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PEDAGOGIA DELLA PATERNITÀ

Essere responsabili per sempre

di Luciano Corradini
(ordinario di Pedagogia generale, Università di Roma tre)
            

   Famiglia Oggi n. 11 novembre 1999 - Home Page È probabile che il desiderio di «fare il papà» vari da individuo a individuo, tuttavia è cosa certa che non si nasce genitori, ma lo si diventa solo attraverso il concreto rapporto col figlio. L’esempio e il vissuto familiare stanno, comunque, alla base di ogni scelta e comportamento.

"Genitori si diventa", titolava Caletti (1) un suo libro fortunato una ventina d’anni fa. La cosa è ovvia solo fino a un certo punto. È ovvio, intanto, che si è padri e madri solo dopo la nascita o l’adozione dei figli, con la altrettanto ovvia differenza che nel primo caso la madre si accorge dell’arrivo del figlio e ne sente il peso e la presenza crescenti, fino al traumatico e liberatorio distacco, mentre il padre potrebbe rimanere del tutto all’oscuro di questo processo, se non fosse la madre a coinvolgerlo. Non così nel caso dell’adozione, che matura interiormente nel dialogo di coppia, fino all’accoglienza affettiva e giuridica di bambini già nati.

È il piccolo che, nascendo o entrando in casa, fa di un uomo, talora di un ragazzo, un padre e di una donna una madre. Ma è altrettanto noto che non bastano la nascita biologica e talora neppure l’adozione per mettere in moto una relazionalità qualificata e impegnativa come quella che lega i padri ai figli. Ci sono genitori che rinunciano subito ai figli, con l’aborto o con l’abbandono, per non rinunciare alla loro libertà o alla loro carriera, o per la disperazione di non poterli mantenere, come succede in ambienti di estrema povertà; e ci sono sposi che adottano figli, dopo averli a lungo desiderati e attesi, iniziando a vivere una paternità e una maternità che prescindono dal dato biologico, ma non da tutto il complesso di valori, di cure, di sentimenti e di conflitti che caratterizzano questi ruoli.

È singolare l’annuncio di una paternità maturata in un prete molto noto e in un giovane rom poco più che ventenne, che fra l’altro è già a sua volta padre, per un’adozione in piena regola. Sicché don Gino Rigoldi (questo è il nome del prete in questione) diventa in un sol colpo padre e nonno. Alla paternità giuridica, offerta da un single che non può dare al figlio una madre, seguono anche la paternità e la "figlità" affettiva, che il maturo prete e il giovane zingaro dicono d’avere poco alla volta scoperto.

L’Italia si commuove e i giornali sono lieti di scoprire una nuova possibilità di vivere le relazioni familiari, in un contesto tanto inconsueto come quello presentato, anche se qualcuno teme che la generalizzazione di simile scelta possa limitare l’orizzonte universale dei preti. Non si può certo dire che questa singolare paternità sia cresciuta come un fungo dopo una notte di pioggia, anche se la decisione di darle rilievo giuridico e in certo senso contrattuale è maturata in tempi relativamente brevi.

In effetti don Rigoldi ha da anni fondato una comunità per giovani che vogliono uscire dalla droga, ha aperto una cascina in cui vivono 13 ragazzi tolti dalla strada ed è cappellano nel carcere minorile Beccaria di Milano. La sua paternità diffusa, vocazionale, non è nata ieri. La novità sta nel fatto che un "padre", che è sacerdote e operatore sociale, diventi "papà", accettando di dare concretezza legale ed esistenziale ad atteggiamenti, sentimenti e comportamenti, che appartengono al ruolo di un "padre di famiglia".

La scelta di "fare il papà" non è la conseguenza inevitabile della paternità diffusa del sacerdote, ma non è neppure, come s’è detto, la conseguenza inevitabile della generazione biologica di un bambino. Si può dire che padri non si nasce, ma si diventa in virtù di una decisione che l’esperienza della relazionalità con un "piccolo" particolare, bisognoso di tutela e di aiuto, può far maturare nell’adulto in tempi più o meno lunghi. La decisione assume il carattere di una risposta a un appello, al quale si sente di non potere o di non dovere sfuggire. La risposta appartiene all’ordine etico della responsabilità, e questa dipende a sua volta dalla coscienza della propria imputabilità, intesa come convinzione della legittimità dell’appello con cui si è chiamati in causa, da un altro di natura particolare, un piccolo che non sa cavarsela da solo e che irrompe in qualche modo sul nostro cammino di vita.

