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PADRI COINVOLTI IN QUANTO PERSONE

Fuggire dai luoghi opachi

di Corrado Pontalti
(ddocente di Psicoterapia, responsabile del Servizio di psicoterapia familiare dell’Università Cattolica di Roma)
            

   Famiglia Oggi n. 11 novembre 1999 - Home Page Nell’indagare la paternità vi è un errore di fondo, quello di utilizzare modelli interpretativi intrapsichici per analizzare fenomeni sociali. I diversi ruoli familiari non vanno ridotti entro confini privati, ma studiati nei diversi contesti storici.

Nel 1984 organizzai con Albertina Del Lungo il convegno Riscoprire il padre. Credo che fosse la prima volta che in Italia questa tematica veniva affrontata da vertici conoscitivi autonomi e in cerca di confronto. Curammo un libro che sembra ancora attuale (1). Da allora non si contano più gli incontri, gli articoli, le ricerche che riguardano la figura del padre, ma che cosa è cambiato nelle nostre conoscenze? Abbiamo strumenti concettuali e operativi più efficaci? Per rispondere a queste domande dobbiamo introdurre una categoria epistemologica cruciale, che ci permetta di collocare il problema su due piani, tra loro connessi ma irriducibilmente discontinui. Uno è il piano della storia della nostra civiltà occidentale alla fine del millennio (2), o almeno la storia della famiglia in Italia (3). L’altro è il piano delle storie personali di noi umani, che entro la storia dobbiamo trovare soluzioni evolutive all’universale mandato per la specie sapiens: garantire la dinamica di nuove generazioni che siano connesse alle generazioni precedenti in una perenne dialettica fra trasmissione e trasformazione (4).

Le caratteristiche strutturali e formali del piano della storia sono state e sono continuamente esplorate da molte scienze umane, dalla filosofia alla sociologia, all’antropologia, all’economia. Queste tematiche trovano puntuale ricerca nella serie dei Rapporti sulla famiglia in Italia curata da Pierpaolo Donati (5) e nel testo a cura di Virgilio Melchiorre (in corso di pubblicazione) che offrono una rivisitazione critica dei Rapporti con l’obiettivo di porre scenari prospettici al girare del Millennio (6).

Il rimando a tali contributi mi evita di riassumere l’aspetto storico in una banalizzazione intollerabile e ingannevole. L’inganno! Ecco quale è il passaggio tra i due piani e quindi la grave responsabilità etica che dobbiamo assumere come studiosi e come clinici quando gestiamo problematiche che toccano il senso dell’identità e della relazione dei singoli attori della vicenda umana entro lo scenario del sociale.

Per inganno intendo l’errore epistemologico di utilizzare modelli interpretativi di tipo intrapsichico per analizzare fenomeni che appartengono a dimensioni antropologiche e sociali di una data epoca e di una data cultura. È l’organizzazione simbolica, economica e sociale che assegna significazione alle persone di una data generazione nei confronti delle generazioni precedenti e di quelle successive. In altre parole le nominazioni "padre, madre, fratello, nonno" sono intrinsecamente relazionali (si è padri perché si è figli e si ha almeno un figlio... e così via) e si riferiscono almeno a tre generazioni (7).

Questi lemmi sono potenti e intriganti. Ridurli a denotatori di funzioni entro il territorio della famiglia, intesa come organizzazione privata, è talmente immaginario da costruire discorsi inutili e molto pericolosi in quanto generatori di inganni scientifici, collettivi e relazionali.

Si comprende allora perché gli studiosi attenti a queste aporie definiscano il campo di indagine sulla paternità e maternità, come analisi delle relazioni tra generazioni entro contesti storici ben definiti: simbolici, demografici, economici, politici, religiosi. Ognuno di questi contesti deve essere studiato con rigore metodologico ed euristico dai vari e specifici saperi scientifici. Solo superando il pregiudizio etnocentrico e colonialista della civiltà occidentale ci possiamo render conto che per molti secoli abbiamo coltivato la pericolosa illusione che potevamo studiare i fenomeni come se fossero universali e in sé invarianti: tutte le menti sono come noi le "predichiamo". Per fortuna le attuali correnti immigratorie ci stanno aiutando a cogliere il senso dei ruoli e delle funzioni in popoli altri (8).

Il mito dell’istinto materno

Tornando al nostro tema devo segnalare l’inganno fondativo che i nostri modelli riduzionistici hanno propagandato come verità e norma: la vita mentale del piccolo della specie si fonda e si organizza entro la relazione primigenia con la madre. Questa diade onnipotente si staglia come alpha della storia sullo scenario cosiddetto scientifico, sia nei paradigmi psicoanalitici che nelle teorizzazioni dei sistemi di attaccamento della psicologia cognitiva. Viene affermato che una sola è la figura di attaccamento-accudimento, la madre, le altre sono complementari o sostitutive.

