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ASPETTI ANTROPOLOGICI DELL’IDENTITÀ PATERNA

La nascita del padre

di Giuditta Lo Russo
(docente di Sociologia presso l’Università La Sapienza di Roma)
            

   Famiglia Oggi n. 11 novembre 1999 - Home Page Alle radici della paternità vi è un’antica realtà in cui il legame biologico con i figli da parte dell’uomo era sconosciuto. La scoperta del suo contributo genetico e un lungo travaglio culturale hanno dato vita alla moderna e tradizionale concezione. Oggi, tuttavia, è in atto un rinnovamento sulla base di comportamenti materni.

C'è, nel retroterra della nostra cultura, una realtà poco nota, dimenticata e rimossa. Si tratta del complesso nodo antropologico della paternità. Portare alla luce questa realtà sommersa significa ripercorrere il processo di gestazione culturale della figura antropologica del padre e rintracciare le basi fondative che, negli umani, hanno reso possibile la formazione dell’identità paterna. La consapevolezza di quello che è stato il lungo travaglio maschile che ha messo al mondo la figura del padre può aiutarci a capire le difficoltà dei padri di oggi, tra nuovi ruoli e nuove identità.

Una ricerca sistematica sulla paternità ci fa innanzitutto scoprire che essa, nel senso in cui la intendiamo noi, non è sempre esistita. Sia la paternità che la maternità hanno un fondamento genetico prima ancora che emotivo e culturale. Ma, mentre il legame genetico con la madre è stato da sempre immediatamente evidente, non la stessa cosa può dirsi per la relazione paterna. Attraverso una significativa letteratura antropologica, etnografica, mitologica, linguistica, è possibile documentare che, nelle culture prescientifiche, non c’era consapevolezza del legame di consanguineità tra padre e figlio, non essendo ancora nota, cioè scoperta, la proprietà fecondativa dello sperma.

Le rappresentazioni arcaiche della nascita, nella molteplicità delle espressioni di cui abbiamo testimonianza, hanno alla loro base la non conoscenza del ruolo genetico svolto dal padre nel concepimento. La gravidanza è diffusamente considerata l’incarnazione nella donna di uno spirito che può giungere a lei nei modi più diversi: per contatto con una sostanza magica o con il passaggio attraverso un centro totemico; possono esserci gravidanze provocate da alcuni fiori o frutti, dalle acque dei fiumi o dei mari, dalla pioggia o dal vento, dagli astri, frequentemente dai poteri fecondanti della luna. È stata dimostrata la diffusione di tali credenze da un capo all’altro del mondo antico. Ancora nel nostro secolo ne sono state raccolte significative testimonianze presso popolazioni di interesse etnografico come quelle visitate da Malinowski, Roth, Spencer e Gillen, Kaberry e altri.

È giustificato ritenere che l’idea di fecondazione non poteva appartenere all’umanità fin dalle origini. Ciò che è immediatamente evidente è la gravidanza, non l’oscuro processo che la determina. Come questo avvenga, cosa non manifesta né osservabile, è stato oggetto di congetture e controversie continuate ben oltre lo stadio della cultura cosiddetta primitiva. Al carattere fenomenico della parte avuta dalla madre nella procreazione corrisponde dunque, come dato biologico immediato, la naturalità della relazione fisica madre-figlio. Il contributo genetico maschile, parte dell’aspetto non fenomenico della procreazione, non potendo essere osservato, può solo essere inferito e non senza difficoltà. La relazione biologica che ne deriva è pertanto molto meno chiara ed evidente di quella materna. Il problema della paternità e dell’identità maschile si pone dunque inizialmente come problema che investe il livello di conoscenza dei processi fisiologici legati alla generazione nelle culture arcaiche. Se tutti gli uomini e tutte le donne di una determinata cultura ignorano l’esistenza di un nesso causale tra rapporto sessuale e gravidanza, essendo tale nesso il fondamento della paternità biologica, la paternità è fuori della realtà di questa cultura, semplicemente non esiste. Una riflessione sulla formazione dell’identità paterna non può prescindere dalla considerazione di questa fondamentale realtà originaria.

