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GENITORIALITÀ EBRAICA E ISLAMICA

«Chi non darà affetto non ne riceverà»

di Piero Stefani
(docente di Dialogo con l’ebraismo, Istituto studi ecumenici di Venezia)

    

   Famiglia Oggi n. 11 novembre 1999 - Home Page Nella Bibbia e nella cultura ebraica il ruolo paterno è quello di trasmettere al figlio l’appartenenza al proprio popolo. Nell’Islam, grazie anche all’esempio di Maometto, i genitori sono degni di grande considerazione.

Vi sono due tipi di ovvietà: quelle su cui non val la pena riflettere e quelle che, al contrario, meritano qualche approfondimento. Tra queste ultime vi è l’affermazione secondo cui si diventa padre (o madre) solo là dove ci sono figli. A ben guardarci, infatti, questa scontata frase mette in evidenza, in modo particolarmente stringente, che l’esistenza umana è legata alla relazione.

Tutti gli esseri umani sono tali perché sono figli e la maggior parte di loro è o sarà anche padre o madre, sono qualificati in questa maniera solo se posti in rapporto con un determinato "altro". Quando si agisce per affermare (o, come si usa dire, per realizzare) se stessi – in qualunque modo ciò avvenga – non si è padri, madri o figli. Lo stesso vale quando l’attenzione è diretta a instaurare dei legami con altri tipi di persone, ad esempio sul posto di lavoro o nel tempo libero.

Naturalmente le formulazioni qui proposte sono troppo drastiche. Né vanno intese come una specie di denuncia moralistica fatta da anime candide, che vedono nella dedizione assoluta alla prole la sublime vocazione dei genitori e individuano in una gratitudine perenne lo stato d’animo proprio dei figli. Qui si vuole semplicemente rimarcare che ognuno, pur restando comunque se stesso in tutta la gamma del suo sentire, pensare o agire, è qualificabile compiutamente come padre, madre o figlio solo nel momento in cui vive quel determinato tipo di relazione che lo definisce in tal modo. Nessun padre vive tutta la sua vita da padre (è anche un cittadino, un operaio, un giocatore di biliardo, un lettore di giornale) e lo stesso vale per il figlio. La sconcertante frase evangelica, in cui Gesù afferma che chi non odia suo padre e sua madre non può essere suo discepolo (Lc 14,26), pur essendo interpretabile in molti modi, esige in ogni caso che il chiamato si definisca innanzitutto come discepolo (riferendosi così alla relazione da lui instaurata con Gesù) e non già come figlio dei propri genitori (come obiettivamente continua ad essere).

Fin dal mondo biblico e via via in seguito per tutta la storia dell’ebraismo, viene più volte ribadito che il padre diviene compiutamente tale solo in virtù delle relazioni che stabilisce con il proprio figlio. Il rapporto breve e iniziale del concepimento rende "padri naturali", tuttavia soltanto la relazione lunga, incerta e molteplice dell’educazione rende "padri culturali" (il temine è qui impiegato nel senso esteso, secondo cui è "cultura" tutto quel che non è "natura"). Nel mondo ebraico è tuttora componente assai sentita quella di trasmettere in seno alla famiglia il proprio senso di appartenenza a una tradizione e a un popolo.

Cosa significhi "identità ebraica" è assai difficile a dirsi; l’unica cosa che si può affermare con sicurezza è che essa va coniugata al plurale, perché molte e spesso contraddittorie sono le maniere di dirsi ebrei; né certo esse si limitano a definizioni di tipo esclusivamente religioso. Tuttavia, in molti casi, vale ancora la suggestione contenuta nella frase secondo cui è ebreo non tanto colui che nasce da madre ebrea (questa è la definizione tradizionale, infatti nell’ebraismo la discendenza è matrilineare), quanto chi rende tale il proprio figlio, cioè sa trasmettergli, oltre alla vita, anche la propria cultura.

Gesù nel Vangelo afferma che chi non odia suo padre e sua madre, non può essere suo discepolo. In tal modo egli esige che il chiamato alla vita cristiana si definisca, innanzitutto, come suo seguace e non come figlio dei suoi genitori.