Alcuni autori difendono l’eterodossia che le figure primitive di attaccamento possano essere molteplici e in primis il padre (9). Ci troviamo quindi confrontati con orizzonti tra di loro irriducibili: da un lato i grandi scenari delle generazioni e delle culture, dall’altro la piccola diade caricata di compiti e mandati estremamente complessi. Quella singola donna, con il suo nome, la sua storia, la sua realtà è investita della responsabilità di generare una mente, le basi di una identità personale, un destino che coinvolgerà le relazioni future (matrimonio) e generazioni future (figli).

Ma quale prezzo paghiamo per tale mitizzazione? Entro questo referente così assolutizzato dove collochiamo gli altri attori della vita familiare? E, infine, questo mito naturalistico dell’istinto materno come si connette con la persona umana definita "padre e nonno e fratello o insegnante"? È nata, quindi, la definizione di "nuovo padre" intorno alla quale un doppio registro organizza l’immaginario collettivo: determina la funzione di collaboratore domestico nei quotidiani lavori casalinghi, la disponibilità ad accudire i figli e soprattutto i figli piccoli (10). Dalla lavatrice al biberon! Poi si trova subito qualche studioso, ben amplificato dai mass media, che chiama questi padri col nomignolo di "mammi". E il gioco dell’oca ritorna alla casella di partenza.

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Compiti nuovi per tutti

È evidente come dopo la seconda guerra mondiale l’organizzazione complessa del sociale si sia profondamente trasformata ponendo compiti nuovi a tutti. La traiettoria interpretativa degli studiosi si è tuttavia delimitata entro due grandi filoni: le modifiche del sentimento personale come problema della fondazione individualistica delle rappresentazioni dell’identità e l’identità come caratteristica specifica (sub specie naturali) del maschile e del femminile.

È questa la grande problematica dell’identità di genere approfondita nel quinto rapporto intitolato: Uomo e donna in famiglia. Nel volume è ben argomentato come questi filoni siano accomunati dallo stesso errore-inganno: isolano gli eventi personali e interpersonali dalla dinamica tra le generazioni nell’assunto illusorio che le generazioni si succedano senza profonde, complesse e misteriose connessioni. E sono queste connessioni che di fatto fondano i precursori delle nostre mappe di senso, cioè i punti di riferimento del nostro costruire, un comprendere gli eventi significativi della nostra vita personale, della nostra vita relazionale, delle nostre cittadinanze.

La caratteristica strutturale maggiormente interrogata, in questo fine millennio, è la prossimità. Si tratta della categorizzazione delle relazioni tra gruppi sociali e della dislocazione delle persone nelle inevitabili molteplici appartenenze che è la caratteristica tipica del sociale post-moderno o del sociale complesso. In epoche precedenti risultavano leggibili con maggiore chiarezza le dislocazioni delle persone entro prossimità in parte definibili tramite il genere maschile e femminile. E questa stabilità e leggibilità attraversava le generazioni: la nonna si poteva riconoscere nella nipote, attraverso la figlia diventata mamma e il nonno nel nipote attraverso il figlio diventato padre.

La nostra generazione di padri in procinto di diventare o diventati nonni è cresciuta entro queste coordinate e la rottura sociale di tale continuità ci ha attraversato nella nostra vita personale e familiare. Le donne erano prossime al territorio familiare e ai compiti fondanti tale territorio, gli uomini al territorio sociale-lavorativo e ai compiti di tale territorio.

I compiti non sono semplici competenze "strumentali"; sono anche dei significanti simbolici che organizzano il sentimento di identità rispetto alle caratteristiche intrinseche dei compiti stessi. Le relazioni tra i sessi non sono quindi mai solo relazioni tra individui, ma relazioni tra territori di senso sociologicamente definiti. Il vantaggio di quella sedimentata configurazione era una certa aspettativa anticipatoria dei compiti, delle prerogative, delle responsabilità, dei vincoli durante la traiettoria del ciclo di vita. Uso il termine "vantaggio" senza nessuna accezione di valorialità positiva; semplicemente affermo che la fondazione sociale dell’identità personale seguiva tragitti evidenziabili e di cui il sociale stesso si face-va garante in una sorta di invarianza che offriva un senso di "ovvietà", cioè di sicurezza, che rendeva la tradizione bussola automatica per sentimenti, ruoli, compiti.