È merito di un autore inglese, vissuto tra il secolo scorso e il nostro, E.S. Hartland, aver raccolto una mole impressionante di notizie, testimonianze, sopravvivenze sparse, miti e riti, pratiche e istituzioni connesse alla primitiva non consapevolezza della parte svolta dal padre nel concepimento. La sua opera monumentale, composta da cinque volumi, costituisce la più sistematica e documentata rassegna di quelle che furono le credenze procreative arcaiche, comprovanti l’originaria ignoranza della relazione fisica tra padre e figlio (1).La damnatio memoriae cui fu condannato questo lavoro è significativa testimonianza del tenace patricentrismo degli antropologi, delle loro resistenze a confrontarsi con una inquietante realtà in cui il padre non solo non è centrale e dominante, ma, culturalmente, ancora non esiste.

Esistono indigeni che vivono secondo un sistema sociale matrilineare in cui la parentela viene calcolata solo attraverso la madre. Questo significa che i figli appartengono alla famiglia, al clan e alla comunità della donna.

C’è tuttavia un’altra ragione che in qualche modo potrebbe giustificare il fatto che l’opera di Hartland, e l’importante questione da lui evidenziata, sia stata ignorata dagli studiosi successivi. Costoro criticheranno il modo di lavorare dei loro predecessori, soprattutto per quanto riguarda la pretesa di ricostruire gli stadi di sviluppo delle umane istituzioni sulla base di una documentazione raccolta da altri, teorizzando dunque su una realtà mai direttamente osservata.

La ricerca sul campo

A differenza degli antropologi ottocenteschi, che come Hartland erano ancora studiosi da tavolino, che si occupavano delle culture "primitive" del passato, i loro successori vorranno essere scienziati. Riterranno quindi necessario per il lavoro di un antropologo l’incontro diretto con i "primitivi" di oggi privilegiando, rispetto alle ricostruzioni del passato, il momento della ricerca sul campo.

Sarebbe pertanto immaginabile che, data la svolta empirica della nuova antropologia, la questione della paternità fosse potuta restare del tutto sepolta, riferendosi appunto a un passato così remoto da rendere praticamente inverificabile, tra i "primitivi" di oggi, qualsiasi ipotesi al riguardo. Parrebbe infatti molto improbabile trovare gruppi umani che, nel nostro secolo, non abbiano ancora in qualche modo raggiunta una seppur approssimativa conoscenza dei fatti biologici legati alla procreazione.

Il rappresentante più autorevole del nuovo indirizzo fu B. Malinowski, unanimamente riconosciuto il primo vero professionista della ricerca sul campo. A tale ricerca egli dedicò interi lunghi anni, soggiornando più di ogni altro antropologo tra la popolazione studiata, gli abitanti delle isole Trobriand nella Melanesia nord-occidentale. I dettagliati resoconti etnografici da lui lasciati costituiscono la più autorevole conferma della validità del lavoro di Hartland, testimoniando con inequivocabile precisione che i trobriandesi non hanno, ancora nel nostro secolo, nozione del contributo genetico paterno alla procreazione. «L’idea che sia esclusivamente la madre a creare il corpo del bambino e che l’uomo non contribuisca in nessun modo alla sua formazione costituisce il fattore più importante del sistema legale dei trobriandesi.

Le loro opinioni sul processo di procreazione, accompagnate da certe credenze animistiche, affermano senza nessun dubbio che il bambino è fatto della stessa sostanza della madre e che tra padre e bambino non sussiste assolutamente alcun legame derivante da un’unione fisica..., il termine "padre" è una definizione esclusivamente sociale: essa definisce l’uomo sposato con la madre, colui che abita nella sua stessa casa... In tutte le mie discussioni sulla parentela, il padre mi venne decisamente descritto come tomawaka, uno "straniero", oppure ancora più correttamente un estraneo» (2).

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La centralità dello zio

Da questa periferica posizione del padre rispetto alle fondamentali relazioni genetiche risulta una configurazione dei ruoli familiari del tutto diversa da quella cui noi siamo abituati. Lasciamo all’immediatezza del resoconto la descrizione dei due differenti tipi di famiglia: «Questi indigeni sono matrilineari, cioè vivono secondo un sistema sociale nel quale la parentela viene calcolata solo attraverso la madre... Ciò significa che il figlio o la figlia appartengono alla famiglia, al clan e alla comunità della madre... Il marito non è considerato il padre della prole nel senso da noi dato a questa espressione; fisiologicamente egli non ha nulla a che fare con la loro nascita, secondo le idee degli indigeni, che ignorano la paternità fisica.

