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DOSSIER - REQUISITI DELLA CULTURA CRIMINALE (2)

L’OMERTÀ NELLA FAMIGLIA MAFIOSA

di Gianluca Lo Coco
(psicologo clinico)

        

   Famiglia Oggi n. 11 novembre 1998 - Home Page

Pentitismo al varco

Abbiamo considerato la dimensione del segreto e dell’omertà riferendoci alla famiglia mafiosa come cellula organizzativa della struttura criminale. Queste conoscenze, è bene ricordarlo, risalgono a non più di quindici anni fa, quando prese inizio quel fenomeno in grado, si diceva, di "far impazzire la mafia", il pentitismo. Per la prima volta degli uomini d’onore cominciavano a parlare, rivelavano i segreti di "Cosa nostra", si autoaccusavano di una molteplicità di omicidi.

Il pentitismo per la prima volta ci mostra il volto interno della mafia, le sue regole e i suoi codici, ma soprattutto ci svela chi siano questi mafiosi in carne e ossa, come siano divenuti tali, quali le loro famiglie e i loro valori. Il cerchio magico del segreto si spezza, si rompe l’incantesimo, possiamo analizzare questa realtà senza più tante idealizzazioni. Ritengo importante precisare che qui consideriamo il pentitismo mafioso esclusivamente da un punto di vista scientifico e di ricerca, senza addentrarci nella questione morale o giudiziaria, in sé rilevantissima e necessitante di altre categorie di analisi.

Come è stato possibile che dei mafiosi, che del segreto e dell’omertà avevano fatto un proprio stile di vita, corrispondente alla propria immagine interna di veri uomini, si siano sentiti in grado di collaborare con la giustizia, di divenire quindi degli "infami" per il proprio mondo, per la propria famiglia, l’unica "grande madre" in grado di proteggerli e accudirli? Con l’atto del pentimento almeno tre erano i livelli familiari che si andavano a violare: la famiglia mafiosa, il clan, il quale subito emetteva una condanna a morte per il pentito e per i suoi familiari; la famiglia reale, con le donne, madri, mogli o figlie, che pubblicamente rinnegavano l’infame, vestendosi a lutto e giurando pubblicamente che per loro quel personaggio era come se fosse morto; la famiglia interna, quella rete di figure parentali idealizzate con la forza affettiva di aspettative e desideri da assecondare e non tradire.

Nell’atto del pentimento vengono violati la dignità e l’onore familiare, l’ombra dell’infamità avvolge tutti i membri del nucleo: per questo spesso il parente pentito viene immediatamente ripudiato, per dire con forza a se stessi e agli altri che la famiglia non ha nulla a che fare con quel membro degenere, che ha tradito le regole dell’appartenenza familiare. Non è un caso che la figura familiare che maggiormente si fa carico di questo onere sia la donna, la madre o la moglie.

La centralità della donna

Nella famiglia mafiosa la donna è la custode dell’onore familiare, colei che rispecchia con il suo modo di essere la rispettabilità dell’intera famiglia. Disonorare una donna in Sicilia equivale a disonorare un’intera famiglia. Abbiamo precedentemente notato come la dimensione familiare andasse compresa in un’ottica psico-antropologica, riaccostandoci all’esperienza transgenerazionale dell’oikos. L’oikos è lo spazio sacro della stirpe, il regno della donna, la custode del focolare. Il focolare in antichità rappresentava l’ombelico, il centro della realtà familiare, l’omfalos. Il termine greco significava originariamente anche "cordone ombelicale", quasi a raffigurare la centralità dell’importanza del collegamento generazionale, la sacralità della continuità della stirpe.

La donna custodisce la casa e vigila sull’educazione dei figli, quello è il suo primario compito esistenziale. Senza di lei il génos non avrebbe più senso. A questo livello ritroviamo la funzione della donna nella famiglia in Sicilia come "madre di famiglia", colei che raffigura questa istituzione vivente. Le donne di famiglia mafiosa educano i figli a essere veri uomini d’onore, a fare propri i valori di quel mondo: per questo la scelta del figlio di collaborare può essere vissuto come fallimento esistenziale del proprio essere donna.

Il pentimento rompe il segreto familiare, viola l’appartenenza al proprio spazio sacro, lascia irrompere lo spettro della vergogna e dell’infamia. Spesso nelle famiglie mafiose la presenza di un pentito diventa il nuovo tema intorno al quale si erige il muro del segreto, la colpa che non può essere svelata. Una storia familiare, più di qualunque altro discorso, può darci il senso dell’esistenza tragica di "Cosa nostra". La storia della famiglia Atria, divenuta nota al pubblico in virtù della drammatica fine di Rita, ragazza diciassettenne suicidatasi dopo avere intrapreso la strada della collaborazione con la giustizia. In queste vicende familiari traspare il peso che il segreto può possedere in una realtà chiusa, dove la tutela dell’onore e il rispetto dell’omertà rappresentano dei numi tutelari.