Definirei transiti

Nella nostra epoca, a seguito della trasformazione strutturale del sociale, antropologico, politico ed economico, si è instaurato un intenso traffico tra territori, e il fenomeno caratteristico è divenuto il confine di scambio piuttosto che le dimensioni strutturanti l’interno del territorio stesso. Ogni volta che nella storia il compito diviene quello di definire "i transiti di confine" significa che una comunità è in fase di squilibrio-crisi, dal precedente assetto a nuove configurazioni. Non sono più costituite le regole di prossimità, ma ogni persona è libera di transitare da e verso gruppalità non precostituite.

Questa evenienza si è soprattutto manifestata nelle donne e nei giovani per motivi ampiamente studiati. Questo traffico sui confini è una forma di ibridazione tra culture entro la stessa comunità che prepara adattamenti evolutivi futuri. L’uomo maschio compartecipa ovviamente alla co-costruzione di questa ibridazione, modificando le sue prossimità rispetto alle antiche tradizioni.

Fin qui non ci sarebbero problemi se non la faticosa assunzione di nuove dimensioni esplorative. Succede tuttavia un fenomeno tipico dell’immaginario collettivo: è così complesso il traffico sui confini che viene costruita una classe di incompetenza per definire territori semplificati rispetto ai quali l’incompetente è ritenuto "straniero" e quindi emarginabile. Come è noto, nella dinamica dell’emarginazione, l’emarginato concorda e si emargina. Tanto nessuno lo interpella. L’emarginato è come un apolide che non ha patria, destituito del diritto di essere interpellato. Ma ciò significa che egli non si rappresenta né è percepito come persona in relazione, ma solo come ruolo funzionale a compiti operatori. E vi è la tendenza oggi a collocare l’uomo in questo luogo opaco, condannato a svolgere l’antica funzione di prestatore d’opera sociale, ma senza lo spessore simbolico che rivestiva nella dinamica dei simboli della vita mentale collettiva. Nessuno interpella i padri, «perché tanto non vengono, perché non hanno nulla da dire, perché non sono testimoni di nessuna storia e di nessun sapere».

Ho in terapia un ragazzo giudicato molto malato. Abita in un paesino della Calabria. In vari tentativi di cura è sempre stata interpellata e accusata la madre: «tanto mio marito è sempre assente» (e i terapisti a colludere con questa connotazione). Ho chiesto che venisse anche il padre, un muratore, che non aspettava altro che qualcuno lo coinvolgesse come testimone e attore della storia delle relazioni. Senza di lui la terapia sarebbe stata inefficace, ma nessuno lo aveva coinvolto e il suo essere persona era inaridito dall’assenza di inviti sull’attraversare confini.

Potrei ricordare centinaia di situazioni analoghe, ma preferisco commentare un servizio giornalistico, a tutta pagina, apparso su Repubblica (10 ottobre 1999). A Reggio Emilia, l’Azione cattolica ha organizzato un corso per insegnare alle suocere come stabilire relazioni sane con le nuore «dato che su 10 matrimoni che si rompono, in 3 la colpa è di questo conflitto, conflitto attorno al povero maschio che oscilla come un pendolo tra mamma e moglie».

L’iniziativa è lodevole, eppure è pericolosa e ingannevole. Ritorna il mito semplificativo della diade (suocera-nuora) che sembra riassumere e rappresentare la complessità delle relazioni tra generazioni, ma quante persone non sono invitate a questo corso? Le enumero: il marito, il padre del marito, nonché, a sua volta, marito della suocera, il padre e la madre della nuora. E la suocera, estrapolata da tutta la rete dei suoi contesti, deve imparare a trattare con una nuora a sua volta estrapolata dai suoi contesti relazionali? Questa impostazione, coerente con tutti i paradigmi scientifici sopra ricordati, trasforma le persone in caricature grottesche di ruoli e funzioni. Il maschile intergenerazionale è lasciato nel luogo della non parola, della non persona. Scompare la gruppalità familiare, scompare quindi la matrice che assicura identità nel traffico sul confine.

È errato parlare di nuovi padri. Viviamo in un’epoca in cui nuovi sono tutti gli assetti evolutivi e questo è un compito, una responsabilità, una ricchezza che impegna tutti noi, indifferentemente dal gender, dall’età, dalla collocazione generazionale. Come essere e sentirsi persone (con diritto di parola), in relazione con altre persone nella grande trama del familiare, senza ridicolizzare il tutto nel bricolage delle funzioni e degli stereotipi? Questo è il problema che il sociale si deve assumere tramite le agenzie proprie che a qualunque titolo entrano in relazione e/o offrono relazione con le famiglie: sistema medico, psicologico, scolastico, ecclesiale, assistenziale socio-sanitario.

Bisogna assumere la complessità di coinvolgere i padri, ma non in quanto padri, in quanto persone in relazione sui confini dei nostri interventi e delle nostre proposte.

Corrado Pontalti

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