Periodici San Paolo - Home page
QUANDO NON SI HA CURIOSITÀ ESPLORATIVA

Esperto in resistenza passiva

di Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini
(pedagogisti)
            

   Famiglia Oggi n. 11 novembre 1999 - Home Page Molte donne si lamentano perché il loro partner non interviene mai nell’educazione dei figli, ma si limita ad approvare e accondiscendere le loro scelte. Tale atteggiamento risponde alla presenza, spesso invadente e totalizzante, della madre sul piano della genitorialità, quasi come se la maternità conferisse una superiorità decisionale rispetto alla paternità.

Quella madre l’aveva perfino teorizzato, senza volerlo: «Tuo padre era un buon uomo. Mi ha sempre assecondata in tutto. Faceva tutto ciò che gli dicevo». Si rivolgeva alla giovane figlia, Cristina, appena sposata da un anno e già di ritorno alla casa paterna: dove quel "paterna", appartenente al linguaggio usuale, suona come dolorosa ironia; quella casa non era mai stata paterna, bensì abitata da una madre che occupava tutto l’arco della genitorialità, con un padre "aiutante in seconda".

Questa giovane donna, venuta a cercare aiuto perché incerta tra il marito e l’amante, riportava le parole della madre come testimonianza del buon rapporto tra i suoi genitori; ma il tono della voce, la nebbia confusiva che pareva invadere la sua mente, l’assenza di vivacità dicevano fin troppo bene che nemmeno lei ci credeva, in fondo; eppure non sapeva dove si annidasse il punto che la faceva soffrire.

Il padre, morto un anno prima del suo matrimonio, anche nel suo ricordo era remissivo e tranquillo. «La mamma diceva che noi due figlie eravamo l’unico scopo della sua vita, lo diceva davanti a papà che annuiva, gli sembrava la cosa più normale». Ma come mai lei aveva sempre sentito "il fiato sul collo" della madre? Come mai l’ansia della madre e la sua paura che lei, figlia, sbagliasse, sempre la soffocavano? Come mai lei la ricordava sempre troppo presente, perfino sulla porta della classe delle sue elementari, quando le altre madri rimanevano in corridoio? Come mai lei, «fidanzata a sedici anni» (questo era il termine che usava la madre) con un ragazzo maggiore di lei di cinque anni, pure onnipresente in famiglia «come un figlio» (come insisteva a chiamarlo la madre), aveva detto, dopo dieci anni: «Beh, sposiamoci!», e ora non sapeva più credere al suo matrimonio?

«Tuo padre faceva tutto ciò che gli dicevo»: è davvero un’affermazione confondente, poiché pone di fronte (al di là delle buone intenzioni) a un’incongruenza pragmatica da cui è difficile uscire. Non si può dare titolo di padre a uno che esegue i dettami di una genitorialità altrui. La frase è piuttosto un attestato di "ben servito" che azzera proprio il ruolo della paternità come ruolo genitoriale. Padri azzerati.

«Magari avessi un marito che mi assecondasse, che fa tutto ciò che gli dico!», direbbero molte madri. «Mio marito se la svigna...», «Non interviene mai», «Lui lascerebbe correre tutto», «Lui non si accorge mai di niente». «Lui non ha un progetto educativo», così si esprimeva davanti a noi con dolore una madre, imbottita di letture pedagogiche sul "mestiere di genitore". E non le veniva in mente che il non-progetto del marito fosse un progetto per lo meno implicito, radicalmente diverso dal suo.

Di solito queste madri soffrono di "accanimento pedagogico", danno consigli su consigli e suggerimenti da prendere alla lettera, mettono – cioè – sulle labbra del marito le parole da dire, che basta un po’ di consuetudine con certi inquieti interni familiari per conoscere bene: «Adesso devi sgridarlo, perché è arrivato così tardi. Devi fargli vedere che sei arrabbiato. Devi minacciarlo che troverà la porta chiusa se continua così. Devi, dovresti, perché non fai, perché non dici, se non fai così e così che padre sei?».

