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DOSSIER - REQUISITI DELLA CULTURA CRIMINALE (1)

L’OMERTÀ NELLA FAMIGLIA MAFIOSA

di Gianluca Lo Coco
(psicologo clinico)

        

   Famiglia Oggi n. 11 novembre 1998 - Home Page

Il codice dell’omertà, caratteristico dell’organizzazione criminale mafiosa, rappresenta da un punto di vista psicologico la difesa del proprio spazio familiare interno, dell’onore del proprio gruppo di appartenenza. La famiglia mafiosa insegna ai suoi membri il culto della non parola, del silenzio, come requisito essenziale del proprio essere uomini. Il pentitismo sembra iniziare a infrangere il rigore di questi codici, ma in maniera ancora ambivalente e sofferta. Rita, ragazza adolescente appartenente a una famiglia mafiosa, suicidatasi dopo avere deciso di collaborare con la giustizia, abbandonata dai familiari e dalla comunità emerge come caso emblematico.

IL CODICE MAFIOSO

SEGRETI E BUGIE

L'analisi delle relazioni tra segreto e omertà rappresenta uno dei possibili vertici dai quali osservare la realtà delle famiglie mafiose, una dimensione quasi essenziale della loro presenza: basti pensare che della vita delle famiglie di mafia abbiamo saputo pochissimo fino a pochi anni fa, l’alone di segreto e di riservatezza che circondava questo mondo è stato assoluto.

Nel campo delle relazioni familiari il segreto si pone come qualcosa di non detto, saputa ma non mostrata, da non condurre nel registro della svelatezza. Questo tipo di relazione rimanda, nella sua complessità, al rapporto tra presenza e apparenza, tra verità come dis-velamento, a-letheia, e allo pseudos quale non verità, distorsione, velatezza. Temi cruciali per qualsiasi scienza sociale, primariamente per le discipline psicologiche che si muovono nella direzione della comprensione delle radici di questi pensieri.

Esistono temi ed eventi familiari sui quali è possibile esprimere parola, che possono essere pensati, condivisi, scambiati tra i membri del nucleo familiare, temi simbolizzabili che diventano parte della storia costitutiva della famiglia. Su altri temi ed eventi vige al contrario il segreto, la necessità del non essere svelati, non detti e non parlabili. Sappiamo ormai dall’esperienza clinica e psicoterapeutica come la dimensione del segreto familiare, la presenza di temi sui quali la mente non riesce a produrre pensiero, rappresenti fonte di sofferenza e disagio psichico nella rete di relazioni parentali.

Che il detto e il non detto possano avere psicologicamente questa forza e valenza all’interno delle relazioni familiari è comprensibile soltanto se pensiamo al particolare tipo di contesto e contenitore in cui queste esperienze acquisiscono senso, la realtà familiare dell’oikos. L’oikos è uno spazio al contempo fisico e simbolico, contenitore primario di relazioni strutturate da tradizioni e leggi. La storia del singolo viene declinandosi all’interno di relazioni orizzontali con i membri della famiglia e verticalmente, tra passato e futuro, tra antenati e discendenti.

Riferirci all’ètimo originario della realtà familiare ci consente in questo caso di pensare la famiglia come nucleo antropologico costante, appartenente alla nostra tradizione occidentale. L’interno di questo spazio è da sempre stato il regno della donna, custode della casa e del compito educativo dei figli. Lo spazio esterno è invece quello maschile dell’uomo, colui che tiene i contatti con il sociale, con i commerci, la dimensione dell’oiko-nomia. La differenza simbolica tra maschile e femminile è differenza tra dentro e fuori: la soglia è il confine di questo spazio, tra il regno di Estia e quello di Ermes. Il senso dell’individualità del singolo viene a definirsi dall’appartenenza genealogica ad un génos e da quella sociale ad un clan familiare, l’oikos. Vedremo come l’ambito di questi due spazi sia costitutivo della realtà psicologica del mondo mafioso.

