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IL TESTAMENTO DI LUIGI SANTUCCI

Andare a caccia di gioia

di Luigi Santucci
(scrittore)

    

   Famiglia Oggi n. 11 novembre 1999 - Home Page Consapevole d’aver vissuto una vita privilegiata e felice, lascia in eredità le opere scritte, autentiche testimonianze della passione per il mestiere fatto. E per la vocazione avuta: quella di lodare persone, sentimenti, parole, musica.

Carissimi, eccovi dunque la mia voce. Così vi convincerete che non me ne sono andato del tutto. La voce di chi è scomparso è veramente più che una reliquia: è la proiezione di un’anima, è la componente più simbolica di una persona, vorrei dire che è una sua piccola "risurrezione".

Non sono qui a dirvi, «non piangete». Se vi fa bene piangere, accettate il pianto, coltivatelo anzi. Ma che sia un pianto, che siano lagrime serene, o addirittura gaudiose. O persino allegre. Mi capite? Perché "serene", perché "allegre"? Perché la mia vita è stata una vita "privilegiata" e, oso dire, felice. E – rendetevi conto – questa vita privilegiata, e lunga (lunga, sì), è e rimane iscritta, codificata nell’accaduto, nella realtà; nella mia ma anche nella vostra realtà: di figli, che l’avete, questa mia vita, in gran parte posseduta, condivisa, e perciò la trattenete, la continuate in qualche modo, non astratto. No, nessuna vita è annientabile. «Io non sono nel nulla» e la mia vita non è annientata. Anche perché è depositata dentro di voi, creature mie care.

Ed è stata la mia – questo conta non poco – una buona vita, della quale vorrei lasciarvi eredi.

Luigi Santucci.E, vedete, il bene, il bonum della mia vita è intrecciato a quell’altro privilegio: quello di avere tanto scritto; a questa vocazione, questa attitudine di scrittore; e di vedere adesso, nella mia ultima rampa, allineati qui nello scaffale a sinistra, quella trentina di libri tra maggiori e minori che ho scodellato dai miei vent’anni in avanti. Privilegio anche questo; perché, miei cari, al di là della presunzione di acquistare una posterità (una piccola posterità, non dico già una gloria), mi dà un immenso conforto sapere, pensare, che la parte più appassionata, più faticata, più esaltante di me, voi creature mie, e quanti altri mi abbiano amato, la potrete ritrovare aprendo quelle pagine.

Certo, almeno da quando voi siete nati (voglio dire dal 1950 in cui scrivevo Lo zio prete) è questo "auspicio", questa speranza e progetto che magari inconsciamente mi stimolavano, mi davano lena e coraggio quando si oscurava in me la fede nella letteratura, la mia e quella universale: e cioè quando scrivendo, schiumando a volte di sforzo, certe notti in cui tiravo l’alba per finire un capitolo, io vi immaginavo, vi vedevo cercarmi un giorno con gli occhi sulle mie pagine; le quali meglio di ogni altra cosa avrebbero colmato un poco il vuoto di non avermi più accanto.

Ma poi la ragione più segreta e più forte per cui ho fatto questo mestiere, e della quale ho preso coscienza ultimamente, è... sì, è la vocazione, la spinta, la volontà di lodare. Lodare quante più cose posso. Persone, luoghi, rapporti umani, sentimenti, autori e le loro parole, o se musicisti le loro musiche.

Più volte mi sono chiesto che cosa abbia spinto il mio io a far questo mestiere di scrittore. A ben pensarci, io dico che se dovessi sintetizzare in un’espressione, in una formula il mio essere stato scrittore, credo che sarebbe questa: che scrivo per lodare. Sì, io sono, e sempre più lo sono diventato ultimamente, un laudese. Vi ricordate quella confraternita medievale? Solo che quelli lodavano Dio, la Madonna, i santi. Io ho lodato, ho cercato di applaudire, di risuscitare nella lode, quante più cose ho potuto. Anche la vecchiaia, che come ricordate non mi è mai stata simpatica né gradita. Scrivere per lodare. Dunque, certo una letteratura alquanto inammissibile, in anni come questi dove quasi tutto è squalificato come negativo, come spregevole, come il contrario che "degno di lode".

