEGITTIME CUSTODIE E PERICOLOSE OMERTÀ

"Dire" e "non dire" in famiglia

di Virgilio Melchiorre
(docente di Filosofia morale presso l’Università Cattolica di Milano)

        

   Famiglia Oggi n. 11 novembre 1998 - Home Page Sguardo. Mani. Esperienze. Maschere. Ogni elemento del vissuto umano contribuisce a disegnare le vicende personali. Mentre restano coniugabili fra loro quello che può e quello che dev’essere ciascun individuo.

Dire e non dire, ovvero parola e silenzio. Fra questi estremi si disegna, a ben vedere, l’intera vicenda dell’uomo: ciò che ognuno può essere e ciò che ognuno deve essere. Oppure, lo si dica nel modo della semplice possibilità o anche nell’ordine del dover essere: l’uomo fra dicibile e indicibile. In che modo i due estremi siano coniugabili è cosa che va poi chiarita percorrendo i tratti essenziali, indeclinabili del fenomeno umano, così come ci è dato di coglierlo nella concretezza del suo volto di carne.

Partiamo proprio dal volto, con un richiamo che viene dalle profondità della filosofia greca. Nella sua Historia animalium, Aristotele scrive che del volto può dirsi solo a riguardo dell’uomo, non dell’animale (Hist. an., I, 8, 491 b 9). Lo si può capire pensando al significato della parola, che in greco sta per volto, prósopon, ma anche pensando al corrispondente latino vultus: il volto come apertura sul mondo, un volgersi intelligente alle cose, con la capacità di portarle a senso, di raccoglierle in un punto di vista, in una prospettiva assolutamente singolare qual è appunto l’arco che si dispiega nella determinatezza di uno sguardo. Viene così anche in chiaro quel che dobbiamo intendere quando parliamo dell’uomo come persona: un volto che è intelligenza, un’intelligenza sempre incarnata, sempre situata in uno spazio corporeo, in un tempo, in una storia, e perciò un’intelligenza che, nella sua determinatezza, si dispone sempre come un irripetibile punto di vista sul mondo, come una singolarità indeclinabile, da nessun’altra sostituibile.

"Consolazione" (Munch). Il gesto dell'uomo non sembra consolare la donna.
"Consolazione" (Munch). Il gesto dell'uomo non sembra consolare la donna.

La storia delle parole ci offre, a questo punto, un altro prezioso indizio. Il termine greco prósopon è passato a significare anche la maschera dell’attore, un significato al quale per molti aspetti rinvia il latino persona: la maschera che, ad icona del proprio ruolo, l’attore poneva davanti al suo volto e da cui si dispiegava alta la voce della sua recitazione. La "maschera" dunque come via di rivelazione e, però, solo che si rifletta sul suo limite, anche come schermo, come nascondimento: per essa, volto visibile nella scena, i pensieri e le emozioni vengono a parola, ma in essa pur resta celato e invisibile il volto più proprio dell’attore. Non è questa già una metafora dell’ambiguità, felice o infelice che sia, cui resta legata la vita personale dell’uomo? Fra dire e non dire, fra dicibile e indicibile, nell’orizzonte del semplicemente possibile ma anche nell’ordine dell’etica.

Per spiegarci meglio si può ricorrere ad un esempio elementare, fra più ricorrenti nella letteratura fenomenologica, quello delle mani che si toccano. Le mie mani si toccano e, delle due, l’una viene sentita come toccante, l’altra come toccata. Nella mano toccante si dà esperienza d’una intenzione, d’una interiore soggettività che ora si fa carne nel toccare e nel prendere, nello stringere nel carezzare. Il flusso dell’intenzione può però anche invertirsi: la mano toccata può diventare toccante e, se così accade, la mano toccata diventerà allora toccata. Di questo l’esperienza interiore, il mio sentirmi si fa volta a volta avvertito. Ma se ne accorge sicuramente chi mi guarda? Chi, dall’esterno, può sapere con certezza di questa inversione di ruoli? Chi può dire se l’intenzione del toccare sia ora nella mano destra o in quella sinistra? Certamente il mio vissuto interiore, ma anche lo sguardo e l’esperienza di chi mi guarda? I movimenti delle mie mani possono offrirgli un indizio, ma in quale mano propriamente agisce l’intenzione della mia volontà? Chi può dire dall’esterno se la mano, che sembra toccata, non sia in realtà quella che conduce e genera il movimento del toccare? Da queste difficoltà possiamo trarre solo una conclusione: il fenomeno umano del corpo manifesta sempre una vivente soggettività, ma il cuore, il centro di questa soggettività, resta infine celato nell’intimo della coscienza: l’esperienza dell’altro non può mai raggiungerlo del tutto. È proprio per questa impossibilità che diventano possibili gli inganni di chi si finge o si nasconde nelle apparenze e quindi, dall’altra parte, anche le diffidenze, le gelosie, i sospetti di chi guarda. Nell’incontro dei volti, finzione e diffidenza non sono però che la possibilità negativa: pretesa, nel primo caso, di possedere l’altro celando la propria identità o pretesa; nel secondo caso, di catturare l’altro nell’intimo della sua identità. Ma, appunto, finzione e diffidenza non sono che la perversione di una potenza tutta positiva.