Il fatto che questa trasmissione abbia in se stessa delle componenti aperte, può essere posto in luce in molti modi; tra essi vi è anche il riferimento alla proverbiale predominanza assunta dal domandare in seno all’ebraismo, caratteristica quest’ultima che ha fatto addirittura coniare la definizione secondo cui è ebreo colui che risponde a una domanda facendone un’altra. È, quindi, tutt’altro che marginale constatare che, da moltissimo tempo, alla domanda sia riservato un ruolo cruciale anche rispetto alla relazione tra padre e figlio. Preoccupazione pedagogica, trasmissione della fede, senso di identità e spazio riservato all’interrogazione sono tutti tratti assai facilmente individuabili nella Haggadà di Pesach (letteralmente: «narrazione della pasqua», termine con cui si indica il testo recitato nel corso della cena pasquale ebraica (seder). Il momento in cui più intensamente la domanda è collegata alla trasmissione della fede e alla difficoltà massima insita in tale tentativo si ha quando questo scritto conosciuto da ogni ebreo propone quattro tipi di figli a cui vengono associate quattro diverse domande.

Lo spunto del brano lo si trova nei seguenti quattro passi biblici. «Quando i vostri figli vi chiederanno: "Che cos’è per voi questa cerimonia?". Voi direte: "Questo è il sacrificio pasquale in onore del Signore..."» (Es 12,26-27). «Racconterai a tuo figlio in quel giorno dicendogli: "Per quello che mi fece il Signore quando uscii dall’Egitto"» (Es 13,8). «Quando tuo figlio domani ti domanderà: "Quali sono le testimonianze, gli statuti, le leggi che il Signore, Dio nostro, vi ha comandato?", tu dirai a tuo figlio: "Noi fummo schiavi del faraone in Egitto e il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente..."» (Dt 6,20-25).

La preoccupazione posta al centro di questi riferimenti biblici è quella della trasmissione di un ricordo dell’evento posto a fondamento della fede ebraica, ed è compito del padre trasmetterlo. Se di esso non si fa memoria a chi viene dopo, il senso stesso della liberazione dall’Egitto è destinato a estinguersi; mentre se lo si comunica se ne diviene di perciò stesso protagonisti. Il padre può affermare di fronte al proprio figlio di essere stato in prima persona titolare dell’azione liberatrice del Signore, non perché i suoi piedi siano effettivamente passati all’asciutto attraverso il Mar Rosso, ma solo perché racconta a suo figlio quell’evento, dando così un futuro alla vicenda di liberazione iniziatasi con l’esodo.

Cena di Pasqua ebraica (E. Luzzati).
Cena di Pasqua ebraica (E. Luzzati).

Quattro domande positive

Prendendo lo spunto da questi passi, l’Haggadà di Pasqua afferma l’esistenza di quattro tipi di figli: il saggio, il malvagio, il semplice e colui che non è neppure capace di fare domande. Il primo di questi chiede: «"Quali sono le testimonianze, gli statuti, le leggi che il Signore, Dio nostro, vi ha comandato" (Dt 6,20). Così tu insegnagli le norme relative a Pesach...». La domanda è articolata, ma non saccente; soprattutto essa verte su quello che bisogna fare. Il figlio è saggio non perché vuole conoscere astrattamente, ma perché vuole agire in modo giusto.

Nella modalità della risposta (qui trascritta solo nel suo inizio) vi sono particolari rituali piuttosto complessi e in alcuni aspetti addirittura, in parte, inapplicabili. Sembra un paradosso: a chi chiede cosa bisogna fare si risponde dicendogli cose che non si possono più compiere (riguardano infatti il sacrificio pasquale non più attuabile dopo la distruzione del tempio avvenuta nel 70 d.C.).

Eppure è proprio da questo particolare che si ricava un significato profondo: ogni persona saggia deve sapere che tutto quanto gli è trasmesso, anche quando gli viene dal padre, non può essere assunto solo nel suo valore strettamente letterale. Qualsiasi precetto va continuamente interrogato proprio per poter restare fedeli a esso anche in circostanze mutate. Nessun padre dovrebbe comunicare al figlio delle formule, dovrebbe invece indicargli delle prospettive.

Al malvagio è attribuita la domanda: «Che cos’è per voi questa cerimonia?» (Es 12,26). Nell’originale biblico tale domanda è positiva, nella rilettura tradizionale diviene invece negativa perché giocata su una contrapposizione tra "voi" e "me". Si intendono cioè queste parole come se implicassero il fatto che la cerimonia è qualcosa che riguarda solo «voi, mentre io mi chiamo fuori». Il figlio diviene così ribelle in quanto si vuole autodefinire rompendo i legami con chi lo ha preceduto. Egli non vuole solo cercare la propria via – fin qui non c’è nulla di malvagio –, ma si propone, per quanto è in suo potere, di interrompere la catena della trasmissione, voltando le spalle a tutti coloro che, lungo l’intera storia ebraica, hanno mantenuto vivo il ricordo dell’esodo. Per questo l’Haggadà di Pasqua invita il padre ad assumere un atteggiamento particolarmente duro: «Tu fagli digrignare i denti e digli: "Per quello che mi fece il Signore quando uscii dall’Egitto" (Es 13,8). A me e non a lui: se egli si fosse trovato là non sarebbe stato liberato».