I figli, secondo la credenza indigena, vengono introdotti nell’utero materno sotto forma di spiriti piccolissimi, generalmente dallo spirito di una parente della madre. Il marito deve allora proteggere e amare i piccoli, ma essi non sono "suoi", nel senso che egli abbia partecipato alla loro procreazione. Il padre è, così, un amico benevolo e amato, ma non un parente riconosciuto dal fanciullo. Parentela reale, cioè identità di sostanza, "identità fisica", esiste soltanto attraverso la madre.

Ed è il fratello della madre che è investito di autorità sui figli. I figli di lei sono gli unici eredi e successori di lui, ed egli esercita sopra di loro una potestas diretta. Quando muore, i suoi beni terreni passano a loro e durante la vita deve trasmettere loro ogni speciale abilità o competenza: danza, canto, miti, magia e altro. È lui, inoltre, che procura alla sorella e alla sua famiglia il cibo, e la maggior parte dei prodotti del suo orto va a loro. Il padre, perciò, viene considerato dai figli solo per le cure affettuose e per la tenera amicizia che li lega. Il fratello della madre rappresenta il principio di disciplina, autorità e potere esecutivo nella famiglia» (3).

Delineando le principali fasi di sviluppo della vita del bambino, Malinowski mette in rilievo come la grande differenza che caratterizza la crescita del piccolo trobriandese rispetto ai suoi coetanei europei riguarda innanzitutto il rapporto con il padre. Viene sottolineato che proprio in quella società in cui alla paternità non è riconosciuto alcun fondamento biologico si consolida invece fin dalla primissima età un rapporto di tenera vicinanza e stretta intimità tra un uomo e i figli della moglie che crescono nella sua stessa casa e si pongono fin dai primi anni di vita del bambino le basi concrete di quello che continuerà poi a essere nella vita del ragazzo un forte legame affettivo intessuto di spontaneità, gioco, amicizia, tenerezza, confidenza. Ma quando il ragazzo trobriandese si appresta a uscire dal mondo dell’infanzia e a fare il suo ingresso nella vita sociale, ad apprendere il principio della legge tribale, gli obblighi e le costrizioni che essa impone, ecco allora ergersi potentissima dinanzi a lui, ed entrare in maniera determinante nella sua esistenza, la figura dello zio materno.

La posizione predominante del fratello della madre, direttamente incontrata da Malinowski ancora nel nostro secolo, aveva già attirato l’attenzione di scrittori del passato. Erodoto riferisce di questo "strano costume" dei Lici. Tacito lo testimonia tra i Germani. Nei loro scritti sono già delineati i termini essenziali di quella che sarà poi la complessa questione antropologica dell’avuncolato (dal latino avunculus, zio materno). Tale questione costituisce un importante capitolo dei moderni studi della parentela. Al posto della patria potestas troviamo la avunculi potestas, istituzione che testimonia che la relazione zio materno-nipote è stata un tempo molto più importante della relazione padre-figlio.

La centralità della relazione avuncolare, ricorrente nei resoconti etnografici come curiosità o fenomeno incomprensibile, si configura elemento chiave per capire il tortuoso processo di costruzione della paternità e ci indica attraverso quali difficoltà e complicate mediazioni è dovuto passare tale processo. Può sembrare a noi cosa quasi inconcepibile che un uomo possa diseredare i figli che vivono con lui nella sua casa, non provvedere economicamente a loro, ma lavorare invece per mantenere i figli della sorella che vivono lontani, in un’altra casa, spesso in un altro villaggio, con un altro uomo, e riconoscere come propri discendenti questi nipoti. Proprio questa non facile situazione ci segnala una condizione maschile che vive con drammatica urgenza il problema di assicurare a ogni uomo una discendenza biologica, in assenza della consapevolezza del legame genetico tra padre e figlio.

Se non c’è consapevolezza di tale relazione, infatti, il legame più prossimo di consanguineità che aggancia un uomo alla generazione successiva è quello che passa attraverso i figli della sorella. L’avuncolato ha costituito un importante tentativo di trovare una soluzione al problema della discendenza maschile in una cultura in cui il padre non è ancora riconosciuto come tale. La rilevanza ed estensione di questa istituzione nel passato della nostra stessa cultura sono rintracciabili nelle terminologie di parentela delle antiche lingue indoeuropee.

