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DOSSIER - REQUISITI DELLA CULTURA CRIMINALE (3)

L’OMERTÀ NELLA FAMIGLIA MAFIOSA

di Gianluca Lo Coco
(psicologo clinico)

        

   Famiglia Oggi n. 11 novembre 1998 - Home Page

Messaggi di vendetta

Il 5 novembre del 1991 Rita si reca in procura a Sciacca, vuole parlare. Da un paio di settimane telefona a ripetizione ai carabinieri: «Ve l’ho detto e ripetuto: voglio collaborare, ho delle cose importanti da dire, com’è che non mi avete cercato?». Parla con Alessandra Camassa, sostituto della procura di Marsala, l’ufficio guidato da Paolo Borsellino. Sostiene la Camassa: «Ciò che spinge Rita Atria a diventare un collaboratore di giustizia è il desiderio di trovare un’altra strada rispetto a quella del fratello Nicola... La stessa rabbia cieca che dopo l’uccisione di Vito Atria aveva spinto il figlio maschio a infiltrarsi tra le cosche per farsi giustizia da solo, vendicando l’assassinio del padre e riabilitando l’onore della famiglia».

Le due strade di vendetta perseguite da Nicola e da Rita sono però molto diverse tra loro. «Nicola interpreta il bisogno urgente di vendetta nel segno della continuità con la cultura paterna», sostiene sempre la Camassa. «Anche lui sceglie la via delle armi, la metodologia criminale, la tradizione mafiosa». Rita, in quanto donna, non può seguire la via delle armi: il potere femminile della cultura siciliana prevede che lei sia custode dell’esperienza della vendetta da tramandare generazionalmente alla famiglia.

Rita Atria rompe con questa tradizione: non ci sono parenti a cui trasmettere il messaggio della vendetta. Gli uomini sono tutti morti. La sorella maggiore è andata via dalla Sicilia, la madre è poco più che un oggetto ostile e incomprensibile per lei. È sola, e da sola deve gestire questa esperienza. L’unica figura positiva che abbia di fronte è la cognata Piera, un’amica e una sorella, la "pentita" che è andata a vivere a Roma. Rita torna a casa, ma ormai è una sepolta viva, non può fidarsi di nessuno, chi doveva sapere ormai ha saputo; la madre no, per fortuna ancora non sospetta nulla.

Rita trova uno spazio di dialogo nel suo diario personale, che continua a riempire, facendo trasparire, in quel novembre del ’91, la sua estrema solitudine. La paura comincia a generare ansia e insonnia. Rita capisce di essere in pericolo di morte: con la mafia di Partanna non si scherza, lei ha tradito, è una condannata a morte, prima o poi gliela faranno pagare. Prestissimo viene fatta allontanare dal suo paese e messa sotto protezione dalle autorità. Raggiunge la cognata a Roma dove passa un periodo di relativa tranquillità. Conosce anche un ragazzo, si innamora, è felice.

Il capodanno del 1991 si reca a trovare la madre a Partanna, ma è una serata angosciante: «Ci siamo isolate in una stanza per avere un breve colloquio, durante il quale mia madre con tono minaccioso mi disse che il giorno che verrà a conoscenza che collaboro con la giustizia, mi farà fare la stessa fine che ha fatto mio fratello Nicola... Visto il convincimento e la durezza di mia madre, ho provveduto a tranquillizzarla e a rassicurarla che niente sarebbe successo». Decide di studiare per sostenere gli esami di ammissione al terzo anno della scuola alberghiera ad Erice, in Sicilia. Svolge un tema sulla mafia, sulla morte del giudice Falcone.

Veduta di Partanna, paese della famiglia Atria.
Veduta di Partanna, paese della famiglia Atria.

In quel periodo Rita pensa a scrivere una propria biografia, lasciata in un’agenda che portava con sé. È un documento di straordinario interesse per la profondità psicologica che evidenzia, in un ritmo della narrazione inizialmente onirico e malinconico, quando ripercorre vissuti emotivi e ricordi legati alla propria infanzia, quasi flash di emozioni che riemergono con una carica ancora fortissima. Dalla fine di dicembre cominciano ad emergere temi marcatamente depressivi, dove il pensiero della morte e del funerale si fa vivamente presente. «Sono quasi le nove di sera, sono triste e demoralizzata, forse perché non riesco più a sognare, nei miei occhi vedo tanto buio e tanta oscurità. Non mi preoccupa il fatto che dovrò morire, ma che non riuscirò mai ad essere amata da nessuno. Non riuscirò mai ad essere felice e a realizzare i miei sogni. Nessuno potrà mai capire il vuoto che c’è dentro di me... Credevo che il tempo potesse guarire tutte le ferite, invece no, il tempo le apre sempre di più, fino a ucciderti, lentamente. Quando finirà quest’incubo?» (Roma, 12-1-1992).

