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L'ETICA DELLA SCELTA

Una parola sempre calibrata

di Maria Cristina Koch
(psicoanalista)

        

   Famiglia Oggi n. 11 novembre 1998 - Home Page A quali criteri far risalire il "dire" e il "tacere"? Le risposte non possono ignorare gli ambiti culturali e sociali. E rivendicano la necessità di un silenzio che è pudore e riservatezza.

C’è un centro di aiuto per le donne maltrattate, in Toscana, che ha scelto come slogan: «fra il silenzio e il grido, meglio la parola». È un’affermazione forte e molto precisa, che mi è sempre parsa segno di un’antica e profonda cultura di civiltà. Certo, meglio la parola, chi potrebbe non convenirne? Chi potrebbe non concordare sull’importanza di una pietas modulata e rispettosa che sa collocare in parole l’offesa, la violenza, che le inserisce in un rapporto e in dialogo sottraendole alla solitudine disperante del bavaglio, liberandole dallo scacco della paura e del pudore e dell’impotenza e dello sgomento bruciante e inaridito?

La parola che ci restituisce un rango di umanità, la parola che svincola lui, lei e tutti noi dalla paralisi attonita, ripristina una qualche forma di adeguatezza, di capacità, ricostituisce un tracciato di rete. Cui tutti possiamo appoggiarci, per sostenerci l’un l’altro, per riprendere fiato, per dipanare nuovamente dei pensieri da pensare, in un tempo sufficientemente disteso. Eppure, proprio per la loro rilevanza, proprio per la loro grandissima capacità d’impatto, la parola, il dire vanno misurati, calibrati, talvolta, sì, è così, occorre rinunciarvi. Talvolta, non sempre e non mai: parlare, narrare, rivelare è un gesto etico; cerchiamo assieme alcuni criteri che possano indirizzare o facilitare una scelta cui siamo continuamente invitati.

Ma quale parola e a chi? E, soprattutto, per quale scopo? Parlare, si dice, è bene: serve a chiarire, a svelare, la verità va detta, va fatta sapere. Ma quale verità è bene che sia disvelata? E a chi va consegnata? E verso quale obiettivo? Sotto l’urgenza dell’orrore della violenza, della struggente fragilità dei più piccoli e dei più deboli sembrano domande improprie, irrispettose, fuorvianti, quasi ci si volesse distrarre da una sofferenza così amara, quasi si volesse far "della filosofia". Pure, proprio per la gravità dell’atteggiamento omertoso, proprio perché tutti comprendiamo ben rapidamente quanto possa risultare drammatico il tradimento del tacere, occorre forse che districhiamo alcune occasioni, alcune motivazioni che invece esigono il silenzio o, meglio, pensano di trovare nel silenzio la soluzione migliore per garantire esigenze importanti. Perché la parola dev’essere una scelta, accurata, più opportuna e più adeguata del silenzio, che, dunque, deve avere anch’esso le sue valide ragioni.

Il silenzio, il tacere, nella nostra società chiacchierona e invadente assume diversi significati, valenze che sfumano una nell’altra e che si rincorrono. Il pudore, ad esempio, troppo spesso riferito esclusivamente al recinto della sessualità, abbraccia, invece, sentimenti ed emozioni, un pensiero troppo incerto o confuso per sopportare la luce, una profondità malsicura in cui è rischioso far entrare chiunque. C’è del pudore anche nel piccolo che si schermisce da troppe domande indiscrete sui segni di percosse sulle sue braccia: pudore che vuol dire timore di un’invasione incontrollata sul territorio familiare percepito come troppo intimo, fragile così tanto da rischiare di andare in pezzi se mostrato apertamente, pudore che vuol dire anche l’apprensione di dover formulare giudizi impensabili e faticosi sui propri genitori, di dover ripensare quel mondo interno così affollato, di finire, magari, per ritrovarsi descritto come delatore senza più il tempo e il modo di poter spiegare, correggere o integrare ciò che adulti autorevoli e definitivi andranno dicendo. Pudore come ansia di essere lui stesso esibito al riverbero di un chiarore violento, offensivo.

Poi, c’è la riservatezza, confinante stretta dell’omertà ma con tutto un suo lato protettivo di enorme significato. Parente della fiducia indispensabile per potersi confidare, confine di garanzia per essere in grado di allargare i propri pensieri e raccoglierli nuovamente in sicurezza, la riservatezza custodisce con cautela e rispetto l’evanescenza dei limiti tracciati fra i diversi ambiti, li riconosce adattandovisi e fondando così la garanzia di sopravvivenza.

«Vedo solo che sorridi» "La voce", 1893, Edward Munch (cat. Skira).
«Vedo solo che sorridi» "La voce", 1893, Edward Munch (cat. Skira).