Da diversi anni stiamo lavorando a progetti di ricerca che riguardano l’analisi della famiglia mafiosa, lavori che ci hanno consentito una conoscenza più approfondita dell’organizzazione criminale "Cosa nostra" e più specificamente il significato psico-antropologico dell’essere uomo d’onore all’interno di questa struttura. Il pensiero sulla famiglia come cellula elementare dell’organizzazione criminale e sul familiare in quanto categoria di pensiero che fonda il senso di identità del singolo ci hanno mostrato come l’analisi di "Cosa nostra" dovesse necessariamente prendere le mosse dall’analisi delle dinamiche delle famiglie mafiose.

La bocca tradisce il cuore

Ricolleghiamoci alla distinzione precedente tra stirpe familiare, il génos e clan di appartenenza, oikos. Nell’analisi della famiglia mafiosa distinguiamo la famiglia come cellula organizzativa di base della struttura criminale, con le sue regole, i suoi codici, i suoi confini, dalla famiglia come gruppo primario bio-psicologico in cui il mafioso, come tutti gli esseri umani, viene concepito, allevato, educato: una rete di ruoli parentali, di funzioni psicologiche, di processi comunicativi, che vive un proprio ciclo vitale. In questo secondo senso la famiglia può essere considerata matrice della vita psichica e affettiva del singolo, un teatro interno in cui si muovono i personaggi della propria scena familiare, con i quali l’individuo prova costantemente a confrontarsi.

Differenzieremo in questo lavoro il tema del segreto che riguarda la famiglia mafiosa come struttura criminale da quello della famiglia come nucleo psico-socio-antropologico. Due aspetti di una stessa realtà, caratterizzati da somiglianze e differenze, ma uniti dall’appartenere a quel complesso organizzatore di senso che è la famiglia nel mondo mafioso.

Il tema del segreto familiare si lega al tema culturale dell’omertà, su cui tantissimo si è scritto, senza però riuscire finora a definirlo nei suoi connotati psichici relativi al vissuto interno della famiglia in Sicilia. La cultura siciliana è una cultura omertosa? Questo tipo di domande in realtà poco ci aiutano nella comprensione del problema, proprio in quanto necessitano di una risposta che, data in questi termini, avrebbe poco senso. Cercheremo invece di sforzarci ad interrogare ulteriormente questa domanda, di soggiornare in essa, coglierne una possibile trama significativa che non sia una semplice proposizione affermativa o negativa.

«La virità si rici a lu cunfissuri» (la verità si dice solo al confessore); «Cu è surdu, orbu e taci, campa cent’anni ’mpaci» (chi è sordo, orbo e tace, vive cento anni in pace); «La vucca è tradituri ri lu cori» (la bocca è traditrice del cuore). Questi proverbi e detti popolari siciliani ci mettono di fronte a un universo di discorso in cui la parola e l’atto del parlare, del dire la verità, assumono una valenza specifica a livello culturale. Possiamo dire che la cultura antropologica siciliana è una cultura del silenzio, della non parola: si ritiene che la parola omertà derivi come ètimo da omo (uomo), come essere uomo, o da umirtà (umiltà), come essere «obbedienti e rispettosi rispetto a certe massime volute dai potenti», come sosteneva ai primi del ’900 l’Alongi. Omertà come codice d’onore del vero uomo che non parla di fronte all’estraneo, all’autorità pubblica.

Se un uomo subisce un torto, non deve denunziarlo a chi di dovere, ma farsi giustizia da sé, senza ricorrere alla giustizia. Se interrogato non deve dire nulla, l’accusa più infamante verso se stessi è quella di spia. Il vero uomo non parla, non mostra i suoi sentimenti, è coraggioso, sa farsi giustizia da solo. Se andiamo a rileggere le prime descrizioni del mafioso di cento anni fa, ritroviamo sorprendentemente le stesse categorie descrittive, come se l’antropologia locale di una popolazione si sovrapponesse alla figura dell’uomo d’onore. Ma allora il siciliano è mafioso?

Lo sforzo che la psicologia dinamica ad orientamento sociale ha compiuto in questi anni è stato quello di tentare di uscire da queste insolubili questioni, per determinare primariamente quale fosse la matrice di pensiero sottostante questi codici comportamentali e il senso che questi acquisiscono per l’identità del singolo.