Scrive E. Benveniste: «Il vocabolario della parentela indoeuropea testimonia l’esistenza di diversi stadi successivi... La società indoeuropea è certamente di tipo patriarcale, ma qui, come in molte altre parti del mondo, diversi indizi svelano una sovrapposizione di sistemi, e nel caso specifico la sopravvivenza di una parentela in cui predomina lo zio materno» (4).

La problematicità di una condizione maschile non consapevole del proprio ruolo procreativo è quella descritta dal Bachofen, che così si esprime a proposito della discendenza matrilineare dei Lici: «Il padre possiede unicamente esistenza individuale e non dà inizio a una discendenza... Come le foglie disperse al vento, dopo la morte non lascia ricordo di sé e non viene neppur più nominato. Il Licio, se dovesse nominare i suoi padri, assomiglierebbe a chi volesse enumerare le foglie dell’albero cadute e dimenticate» (5).

Capovolgimento delle parti

Quando finalmente si scoprirà il contributo genetico maschile alla generazione, la madre verrà declassata a luogo di contenitore passivo che solo riceve e ospita la nuova vita generata dal padre. L’enfasi sulla vis generandi maschile, dunque il capovolgimento della situazione precedente, è puntualmente espressa dai famosi versi di Eschilo: «Non è la madre che genera chi è chiamato suo figlio/genera l’uomo che la feconda». Sembra quasi che si voglia qui mettere in discussione il fatto che il figlio sia figlio anche della madre. L’ordine patriarcale infatti lo riterrà figlio innanzitutto del padre, di lui solo porterà il nome e perpetuerà la discendenza.

Dietro questa realtà, che ha rappresentato l’ovvio della nostra cultura, sono rintracciabili le vicissitudini e il travaglio che hanno preceduto e preparato la costruzione culturale della paternità. Tale costruzione si è articolata essenzialmente lungo due principali direttive: da una parte le istituzioni e il diritto finalizzati a stabilire la paternità legale; dall’altra comportamenti e pratiche rituali e simboliche significativamente tese a costruire una relazione padre-bambino che passasse anche attraverso il rapporto fisico e la corporeità.

Se gli uomini per natura non possono mettere al mondo i figli, la cultura ha però stabilito che i figli non debbano venire al mondo senza la presenza di un uomo, istituzionalizzando tale presenza nel matrimonio e discriminando senza pietà i figli "illegittimi" e la loro madre. Significative sono a questo riguardo le osservazioni di Malinowski: «Il ruolo sociologico del padre viene stabilito e definito senza alcun riconoscimento della sua natura fisiologica... In tutte le società umane si riscontra universalmente quella che possiamo chiamare la legge della legittimità. Con ciò intendo dire che in tutte le società una ragazza è obbligata a essere sposata prima di ingravidare. La gravidanza e il parto da parte di una ragazza non sposata sono considerati invariabilmente una disgrazia. Non conosco un solo esempio nella letteratura etnografica in cui ai figli illegittimi, cioè ai nati da ragazze non sposate, spetti lo stesso stato sociale di quelli legittimi. L’universalità del postulato della legittimità ha un profondo significato sociologico. Esso significa che in tutte le società umane la tradizione morale e la legge stabiliscono che il gruppo formato da una donna e dalla sua prole non costituisce una unità sociologicamente completa. Le norme culturali proclamano che la famiglia umana deve comprendere tanto l’uomo quanto la donna» (6).

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Nutrire i figli

La maternità dunque c’è in natura, la paternità è costruita dalla cultura, in primo luogo attraverso il matrimonio che istituzionalizza l’associazione dell’uomo al nucleo biologico madre-figli. Pater est quem nuptiae demonstrant. L’uomo risulta padre di tutti i figli nati all’interno del matrimonio. La paternità è stabilita dalla legge. Se la sua affermazione fa leva principalmente sul diritto e le istituzioni, è però molto significativo il fatto che gli uomini abbiano sentito il bisogno di stabilire con i bambini un legame anche fisico, che coinvolgesse in qualche modo la realtà dei corpi. Scrive Margareth Mead: «Il padre costruisce pezzo a pezzo il corpo del figlio. E non gli dice: "sono tuo padre, io ti ho generato e devi obbedirmi"; gli dice invece: "io ti ho allevato, ho coltivato l’igname, curato il sago, cacciato la carne, faticato per procurare il cibo di cui è fatto il tuo corpo"» (7).