Il semplice dice solo: «Che cos’è questo?». La pedagogia biblica, non meno di quella paterna, culmina nella capacità di far insorgere domande. In luogo delle questioni assai particolari poste dal saggio, qui tutto è diretto e immediato. Il semplice è colui che senza fronzoli arriva direttamente al nucleo del problema. In effetti la risposta data dal padre mira anch’essa all’essenziale: «Con la forza del suo braccio il Signore ci fece uscire dall’Egitto, dalla casa di schiavi» (Es 13,14). Il padre dunque comunica al figlio la verità che sta alla base di tutto il resto.

Vi è infine colui che è così scarsamente interessato alla situazione in cui si trova da non saper proporre il più semplice degli interrogativi. L’obbligo di raccontare, però, vale anche e soprattutto per chi non sa neppure porre questioni. In tal caso al racconto paterno spetta il compito di rendere qualcuno che non sa nulla partecipe della trasmissione della parola. Non è un caso che proprio qui chi racconta si dichiara apertamente protagonista in prima persona dell’evento stesso: «Per quello che mi fece il Signore quando uscii dall’Egitto» (Es 13,8). Il padre, dopo millenni, continua a presentarsi in proprio protagonista dell’esodo perché ne trasmette il ricordo al figlio mettendolo in tal modo nella condizione di essere a sua volta una persona capace di raccontare.

La presenza in questa tipologia di un figlio qualificato addirittura come malvagio indica che, da sempre, si sa che il processo educativo può anche fallire. In antico ciò era ben noto, ma probabilmente questo esito negativo veniva imputato in toto al figlio e non al padre. Il Deuteronomio, servendosi di un linguaggio di inusitata crudezza, parla addirittura della pena di morte da riservarsi a un «figlio testardo e ribelle» (Dt 21,18-21). Nella modernità le colpe, o almeno i sensi di colpa, sono invece ormai diventate del tutto reciproche.

Pagine del Corano. Il libro sacro dell’Islam è incentrato su Maometto.
Pagine del Corano. Il libro sacro dell’Islam è incentrato su Maometto.

La lettera di Kafka

Questo vale, ovviamente, tanto per ebrei quanto per non ebrei; proprio come gli uni e gli altri si ritrovano nelle acutissime, laceranti pagine della Lettera al padre di Kafka, in cui il racconto del dilagante senso di colpa avvertito dal bimbo Franz di fronte al suo troneggiante padre si tramuta, nella mente di ogni lettore, in implacabile atto di accusa.

Una sezione di questo scritto – consegnato da Kafka alla madre, ma da quest’ultima mai fatta giungere nelle mani del marito – riguarda direttamente la tradizione ebraica, ma neanch’essa, commenta Franz, «mi giovò per salvarmi da te», eppure «qui uno scampo sarebbe stato possibile, e ancor più si poteva pensare che noi due nell’ebraismo ci saremmo ritrovati, o che per noi sarebbe stato un comune punto di partenza».

Nelle righe successive Kafka esamina le fiacche modalità con cui si svolgevano le visite in sinagoga durante alcune feste solenni; né entro le mura domestiche le cose andavano meglio: «tutto si limitava al primo seder che, sotto l’influsso dei ragazzi che si facevano adulti, divenne a poco a poco una commedia con risate convulse (Perché accettavi quel potere? L’avevi provocato tu.) Questo era il materiale della fede che ci veniva trasmesso...».

Fa irrimediabilmente torto alla sottigliezza «tremenda e fascinosa» di Franz Kafka limitare il discorso a questi pochi e sommari cenni, per di più va aggiunto che il tema direttamente religioso non è certo il più importante della lettera. Tuttavia rimane ugualmente un simbolo non trascurabile di una realtà ebraica (e non solo) prendere atto che le situazioni «canoniche», in cui il padre è chiamato a essere «culturalmente» tale, rischiano di diventare sempre occasioni per misurare uno scacco.

Né certo la risposta adeguata a questa difficoltà la si trova nella scelta di voler riproporre, su un terreno delicatissimo come quello della religione, modelli rigidi sempre in procinto di diventare gabbie oppressive o, volenti o nolenti, palestre di intolleranza. Una replica più adeguata sarebbe invece quella di trovare un terreno su cui possono ripresentarsi le domande dei figli e i racconti dei padri (entrambi possibilmente non solo rituali).

