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L’IMPORTANZA DELLA SIMMETRIA

Mamma in regìa, papà in panchina

di Carmine Ventimiglia
(docente di Sociologia della famiglia, Università di Parma)
            

   Famiglia Oggi n. 11 novembre 1999 - Home Page Solitamente l’uomo più che condividere la responsabilità e il carico dell’accudimento si limita a essere un supporto per la donna e un compagno di giochi per il figlio. Molto dipende dal fatto che manca, nella memoria maschile, un modello da assumere per esercitare la propria paternità.

Spesso gli inevitabili schematismi espositivi possono indurre a ricostruire gli scenari della vita quotidiana e delle relazioni affettive, di coppia e di genitorialità, secondo un pensare dualistico che non ammette né ambivalenze né contraddizioni. Di contro, la dimensione dell’ambivalenza caratterizza ogni luogo della nostra esistenza e in particolare nelle interazioni interpersonali e nella definizione del paradigma di genere, come peraltro ci ricordano anche autorevoli esponenti (maschili e femminili) della riflessione sociologica (Simmel, 1985 e Lorber, 1994).

Si tratta di una doppia valenza che, da una parte, ci dice che la definizione dei ruoli, l’assegnazione delle competenze, eccetera, sono il risultato di processi di costruzione sociale e, dall’altra, ci indica che il genere si dà come un qualcosa di specifico e di autonomo rispetto a quegli stessi processi. L’esito di tutto ciò è il fatto che l’appartenenza a un genere piuttosto che a un altro veicola nelle relazioni aspettative, domande, bisogni, secondo una logica di "coerenza" con quella appartenenza. Non poche volte tale logica agisce come un vero "a priori" nei processi di interazione tra azione, reazioni e aspettative. Cioè: ci si aspetta che il comportamento di ciascuno confermi l’identità di genere socialmente e culturalmente costruita.

Ma è proprio a partire da quella appartenenza che si compongono diverse mappe cognitive, diverse concezioni del mondo, diversi modi di pensare al mondo e alle relazioni, di percepire l’ethos relazionale e di vivere le emozioni. E ciò anche nel luogo dell’immaginario che sottende e accompagna ogni tipo di rapporto. Insomma, il tratto di specificità e autonomia del genere è costituito proprio dal suo essere principio ordinatore dei rapporti, della loro rappresentazione e della loro definizione, anche in sede etica, cioè nei processi di attribuzione delle responsabilità. In tali processi, occorre ricordare, esiste un rapporto tra emozioni e cognizione, ovvero nella relazione di coppia le auto-etero-attribuzioni di responsabilità vanno intese come un processo di cognizione emotiva (Zamperini, 1998).

Occorre anche ricordare una tra le più significative diversità tra i due generi, che già altri hanno sottolineato (Gilligan, 1987, Irigaray, 1994), secondo cui le donne ricostruiscono comportamenti, responsabilità, la stessa configurazione dei set normativi e del loro rigore, a partire prevalentemente dal contesto della relazione, mentre gli uomini lo fanno a partire prevalentemente dai princìpi, dalla salvaguardia delle norme spesso indipendentemente da e a scapito dei rapporti.

A partire da tale premessa discende una diversità nelle condotte individuali e nei modi espressivi di rapportarsi agli altri, di assumere l’altro nel proprio mondo, di gestire le norme e i conflitti conseguenti ai patti da negoziare e rinegoziare in permanenza nella quotidianità, le contraddizioni tra il dirsi e il darsi nel rapporto con l’altro/a. Ne consegue, ancora, una diversità nella definizione delle rilevanze e delle priorità e nel modo di farvi fronte.

È una diversità che si configura nella declinazione delle compatibilità, nella scansione e nella percezione dei tempi, non solo di quelli relazionali, sociali e professionali; non solo di quelli dell’esercizio della maternità e della paternità ma anche, e soprattutto, dei tempi interni di ciascuno, che sono i tempi grazie ai quali riusciamo a elaborare le nostre esperienze scoprendone e assegnandovi senso e valore per sé e in sé.

È per questo che nella coppia non c’è coincidenza tra auto ed etero-percezione dell’orologio che organizza la vita quotidiana attorno alle cose da fare e ai modi con cui farle. Si pensi solo al diverso valore simbolico sotteso al dizionario dei semantemi che accompagnano la comunicazione: guadagnar tempo, perdere tempo, ad esempio. Sottrarre tempi per sé per incrementare il tempo per gli altri. Ritagliare tempi per sé senza penalizzare il tempo per gli altri.