La storia di Rita Atria

Rita è sempre stata un tipo deciso. Chi l’ha vista ha un ricordo di lei come di una ragazzina dura, decisa, testarda. Il padre e il fratello, con la loro autorità maschile, o la madre non riuscivano a tenerla. L’infanzia di Rita, la "mafiosa in gonnella", è segnata profondamente dall’uccisione del padre, don Vito; il 18 novembre del 1985 fu riportato a casa il cadavere crivellato di colpi: in quella casa era tutto un urlare e giurare vendetta. Don Vito era stato un personaggio importante di Partanna, amico dei mafiosi, uomo di rispetto, ma ormai il vento era girato, la morte si respirava nell’aria, Vito era stato "posato".

Dal giorno dei funerali del padre, Rita rimugina vendetta: adorava suo padre e dopo la sua morte aveva riversato questo sentimento sul fratello, uomo indipendente, che a differenza di lei aveva potuto già andare via da casa. Rita lo va a trovare ogni giorno al bar di Montevago, Nicola è diventato ricco e molto ambizioso. Si era dato al malaffare, girava sempre armato, era nel giro della droga, rimane però sempre un "pesce piccolo". Il 24 giugno 1991 anche Nicola Atria viene ucciso. Due mesi dopo Piera Aiello, moglie di Nicola, a cui mai erano piaciute le frequentazioni del marito, inizia a parlare con i carabinieri su tutto quello che sa riguardo la mafia del paese. Non è mai stata donna di mafia, parla e fa arrestare parecchie persone. Partanna si indigna: Calogero, il fidanzato di Rita, la lascia, perché uno come lui non sta con la cognata di una pentita. Rita è rimasta sola: sta tutto il giorno rinchiusa in casa con la madre, una donna silenziosa, sola. Rita non ha marito, non ha figli, tutto sarà difficile. Piera è stata trasferita a Roma per motivi di sicurezza, le hanno dato una casa e un sussidio per vivere. Ha abbandonato la realtà mefitica di Partanna, se ne frega di chiacchiere e maldicenze.

Partanna è poco più che un insieme di case nella valle del Belice, paese dissestato dal terremoto, ad economia agricola, in realtà invaso dal denaro del narcotraffico. Sono tutti figli di contadini, ma nessuno oggi pensa più alla terra come mezzo di sussistenza. La mafia, quella aggressiva delle mitragliette e dei miliardi da riciclare, è arrivata solo nei primi anni Ottanta. Tra il 1979 e il 1988 il paese conosce ben due sanguinarie faide mafiose.

Don Vito era un uomo di rispetto. Era stato ribattezzato il "paciere", colui che sa dirimere qualsiasi problema. È la classica figura del mafioso agricolo degli anni ’70. «Mio padre – sosteneva Rita – si occupava di tutto questo, per quanto ne sappia io, senza ricavarne particolari vantaggi economici, ma soprattutto per questioni di principio e di prestigio negli ambienti di Partanna che contano». È onorato e riverito dall’intero paese. Ha anche la fama di essere un discreto dongiovanni, un maschio siculo ardente.

Solo con gli Accardo china il capo: la famiglia da sempre rispettata del paese. Senza la loro protezione don Vito sarebbe «niente ammiscato cu’ nuddu». Don Vito ha però commesso un grave errore, quello di non capire che il tempo del benessere costruito rubando bestiame e vendendo e affittando terreni è finito, e che la giostra del potere mafioso si muove ora grazie ai soldi del narcotraffico. Questo errore gli è costato la vita; viene ucciso nella prima guerra di mafia, una sorta di cambio generazionale ai vertici di "Cosa nostra" della zona.

Foto funebre di Rita Atria. Il giudice Paolo Borsellino.
Foto funebre di Rita Atria. Il giudice Paolo Borsellino.

Sostiene Rita: «Fu mio fratello Nicola a indicarmi sia il movente che le persone interessate a eliminare mio padre. Nicola riteneva che papà svolgesse una funzione di mediatore tra diversi interessi facenti capo alle persone più importanti di Partanna, persone che si riunivano per decidere soprattutto su affari illeciti riguardanti tutto il paese».

«Prima degli anni ’80 – spiega Rita ai giudici di Marsala – le attività fondamentali della cosca consistevano nei furti di animali, in illeciti interventi nella spartizione degli appalti, in una intermediazione nell’attività illecita che si svolgeva nel territorio... Nicola mi riferì che negli anni ’80 aveva cominciato a circolare la droga e che mio padre, insieme agli Ingoglia, i Petralia, si erano opposti a tali traffici, ma inutilmente, poiché la decisione finale spettava sempre agli Accardo».