Il fondamentale ruolo paterno in quel settore vitale che è il cibo emerge anche dall’analisi linguistica di Benveniste, in particolare dalla sua ricostruzione del termine filius, rispetto a un ego maschile. Ricondotto a una famiglia etimologica latina rappresentata da felo (nutro), tale termine evidenzia il fatto che la relazione padre-figlio viene colta non tanto nel suo aspetto genetico quanto in quello legato al nutrimento. Padre è colui che nutre, procura il cibo di cui è formato il corpo del figlio.

Massimamente significativo dell’esigenza del padre di coinvolgersi anche fisicamente nella vita del bambino fin dal momento della sua nascita è il rituale simbolico della couvade (covata), documentato e descritto in fonti di varia provenienza, dagli scrittori dell’età classica fino agli antropologi del nostro secolo.

Nelle diverse parti del mondo in cui è stato osservato, questo rituale prevede che, al momento della nascita del bambino, il padre si metta a letto, imitando lo stato della partoriente, si lasci prendere dalle doglie e simuli il parto mentre la moglie lo sta effettivamente affrontando. Questi comportamenti sono finalizzati a creare un rapporto di reciproca appartenenza tra il corpo del padre e quello del neonato, rendendo l’idea di un puerperio maschile. L’area di espansione della couvade va dal Sud America, specialmente il Brasile, alla Groenlandia, all’Arcipelago Malese, ai Caraibi, all’India. È possibile dimostrare l’antica diffusione della couvade anche in Europa. Ecco una delle tante descrizioni di questo rituale: «La donna lavora come di consueto e, alcune ore prima del parto, si reca in compagnia di altre donne nella foresta dove dà alla luce il figlio. Alcune ore dopo si alza e ritorna al lavoro. Il padre si installa nell’amaca insieme al bambino, astiene da ogni lavoro, dalla da altri cibi, salvo una pappina liquida di farina di manioca. Non fuma, non si lava e, soprattutto, si astiene dal toccare una qualsiasi arma. Le donne della tribù si prendono cura di lui e lo nutrono. Questa situazione si prolunga per giorni, talvolta per settimane».

Proprio la grande diffusione di pratiche come quella descritta testimonia quanto la paternità ha avuto bisogno di un riconoscimento anche simbolico attraverso l’equiparazione rituale del padre alla madre. Il padre diventa madre facendo quello che fa la madre. Bachofen indica nella couvade l’esigenza di introdurre un correttivo alla matrilinearità, prefigurando simbolicamente il principio bilaterale, la discendenza sia dalla madre che dal padre: «L’aggiunta della nascita dal padre a quella dalla madre ha il significato di far elevare il figlio dalla condizione di unilaterale a quella di bilaterale, ossia farlo diventare figlio vero e legittimo di un padre ben determinato. Il mezzo per raggiungere tale scopo è la finzione in virtù della quale il padre viene inteso e raffigurato come una seconda madre... Mediante tale cerimonia il figlio, che in virtù della nascita ha discendenza matrilineare, ottiene anche un padre ben determinato e questo passaggio si attua mediante la finzione della maternità nella persona del genitore» (8).

Nelle pagine dedicate alla descrizione della nascita di un bambino Arapesh, M. Mead sottolinea la relazione di stretta intimità fisica che si stabilisce tra padre e bambino fin dal momento della nascita: il padre se ne sta per giorni quieto nell’amaca steso accanto al neonato, segue una dieta rigorosa, non fuma, non beve, non mangia carne, è, secondo il modo di dire Arapesh, «in letto ad avere un bambino». Nota la Mead: «Ora la vita della nuova creatura è tanto intimamente legata alla sua quanto quella della madre» (9).

La stessa Mead descrive una cerimonia molta significativa la cui funzione è quella di «esprimere il recupero da parte del padre della sua natura maschile dopo l’importante parte presa nelle funzioni femminili... Soltanto ora il neo-padre entra nel novero di coloro che hanno felicemente portato a termine un bambino» (10).