Prima di morire, Santucci ha registrato su nastro un lungo messaggio per i figli. Il noto scrittore, padre premuroso, invita i suoi a essere generosi, espansivi, coccoloni. E a dare ai bambini un’infanzia piena di armonia e amore.

La lode, sì, come messaggio, come linguaggio, se non per salvare il mondo, per guarirlo (ci vuole altro!), però per aiutarlo, perché ricuperi una qualche stima, una qualche fiducia in se stesso; perché esca dall’autodisprezzo, dalla disperazione, e ritrovi l’amabilità. Ciascuno, per prima, l’amabilità di se stesso; e da questa poi anche quella degli altri, delle cose. Ama il prossimo «come te stesso». Dunque amarci, stimare noi stessi e apprezzarci a sufficienza è un dovere, un dovere addirittura biblico. Perché senza un certo entusiasmo nei nostri confronti è poi quasi impossibile amare gli altri, si va a rischio al contrario d’infiltrare negli altri i nostri squilibri, i nostri tossici, il nostro scetticismo o addirittura pessimismo sull’umanità.

Dunque, in tutto questo lungo discorso a voi, che si avvia a chiudere, io ho voluto confermarvi – perché ne siate confortati – che la mia vita è stata questo: colma di fortune, privilegi, dove la gioia posso dire che ha prevalso sul dolore. E che tutto questo che ho avuto io l’ho davvero goduto, grazie penso alla mia natura di poeta, l’ho goduto (questo è molto importante) con consapevolezza.

E questo insieme di cose – di presenze soprattutto, di vicinanze, di grazie – mi ha permesso di salvarmi dal mio scorpione (1) (animale notoriamente alquanto perverso), di sgravarmi del mio tasso di pessimismo. Tutti abbiamo dentro un certo tasso di pessimismo..., ma si può sconfiggerlo attraverso cose forti e positive: impegni mentali, emozioni poetiche, facoltà di ricordare, soprattutto gli entusiasmi dell’amare.

Spero che questa mia chiacchierata a ruota libera lasci voi, figli miei, con un grande conforto: nel sapere, nel sentirmi con questa voce affermare che me ne sono andato in pienezza di soddisfazione e di gratitudine alla mia sorte. Insomma, gente mia: se si potesse scrivere in anticipo la propria vita in un copione (io sono stato anche commediografo, no?) mi par di poter dire che io la mia vita l’avrei scritta così, su questo copione.

Buona vita, figli miei!

Vorrei poter scrivere l’ultima scena tale che il mio transito precedesse e mi risparmiasse quella decadenza e quella involuzione che inevitabilmente fa paura a tutti e anche a me. Chissà, Dio lo voglia. Mi conceda questa ultima grazia. Che quel transito non sia troppo lungo e doloroso; ma nemmeno troppo breve da non fornirmi il tempo di prepararmi e adattarmi a quello che più mi riuscirà difficile: separarmi da voi.

Il mio voto e il mio augurio, ecco l’ultima cosa, che sappiate "difendervi", voi che tutto sommato siete stati formati in un secolo ancora con qualche alimento di civiltà: il secolo XX. Sappiate, dicevo, difendervi da quel 2000 su cui sono tanto felice di non affacciarmi. Coi suoi cataclismi etnici, coi suoi vergognosi progetti di clonazioni e uomini in fotocopie di cui si parla tanto in questi giorni, con i supremi trionfi d’imbecillità a cui i media voteranno l’uman genere, e via dicendo.

Ma penso che la vostra civiltà interiore, la vostra aristocrazia di spirito, e infine la "scuola di mitizzazione", alla quale mi sono sforzato di formarvi, vi proteggeranno da tutto questo. Me lo auguro, ve lo auguro. Io vi tutelerò in tal senso.

E adesso... buona vita, figli miei. Buona vita.