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La cultura dell’omertà è un dato antropologico trasmesso da secoli a livello transgenerazionale, un codice familiare e sociale al quale adeguarsi per essere accettati dal proprio gruppo di appartenenza. Dal nostro punto di vista l’omertà raffigura il senso di un’appartenenza fondata su una scissione: da un lato la mia famiglia, la dimensione naturale del Noi («noi siamo una sola famiglia»), dall’altra il sociale, l’esterno, il non Noi, lo Stato, ciò con cui è impossibile identificarsi. Il non parlare in questo senso può essere considerato come fedeltà alla propria matrice di pensiero familiare, le "cose nostre" non vanno riferite agli estranei.

"Cosa nostra" come famiglia: le parole, così accuratamente vagliate e pesate in questo mondo del silenzio, esprimono una forza simbolica davvero stupefacente come organizzatori di senso. L’uomo d’onore dev’essere sempre per la famiglia e mai per sé, la sua identità esiste come alienazione di se stessa all’interno dell’organizzazione familiare. Possiamo sostenere che l’organizzazione "Cosa nostra" rappresenti l’estrema realizzazione di un modo di essere e di sentire presente come dato psico-antropologico in Sicilia.

Nell’immaginario individuale l’uomo d’onore è un superuomo proprio in quanto porta al massimo livello espressivo ed esistenziale categorie di comportamento culturalmente condivise. Forse su questo livello è possibile rintracciare le radici di un’antica collusione tra mafia e società civile, in questo sottile rapporto di condivisione inconscia di dati culturali.

L’onore familiare

Iniziamo a vedere quindi come la comprensione psicologica dell’identità mafiosa si fondi sul tema del "familiare" come categoria in grado di donare senso alla realtà esterna e interna. Il pensiero mafioso costituisce un Noi-famiglia che impedisce al singolo di differenziarsi dall’identico familiare: l’uomo d’onore sarà sempre "cosa nostra" per la famiglia. Il proprio senso di identità individuale acquista i confini del già noto familiare, in una posizione di assoluto assoggettamento psichico. Il mafioso che uccide un membro del clan rivale non compie questo atto per un suo volere personale, ma perché la sua famiglia ha deciso questo. Ad un livello più profondo, il mafioso che uccide, ad esempio, l’amante della sorella segue il comandamento della propria famiglia interna, che gli intima di vendicare l’onore familiare come condizione del suo essere uomo.

Nell’aprile del 1998 viene arrestato vicino a Palermo il latitante Vito Vitale, uomo di spicco dei "corleonesi" di Riina. Il boss è stato intercettato pedinando una delle sue amanti, che regolarmente andavano a trovarlo nel suo rifugio. Il giorno dopo, davanti alla Questura di Palermo, in attesa dell’uscita del boss, i familiari del Vitale si sfogano di fronte ai giornalisti, in un clima di tensione molto alta.

È per noi di grande interesse vedere che cosa ha affermato in questa occasione la moglie del mafioso, una donna di mafia che non ha avuto remore nel mostrare quali fossero le proprie opinioni. Maria Lo Baido, 35 anni, avvicinata dai giornalisti afferma: «Ho vissuto con mio marito questi tre anni di latitanza. Mio marito non ha mai avuto altre donne e quella arrestata con lui è una cugina». Niente accenni alla situazione giudiziaria del marito, alle accuse a lui rivolte: il messaggio da dare è stato che la sua famiglia è unita e che non esistono amanti. Difesa dell’onore familiare, prima di tutto. Il segreto delle amanti del marito difeso attraverso il codice dell’omertà di fronte agli "altri".

Segreto e omertà rimandano ad una rigida strutturazione dell’identità in termini di dentro-fuori, amico-nemico, a livello sia individuale che sociale. Neikos e philia dominano il campo delle relazioni, ostilità e amicizia, tra un gruppo di appartenenza vissuto come rassicurante e un sociale sentito come estraneo. Il non dire, il segreto, protegge la dimensione interiore del clan di fronte all’alterità di un "fuori" minaccioso.