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L’esperienza originaria

Secondo Hans Jonas, autore del libro Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica (2), la possibilità di sopravvivenza dell’intera società dipende dall’esperienza originaria del piccolo di fronte al genitore e del genitore di fronte al piccolo che ha generato. Il neonato incontra due occhi, un sorriso, uno che si prende cura di lui, che lo chiama, lo riconosce. È in rapporto a questo dialogo che il piccolo percepisce di valere qualcosa, di avere dei diritti: e solo in virtù di questa esperienza nutriente e alimentatrice percepirà di avere dei doveri e si sentirà chiamato a sua volta in causa quando, cresciuto, si troverà di fronte uno che è com’era lui quando non poteva in alcun modo bastare a se stesso.

Il padre, in altri termini, è un adulto che non dimentica d’essere stato bambino, d’essere cresciuto in virtù di un altro adulto che gli ha fatto da padre (e/o da madre) e che avverte la responsabilità di lasciar soffrire e morire o di consolare e far vivere quel piccolo incapace di vivere senza aiuto, che lo guarda in volto, sia nato o meno dalla sua carne. Sentimenti e comportamenti di questo tipo si sviluppano in modo diverso nelle persone, sulla base delle esperienze fatte, ma anche sulla base di una predisposizione nativa che non appare in tutti dotata della medesima intensità.

Alcuni hanno in mente la funzione paterna prima di sposarsi. A chi scrive è capitato, a 15 anni, di sognare di passeggiare con una bimbetta sul collo, che si chiamava come la sua attuale prima figlia. E prima del matrimonio, con la futura moglie, ha registrato su uno dei primi magnetofoni in commercio un breve messaggio a due voci, rivolto ai futuri eventuali figli, per dar loro un benvenuto, che non apparisse solo dettato dalle circostanze, ossia frutto di rassegnazione a un fatto accaduto per caso.

Si è trattato di una specie di risposta alla provocazione di un grazioso filmetto di Frank Capra, che parlava di due bimbi non ancora nati, che, per poter nascere e vivere bene, si davano da fare, nel Regno dei cieli, per fare incontrare i loro futuri genitori. E perché mai questi eventuali genitori non dovevano darsi pensiero dei loro eventuali figli? Si è trattato di una poetica intuizione felice, che serve a dare un po’ di respiro a quella costrizione nello spazio e nel tempo che condiziona la nostra vita, i nostri incontri, i nostri ruoli. Insomma, se alcuni diventano padri e madri contro voglia, per necessità o per caso, altri lo diventano per desiderio, per volontà, per amore preventivo.

Del resto Platone presentava il suo demiurgo come un «dio buono e senza invidia», che ha deciso di mettere ordine in questo mondo, perché colpito dal disordine e in certo senso dal bisogno di curarlo, di migliorarlo, di fargli vivere quanto possibile una vita degna e bella. E vedeva l’amore come figlio di povertà e di acquisto, capace di condurci dall’amore dei corpi a quello delle anime, a quello delle istituzioni e delle idee, sulla scorta dell’attrazione del "primo amico".

«Se tu mi addomestichi...»

Un’altra fiaba illuminante per evocare la genesi preventiva di questo amore "genitoriale" si trova nel XXI capitoletto del Piccolo principe, di Saint-Exupéry (3), nel dialogo fra il personaggio che rappresenta l’infanzia e la volpe, con la quale il piccolo vorrebbe giocare. Non si può giocare con un estraneo, gli dice la volpe, se prima non lo si è "addomesticato".Copertina de: Il Piccolo principe.

Che cosa significa addomesticare? «Tu fino ad ora, risponde la volpe, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E io non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo». «...Se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri... Non si conoscono che le cose che si addomesticano... Se tu vuoi un amico, addomesticami!».

«Che cosa bisogna fare?», domandò il piccolo principe. «Bisogna essere molto pazienti – rispose la volpe –. In principio tu ti sederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino... Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi. ...È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante... Gli uomini dimenticano questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa...».

Questo "addomesticare" un animale selvatico, questo renderlo progressivamente più vicino, importante, accogliendolo in sé, non assomiglia tanto a una seduzione, quanto all’educazione. Non solo all’educazione dell’altro, dell’estraneo, per renderlo simile a sé, ma anche all’educazione di sé, per farsi capaci di vicinanza, di accoglienza, in senso forte di "concepimento" dell’altro.

Il riferimento alla responsabilità non indica solo la volontà di "assimilare" l’altro a sé, ma anche la volontà di mettersi a sua disposizione. È insomma una sorta di adozione, che implica un orientamento forte all’altro, come suggerisce l’etimologia dell’ad optare: questa scelta può essere debole, come quando si adotta un libro di testo, per tenerlo come cosa propria, o forte, come quando si adotta un bambino per tenerlo come figlio, per inserirlo in una relazione di paternità/maternità/figliolanza.

A mano a mano che le relazioni sociali, i rapporti di appartenenza, i legami familiari si allentano, per lo sviluppo di uno spirito individualistico-consumistico, si notano da un lato l’impoverimento della qualità della vita, dall’altro il degradarsi di persone e cose. Di qui la necessità di attirare, entro l’orbita degli affetti e degli interessi fondamentali della propria vita, persone o cose con le quali intrattenere rapporti di elevata qualità affettiva, d’interesse e di cura. Le città cercano di "gemellarsi", tentando di lavorare sul codice fraterno, che però appare più debole e precario di quello paterno/materno.