Nel diario Rita sfoga tutto il suo senso di insicurezza instaurando un dialogo col fidanzato, Gabriele, che rappresenta la persona a lei più vicina e sulla quale investire tutta la propria carica emotiva. Drammatico è l’appunto scritto il 19 luglio 1992, appena saputa la morte del giudice Paolo Borsellino: «Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita... Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarsi. Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi, ma io senza di te sono morta».

Il giudice Borsellino

La vita di Paolo Borsellino, per caso o per necessità, negli ultimi anni si era incrociata con quella, drammatica, di diverse collaboratrici di giustizia, donne di mafia che rompevano il muro del silenzio per la prima volta in Sicilia, donne che infrangevano una tradizione e un ruolo che le voleva silenziose complici di un potere gestito dagli uomini, donne-madri dedite al culto matriarcale della famiglia. Pietra Lo Verso, moglie di un commerciante morto nella strage di piazza Scaffa, che accusò gli assassini del marito, Giacoma Filippello, Piera Aiello, Rosalba Triolo, e lei, Rita Atria.

In lui avevano trovato un giudice e un uomo straordinario, sempre disponibile a venire incontro alle loro richieste o difficoltà. Con Rita Atria aveva istituito un rapporto quasi paterno, per quella ragazzina appena diciassettenne di Partanna, che aveva osato sfidare ciò a cui mai avrebbe potuto ribellarsi. Ogni incontro erano abbracci, baci, comprensione e sostegno umano. «E quando Rita gli parlava, piangendo, della madre che non voleva capire la sua scelta di collaborare, lui la confortava: " Ma che ti frega, Rituzza, un giorno lo capirà, nel frattempo non sei sola, tu hai me". E lei si faceva abbracciare, come una bambina». Il giorno della strage di via D’Amelio, Rita confidò a Piera, davanti la televisione: «Il mio destino è atroce, ogni volta che mi affeziono a qualcuno come a un padre, la mafia me lo ammazza».

Spesso nella decisione del pentimento è fondamentale la presenza di una figura forte che possa porsi come modello di identificazione del soggetto, per colmare il buco di significazione che la propria identità esperisce, quando viene a crollare il modello rassicurante e protettivo dell’istituzione mafiosa. Rita in Borsellino aveva trovato affettivamente un altro padre, una figura in grado di accudirla e seguirla nel suo percorso travagliato di crescita, di fronte a un’assoluta mancanza di altri affetti familiari.

La scomparsa del giudice è internamente una definitiva perdita di punti di riferimento per l’identità, identità che così difficoltosamente si era venuta ricostruendo. È come se nella sua esperienza Rita abbia vissuto come una infinita coazione a ripetere, dove gli affetti le vengono strappati con il sangue e col dolore, dove un futuro di speranza viene a tramontare di fronte ad un drammatico presente di vuoto e di incertezza. Con Borsellino viene dilaniata anche quella parte dell’identità di Rita che insieme a lui combatteva le cosche mafiose. E se hanno ucciso un personaggio importante come Paolo, chissà cosa mi riserva il destino, a me, ragazza diciassettenne di Partanna. Rita forse capisce di avere sbagliato tutto, chi le darà la forza per continuare?

Il servizio di protezione le concede finalmente una casa autonoma. Ma in quei giorni è triste, stanca, ha perso entusiasmo e gioia nelle piccole cose quotidiane. Il tema della morte ridiventa dominante nei suoi pensieri: la penultima notte della sua vita, Rita dice alla cognata di non piangere se lei dovesse morire, perché in quel momento raggiungerebbe le persone che ha veramente amato. Il giorno dopo, una settimana esatta dopo la morte del "suo" giudice, Rita si lancia nel vuoto da casa sua, settimo piano. Ai funerali, in Sicilia, poca gente: la madre, come sappiamo, non si è nemmeno presentata. La drammatica vicenda personale di Rita ha assunto rilievo nazionale in quanto ha rappresentato nell’immaginario comune la tragedia dell’eroina ribellatasi alle maglie del dominio mafioso in Sicilia.

Dal nostro punto di vista, la storia della famiglia Atria ci consente di visualizzare il travaglio interno che la famiglia mafiosa ha cominciato a mostrare dai primi anni Novanta. Ci sembrerebbe generico e riduttivo sostenere ora che siamo in presenza di una rottura del velo del silenzio e dell’omertà. Le vicissitudini sul tema del segreto possono qui essere declinate seguendo due direzioni.