Anche queste madri attivano un padre... esecutore, ma spesso, suo malgrado, un padre che "fa da secondo" non per scelta, bensì per esasperazione. Presi dentro nel gioco della relazione madre-figlio, questi padri si muovono come... elefanti: sanno purtroppo solo in teoria che "bisogna schierarsi" con la madre, ma con tutto il non verbale dicono chiaramente che non ne capiscono le ragioni, che intervengono "per dovere d’ufficio", che si potrebbe lasciarlo in pace questo figlio, una benedetta volta. Ai figli basta poco per sapere "come stanno le cose" (e giocare in modo distorto grazie alle implicite protezioni paterne), come disse un tredicenne a suo padre: «Sta’ zitto tu che sai fare solo il pappagallo della mamma». Padri azzerati.

Che cosa è successo ai padri azzerati? Perché si acconciano a questi ruoli esecutivi o di fuga o di ritiro depressivo? L’evoluzione dei modelli familiari non va ignorata. Ma l’ottica interattiva dà una via d’uscita all’azzeramento.

«Anche tuo padre dice che sei orribile!», sibilò la madre a Samuela (1), quattordicenne che, da sola in camera, si era tagliata i capelli; quando, a sera, il padre la guardò, non capì lo sguardo sprezzante di Samuela che non lo riteneva nemmeno degno di contestare il giudizio che secondo lei aveva espresso. Padri che vengono manipolati a loro insaputa e che si trovano ad agire "copioni" che non conoscono. Padri azzerati.

Vi sono anche padri (diciamolo senza ironia) che disputano, lottano, mettono sul tavolo la loro opinione, magari nel momento meno opportuno. Cadono forse in altri tranelli, ma almeno non vengono azzerati. Va da sé che un simile quadro non è esaustivo! Poiché vi sono, e la nostra esperienza dice che perfino aumentano nelle nuove generazioni di padri, padri che esercitano in proprio il munus della paternità, compito-dono che non può essere subalterno, bensì collegato, negoziato, accordato con il munus materno.

L’impresa di uno solo

Ma che cosa è successo ai padri azzerati? Perché si acconciano a questi ruoli esecutivi o di fuga o di ritiro depressivo? Se lo vogliamo prendere dal lato della ricerca delle cause, l’argomento ci porterebbe lontano; e proprio nei territori storici, sociologici ed economici dell’evoluzione dei modelli familiari, almeno in quest’ultimo quarto di secolo: in un simile territorio, crisi di identità, marginalizzazione del ruolo autoritario del maschio, assenza di modelli credibili per una nuova paternità, paure e incertezze che avanzano sulle norme e sulla trasmissione dei valori sarebbero approssimazioni e perfino eziologie interessanti e credibili.

Ma l’ottica in cui ci poniamo è quella del circolo interattivo che si dà nei fatti, qui e ora, nell’interno familiare, ed è proprio tale ottica che ci permette, oltre le doverose indagini storico e socio-politiche, di trovare uno spiraglio per l’uscita dall’azzeramento di cui parliamo che produce lutti sia nei padri, sia nelle madri che nell’intero sistema familiare.

Riprendiamo allora la figura della madre di Cristina come la figura della madre sola, che investe di senso totalizzante la crescita e la buona riuscita delle figlie e che viene assecondata da un marito arrendevole.

Diviene sempre più chiaro (anche se non alle figlie che vivono solo il disagio relazionale che ne consegue) che la madre tanto più è sola tanto più è soffocante, ansiosa, perfino insicura e fragile, nonostante appaia a tutti tanto "potente".

Il ruolo di competente e responsabile degli affetti, di esperta nella loro comunicazione, di perno di collegamento e protezione intrafamiliare, che è stato sempre più attribuito alla donna nella famiglia (e che essa si è guadagnato sul campo, a dire il vero), ha talora dato l’avvio a una sorta di "delirio di onnipotenza": è la madre che sa quale sia il bene dei figli, è la madre che tiene le fila delle loro (dei figli) relazioni sociali, scolastiche, amicali; è la madre che sa "come stanno" e che cosa fanno (e magari con tutti i mezzi, comprese irruzioni sul diario, sulle letture, sulle telefonate private, comprese le confessioni estorte soprattutto durante il periodo tutt’altro che pacifico del magma adolescenziale). Il padre? Si aggiorni ed esegua le indicazioni su "ciò che si deve fare".