"Gli occhi negli occhi" di un amore nascente, Munch 1894.
"Gli occhi negli occhi" di un amore nascente, Munch 1894.

Che nella visibilità della carne si faccia evidente il flusso della vita soggettiva è quanto permette l’incontro dei volti, ma che in questa evidenza si celi tuttavia l’intima sorgente dell’animo è quanto fa della vita d’ognuno un mistero che esige rispetto.

Ciò che l’altro solo può essere nella sua originalità, ciò che soltanto lui può dire, potrà costituire da parte mia oggetto di attenzione e di ascolto, ma non dovrebbe mai tradursi nella pretesa d’un giudizio concluso una volta per sempre. In questa prospettiva l’indicibile ha un rilievo eticamente positivo.

Il volto come intelligenza insostituibile, incarnata in uno spazio corporeo, in un tempo e in una storia, sempre irripetibile punto di vista sul mondo, è ciò che si intende per "persona". Mai isolata. Ovunque in dialogo con l’altra.

La via del rispetto

Ciò che dell’altro non può ultimamente dirsi andrebbe avvertito con rispetto e nello spazio di una disponibilità al dono: da quel dono potrebbe venirmi la confessione sincera della sua parola e dei suoi gesti. Il silenzio e il rispetto, nel dire con l’altro e nel dire dell’altro ad altri, sono in definitiva la condizione migliore per muoversi all’incontro di un mistero personale, per chiedergli sommessamente d’essere se stesso e anche di soccorrerci con la sua diversità. Così inteso, il profilo della relazione etica non nasce – come potrebbe sembrare a prima vista – da un’impotenza, nasce bensì dalla stessa verità dell’umano, dalla stessa costituzione dell’uomo come persona: il rispetto dell’indicibile vale, da ultimo, come rispetto dell’intima e originale identità dell’altro.

Dialoghi e relazioni sono ben rappresentati nella "Danza sulla spiaggia" di Munch (catalogo Skira).
Dialoghi e relazioni sono ben rappresentati nella
"
Danza sulla spiaggia" di Munch (catalogo Skira)

L’indicazione esige reciprocità. S’impone dunque non solo dal lato di chi guarda, ma anche dal lato di chi si lascia guardare. La sua intimità, immediatamente mai del tutto visibile, non può tuttavia restare in se stessa: il suo autentico destino sta piuttosto nel dispiegarsi all’esterno, nella confessione di sé, nella disponibilità all’intreccio dei volti e delle verità. È anche vero che il velo dell’indicibile rende pur sempre possibile la finzione che nella carne dà a vedere un’intimità che invero non c’è. Ma quale vantaggio potrebbe venirne? Si può comprendere, ma solo in parte, se questo non dire si dia al cospetto di un’insidia: solo per evitare un fraintendimento o un’aggressione. Ma che vantaggio ne verrebbe da un non dire o, ed è lo stesso, da un dire che nasconde e solo per ingannare, per avvolgere la coscienza dell’altro, per portarla allo scoperto e infine per possederla? Non sarebbe un modo di estraniarsi o di sottrarsi alla possibilità di trovare se stessi? La risposta viene da quel che si è appena indicato come il destino essenziale della persona: l’essere o il trovarsi nel dialogo delle sincerità. Converrà chiarire, dalle radici, questa affermazione.