Rita è dunque una testimone e una custode dei segreti di mafia della famiglia e del paese. È a conoscenza dei traffici illeciti, della gerarchia degli uomini d’onore, di cosa si muove e cambia nel suo paese. Il suo ruolo di donna di mafia sarebbe dovuto consistere proprio nella capacità di sapere e di tacere, di proteggere così la forza e l’onore della famiglia. Segreto e omertà.

Anche la confessione di Piera Aiello dimostra come in realtà le donne sappiano ma non parlino: «Io non ce l’ho con i partannesi, ce l’ho con le vedove dei partannesi. Loro a voi possono dire che non sanno niente, ma a Piera Aiello questo non lo devono raccontare. Una donna lo sa sempre cosa sta combinando suo marito o suo figlio».

Sua madre Giovanna

Giovanna, la madre di Rita, cinquant’anni superati da un pezzo, è stata poi soprannominata «donna d’onore». Madre ingrata, senza cuore, nel racconto della figlia, ha cercato con tutti i mezzi di impedire a Rita di parlare: l’ha minacciata di morte, ripudiata, non è andata ai funerali. Ha sempre rifiutato come offesa infamante quella di madre snaturata: «Io sono la madre, io l’ho partorita e solo io so quanto bene volevo a quella figlia». Il potere e l’onnipotenza della Grande Madre Mediterranea sono tutti in queste parole. «Io sono la madre, io l’ho partorita» significa che lei è colei che genera, colei che dà vita, e che quella vita può anche simbolicamente togliere, con il rifiuto o con il ripudio. Io ti ho generata e al di fuori di me non puoi essere nulla, dunque segui i comandamenti della madre, sii obbediente, acquieta il mio potere di morte.

«Rita, non t’immischiare, non fare fesserie», le diceva Giovanna, giorno dopo giorno. Giovanna si considera una donna moderna, faceva tutto per garantire un radioso avvenire a sua figlia, le aveva anche permesso di andare a studiare a Sciacca, di affittare una casa con altre studentesse. Altro che donna all’antica. Ma che la figlia si mettesse in testa di fare la spiona, no, questo non aveva potuto sopportarlo. Rita era cresciuta proprio come voleva la madre, brava a scuola, niente grilli per la testa; ed era andata fiera di questo risultato, lei madre, che come moglie aveva una vita tanto travagliata: il marito donnaiolo, il paese che parla: spesso in casa Atria si presentavano liti furibonde, con urla, pugni, calci. Di tutto questo si parlava poco in famiglia, il padre sempre impegnato, la madre silenziosa, che lasciava trasparire qualcosa soltanto da sguardi e gesti.

Nel suo diario Rita parla di «un padre e una madre che non riuscivano ad amarsi, quella madre che soffriva, ma l’unica cosa che riusciva a fare era riversare la sua collera sui figli, quel rancore che le cresceva dentro perché non era riuscita a costruire nel suo passato una famiglia felice».

Rita viveva un profondo senso di disconferma da parte della madre, anche a livello esistenziale: quando scoprì che la madre, incinta di lei, aveva pensato di abortire, lei che era la terza figlia, annota nel suo diario: «Non lo voleva, non desiderava un altro bimbo da cullare e da amare, perché in quel grembo amore non ce n’era stato mai».

In questo Vito Atria innescava relazioni di gratitudine e colpevolezza con molta facilità nella mente della bambina. Un giorno se la prende sulle ginocchia e le racconta che lei esiste perché papà lo ha voluto, mentre la mamma la voleva morta.

«La madre sono io, io l’ho generata»: il potere di vita e di morte si esercita anche con atti plateali, difficilmente concepibili senza considerare il dramma affettivo inconscio che vive la Grande Madre di Rita. La foto nella lapide, l’immagine di quel ricordo, deve sceglierla lei, lei che l’ha generata. Quando scopre che quell’infame di sua nuora ha sistemato una foto nella tomba della sua Rita, il giorno dei morti si reca al camposanto e con un martello spacca la foto. E il giorno del funerale di Rita non si presenta, sta rinchiusa in casa, dice che non ha la forza di uscire. «Mai ho pianto tanto come quel giorno... Mai ho sentito il mio petto esplodere in pezzi come quel giorno: né per mia madre, né per mio fratello».

Quella di Rita è la morte più tragica, quella che spezza il cuore più al centro: e non solo perché è morta suicida, perché negli ultimi otto mesi della sua vita non l’ha vista più. Ma perché con Rita si era infranto il proprio mito di donna, di madre, incapace di plasmare la figlia a sua immagine, una figlia che parlando aveva tradito l’onore familiare che lei avrebbe dovuto insegnarle: la morte di Rita è una ferita narcisistica al compito di Giovanna come donna-madre di mafia. Giovanna ancora oggi di mafia non parla, niente sa e niente vuole sapere.

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