Mondi capovolti

Di fronte alla tragedia, dopo il dramma, l’ansia inquisitoria insorge davanti all’ostacolo inerme della riservatezza abituale: come hai potuto non vedere, non dire, non intervenire? Come puoi dirmi di non aver saputo, di non aver voluto essere complice? Ecco che, d’improvviso, il mondo si è capovolto, la sorellina affidabile e discreta, cui si poteva raccontare ogni segreto, si scopre imputata della sua stessa qualità preziosa, costretta a stornare lo sguardo da un panorama orrendo e sconosciuto, composto da frammenti a lei ben noti; e l’accusa risuona anche al suo interno: come ho potuto non capire, non dire, non fare? Chi risarcirà questa piccola della sua innocenza insultata, proteggendola da saccenti interpretazioni d’esperti? E, certamente, c’è anche il senso di colpa, talmente diffuso e utilizzato così tanto per sondare le motivazioni da finire per risolversi quasi in un tratto gergale.

C’è la colpa di non aver avuto il coraggio di intervenire o di denunciare, di difendere l’altro sorpassando la propria paura, evadendo dalla paralisi imposta dal danno irrimediabile, ma anche colpa della propria imperizia, incapace di suggerire una via d’uscita efficace o di saper prevedere delle conseguenze devastanti.

Contrapposto e speculare al silenzio, si allarga l’ambito della parola. Risolutiva, liberatoria, consolatrice, la parola nel suo dirsi riannoda rapporti e speranze, restituisce dignità a sé e all’altro, apre prospettive soffocate o inattese, inserisce il tempo nel presente immoto del dramma e inventa il domani, con la preziosa progettazione dell’agire. Torna vistosamente impellente l’urgenza della scelta etica: parlare bisogna, parlare si può ma, appunto, che cosa precisamente va detto, che cosa impone di essere messo con vigore in luce e che cosa, invece, può (deve?) essere lasciato segreto, riservato, silente? La scelta è strettamente connessa agli altri due termini, dipende da chi deve ascoltare la parola e per quale obiettivo.

È molto difficile questa sospensione interrogativa quando il dire è finalmente lì, a portata di mano, è veramente molto difficile resistere e interporre ancora del tempo sia pur esclusivamente mentale per occuparsi di domande ingombranti.

Tutta la persona tende alla liberazione, all’uscita dal mondo della paura e della violenza, si cerca istintivamente e in fretta, quanto in fretta! Un qualcuno cui affidare il carico emotivo, un qualcuno che sappia intervenire, far cessare lo spavento, anche di noi che sappiamo oltre che di chi ha subito violenza. Ma come sa bene chiunque eserciti professioni di cura, non si può liberarsi di ciò che siamo venuti a sapere: possiamo solo scegliere quali informazioni dobbiamo affidare a chi sappia intervenire. E la scelta è solo nostra; certo che esistono le strutture e gli organi deputati, certo che ci sono delle regole da osservare e una prassi consolidata nel tempo, ma, all’interno o all’esterno dell’ambito familiare, parente od operatore sociale che si sia, la scelta solitaria resta una tappa inevitabile. E ciò che decideremo di dire condizionerà l’intervento concreto che verrà poi messo in atto, la cui urgenza grava con pesantezza.

Un grandissimo terapeuta statunitense, Scheflen, raccontava un giorno di tanti anni fa a un congresso di aver studiato per più di vent’anni la cultura delle famiglie siciliane residenti in America. E diceva, a un pubblico composto da molti italiani, come avesse compreso la profonda diversità delle regole che governavano la sessualità all’interno di questi nuclei e come, a suo giudizio, se volevamo lavorare sugli abusi con queste famiglie, dovessimo tutti ripensare la relazione sessuale fra i membri della famiglia in termini più adeguati a una cultura antica e profondamente radicata. Proprio recentemente una sentenza di un magistrato statunitense ha creato un grosso scandalo ripetendo, in qualche termine, la delimitazione che Scheflen aveva indicato.

Sfuggendo a ogni grossolano tentativo di generalizzazione e di larvato o esplicito razzismo, occorre, credo, conoscere con grande attenzione e precisione l’ambiente culturale in cui si è consumata la violenza, non certamente per rinunciare a difendere l’integrità e la salvaguardia che deve essere garantita a ogni cittadino in uno Stato di diritto, ma per commisurare l’intervento sull’abuso in modo tale che non aggravi il danno subito aggiungendovi l’espulsione dal proprio habitat di appartenenza.

