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ESPERIENZE DI AIUTO A CHI VIVE IN DIFFICOLTÀ

Trovare la porta aperta

di Enrico Solmi
(delegato per la Pastorale familiare, diocesi di Modena e Nonantola)

        

   Famiglia Oggi n. 11 novembre 1998 - Home Page Accoglienza. Ascolto. Pazienza. Sono gli atteggiamenti indispensabili per favorire possibili soluzioni alle famiglie chiuse in se stesse. La pastorale familiare è impegnata su questo fronte.

Il termine "omertà" evoca più situazioni di carattere sociale e giuridico che non la famiglia e la casa. Indica, infatti, la conoscenza di un fatto che non si vuole comunicare. «Intesa tacita o formale tra i membri di uno stesso gruppo o ceto sociale, diretta alla conservazione o alla tutela di precisi interessi anche contro la legge», recita un noto dizionario1.

La persona omertosa, in questo modo, per paura o per costume, rischia, con il tacere, di rendersi complice di un delitto. Si genera una cospirazione di silenzio che copre situazioni difficili, negative, impedendone una positiva evoluzione. Il termine sembra non applicarsi facilmente alla famiglia. In realtà, paradossalmente, svela un versante non conosciuto di tante famiglie che vivono raccolte attorno a una situazione, a un fatto nascosto che le condiziona pesantemente.

La pastorale familiare, in quanto determinazione particolare della pastorale generale della Chiesa, ha il compito di «annunciare, celebrare e servire il vangelo del matrimonio e della famiglia nella consapevolezza di proporre anche una visione e un’esperienza profondamente profetica e umanizzante»2. In quanto tale si mette in ascolto di tutte le famiglie con rispetto e accoglienza, facendo della globale crescita della coppia e della famiglia il proprio fine. Si tratta, infatti, di «favorire la maturazione umana e di fede di ogni coppia e di ogni famiglia, nella prospettiva di un loro maggiore inserimento nella vita ecclesiale e sociale».

La comunità cristiana incontra così ogni tipologia di famiglia, perché composta essa stessa di famiglie, come un corpo di cellule, e perché tante famiglie la interpellano in modo e forme diverse.

Alla porta della chiesa, in un modo o in un altro moltissime famiglie bussano, cariche della loro storia segnata anche da dolori e segreti.

Chiedono di essere accolte per quello che sono, senza essere immediatamente giudicate. Molte di loro vivono situazioni difficili che tengono chiuse in sé. Solo se accolte e amate, potranno lasciare che qualcuno, per amore e con amore, le aiuti. Proprio a partire dall’esperienza di questi incontri troviamo varie tipologie di omertà della famiglia e possiamo immaginarne le origini.

A volte è la malattia ad essere causa di omertà. In particolare la patologia mentale o l’insorgere di una malattia grave o la malattia di un bambino, specialmente a carattere neurologico. Negli ultimi tempi l’Aids, legato ai comportamenti che lo hanno innestato, è origine di omertà. In questi casi si cerca di non comunicare finché non si è nella necessità di domandare aiuto. La dipendenza da alcol è una fonte ulteriore di omertà (ancor più che quella da sostanze stupefacenti). Attorno alla bottiglia si crea un sistema chiuso. Spesso è la donna, sposa e madre, che deve reggere un’intrecciata rete di relazioni, un faticoso ménage familiare per consentire l’educazione dei figli, tenendo segreta ogni cosa per vergogna, per non gettare i figli in una cattiva luce, per non sentirsi fallita come sposa e donna. Ancora più forte è l’omertà quando è la donna a bere3.

Anche le relazioni interne alla famiglia sono causa di omertà. Sotto un’apparente normalità a volte si celano forti tensioni che non di rado sfociano in drammi. La tutela dei figli, l’apparire normali e uniti agli occhi degli altri richiedono, spesso, a un coniuge un grande sforzo, quasi un immolarsi per sostenere una facciata di normalità e la sopravvivenza in famiglia. Chi regge queste situazioni si trova privato di tante occasioni di crescita, oltre che soggetto a una lacerante tensione.

L'incomunicabilità fra giovani e anziani è frequente. Opera di Munch.
L'incomunicabilità fra giovani e anziani è frequente. Opera di Munch.

Tipologie di omertà

C’è la famiglia chiusa in se stessa che non trasmette per nulla all’esterno il proprio segreto. Riesce a mantenere questo obiettivo avendo creato e mantenendo un sistema chiuso a ogni comunicazione e aiuto. In altre famiglie un membro rompe, di nascosto, questo segreto, sentendosi nel bisogno di comunicarlo, per chiedere aiuto, per essere sostenuto. Si cerca una persona fidata che non tradirà mai il segreto. Può succedere che questo aiuto sia richiesto a un sacerdote o all’operatore di un consultorio. Persone tutte legate al segreto, che resta comunque tale, che ufficialmente non è rotto.