Le donne hanno occupato saldamente (spesso con disperazione e con risentimento) l’intero della genitorialità. Molto spesso, quando "istruiscono" il padre, lo fanno per generosità, perché vedono un vuoto, perché si sentono chiamate dall’urgenza e dalla irreparabilità. E si tirano la zappa sui piedi. Dentro, infatti, rimangono sole e risentite: e aggrapparsi ai figli pare "spontaneo" (cioè fatto in modo irriflesso [2]) e quasi inevitabile, chiedendo al loro successo la ricompensa "meritata". Educare i figli diviene l’impresa di uno solo.

Si firma in due

Ma sia a simili madri che ai padri che si lasciano azzerare sfugge un dato "originario": che per un figlio che viene al mondo occorre un ovulo e uno spermatozoo; l’essere in due è all’origine della vita (anche e nonostante le biotecnologie procreative!). E quando i due decidono per la responsabilità di quella vita, e cioè si chiamano padre e madre, la condizione della genitorialità non può che essere condivisa in due. Nessuno può essere genitore da solo. E questo diciamo anche in condizioni "estreme" quali quelle delle famiglie a vario titolo monogenitoriali, in cui il rimando al padre, alle varie figure di padri, è nondimeno necessario per una crescita sana del figlio. Ma questo discorso ci porterebbe lontano.

Una madre che "istruisce" il partner per condurlo a fare il padre "come si deve", che ritaglia per lui il posto che deve occupare nella cornice familiare, aldilà delle sue buone intenzioni, compie un furto e un autoinganno. Si deve dire, a discolpa di simili madri, che la gestione a due della genitorialità rappresenta un modello sconosciuto nella nostra società tecnologica: nell’impresa, per quanto i prodotti vengano dal lavoro d’équipe, alla fine chi prende l’ultima decisione, chi firma, è uno solo. Al vertice non ci sono due, ma uno solo che ha l’ultima parola.

Nell’essere genitore, invece, si firma in due. Il padre, che non ha più l’ultima parola, come quando – in passato – essa coincideva con l’esercizio autoritario, pare lasciarla alla madre. Che la prende: quasi sempre per generosità, dicevamo. Così funziona l’impresa, ma non la ricchezza del noi genitoriale.

Se Cristina avesse avuto un padre che esercitava in proprio la paternità, avrebbe avuto un padre reale per la sua crescita affettiva e non uno pseudo-padre, appendice della madre.

È una questione... di fede. E non solo fede nel progetto insito nel "due" della procreazione, ma di una fede concreta, umile e salda: che quel padre, così com’è, possa avere qualcosa da dire in proprio sulla genitorialità; e che non sia per nulla casuale e accessorio che quel figlio abbia quel padre. «Desidero avere un figlio da te», dovrebbe voler dire proprio questo: non solo che abbia le tue mani o i tuoi occhi, ma che tu, proprio tu, lo conduca per le strade della vita insieme a me: con i tuoi modi, necessariamente diversi dai miei.

Curiosità esplorativa

È una questione di... curiosità esplorativa. Certe madri, a furia di suggerimenti e di richieste, non sanno, non sanno proprio come il padre avrebbe agito nella situazione concreta. Non lo sanno. Hanno paura del vuoto. E fanno già una profezia che si autodetermina: lui non farà niente, se non lo spingo io. E così il padre non ha che da divenire esperto in "resistenza passiva" e uscire allo scoperto solo in caso di estrema necessità. Ma più egli si ritira, più la madre lo snida, lo scova, lo spinge, lo istruisce. O lo sostituisce, con amarezza e rancore. È il circolo interattivo, in cui ciascuno vede soltanto la parte dell’altro.