Diritti etnici

Da tutt’altro punto d’osservazione, la compresenza (per me felice e grandemente auspicabile) di molte etnie fianco a fianco nelle nostre città pone il problema grave dei diritti di ciascuno a conservare la propria cultura d’appartenenza assieme alla custodia ferma dell’insopprimibile diritto di ogni persona a non subire violenza. L’infibulazione, ad esempio, è un caso macroscopico di scandalo in cui sono andati in corto circuito gli aspetti più diversi e contraddittori, ma nessuno di questi può essere trascurato o sottovalutato. Occorre che siamo in grado di intervenire reintegrando nella persona violata o minacciata di mutilazione una completa custodia dell’intero suo essere, nella piena consapevolezza del costo altissimo della contrapposizione aperta e dichiarata a costumi antichissimi quanto inaccettabili. Penso alle donne algerine, penso alle donne iraniane, penso anche alle ragazze di Parigi che rivendicavano il loro diritto a far uso del chador.

La frequentazione con tante etnie è un’occasione forte per noi operatori per ripensare e mettere a punto, aggiornandoli, i criteri e i modi del nostro intervenire. Ma, ovviamente, ben prima che verso l’esterno, il problema del dire e del tacere, dell’assenso tacito e dell’aperto disaccordo, si pone all’interno del sistema familiare. È prima di tutto lì che il più piccolo, il più esposto dovrebbe trovare ascolto e conforto assieme a una ferma difesa dei suoi diritti e della sua integrità. Ma, appunto, molto spesso gli adulti preposti alla sua difesa sono proprio quelli maggiormente carichi del desiderio o del dovere di non infrangere abitudini consuete. Straordinariamente, e tragicamente, la cura delle madri di assicurare una qualche armonia familiare, di smorzare e comporre i conflitti va a costituirsi come argine d’insofferenza, di ulteriore fatica di fronte al pericolo o alla consumazione della violenza.

«Quando dicevo alla mamma che mio fratello mi molestava – mi raccontava una ragazza –, lei mi rispondeva di smetterla di far rumore e di gridare di notte». Noi operatori sussultiamo davanti a frasi (quante volte le abbiamo ascoltate?) di questo tipo, in un attimo approntiamo un giudizio severo che, in gran parte, assicura soprattutto la nostra estraneità e la nostra differenza da quella madre. Eppure, se non siamo capaci di accogliere e comprendere, non condividere ma comprendere come quella madre abbia potuto agire così, il suo sfinimento, il suo timore, la sua sconfinata solitudine, ben difficilmente saremo in grado di accompagnare la vittima fuori dalla violenza senza strappare in un gesto improvvisato tutti i legami familiari che la connettono tenendola in vita.

Certo, andranno tranciati dei comportamenti, andranno isolati almeno in parte dei rapporti, ma in una prospettiva che non accumuli sulla vittima altro danno e altro orrore. Occorre restituirle una madre affidabile, non chiederle di rinunciare ad averla perché non sufficientemente adeguata. Inventando una prospettiva progettuale in cui possa nuovamente essere ospitata la speranza e in cui vengano liberate risorse finora incarcerate dall’ignoranza, dalla paura, dal timore di non saper essere bravi genitori, dall’incapacità intrinseca di muoversi diversamente da come si è sempre fatto. Quando diciamo che un bambino violato diventerà un adulto maltrattante, non intendiamo proprio questo?

E. Munch, particolare di "Danza sulla spiaggia" (catalogo Skira).
E. Munch, particolare di "Danza sulla spiaggia" (catalogo Skira).

Troppo spesso l’attenzione al più piccolo e al più indifeso lo mette in contrapposizione al mondo degli adulti come se questi non avessero ugualmente diritto a essere difesi e tutelati con pari energia. Se la famiglia è una grande incubatrice di sofferenza e di malessere, questo avviene esattamente perché è la più grande risorsa su cui fare affidamento e che abbiamo bisogno di riattivare. Anche se talvolta risulta impraticabile, anche se talvolta è veramente impossibile, la famiglia e il rapporto di fiducia nei più grandi vanno comunque garantiti alla vittima di violenza, sia pure per un frammento, limitato e quanto mai insufficiente.

Che cosa va detto all’esterno della famiglia, che cosa occorre che si sappia e chi deve saperlo? La scuola, ad esempio, gli insegnanti e i compagni che cosa occorre che sappiano? E, domanda ancora più impegnativa, che cosa mai insegnanti e compagni possono vedere e indagare senza ledere il pudore e la riservatezza, senza fraintendere o rischiare ingerenze pericolose? La malattia mortale di un genitore va comunicata alla scuola? E la separazione fra i genitori? La tossicodipendenza di un fratello deve essere resa nota? Come valutare delle affettuosità che ci appaiono eccessive del nonno che viene a prendere il bambino a scuola? È lecito, è opportuno chiedere conto di certe occhiaie, di un visetto un po’ troppo pallido, è il caso di indagare, di voler sapere, talvolta di costringere a confessare le difficoltà all’interno dell’ambiente familiare? Quanto è alto il costo per il piccolo delatore, chi lo aiuterà a ricomporre il suo diritto di far parte di un nucleo le cui abitudini ha denunciato al mondo esterno?