È la richiesta di alleviare la tensione, partecipandola ad altri. Risulta però inefficace sulle cause dell’omertà, in quanto, per tantissimi motivi, non si può intervenire. Spesso il confidente deve far finta di nulla davanti a persone e situazioni che sono la causa principale dell’omertà. Può succedere che l’omertà venga meno e ci si rivolga in modo palese a qualcuno per chiedere aiuto. Anche se tale sviluppo è spesso segnato da lunghi tempi di silenzio e di sofferenza, con ritardi anche incolmabili, è l’inizio di un processo che può far evolvere la situazione in senso positivo.

Questi livelli possono svilupparsi in successione temporale o fermarsi a un primo o secondo stadio, senza raggiungere la meta desiderata. L’omertà assume anche caratteri particolari a seconda che sia interna alla famiglia o verso l’esterno.

Nella famiglia si può tacere di tante cose. C’è il silenzio attorno a un fatto o ad una persona la cui memoria è ancora carica di vergogna o imbarazzo o foriera di sofferenze. Sono le cose da dimenticare che si sanno e non si dicono e che, con il procedere delle generazioni, si avvolgono di un alone di mistero. La morte di una persona cara può essere affrontata in questo modo. È quasi rimossa dal silenzio nel quale è avvolta per un tacito impegno da parte di tutti.

Questa dinamica, prodotta da fatti e situazioni passate, perdura in tante famiglie in una sofferenza permanente e che suscita reazioni diverse: la pesante sopportazione di chi se ne fa carico, la ribellione dei giovani, la fatica a maturare in modo armonico da parte di adolescenti e bambini. All’omertà interna alla famiglia possono unirsi la paura di parlare, le minacce e la violenza.

Nella famiglia nascono anche altre forme di omertà di carattere ben diverso. Sono, ad esempio, i segreti che i fratelli tengono tra di loro o le confidenze dei nipoti ai nonni. Sono complicità o silenziose intese legate ai fatti comuni di vita e, come tali, non rivestono le preoccupazioni di cui sopra, anzi possono aiutare lo sviluppo della vita familiare e il superamento di momenti di crisi.

L’omertà della famiglia si riversa anche verso l’esterno. Con essa vengono a cessare un insieme di scambi tra la famiglia e l’ambiente circostante, determinando, come abbiamo visto, gravi fatiche in chi deve comunque sostenere la famiglia e l’impossibilità di offrire un aiuto, da parte di chi è all’esterno.

Troviamo qui anche i casi drammatici di ammalati psichici trattenuti in casa da un senso di vergogna e falsa pietà o di persone handicappate relegate in famiglia in quanto si ritiene non possano usufruire in altro modo di aiuti e cura.

Abbiamo rintracciato, a partire dalla stessa definizione, una connotazione prevalentemente negativa. Allargando il significato di omertà a un senso più generico di «conoscere e non dire», possiamo riscontrare anche altri caratteri, come le caratteristiche proprie che la famiglia, con il tempo, va assumendo. Ogni famiglia ha dei piccoli o grandi segreti nati dal vivere insieme, tramandati dalle generazioni passate.

Nella comunità cristiana

Senza ricorrere a romanzesche saghe familiari, possiamo pensare a un modo di essere, a modalità verbali e non di esprimersi, a forme proprie in cui interpretare i momenti della vita, a tutto un insieme di piccoli o grandi cose che determinano una tonalità ricca di sfumature con la quale stare insieme e vivere le piccole e grandi cose. Più che di omertà potremmo parlare di riservatezza, quasi di pudore nel custodire questo insieme di cose che non vengono trasmesse immediatamente all’esterno, ma che si custodiscono all’interno della famiglia e si maturano in continuazione.

Queste famiglie incontrano la comunità cristiana? Quale genere di impatto trovano? L’interrogativo è necessario e chiama in causa l’essere, la missione della Chiesa e la modalità particolare con la quale si rapporta alla famiglia. L’azione pastorale coinvolge l’intera comunità cristiana e si incarna nel cercare l’incontro con tutti gli sposi e tutte le famiglie nel tessuto della vita di ogni giorno tra le gioie, i drammi e le speranze che lo segnano. La pastorale familiare non può venire meno a questo suo carattere popolare. La tutela della famiglia richiede l’ausilio delle scienze antropologiche, psicologiche, sociologiche e del diritto, così come di una struttura ben definita e organizzata a livello nazionale e diocesano. Tutto ciò deve misurarsi con la quotidianità di incontri e relazioni della quale la comunità cristiana, sposi e presbiteri insieme, è protagonista.