Mosè spiega il rito dell’agnello pasquale (Bibbia di Borso d’Este).
Mosè spiega il rito dell’agnello pasquale (Bibbia di Borso d’Este).

Un debito verso il passato

Il rapporto genitori-figli è la cellula attorno alla quale si sviluppa il succedersi delle generazioni. Se i primi, guardando al futuro, devono trasmettere ai secondi il patrimonio della tradizione, i secondi devono riconoscere il loro debito verso il passato. Per questo nelle tradizioni religiose si parla spesso di onore da riservarsi ai genitori (cfr. Es 20,12; Dt 5,16); atto che, a differenza di quanto a volte si è propensi a credere, non riguarda affatto l’obbedienza infantile a mamma e papà, bensì appunto l’onore che l’adulto riserva ai propri genitori, esteso anche quando questi ultimi vivono la loro decadenza fisica o anche mentale.

Nel Corano si legge: «Il tuo Signore ha decretato che non adoriate altri che lui e che trattiate bene i vostri genitori. Se uno di essi, o ambedue, raggiungono presso di te la vecchiaia, non dir loro: "Uff !", non li rimproverare, ma dì loro parole di dolcezza. Inclina davanti a loro mansueto l’ala della sottomissione e dì: "Signore, abbi pietà di loro, come essi hanno fatto con me, allevandomi quando ero piccino"» (17,23-24; cfr. Sir 3,13). Stretta è la connessione tra il riferimento al Dio unico e quello ai genitori; qui, in un certo senso, si chiede che Dio tratti padre e madre tenendo conto del modo in cui essi si sono presi cura dei propri figli. Si dirà che in questo caso il comando riguarda i figli e non i genitori; è vero, tuttavia non pare azzardato concludere che è proprio in precetti come questi che risulta in modo particolarmente netto quanto grande sia il significato della figura del padre e della madre.

Una tradizione orale attribuita a Maometto narra che un tale affermò davanti al profeta: «Andrò al jihad» (intendendolo nel senso militare del termine); l’inviato di Dio gli replicò chiedendogli se avesse entrambi i genitori. Avendo ottenuto risposta affermativa disse: «Allora il tuo jihad è stare con loro». Non si tratta dunque di guerra santa, ma, secondo il senso più proprio della parola, di un atto che si compie solo perché si è sulla via di Dio. Qui dunque il profeta indica un comando di natura davvero religiosa: aver cura quando si è adulti dei propri genitori significa onorare Dio. Il termine "Padre" non rientra nell’elenco dei «novantanove nomi più belli» che, secondo l’Islam, sono propri di Dio; eppure non è davvero poco affermare che l’onore dei genitori è una forma di jihad.

Il più celebre testo devozionale cristiano medievale si chiama Imitazione di Cristo. Tuttavia ci sono dei comportamenti di Gesù che trascendono ogni capacità umana di assumerli come modello, mentre, per converso, vi sono parecchie situazioni umane non assunte da Gesù in prima persona, tra esse quella di essere marito e padre. Anche nell’Islam vige un principio di «imitazione», il modello in questo caso è il comportamento assunto da Maometto.

Il profeta fu un uomo come tutti gli altri, non fece miracoli, né la sua sorte fu diversa da quella delle altre creature umane. Per questo il suo esempio è sempre applicabile in ogni circostanza: anche in rapporto ai figli. Riportiamo un paio di esempi tratti da tradizioni orali autentiche. Il primo afferma che il profeta prese in braccio il piccolo Ibrahim (il suo unico figlio maschio, destinato a morire a due anni) e davanti a tutti, secondo l’uso arabo, «lo baciò e lo annusò». In un’altra occasione mentre baciava un nipotino, un seguace di nome al-Aqra’ disse, vantandosi, di aver avuto dieci figli e di non averne mai baciato uno, al che Maometto rispose: «Chi non sente affetto, non riceverà affetto». Un’altra volta chiamò i suoi due nipoti: «i miei fiori odorosi di questo mondo».

Quelle qui riportate non sono parole dotate di una forza imperativa paragonabile ai versetti coranici, sono solo autorevoli esempi. Si dirà che non dovrebbe essere necessario prendere a modello il profeta per sentirsi spinti a baciare i figli. Inoltre si può aggiungere che questa imitazione di Maometto, estesa a ogni aspetto del vivere quotidiano, rischia di irrigidirsi in atteggiamenti formalizzati; vi è del fondamento nell’una e nell’altra osservazione, tuttavia non è indifferente sapere che anche l’inviato di Dio ha vissuto una vita integralmente umana, né è di sicuro disprezzabile l’insegnamento secondo cui chi non prova affetto non ne riceverà.

Piero Stefani

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