Nuovamente, come bilanciare il proprio comportamento fra il rispetto per la riservatezza dovuta e la preoccupazione di non saper cogliere dei segnali di malessere che tacitamente ci vengono posti davanti agli occhi? Come bilanciare la tutela del più piccolo assieme alla tutela dei grandi?

Probabilmente un padre non è entusiasta che tutta la classe sia a conoscenza del suo litigio serale con la moglie, è ben possibile il moto d’irritazione di una madre che sappia che è stata pubblicizzata la gravidanza indesiderata della figlia minorenne o il crac finanziario del nonno.

I bambini sentono moltissimo la responsabilità verso il nucleo familiare, combinata con il desiderio di conforto e la voglia di poter raccontare eventi straordinari che strappino commenti eccitati. Come valutare i brandelli di confessione, gli accenni di un bambino che si lamenta del nuovo compagno della mamma? Dove va posto il confine fra una legittima ostilità che si vendica raccontando al di fuori della famiglia e la denuncia di un maltrattamento o di un abuso che non si può raccontare alla mamma? Quanto i nostri condizionamenti culturali e morali indirizzano o distorcono i racconti che i bambini ci fanno? Magari perché siamo gli unici adulti cui possono confidarsi e cui chiedere aiuto?

Lo stato d’abbandono che diagnostichiamo all’interno di un nucleo familiare è vissuto come tale anche dai bambini che ci vivono? E se non è così, è segnale di un grave ottundimento che impedisce loro di pensare o di sapere che possono vivere meglio oppure all’interno di quel nucleo i bambini trovano una protezione e un conforto che noi operatori non sappiamo intendere o che non assomiglia a quello che vorremmo?

Il segreto dell’altro

Interrogare i bambini, chiedere, è già intervenire e porre il problema: sappiamo assai bene che ogni nostro agire scatena per loro e per gli adulti uno sconvolgimento tormentoso assieme al sollievo. Forse, troppo spesso trascuriamo di raccogliere l’eco anche di questo sommovimento silenzioso oltre che della verifica dell’efficacia sociale, della correttezza di ciò che andiamo facendo. Proprio come accade con tante madri, è una fatica ulteriore che ci sembra troppo gravosa mentre stiamo disperatamente tentando di costruire interventi difficili con interlocutori dispettosi e non disponibili.

Un giorno un benedettino mi disse: non cesserà mai la tortura in questo nostro mondo perché ci saranno sempre delle madri che vorranno conoscere che cosa pensa e prova il figlio. I miei bambini erano allora piccoli e mi è parsa un’osservazione folgorante che ho cercato di conservare all’angolo dell’occhio. Il voler sapere, la necessità imperiosa di far luce e di scrutare nei territori fisici e psichici di chi è più piccolo e affidato alle nostre cure può assai facilmente divenire violenza, forzare il segreto che si difende, l’intimità che si raggruma verso la protezione del buio.

Leggere i diari, ascoltare le telefonate non si dovrebbe, ma neppure si dovrebbe accettare di non sapere, ritirare la protezione, distrarsi. Controllare il cibo, la pulizia, l’atteggiamento del corpo sono dei tormenti che infliggiamo ai più piccoli? Ma possiamo esimerci dalla nostra funzione di guida? Dove si colloca il confine fra l’attenzione a correggere la naturale cialtroneria verso il sapone e l’invasione voyeuristica che ispeziona orecchie e narici? Quando da tutori attenti diventiamo violatori di un’intimità? Quando il riserbo del bambino deve trasformarsi in segretezza per sfuggire alle nostre indagini?

Facilitiamo le confidenze sul comportamento sessuale per essere al loro fianco, oppure pruriginosamente vogliamo sapere per rivivere e sperimentare sensazioni lontane nel tempo? Quanto i maglioni scuri che coprono i nostri adolescenti non rappresentano anche un modo per sfuggire ai nostri sguardi, quanto i capelli sugli occhi non devono aiutarli a nascondersi a noi?

Eppure, come resistere a scostare quei capelli, come lasciarli isolati nel loro malumore? In un attimo, ecco che si struttura un’escalation fra chi insegue e chi sfugge, ma non è ben chiaro se chi insegue lo fa perché è l’altro che sfugge o viceversa. O ambedue.

Il mistero e il segreto della persona sono continuamente violati dalla ricerca dell’altro, continuamente siamo spinti fuori di noi per la sete dell’altro e continuamente ci ritraiamo. È in questa alternanza perenne fra il silenzio e l’espressione, fra il tacere e il dirsi che annodiamo rapporti e sperimentiamo le relazioni. Ad ogni attimo potenziali violatori quanto potenziali spettatori indifferenti e inconsapevoli. E anche questa è la fatica esaltante del vivere.

Maria Cristina Koch

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