Proprio in questo ampio terreno può nascere l’incontro tra le famiglie che vivono situazioni di omertà e la Chiesa. Esso può avvenire solo se si è acquisita una delicata capacità di ascolto e di dialogo, frutto di amore e passione per la famiglia. Riscontrare da parte di una comunità queste attitudini è segno di una pastorale familiare entrata nella profondità del suo tessuto e non rimasta in superficie, nell’appagamento di qualche iniziativa episodica, nel folclore portato dalla presenza dei bambini o nella preparazione al sacramento del matrimonio con l’esiguo quanto prezioso strumento dei corsi per fidanzati.

Il dialogo con le famiglie in difficoltà richiede un’attenzione reale alla famiglia. La comunità cristiana deve pertanto interrogarsi se non abbia anch’essa troppo indugiato, sulla scia della società civile, a progettare la pastorale rivolta al singolo e in preferenza ai fanciulli e ai giovani, piuttosto che cogliere la persona in quanto parte del sistema famiglia.

Vanno lette in questa direzione le indicazioni da tempo espresse dal magistero e raccolte nel Direttorio di pastorale familiare. Esse individuano nella famiglia il centro unificante dell’azione pastorale e l’invito a considerare come ogni azione promossa dalla Chiesa abbia conseguenze positive o negative sulla famiglia4. Fedele a questo mandato, la pastorale familiare non può limitarsi alla promozione delle iniziative che tradizionalmente le competono, ma deve adoperarsi per sostenere in tutti i settori della pastorale questa rinnovata modalità di approccio alle persone e alle situazioni per incontrare ogni famiglia e in particolare quelle in difficoltà.

"La danza della vita" (particolare) di Edward Munch, catalogo Skira.
"La danza della vita" (particolare) di Edward Munch, catalogo Skira.

L’atteggiamento del Signore (Lc 24,13 e ss), che si accosta ai discepoli sulla strada di Emmaus, per conoscere il tormento che li abitava e per entrare nella loro esperienza offrendo se stesso, è il modello di questa "conversione" pastorale: accostarsi e camminare insieme a ogni persona e, attraverso questo, farsi prossimo a ogni famiglia, coniugando i progetti pastorali con concrete occasioni di ascolto e di accoglienza, quasi raccolte in una "strategia" pastorale.

Nella comunità cristiana gli sposi per primi sono chiamati a testimoniare questi atteggiamenti, traendoli dalla loro stessa vita di coppia e di famiglia. Esercitano così il loro tipico ministero verso la vita e l’edificazione della comunità cristiana5. Esso assume forme proprie nell’umanizzare i rapporti all’interno della comunità ecclesiale e civile, nel rendere significativi i contatti quotidiani e occasionali attraverso l’ascolto, il sostegno e la delicata condivisione.

Queste attitudini pastorali non nascono spontaneamente. Sono frutto di una formazione permanente nella quale i coniugi prendono coscienza del sacramento che hanno ricevuto, del loro ministero, maturano una coscienza ecclesiale partecipando alla missione della Chiesa in modo proprio6. Nei confronti di queste famiglie in difficoltà, un ruolo importante lo svolgono anche i catechisti e in genere gli operatori della pastorale, se nel corso della loro formazione hanno maturato la capacità di rapportarsi con le persone adulte e con le famiglie e se interpretano il loro operato come un servizio che coinvolge la loro persona. Le molteplici occasioni di contatto con figli e genitori sono altrettante possibilità di tessere rapporti umani significativi e offrire disponibilità al dialogo. Infatti, al di fuori dei casi in cui si richiede palesemente un aiuto per uscire dall’omertà, risulta fondamentale da parte di ogni operatore di pastorale creare un clima di stima e di disponibilità tale per consentire la richiesta di aiuto. Occorre inoltre restare in attesa, non forzare i tempi, far conoscere che si è disposti a camminare insieme per cercare vie di uscita. Questo è il messaggio che tutti gli operatori pastorali possono trasmettere attraverso il loro servizio.

Atteggiamento che dev’essere anche dei presbiteri. Chi vive situazioni di difficoltà non di raro si rivolge a loro attraverso il sacramento della riconciliazione e la richiesta di chiarimenti, di conforto. La testimonianza da parte dei presbiteri di questi atteggiamenti ha una particolare efficacia pastorale dando volto alla misericordia di Dio che è di fondamentale conforto per chi si sente gravato da fatti dolorosi e pesanti7. Un aiuto efficace lo possono offrire i religiosi e le religiose attraverso la loro presenza nei settori dell’istruzione, nei luoghi di cura dove possono far maturare il loro servizio ai piccoli, ai giovani, agli ammalati nella prospettiva di essere di aiuto all’intera famiglia.

Abbiamo indugiato nel presentare l’agire pastorale della Chiesa verso le famiglie partendo dall’intera comunità cristiana e dagli atteggiamenti che riteniamo fondamentali. Su questa si articolano iniziative particolari che offrono un proprio contributo verso le famiglie in difficoltà. Segnaliamo, tra le forme specifiche di cura pastorale, i gruppi familiari e gli interventi di prevenzione e di informazione che possono essere promossi insieme ad altre realtà.