Fiorisce così il sostegno a distanza di bambini abbandonati, ma fiorisce anche, da parte di bambini e ragazzi di diverse scuole, l’adozione di "nonni", che si vogliono sottrarre alla malinconia e alla solitudine, di animali in pericolo di vita, di alberi e monumenti abbandonati all’incuria, e addirittura delle città, come suggerisce "Legambiente" ai ragazzi delle scuole elementari e medie.

È questo un modo per combattere la disaffezione, la solitudine, il degrado: è un modo per scoprire la formidabile energia della cura parentale, che protegge e alimenta chi si trova in più o meno gravi difficoltà, come i bambini quando perdono i genitori. Si riscopre, per questa via, la Terra, come il biblico giardino da custodire, da pulire e da coltivare, e l’altro come membro di una famiglia con cui aver parte, da figli o da genitori. Ciò vale per le persone, per i beni naturali e ambientali, per le istituzioni.

Se è giusto sviluppare quel senso di appartenenza che si va pericolosamente smarrendo, altrettanto importante è sviluppare quel sentimento di cura, di protezione, di adozione filiale che può consentire a tutti di vedere gli altri, le cose e le istituzioni con occhi paterni e materni.

Si dovrebbe ricuperare per questa via quella genitorialità diffusa di ciascun adulto per ciascun piccolo, che si è andata smarrendo, sostituita nell’immaginario collettivo e nelle cronache sociologiche dall’aumento dei dati relativi alla passione per i telefonini, per gli animali di razza e per la pedofilia. Per combattere queste distorsioni e queste perversioni bisogna cominciare da lontano, da una famiglia che sappia accogliere e risolvere pazientemente i conflitti, da una scuola che non sia solo materna, ma anche paterna, da mass media che aiutino a sviluppare in modo creativo la paternità anche nei piccoli e nei giovani. Se non siamo alla barbarie, è perché qualcosa di questo genere nella nostra società funziona ancora.

Ammettiamo pure che il corredo genetico predisponga alcuni più di altri alla paternità e che le esperienze infantili facilitino od ostacolino in qualche modo lo sviluppo di questo delicato e complesso atteggiamento nei riguardi dei piccoli. È altrettanto vero che l’educazione deve e può fare la sua parte. E qualche parte sembra che l’abbia svolta nella famiglia e nella scuola di quel ragazzino romano che, in terza elementare, qualche anno fa vinse un premio della presidenza del Consiglio, proponendo questo spot: «La droga coinvolge migliaia di giovani che non diventeranno mai vecchi. Io voglio diventare nonno». Non pirata né dongiovanni, ma nonno. Ossia padre al quadrato.

Luciano Corradini
   

TRACCE INDELEBILI

Sono numerosi i convegni e le pubblicazioni che negli ultimi mesi hanno prestato attenzione al padre. L’argomento, carico di suggestioni, è stato affrontato nei suoi molteplici aspetti: antropologico, sociologico, psicologico, teologico e biblico.

È quanto avviene in Quaderni di azione sociale (n. 2, 1999, editoriale Aesse, lire 20.000), periodico trimestrale delle Acli, che prospetta le tracce di una presenza lacerata del Volto del Padre. Partendo dalla riflessione del "dire Padre a Dio", sostando poi sulle indicazioni delle Scritture ebraiche e sul grido di Giobbe, si giungeCopertina de:Il Volto del Padre. al padre terreno nella psicanalisi e nella letteratura del ’900. Non manca però l’interrogativo se questa sia una società senza padri, cui risponde Gianni Ambrosio.

Il noto docente di Sociologia della religione rileva alcune lacune del padre postmoderno, prima fra tutte quella d’essere indulgente su tutto, tranne che sul profitto scolastico del figlio. Atteggiamento che, del resto, ai figli «appare come un insopportabile arbitrio».

La conclusione cui giunge Ambrosio, dopo aver sottolineato le caratteristiche della figura amicale e fraterna, è che «ciò che determina il padre come tale non è solo la sua personalità individuale e il suo agire, ma la sua funzione relazionale in quanto figura parentale. Precisamente questa figura parentale, che esercita in modo paradossale l’autorità, rischia d’essere disattesa in questo contesto socio-culturale».

   
BIBLIOGRAFIA

1 Giovanni Caletti, Genitori si diventa, Calderini, Bologna 1972. (torna al testo)

2 Hans Jonas, Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, tr. it., Einaudi, Torino 1993. (torna al testo)

3 Antoine de Saint Exupéry, Il piccolo principe (1943), tr. it., Bompiani (I delfini), Milano 1997. (torna al testo)

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