Quando una madre, dopo aver scoperto che il figlio si spinellava, fu presa da un colpo di curiosità e volle finalmente sapere come avrebbe esercitato da padre il marito in quell’occasione, si sentì rispondere: «Prendo tre giorni di ferie e vado con lui in montagna». Decisione discutibilissima, se la posta in gioco è che l’altro debba "sentire" ciò che sento io e fare qualcosa che s’inquadri nell’ambito delle mie previsioni, ma di tutto rispetto, se si inquadra in un esercizio in proprio della paternità. Se io non detengo l’unico timbro educativo, l’essere in due produce perfino sicurezza e serenità.

Da ultimo, ma solo da ultimo, è questione di accordo o negoziazione. Quando un genitore (padre o madre) sperimenta che il suo agire da genitore è libero dal giudizio dell’altro, che le proprie opinioni e strategie hanno la stessa dignità di quelle dell’altro, allora è possibile negoziare, trovare punti comuni, perfino accedere al punto di vista dell’altro e cambiare opinione, per la sola ragione che l’opinione dell’altro è realmente diventata la propria, a una diversa luce sui fatti. Oppure è possibile introdurre il fattore tempo o alternanza («questa volta proviamo come dici tu»): il trattare l’altro da genitore di pari dignità porta al moltiplicarsi delle risorse, perfino a colpi di allegria: «Meno male che ci sei tu!».

Basterebbe non volere il meglio, il perfetto. Come capitò a quella madre che prima gridava esasperata: «Mi sembra di avere tre figli e non due! Mio marito boicotta ogni mia iniziativa educativa; arriva al punto che quando io devo farmi aiutare nelle faccende domestiche dai miei (!) figli, lui arriva, prende in mano l’aspirapolvere e dice: «Faccio io, ti aiuto io, lasciali andare!». Quando finalmente le venne un colpo di curiosità, gli chiese (ma per sapere, e con un reale interesse alle sue risposte): «Ma tu come diresti di fare? Io in casa a far pulizia e voi tre maschi a spasso?», e allora scoprì che non era affatto così. Lui che aveva fatto carriera in ditta, ma che da ragazzino già lavorava e faticava pure in casa coi fratellini, voleva che i figli non «odiassero la famiglia», come lui aveva fatto e tentava di arginare le precedenze assolute di lei sulla pulizia della casa, che passavano sopra a ogni altro impegno. Ma un’idea che i figli dovevano "contribuire" ce l’aveva, e come! Quello che a lei era sembrato un puro boicottaggio, contro di lei, si rivelò una risorsa per migliorare il clima familiare.

Come dice Pati: «Il singolo matura l’idea che gli è permesso definire meglio se stesso soltanto se si dispone a concorrere alla migliore definizione di sé, se concorre alla migliore definizione del partner» (3); ciò vale, a maggior ragione, per la relazione genitoriale; un "padre azzerato" non concorre alla miglior definizione di sé da parte della madre.

Del resto, siamo ben sicuri che le madri "sole" desiderano essere in due e i padri azzerati desiderano esercitare in proprio e a modo loro da padre: chi ha più fantasia, cominci a trattare l’altro come "pari grado".

Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini
    

BIBLIOGRAFIA

  • Boszormenyi-Nagy I., Spark G., Lealtà invisibili. La reciprocità nella terapia familiare, Astrolabio, Roma 1988 (originale, 1973).
  • Cigoli V., Il corpo familiare. L’anziano, la malattia, l’intreccio generazionale, Franco Angeli, Milano 1992.
  • Framo J.L., Terapia intergenerazionale. Un modello di lavoro con la famiglia d’origine, Raffaello Cortina, Milano 1996.
  • Gillini G., Zattoni M.T., Benessere in famiglia. Proposta di lavoro per l’autoformazione di coppie e di genitori, Queriniana, Brescia 1994.

   

NOTE

1 Si tratta della situazione presentata in un laboratorio per scuole per genitori nel nostro testo, Benessere in famiglia, Edizioni Queriniana, Brescia 1994. (torna al testo)

2 Ci riferiamo alle figure genitoriali che appaiono nel nostro, Prove per amare, Ed. San Paolo, Cinisello 1999. (torna al testo)

3 Gillini G., Zattoni M.T., Genitori all’ombra del Padre, Ancora, Milano 1999. (torna al testo)

   Famiglia Oggi n. 11 novembre 1999 - Home Page