I gruppi familiari, se vissuti con metodo e contenuti adeguati8, consentono alle famiglie di riunirsi su temi inerenti la crescita umana e cristiana, favoriscono lo scambio di esperienze, la condivisione. Quando il gruppo ha maturato una buona coesione e si esprime attraverso percorsi formativi, non di raro nascono, nel momento dell’incontro o ancor più all’interno dei rapporti amicali che si intessono, richieste di aiuto. Non va dimenticato, infatti, che le situazioni di omertà sono presenti anche nelle case di chi partecipa attivamente alla comunità cristiana. Proprio nei confronti di queste persone, spesso trattenute dal chiedere sostegno da un senso di imbarazzo e di vergogna, il gruppo familiare può trasmettere discreti messaggi di disponibilità e, se le circostanze lo consentono, farsi anche temerario nell’offrire aiuto per non incorrere nel rischio dell’omertà.

La comunità cristiana per prevenire le cause dell’omertà in famiglia e offrire chiarimenti, in collaborazione con altre realtà, può promuovere interventi specifici quali conferenze, tavole rotonde e altro, su tematiche che interessano la vita della famiglia. Parlare di comunicazione in famiglia, di educazione tra i coniugi e verso i figli, fino a trattare argomenti più specifici, quali l’abuso di alcol, la malattia... può indurre a uscire dalla solitudine nell’affrontare questi problemi. Si offre inoltre l’opportunità di una conoscenza utile in chiave preventiva e si indicano persone e luoghi nei quali è possibile trovare sostegno.

Al riguardo risulta importante la collaborazione con i centri di consulenza familiare. Va curato con particolare attenzione il loro rapporto con l’Ufficio diocesano di pastorale familiare e le parrocchie. Nel rispetto della specificità delle strutture e della complementarità delle proposte a favore della famiglia, risulta preziosa nei confronti delle famiglie in difficoltà l’azione di coniugi adeguatamente formati e sensibili.

Dall’ascolto e dall’offerta di aiuto può maturare, infatti, l’esigenza di un intervento specifico in una struttura che condivida gli stessi valori umani e cristiani e che sia in grado di offrire professionalità e competenze che di norma non appartengono ad un operatore di pastorale familiare.

Il centro di consulenza familiare può così intervenire con il suo tipico apporto di consulenza al singolo o alla famiglia a seconda delle possibilità. Tale sinergia, che richiede conoscenza e stima tra gli operatori di pastorale familiare e il centro, si rivela per entrambi arricchente. Infatti sulla base dell’esperienza acquisita, il centro promuoverà direttamente, o collaborando con la pastorale familiare parrocchiale o diocesana, programmi di prevenzione e fornire indicazioni per un adeguato intervento.

«Quando mai ti abbiamo visto prigioniero?» (Mt 25,44). La colpevole sorpresa della domanda evangelica deve indurre la comunità cristiana ad accogliere, ascoltare e farsi prossimo alle persone e alle famiglie prigioniere di un fatto, di una situazione tenuta nascosta da un sofferto silenzio.

Per non essere omertosa a sua volta, le è richiesta quindi una continua conversione per assumere gli atteggiamenti adeguati, per annunciare a tutti, e anche alle famiglie chiuse nel carcere del silenzio, il vangelo del matrimonio. La strada indicata è quella di Emmaus: accostarsi, interrogare, chiarire per giungere fin dentro la casa, come l’Ospite che dona se stesso nello spezzare il pane. Anche le famiglie in difficoltà riconosceranno il Signore, e la sua salvezza, se qualcuno spezzerà loro il pane.

Enrico Solmi


NOTE

1. Zanichelli N., Vocabolario della lingua italiana, Bologna 1972. Al presente articolo hanno collaborato l’Equipe del Centro di consulenza familiare della Chiesa di Modena e la segreteria dell’Ufficio Famiglia, venendo in soccorso, con le reciproche competenze, alla scarsa bibliografia sul tema. (torna al testo)

2. Conferenza episcopale italiana, Direttorio di pastorale familiare, Roma 1993, nn. 917. (torna al testo)

3. Gruppi familiari Al Anon, I problemi del matrimonio con un alcolista, Milano 1984. (torna al testo)

4. Conferenza episcopale italiana, Direttorio, cit., n. 97. (torna al testo)

5. Familiaris consortio,n. 21; Evangelizzazione e sacramento del matrimonio, n. 104. (torna al testo)

6. Lumen gentium, nn. 11, 31. (torna al testo)

7. Rito della Penitenza, 10. (torna al testo)

8. Cei, Direttorio, cit., n. 128 ss. (torna al testo)

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