Prospettive diverse

Al nostro sguardo di osservatori gli Atria sembrano condividere il segreto dell’appartenenza della famiglia al mondo mafioso: di fronte a giudici e autorità non ne parlano né Rita, né la madre, né il fratello. Nelle loro testimonianze il padre è stato ucciso senza una ragione e su questo discorso, per loro, non vanno spese inutili parole. Silenzio.

Segreto, abbiamo visto, è la dimensione di ciò che non va svelato, mostrato agli altri. All’inizio della sua collaborazione, Rita non parlerà del padre come di un mafioso, ma come di un grand’uomo, rispettato, buono, generoso. La tipica idealizzazione di una figura genitoriale onnipotente sotto le spoglie culturali di quelle caratteristiche che devono fare di un uomo un "vero" uomo. Non pensiamo che Rita menta su questo punto: qui intravediamo la tipicità psichica della realtà del pensiero mafioso.

L’ottica psicodinamica

Nel campo del pensiero familiare degli Atria don Vito non può essere confuso con un delinquente, ma si mostra con la potenza del personaggio rispettato e riverito, colui che gode di un prestigio personale. Sarà soltanto con fatica che Rita, nel corso dei suoi interrogatori, potrà iniziare a guardare suo padre anche come mafioso, prendendo distanza dalle proprie matrici interne. Come questo processo sia difficoltoso e impervio lo mostra il tragico epilogo della vicenda. Rita viene a trovarsi sola, fuori dal suo paese di origine, abbandonata dalla madre e dagli amici, senza punti di riferimento interni capaci di garantire un senso di continuità alla propria persona. Tradire la famiglia mafiosa significa esperire un angoscioso senso di abbandono da parte di quel nucleo che solo garantiva sicurezza e protezione.

L’altra prospettiva da cui osservare il segreto familiare nella famiglia mafiosa è quella di Giovanna, la madre di Rita. Di fronte al tradimento della figlia, che ha violato i segreti familiari, che parla con gli "sbirri", Giovanna non può far altro che rifiutarla, abbandonarla, volere per lei la morte. La figlia "pentita" disonora l’intera famiglia e soprattutto disonora lei, la madre, che non è stata in grado di insegnarle nella vita che cosa era il "bene" e che cosa il "male". Parlare è male, tacere è bene: il regno della morale capovolta.

In conclusione a questi accenni al tema del segreto nella famiglia mafiosa vorrei soltanto ribadire come possa essere utile considerare un’ottica psicodinamica sui temi culturali dell’omertà e del silenzio. Occorre sempre guardare come in quello che si mostra come un atteggiamento collettivo, l’omertà, sia possibile rintracciare un senso che rimanda a una soggettività personale, la quale non può essere disgiunta dalla storia collettiva. Singolare e plurale, Io e Noi, categorie che in queste analisi non possono essere ricondotte in maniera riduttiva l’una all’altra, categorie essenziali per comprendere la complessità del senso della realtà mafiosa. Di fronte ad una cultura della modernità che ha posto come primaria la dimensione dell’Io e dell’individuo quale artefice della propria storia, il pensiero mafioso ha dato assoluta preminenza psichica alla realtà familiare quale unico Noi possibile. In questo senso ogni violazione del codice dell’omertà è un piccolo progresso dello spirito comunitario della polis. Ma pochi Solone hanno finora attraversato la nostra storia.

Gianluca Lo Coco

   

BIBLIOGRAFIA

  • Arlacchi P., Addio, Cosa Nostra. La vita di Tommaso Buscetta, Rizzoli, Milano 1994.
  • Di Maria F. (a cura di), Il segreto e il dogma. Percorsi per capire la comunità mafiosa, Franco Angeli, Milano 1998.
  • Falcone G., Cose di Cosa Nostra, Rizzoli, Milano 1991.
  • Fiore I., Le radici inconsce dello psichismo mafioso, Franco Angeli, Milano 1997.
  • Lo Verso G. (a cura di), La mafia dentro. Psicologia e psicopatologia di un fondamentalismo, Franco Angeli, Milano 1998.
  • Principato T., Dino A., Mafia Donna, Flaccovio, Palermo 1997.
  • Rizza S., Una ragazza contro la mafia. Rita Atria morta per solitudine, La Luna, Palermo 1993.
  • Siebert R., Le donne, la mafia, Il Saggiatore, Milano 1994.
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