S’è detto della persona come di un punto di vista singolare sulle cose, come della capacità di raccogliere il mondo nel fuoco di un’irripetibile prospettiva. Ma chi può dire dell’effettivo valore di questo raccoglimento? Potrei mai riconoscerne da solo la verità? Infatti tutto può essere disposto nella distanza del mio sguardo e così giudicato, ma come disporre e pormi a distanza dal mio sguardo? Non è questo sguardo una condizione che sta prima di ogni visione: una condizione nella quale mi trovo e che sempre mi anticipa, che mi è data dalla nascita, dal mio spazio corporeo, dalla mia tradizione? Ciò di cui dovrei riconoscere la giustezza continua a precedere ogni giudizio e dunque non si lascia giudicare, così come accadrebbe se fossi solo sulla terra con occhi che dall’inizio vedono deformando le cose: potrebbero mai questi occhi correggere se stessi? Quale sguardo potrebbe da sé soltanto dire del proprio errore o della propria verità sul mondo? Ma il circolo può essere spezzato all’incontro con lo sguardo d’altri: uno sguardo che, mentre si riconosce ben compreso nel mio, mi restituisce, come in uno specchio, la verità dei miei occhi. Si pensi al primo sorriso di un bambino: un sorriso riconoscente che, con la sua soddisfazione, restituisce verità al sorriso della madre. E viceversa.

Per Munch lui e lei possono intrecciare la "Danza della vita".
Per Munch lui e lei possono intrecciare la "Danza della vita".

La regola della sincerità

L’incontro con se stessi si dà propriamente solo nello scambio e nell’incontro dei volti. Ciò che, con tutta evidenza, non potrebbe accadere ove mancasse l’offerta sincera del proprio punto di vista, la confessione incondizionata del proprio sguardo interiore. Ritroviamo così la regola aurea per essere se stessi e per orientarsi nella relazione interpersonale: sembrerebbe un luogo comune e persino un’evidenza tanto elementare da rendere superfluo qualsiasi approccio argomentativo. Ma torniamo a considerare la possibile ambiguità dei volti: volti dallo sguardo riconoscente o, all’opposto, volti di possessione. E ancora: volti che si fanno specchio della nostra verità o volti che ci estraniano, come cose fra cose, nel vortice del loro punto di vista. Torniamo dunque alla metafora iniziale della maschera: la persona come "maschera" e la maschera come via di rivelazione e però anche di nascondimento, spazio che racchiude un’intimità personale e però anche luogo da cui può dispiegarsi, nella finzione aggressiva, una perversa volontà di potenza. La regola della sincerità entra allora in un circolo dialettico che, in sensi contrari, la può mutare nei modi del silenzio e della riserva: silenzio di chi tace per rispettare se stesso o per preservare il mistero dell’altro o, all’opposto, silenzio che escogita inganni; silenzio di chi tace per non possedere o per non essere posseduto, per difendersi dagli sguardi che minacciano la sua intimità o, all’opposto, silenzio che forse nasconde una segreta volontà di potenza. Quel che si è detto sul piano delle strutture personali, pensando alla relazione iotu, può essere ripensato sul piano più complesso delle relazioni interpersonali, si tratti della vita familiare o, nelle sue estensioni, si tratti anche di etnie e infine di nazioni. Fermiamoci, per brevità, al primo nucleo, il più elementare e il più costitutivo: il caso della famiglia, con suoi rapporti interni e con quelli che vanno all’esterno.

Si suppone naturalmente che alla radice della comunità familiare stia una relazione di reciproca riconoscenza: persone che si legano in un patto d’amore e quindi nel reciproco rispetto, nella reciproca cura delle proprie identità. Rispetto e cura costituiscono lo spazio del dire e del non dire: spazio dei racconti, delle confessioni, delle domande, ma anche spazio dei silenzi che lasciano all’altro i tempi del raccoglimento, della memoria, dell’iniziativa. Potremmo rileggere in tal senso un noto passaggio del biblico Qohelet, là dove si dice che per ogni cosa, sotto il cielo, c’è un tempo: «Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli, un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci. Un tempo per cercare e un tempo per perdere, un tempo per serbare e un tempo per buttar via. Un tempo per stracciare e un tempo per cucire, un tempo per tacere e un tempo per parlare» (Qo 3,5-7).

Volti spettrali per questa "Angoscia" che Edward Munch dipinse nel 1894.
Volti spettrali per questa "Angoscia" che Edward Munch dipinse nel 1894.

