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CONSULENZA GENITORIALE - NON SI VEDE BENE CHE CON IL CUORE

L'essenziale è a volte invisibile

di Luisa Perotti
(psicologa)

        

   Famiglia Oggi n. 11 novembre 1998 - Home Page Gli affetti parlano un loro linguaggio speciale, spesso silenzioso. L’importante è prestare loro attenzione. Anche per tradurre le richieste erotiche. E per dare parola al vissuto inespresso.

Matteo è un bimbo di 8 anni e frequenta la terza elementare. Viene segnalato dall’educatrice domiciliare che già segue il fratello maggiore per problemi scolastici.

Matteo è un bambino ipercinetico, capriccioso, provocatorio, lamentoso e spesso triste. Presenta una forma minore di disfunzione della produzione linguistica: una specie di micropatologia che si manifesta mediante una specifica resistenza alla pronuncia di determinati fonemi, che vengono così distorti con varianti articolatorie soggettive: le consonanti occlusive, P e T, diventano spiranti, S e Z.

I suoi disegni e i suoi racconti sono ricchi di episodi di violenza, di sangue e di morte, con diversi richiami fallici, a tinte cupe. I protagonisti sono sempre impotenti di fronte alle difficoltà e periscono, mentre i personaggi dei disegni sono senza mani, senza piedi, e, soprattutto, senza volto. Incapace di concentrare l’attenzione, preferisce giochi non competitivi: non sopporta di perdere. Ha modalità persecutorie, per cui la colpa è sempre degli altri. Soffre di pavor nocturnus: è profondamente angosciato dalla visione, durante il sonno, di fantasmi e uomini scarafaggio. È aggressivo nell’esprimere l’affettività.

La madre mostra preoccupazione, e racconta di episodi simili avvenuti gli anni precedenti, sentendosi impotente di fronte alla situazione, e lamentando la scarsa pazienza nell’educare i figli da parte del marito, assente per quasi tutta la giornata per motivi di lavoro.

Il padre, infatti, non compare nei disegni di Matteo, non c’è neanche nelle stanze da letto della casa che il bambino ripetutamente disegna. Il bambino è profondamente arrabbiato con il proprio padre e rifiuta la relazione con lui. Matteo erotizza qualsiasi relazione affettiva, ha paura di quello che sente, che sente come mostruoso, è incapace di controllare le proprie pulsioni aggressive ed erotiche, è «come una porche che non ha i freni funzionanti».

Incapace di affrontare i propri sentimenti, li distorce fino a tramutarli in allucinazioni, in fantasmi. Ha paura di soffrire e nega così il dolore, o meglio la capacità di provarlo, la propria parte sensitiva. Infine si sente profondamente handicappato per il difetto di pronuncia, giungendo a non accettarlo.

L’ascolto che guarisce

Ascolto, allora, a chi? Dapprima alla madre, un ascolto per leggere insieme le emozioni di Matteo in base alle percezioni della madre, appunto.

Ascolto, soprattutto, al bambino: le sue richieste erotiche sono state tradotte come richieste affettive. Si è confermata la bontà dei fantasmi: sono cioè brutti ma buoni. Lo si è confermato sulle proprie risorse emotive, sulle proprie capacità di affrontare il dolore. È stato incoraggiato nel riconoscimento dell’esistenza della propria rabbia, specie nei confronti del papà troppo assente.

L’evoluzione del lavoro ha comportato l’attenuazione prima e la scomparsa poi della netta contrapposizione tra buoni e cattivi, fra parte buona di Matteo e parte cattiva, fra «sole buono e sole cattivo». Il papà diventa un birbante e compare sempre nei discorsi di Matteo. Anche il proprio difetto e la malattia di sua sorella possono essere affrontati, perché ci sono le risorse per affrontarli, il papà ora c’è, e c’è soprattutto l’affetto che li lega, entrambi, l’uno all’altro. La paura dei fantasmi acquista maggiori sembianze umane: i fantasmi diventano ladri, e poi scompaiono.

Ora Matteo ha costruito le fondamenta del proprio rapporto con il papà, sta appunto costruendo "una casa in campagna con l’aiuto del papà". Il difetto di pronuncia è scomparso: Matteo ha riappreso il linguaggio delle emozioni. Fiducia nel genitore, anche se appare all’inizio inadeguato, incapace o addirittura assente, è una forma di ascolto.

Dare un nome alla rabbia

Leggere e riportare, insieme al genitore, quanto viene detto dal genitore stesso al mondo del bambino, serve a confermare il genitore nel suo essere genitore, cioè che lui sente e sente bene il figlio, che lui vuole bene a suo figlio, e che questo bene è la risorsa principale per il figlio. Si aggira in tal modo la paura del giudizio e il senso di colpa che vivono i genitori che affidano a un tecnico del tutto estraneo il proprio figlio.

Similmente sul fronte del bambino è fondamentale dirottare le sue richieste ai genitori: nelle sue richieste erotiche Matteo è stato delegato infatti al padre, incoraggiandolo sulla bontà dell’espressione dei propri sentimenti. Il problema non è stato quindi affrontato come il bambino lo presentava, come un problema di genere, ma come un problema di identità. Matteo è profondamente arrabbiato con il proprio padre, rabbia negata la sua, e così ributtata dentro, introiettata. Il bambino è stato incoraggiato nel riconoscere l’esistenza di questa rabbia, nel darle un nome e una direzione, senza cadere nel suo gioco di farla agire agli altri.

Si può parlare così a un bambino, usando come strumento il rapporto empatico, o controtransfert, o ascolto emotivo, inteso come capacità non solo di vedere ma anche di sentire l’altro.

Dare parola alle parole inespresse che gridano e urlano comprensione comporta allora nei confronti della famiglia essere estranei al giudizio, mentre nei confronti del minore creare un ambiente terapeutico di ausilio e supporto per aprire una finestra sul mondo emotivo. «Non si vede bene che col cuore, davvero l’essenziale è invisibile agli occhi».

 

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