Riaccostiamoci nuovamente al tema del segreto considerando i due livelli della famiglia come clan criminale e della famiglia di sangue.

Uno degli elementi più inquietanti dell’organizzazione mafiosa è la capacità di essersi perpetuata nel tempo senza produrre mai nessun documento scritto circa la propria esistenza, avvolta nella segretezza, nell’invisibilità. Come è stata possibile questa trasmissione di codici, di strutture organizzative, di riti, regole, soltanto per via orale, quasi una riedizione di un diritto consuetudinario che pensavamo fare parte delle società premoderne? Il segreto assoluto come regola d’oro di una struttura criminale. Tutto ciò non sarebbe stato possibile senza un pensiero e una cultura in grado di vivere l’omertà e il familismo come dati fondanti l’identità psichica individuale e collettiva, un "brodo di coltura" assolutamente unico. «Se mi venisse chiesto qual è la base principale del potere di "Cosa nostra" esiterei nel rispondere: la violenza... Rimarrei incerto tra la violenza e la segretezza. Quest’ultima è davvero fondamentale e si esprime in forme molteplici. Permea il comportamento e la mentalità degli uomini d’onore fino nei particolari più insignificanti della vita di tutti i giorni. La segretezza impone di reprimere la curiosità circa i fatti illeciti, sui quali non è permesso fare domande». Con queste parole Tommaso Buscetta, il primo grande collaboratore di giustizia, descrive l’importanza del segreto all’interno della famiglia mafiosa.

Chi, come Giovanni Falcone, conobbe nella sua esperienza la mafia attraverso gli uomini d’onore, coglieva pienamente il valore di certe regole: «L’interpretazione dei segni, dei gesti, dei messaggi e dei silenzi costituisce una delle attività principali dell’uomo d’onore... La tendenza dei siciliani alla discrezione, per non dire al mutismo, è proverbiale. Nell’ambito di "Cosa nostra" raggiunge il parossismo. L’uomo d’onore deve parlare soltanto di quello che lo riguarda direttamente, solo quando gli viene rivolta una precisa domanda e solo se è in grado o ha diritto di rispondere».

Buscetta precisa come «nessun uomo d’onore parla di ciò di cui sa che non deve parlare... Nell’ambiente mafioso le domande non sono ben viste... e ciò vale anche per i commenti, le valutazioni e le chiacchiere». Buscetta parla della mafia come del «regno dei discorsi incompleti». Nella famiglia mafiosa si pesano le parole, si comunica molto per allusioni, sfumature, sottintesi.

Il mafioso difficilmente mostra fino in fondo quello che sente emotivamente o quello che prova, spesso uno sguardo è più indicativo di tanti discorsi. In "Cosa nostra" la tendenza culturale siciliana a non mostrare i propri sentimenti diviene parossistica, rigido habitus di comportamento, proprio in quanto è in questione la sopravvivenza della stessa organizzazione segreta. La riservatezza è un codice che garantisce la sopravvivenza e "l’eternarsi" dell’organizzazione, e questo codice-potere non deve essere mai infranto o intaccato, pena la stessa esistenza dell’individuo, che per questo può essere posato, abbandonato dal proprio clan, simbolicamente ucciso nel suo senso più intimo dell’identità personale.

Chi viola il codice «si pone al di fuori delle regole e a quel punto non lo protegge più niente e nessuno. Le regole costituiscono l’unica salvaguardia del mafioso», sosteneva Falcone. L’uomo d’onore ha l’obbligo assoluto di dire la verità di fronte a un altro mafioso per le cose che riguardano lui o la sua famiglia: la verità è per lui "regola di sopravvivenza". Di fronte all’estraneo o all’autorità il mafioso è al contrario omertoso. La possibilità dell’uomo d’onore di parlare è legata a questa duplice situazione, al prevalere di neikos o philia. In questa capacità di dire e non dire, mostrare e nascondere, è risieduta la forza di autogenerarsi di "Cosa nostra".

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