Diritto-dovere, dunque, sia nel dire sia nel non dire. E non solo nel gioco degli affetti intimi, ma anche nel tessuto delle relazioni che vanno all’esterno. Anche da questo lato il rispetto per altri torna a riproporsi con una regola che volta a volta può richiedere la testimonianza della parola o del silenzio. Ma (è quasi superfluo notarlo) da questo lato la parola e il silenzio possono valere anche come una difesa dagli sguardi indiscreti, siano questi dettati da superficialità o siano mossi dall’insidia della prevaricazione. Il silenzio di cui parliamo a questo riguardo non può confondersi con un esercizio omertoso. Il silenzio o la menzogna dell’omertà difendono, sì, il segreto dei gesti e delle intenzioni, ma solo per una sottesa volontà di potenza o per un disperato desiderio di celare a se stessi e agli altri una distorta immagine della propria dignità. Sono questi i casi del silenzio che obbedisce al potere di una consorteria o anche i casi, all’interno della stessa vita domestica, in cui ci si vieta di far luce sulle ferite dell’anima di questo o quel congiunto.

Gli esempi non mancano nella cronaca frequente delle nostre esperienze. Si pensi al caso della madre che si fa complice delle violenze paterne sui figli, per timore o per salvare l’immagine della famiglia. Si pensi al silenzio o alle finzioni con cui certi genitori cercano di nascondere le deviazioni di un figlio, anche se altri potrebbero soccorrere e venire in aiuto. Senza dire dell’omertà che nasconde una pratica delittuosa, anche qui per una falsa immagine dell’onore o, peggio, per tutelare un disonesto esercizio di vita. In ogni caso, appartengano a una esplicita volontà di potenza o all’illusione di salvaguardarsi nell’apparenza, le diverse forme di omertà nascono pur sempre dalla pretesa di orientare l’esistente muovendo dal proprio potere, nell’esclusività del proprio punto di vista.

Non ostacolare la relazione

In un modo o nell’altro, che nascondano una pena interiore o che illudano le vie del successo, questi silenzi e queste finzioni prefigurano in ogni caso un esito mortale: il diniego della relazione non può che contraddire le costituzioni essenziali dell’umana persona, che appunto può edificarsi solo negli spazi della reciprocità e nell’incontro dei volti.

Figura isolata in un paesaggio melanconico. "La sera" di E. Munch.
Figura isolata in un paesaggio melanconico. "La sera" di E. Munch.

Non possiamo nasconderci la difficoltà di questa prospettiva. E non solo perché i confini che corrono fra parola e silenzio, fra dire e non dire, ma anche fra legittime custodie e pericolose omertà restano pur sempre incerti e precari. La difficoltà, se vogliamo guardare all’essenza della cosa, sta in fondo nella duplice tensione della vita personale, che per un verso tende a se stessa, per altro verso esige la relazione e dunque anche il sacrificio di sé. Come non avvertire la difficoltà di coniugare queste due tensioni, che per natura sono soltanto contrarie ma che, proprio come tali, sono pur esposte alla possibilità di prevaricare l’una sull’altra? Dire dello scambio dei volti, sino alla confessione delle proprie identità, è senza dubbio un modo di richiamarsi alla regola aurea dell’etica.

Tuttavia questo richiamo sarebbe inoperoso, se non tenessimo fermo il paradosso che deve sorreggerlo: si tratta insomma di avvertire che la ricerca della propria intimità resta possibile solo a chi sappia porsi a distanza dal proprio sé. Questa presa di distanza dev’essere però reciproca nel gioco delle reciprocità e non potrebbe darsi se non nel difficile esercizio di una comune trascendenza. Infine, l’incontro dei volti ha la sua ultima e radicale condizione di possibilità nel riferimento ad un principio che anima e insieme supera i diversi punti di vista. Diceva Platone che gli uomini si amano veramente solo quando una necessità profonda li spinge a rivolgere lo sguardo verso il dio che sta alla loro origine (Fedro, 353 ac).

Potremmo anche concludere con un’immagine cara a un grande mistico del Medioevo, Maestro Eckhart: «Se il mio occhio vuole vedere il colore, deve essere privo di ogni colore».

Un invito ad uscire da sé, per lasciarsi riempire dai colori di Dio, da quello sguardo infinito che dal profondo ci restituisce a noi stessi.

Virgilio Melchiorre

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