Da una parte esiste una trasversalità dei tempi materni secondo la geometria del "tocco e ritocco" permanente. Dall’altra, invece, una verticalità dei tempi paterni che seguono costantemente la declinazione della gerarchia di rilevanza.

Non possiamo supporre che il linguaggio sia omologato od omologabile indifferentemente. Anzi. Se, tra le tante, c’è una conferma anche dalle nostre ricerche che merita la dovuta attenzione, essa è proprio quella che potremmo così schematizzare: esiste una trasversalità dei tempi materni secondo la geometria del "tocco e ritocco" permanente; esiste una verticalità dei tempi paterni secondo la declinazione di gerarchie di rilevanza. È per questo che parlo di regìa per le madri e di panchina per i padri. Che cosa vuol dire?

Senza cadere nella trappola della cristallizzazione dobbiamo sottolineare che non siamo di fronte solo a una diversità del timing individuale della madre e del padre ma anche a una percezione e a un’assegnazione di senso diverso proprio a partire dalla configurazione di trasversalità o di verticalità dei tempi. Questo comporta una maggiore propensione-sensibilità femminile ad avere uno sguardo d’insieme rispetto alla vita quotidiana e alle cose da fare e, come dire, un atteggiamento più da "monocolo" dei padri.

In generale le performances di questi ultimi hanno più la caratteristica della mono-espressività: sono monotematiche, mono-esecutive e, soprattutto, cronologiche: prima una cosa e poi un’altra. Poche volte conoscono la logica della contemporaneità, del contestuale esercitare una pluralità di cose da agire. Se volessimo ricorrere alle metafore si potrebbe dire che i comportamenti dei padri si declinano secondo una logica a scacchiera, mentre quelli delle madri secondo una logica a radar o, se si vuole, di rete.

Diversità di investimento

La scansione cronologica dei tempi maschili produce nei propri vissuti una ricostruzione aritmetica di quei tempi, di sottrazione (il tempo in meno per sé) e di addizione, di eccedenza (il tempo in più per la casa e per i figli). Di contro, la valenza di trasversalità che accompagna l’esperire materno nella ricerca di una pluralità di combinazioni possibili, tutte all’insegna della co-presenza e della contestualizzazione, si declina secondo una longitudinalità di tipo geometrico.

La diversità delle mappe cognitive significa anche una diversità negli investimenti, non solo temporali ma anche emotivi, una diversità di stress nel tenere a bada più cose contemporaneamente piuttosto che una sola cosa per volta. La logica della compatibilità e della flessibilità, che sembra annettersi alla figura femminile più di quanto non sia per quella maschile, comporta una permanente necessità, per la donna, di "tenere insieme", di connettere sempre le condotte di tutti a un significato che va oltre il proprio sé e il sé di ciascuno e configura l’insieme come un Esso, per dirla con Martin Buber, non come una semplice somma di più individualità. È anche per questo che diverse sono le energie messe in campo, a volte anche aggressive e implosive.

Anche l’immaginario si compone diversamente. Il figlio che "verrà" è per i padri quello atteso nella crescita, proiettato nel futuro, quasi a ribadire la maggiore rilevanza paterna rispetto alla dimensione di socializzazione e quella materna rispetto al lavoro di cura nei primi anni di vita. Infatti, il ritratto che le madri si immaginano del figlio che "verrà" ha maggiore attinenza con l’aspetto fisico, reale e immediato, inscritto nel presente. Va da sé che la stessa relazione con figli e figlie si configura diversamente. Figli e figlie entrano nel mondo materno e sono nel mondo materno insieme a tutto il resto. I padri entrano nel mondo dei figli proponendo una fusione di due Ego in tempi, spazi e luoghi circoscritti, delimitati ed esclusivi.

La ricomposizione dello scenario relazionale quotidiano nella percezione di ciascun partner è a forbice. Ciò che l’uno assegna al proprio agire non coincide con quello che l’altra vi attribuisce. Tanto è vero che i tempi che gli uomini si auto-attribuiscono nella gestione del ménage familiare sono decisamente superiori a quelli che le partner attribuiscono loro; di contro, i tempi che gli uomini attribuiscono alle mogli tendenzialmente coincidono con quelli che le donne si auto-attribuiscono. Cosa vuol dire?