Le competenze femminili

Secoli di cultura patriarcale ci hanno fatto dimenticare questa fondamentale realtà originaria. Riscoprirla oggi può essere illuminante per capire il percorso di trasformazione dei padri moderni. «C’è qualcosa di nuovo, anzi di antico», nei nostri cosiddetti nuovi padri, detti anche "padri marsupiali" o "mammi", il cui coinvolgimento nella realtà del bambino incomincia ancor prima della sua nascita, con la partecipazione, insieme alla moglie, ai corsi di preparazione al parto. La "novità" viene appunto indicata nel fatto che hanno imparato a fare quello che da sempre fanno le madri, dunque nell’assunzione maschile di funzioni, compiti e competenze femminili. È anche proprio questo l’aspetto che sembra preoccupare psicologi, pediatri, educatori, i quali denunciano la "svirilizzazione", "femminilizzazione" del ruolo paterno. Non possiamo non notare che questa è una novità nella nostra cultura, in cui il padre è sempre stato distante e periferico rispetto alla vita del bambino. Ma, se andiamo a vedere come stanno le cose in altre culture, troviamo che i resoconti etnografici concordano nel sottolineare, da più parti, il grande coinvolgimento del padre nell’accudimento della prole nella primissima infanzia.

Un rapporto di tenerezza

È lecito affermare che la paternità non c’è in natura fin dall’inizio come la maternità, ma si costruisce sul modello di questa, attraverso l’estensione al padre di funzioni materne. Il padre diventa padre facendo quello che fa la madre. La considerazione di questa fondamentale realtà iniziale non potrebbe allora consentirci l’idea che ci troviamo di fronte a un processo di rinascita del padre? Qualsiasi discorso sulla paternità sembra oggi sintonizzato al negativo e manifestare preoccupazione per i segni di decadenza, crisi se non addirittura liquidazione della sua figura. Preoccupante non è tanto il fatto che i padri scoprano (o riscoprano) un rapporto di intimità e tenerezza con i bambini, quanto il fatto che essi diventino, agli occhi dei figli non più bambini, figure deboli, prive di autorità. Proprio le culture arcaiche, qui visitate, ci segnalano che là dove i padri condividono con le madri i compiti del maternage, e sono per i figli affettuosi compagni di giochi più che figure normative, la dimensione dell’autorità è tutt’altro che assente. L’importanza dello zio materno, la centralità della sua figura nelle culture arcaiche, è fondamentale per capire quello che sarà il successivo ruolo del padre nella cultura patriarcale.

Depositario delle norme e delle tradizioni, il fratello della madre rappresenta il principio della legge. È la fonte dell’autorità, che porta nella vita del ragazzo la dimensione del dovere, della disciplina, delle regole e proibizioni tribali, introducendolo agli obblighi e responsabilità della vita adulta.

Che i padri di oggi si rifiutino di esercitare quello che, nella nostra cultura, è stato il tradizionale ruolo paterno, normativo e coercitivo, è per molti aspetti comprensibile. Si deve all’autoritarismo cieco di padri dispotici, che per secoli hanno dominato incontrastati la scena patriarcale, se la generazione dei figli che, ultimi, hanno sperimentato la repressione paterna ha compiuto il grande parricidio. Il ’68 è stato la rivolta dei figli contro il padre, contro il proprio padre e tutti i padri, rivolta che ha creduto di poter liquidare, con la patria potestas, anche ogni forma di autorità. Quei figli, per i quali la figura paterna ha rappresentato il modello da avversare e distruggere, sono i padri di oggi. Essi hanno giustificate difficoltà a riconoscersi in questo ruolo. Non vogliono più essere autoritari, non sanno essere minimamente autorevoli. È dunque più che mai necessario distinguere tra autorità e autoritarismo e recuperare il senso positivo dell’autorità. L’etimologia stessa della parola (da augeo, cresco, accresco, faccio crescere) è significativa indicazione di quanto essa sia fondamentale in ogni processo di crescita.

Le appassionate lotte antiautoritarie dei nostri anni giovanili ci hanno abituato a un significato tutto negativo del termine "autorità", sentita come il maggior ostacolo alla libertà. C’è, può e dev’esserci, un’autorità che non è nemica della libertà, ma ne è condizione e alimento vitale. Un’affidabile autorità paterna, che non degeneri in autoritarismo, ma aiuti i figli a crescere nella fiducia, nella libertà e nell’amore, non senza la fermezza di regole e disciplina, pare ancora tutta da costruire.

Giuditta Lo Russo
   

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Per iscrizioni e altre informazioni rivolgersi alla segreteria, tel. 02/77.40.31.10; 02/77.40.31.13.

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