Evidentemente non siamo di fronte a esercizi di auto-inganno maschile, per quanto riguarda i propri tempi, e di una contestuale "generosa" oggettività per quanto riguarda i tempi delle donne. Penso, piuttosto, che ciò dipenda dal diverso patrimonio delle rispettive memorie, delle rispettive biografie. Se nella memoria maschile non si trova traccia alcuna di tempi altri rispetto a quelli del lavoro (tracce dei tempi per figli/e, per la partner, per la casa), è quasi inevitabile (anche se non deve costituire alibi) il fatto che il solo "dare una mano a" sia vissuto come "dare tanto", con uno spessore maggiore di quanto in realtà non sia. Una sorta di plusvalore che si produce nel semplice "dare una mano".

In altre parole, quella valenza di esponenzialità che gli uomini sembrano attribuire ai propri tempi parrebbe discendere appunto dalla percezione di discontinuità e di rottura rispetto alle proprie memorie e ai propri "modelli" di paternità, come testimonia uno dei padri intervistati nella nostra indagine: «Non è che uno a 25 anni può cancellare quella che è stata la sua storia ed effettivamente ho la tendenza a mollare su certe cose, e allora mia moglie mi riprende e mi riporta alla realtà».

Si tratta di profili ricostruiti e ricostruibili da un punto di vista particolare e diverso a seconda che gli attori di quella ricostruzione siano i padri, le madri, le/i figli/e, le operatrici delle scuole per l’infanzia. E, ovviamente, anche dal punto di vista di chi "osservava", tanto più in ragione del fatto di essere egli stesso padre, o meno, ella stessa madre, o meno.

Quei profili possono essere così schematizzati: il padre moderno; il padre postmoderno.

Entrambi questi profili, a loro volta, si intrecciano con performances tali da configurare due particolari tipi di immagini paterne: il padre oblativo; il padre rivendicativo.

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Descrizione dei profili

Il padre moderno è il padre convenzionale, quello che sostanzialmente ripropone comportamenti di continuità con la tradizione. È il padre che fa proprie le ragioni di non-compatibilità e di non-conciliazione, e che quindi solo parzialmente condivide con la partner la gestione familiare e genitoriale. E anche quando ciò accade, lo si fa con una sorta di arrière pensée, ovvero con una riserva "mentale", a partire dalla implicita assegnazione di specificità di ruoli e di funzioni diversificate alla madre e al padre per motivi esclusivamente legati al genere, alla sua diversa caratterizzazione biologica che di per sé prefigura inevitabilmente esiti differenziati sul piano delle competenze e del lavoro di cura.

Il padre postmoderno è il padre della condivisione e della riconciliazione riconosciute come fondate e legittime, ma quasi sempre solo sul piano ideale, nel senso che i comportamenti che si attivano nel quotidiano non sono coerenti con quel riconoscimento avanzato in linea di principio. È il padre che si interroga su se stesso, sul rapporto di coppia, sulla paternità, eccetera. È il padre che vuole viversi come discontinuo rispetto alle proprie memorie e alla tradizionale rappresentazione della genitorialità, che rivendica per sé un’immagine di diversità al cospetto della figura del proprio padre e, di contro, di replicazione affettiva ed emotiva di quella della propria madre, anche se per una necessità che non sempre è il frutto di razionale elaborazione e che farebbe pensare a quanto fondativo sia il bisogno di ancorarsi comunque a qualche radice e a qualche memoria da vivere e assumere come paradigmatiche.

Oblativo o rivendicativo

Il padre oblativo è il padre "offerente". È il sostegno, è colui che dà una mano in casa, che aiuta la partner nella gestione del ménage quotidiano e che ritaglia luoghi e tempi per il proprio rapporto con figli e figlie. Tuttavia è il padre che assume l’asimmetrìa dei compiti e delle responsabilità negli impegni quotidiani come un dato di fatto quasi irreversibile, comunque non negoziabile né ridiscutibile oltre quella quota di disponibilità che egli teorizza come doverosa e che attiva concretamente. E ciò per ragioni che non attengono in modo particolare alla differenza di genere, bensì per una sorta di assunzione acritica del principio di realtà secondo cui è normalmente inevitabile che nella coppia vi siano carichi di impegni e di responsabilità differenziati ed è altrettanto inevitabile che il soggetto che trascorre più tempo con figli e figlie ne risulti il maggiore depositario in quanto a quote di presenza.

È il padre che coniuga l’ordine della necessità ("vorrei, ma non posso") con quello della realtà assunta solo come fattuale, ovvero attraverso il riconoscimento della centralità femminile nel supplire ai propri limiti e ai propri impedimenti. È una figura paterna che si muove tra più luoghi di auto-configurazione e che comprende diverse caratterizzazioni comportamentali. Si va, infatti, dal padre che, quasi con rimpianto, sottrae tempi al proprio calendario quotidiano per far fronte alle esigenze della partner e alle domande relazionali di figli e figlie, al padre che si auto-assolve rispetto a quella asimmetrìa di compiti e di presenza enfatizzando il proprio impegno e la propria disponibilità. È il padre che invoca gratitudine per la partner per il ruolo che svolge e comprensione per sé per quello che non esercita. Egli, infine, è il padre che tendenzialmente non agisce il "no" nella relazione con figli e figlie riconoscendovi un segno poco gratificante per sé e per i figli e percependosi a disagio nel doversi misurare con un ruolo fortemente normativo.

Quello del padre rivendicativo è un profilo paterno che denuncia una latente e a volte polemica non disponibilità, la quale acquisisce la forma relazionale del "chiamarsi fuori" dal contesto della quotidianità con formule giustificative che vanno dall’esplicito contrapporsi alla partner, sia nelle modalità di gestione del ménage familiare sia nella qualità e negli stili delle condotte educative rispetto a figli e figlie, alla teorizzazione della inevitabilità della propria sostanziale estraneità o relativa presenza nel rapporto con le/i figli/e in ragione del dato oggettivo che figli e figlie trascorrono più tempo con la madre che con il padre.

È il padre che rivendica per sé diritti di libertà e di privacy domestica, rispetto a tutti gli altri significati della famiglia, senza contestualmente riconoscere quei medesimi diritti in egual misura alla partner. Egli, perciò, è il padre che sostanzialmente non riconosce valore forte alla legittimità della negoziazione nel rapporto di coppia, quasi intravedendovi una sorta di regressione relazionale pericolosa, la cui origine, va da sé, è nei processi di emancipazione delle donne. È, infine, il padre che teorizza la centralità e la priorità della propria dimensione professionale rispetto a quella della donna, le cui maggiori gratificazioni sono da ricercare nel lavoro di cura e nella casalinghità.

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L’importanza della memoria

«Vorrei essere padre con mio figlio come mia madre è stata con me», così recita una delle testimonianze che abbiamo raccolto. Da questo punto di vista appaiono pertinenti le riflessioni di Giulia Paola Di Nicola (1996, 1994) quando annota che nell’esperienza della maternità si condensano «significati simbolici paradigmatici della relazionalità della persona…, che appaiono costitutivi dell’esperienza umana in generale».

Si tratta, perciò, di processi e percorsi di costruzione di identità che non si limitano né si esauriscono nel femminile. Tuttavia, non sembra sostenibile che le memorie maschili-paterne, nel senso dei mandati e dei "modelli" introiettati, siano oggi così radicalmente rivisitate e rielaborate.

Forse esse sono "ideologicamente" rifiutate, elettivamente percepite come non esibibili sulla scena del sociale e nel rapporto di partnership, ma risultano comunque esserci nel concreto agìto quotidiano. In fondo, dirsi: «non voglio essere come mio padre» è confermarne la presenza forte. Del resto, le memorie sono, a volte, impronunciabili, altre dolorose, altre ancora non esibibili neppure a se stessi. Tuttavia ci sono. E sono memorie di entrambe le figure, quella materna e quella paterna. Sono le origini e le radici. In ogni caso. La rilevanza maggiore o minore, che acquisisce l’una o l’altra figura nelle più o meno consapevoli ricostruzioni che ne facciamo, risente in modo significativo delle domande di certezza che oggi insorgono proprio a fronte di quelle ricostruzioni. E, probabilmente, ciò che oggi è diverso rispetto a ieri è proprio il disagio conseguente al fatto che gli aspetti di discontinuità con quelle memorie comportano una loro debole esibibilità sulla scena del sociale e della loro rappresentazione.

D’altra parte, nel luogo delle biografie non è pensabile poter distillare la quantità di materno e di paterno che alberga in ciascuno. Né si può escludere l’effetto comunque vincolante anche dei segni relazionali inscritti "idealmente" sotto il segno della discontinuità. Si è ciò che si diventa, non vale il contrario. E a volte è disagevole, oltre che problematico, trasformare i processi di inculturazione (specie quelli primari) in percorsi di elaborazione in grado di conferire un senso intenzionale ai propri comportamenti. Quando ciò è possibile, come nel caso di alcuni dei giovani padri da noi intervistati, si registra una doppia segnalazione: da una parte, un bisogno e, dall’altra, un disagio.

Il bisogno riguarda la necessità di ridefinire il luogo specifico della paternità contestualmente a quello della relazione di partnership. Vale a dire che in generale, fatte alcune eccezioni, l’esercizio intenzionalmente consapevole della paternità agìta non può sottrarsi al contestuale rinvìo alla qualità del rapporto con la propria partner. E, d’altra parte, non può neppure sottrarsi alla consapevolezza che l’esercizio della paternità si dà non solo nel "gioco" della reciproca interdipendenza con la partner, ma anche nell’esperire forme, modi e percorsi di indipendenza grazie ai quali il rapporto padre-figlio cresce e si costruisce con autonomia e con tratti e configurazioni di specificità. Il disagio è nella doppia valenza sottesa a quella ridefinizione e riguarda la percezione di sé come padre e come partner.

Nel vissuto maschile l’ideale abbandono dell’immagine del proprio padre paga l’inevitabile prezzo del rischio di sovrapposizione col genere femminile nel momento in cui si pensa di assumere l’immagine della propria madre come riferimento positivo per la relazione emotiva e affettiva con i propri figli. La sovrapposizione non consente di recuperare a sé gli elementi e i segni di specificità della paternità, dal momento che è per differenza che si misurano i contorni della propria identità.

L’uscita da quel rischio, nelle elaborazioni maschili, sembra produrre una sorta di razionalizzazione dell’asimmetria che pure si coglie circa le quote degli impegni nel quotidiano, razionalizzazione che giustifica quella asimmetria a partire dalle competenze esclusivamente o maggiormente femminili nella cura dei figli, certamente nei primi anni di vita. Parrebbe quasi, cioè, che per elaborare i disagi prodotti da costrutti culturali («non voglio essere come mio padre, ma piuttosto come mia madre») sia necessario fondare la diversità delle competenze nel luogo tipicamente biologico, come ci conferma la dichiarazione di un padre intervistato secondo cui «la donna è nata per fare la madre». Dando per implicito il fatto che tale "verità" non riguarda l’uomo rispetto alla paternità.

Acquisire responsabilità

C’è un’altra segnalazione che dà il senso della pendolarità maschile fra tradizione e cambiamento e riguarda la percezione, anche se non totalmente elaborata, che la condizione per confermare a sé l’acquisizione dell’identità paterna è fare il padre, non solo "essere" padre. Al contrario di ieri, quando era sufficiente dirsi: «io sono padre». Il passaggio dalla dimensione di auto-etero-connotazione (essere padre) a quella di interazione (fare il padre), ovvero dall’esaustivo luogo di designazione sociale (di ieri) alla necessaria dimensione della concreta relazione quotidiana (di oggi) è certamente un passaggio problematico che richiede percorsi di elaborazioni culturali, condizioni di supporto e di sostegno strumentali e strutturali, veri salti di contesto non più solo pensati ma pensanti, cioè agenti. È grazie alla relazione quotidiana che i figli e le figlie "fanno padri" i padri. È per questo che l’asimmetria tra i due partner nelle pratiche quotidiane può pregiudicare per gli uomini l’accesso a quella dimensione valoriale che consente di percepire come l’acquisizione delle responsabilità per sé debba coincidere e intrecciarsi con quella delle responsabilità verso gli altri. Esiste un’assunzione anche mentale ed emotiva delle responsabilità le quali, se non pienamente praticate nella relazione, non possono che lasciare i padri in panchina, pronti a dare il cambio se occorre, a "dare una mano", ma non a condividere.

Carmine Ventimiglia

    

BIBLIOGRAFIA

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