Carissimi (2), vi rivolgo questo messaggio per darvi, come meglio ci riuscirò, un conforto; per aiutarvi – ora che appartengo al passato – a superare la vostra condizione di "orfani". Pensiamoci allora un momento insieme su questa parola "passato". Il passato non è solo, vedete, una parola, è qualcosa di ben più: è una realtà che ci appartiene, e che nessuno (nemmeno Dio) ci può togliere. L’ho meditato e scritto nell’Orfeo in paradiso, che il passato "non" è un soffio confuso e illusorio di parole e immagini e sensazioni perdute; ma è un paese che ci appartiene (ci appartiene profondamente e incancellabilmente) e nel quale possiamo in qualche modo abitare, dal quale nessuno ci può mai scacciare, neppure la morte. Come lo possiamo abitare? Con la memoria e con l’amore. Vedete: più è stato forte l’amore, più salda e nitida è la memoria che ci conserva quel passato, che ci compensa di quella realtà scomparsa. Ma sì, andate magari a rileggervi nelle prime pagine dell’Orfeo quella teoria della "scomposizione del tempo", del tempo che ci appartiene nell’amore. Non è un gioco di parole o di concetti. È l’unico modo – come dire – magico e segreto, per fare i conti con la morte di chi amiamo, e ancora al di qua della religione e della fede.

Vi raccomando, figli cari: date ai vostri bambini l’infanzia più bella possibile, più favolosa possibile. Un’infanzia soprattutto di pace, di armonia, con lo spettacolo (che a me purtroppo è mancato) di un’intesa e di un’armonia, possibilmente di un amore che duri e si approfondisca col vostro partner. Se posso darvi un viatico, una formula che può sembrare artificiosa ma non lo è, sotto il vostro tetto, io vi raccomando, sotto gli occhi dei vostri figli, siate espansivi, coccoloni l’uno verso l’altra. Non cedete – col passare degli anni – alla stanchezza dell’esprimere i vostri sentimenti famigliari. La vita intorno è spesso tanto crudele, cinica e arida; la vita dev’essere invece "dolcezza", deve avere la violenza e la testardaggine della dolcezza. E ricordate che la fortuna conta, sicuramente, ma non basta. Che la vita a due è una costruzione di tutti i giorni, è un accanimento quotidiano della fantasia e della pazienza, del coraggio e della generosità. Ma su questo del rapporto (e non parlo solo del rapporto col partner, ma anche di quello col figlio, col fratello, con l’amico) mi preme di fermarmi, perché ormai sarete ben convinti anche voi che nella vita la riuscita, il successo, diciamo più alla grande "la felicità", si costruiscono sul rapporto con l’altro, con chi per sangue o per incontro fa parte del nostro destino.

Ecco: mi sarebbe facile scivolare nelle raccomandazioni evangeliche (ma tutto voglio farvi meno che una predica), esortarvi qui all’amore per il prossimo: almeno per il più prossimo, che è quello del famigliare o della persona con cui conviviamo. Ma vorrei dirvi, oggi, di più. L’amore è una grande parola, ma può restare vaga e indifferenziata.

L’amore di coppia

Io vorrei che voi, nell’amare l’altro, vorrei che scriveste su una vostra ideale lavagna domestica alcune parole – come dire – più stimolanti, più prepotenti. Le parole... entusiasmo, immaginazione, cocciutaggine; e magari anche, sì, le parole pietà innamorata, memoria, e sogno. Perché si ama non solo col cuore o coi sensi, ma si ama con queste facoltà (l’entusiasmo, l’immaginazione, la fantasia, la memoria, il sogno, accidenti!), mobilitate tutte e tutti i giorni per quel miracolo che è la conservazione e la crescita dell’amore.

Guai a pensare che l’amore della coppia sia una proprietà acquisita una volta per tutte, e da tenere in cassaforte. Badate, non è sempre facile; non è affatto facile. Anche quando ci si ama (ci si ama ancora dopo anni), senza quell’entusiasmo e vorrei dire una certa "scaltrezza", l’amore può diventare sterile, noioso, inacidire.

Bene, figli: quando quell’entusiasmo sia minacciato, quando il vostro partner vi abbia un po’ scocciato, o, magari peggio, irritato e trattato male, allora io vorrei suggerirvi una formula. È una formula, consentitemi, da scrittore, che mi viene ancora da certe illuminazioni nàtemi scrivendo l’Orfeo; e che richiede un "salto" fuori dell’oggi, fuori della piccola bega o disillusione che magari state vivendo. Voi dovete investirlo allora – il vostro compagno o compagna – di una grande pietà. Una pietà struggente, materna; ma voglio dire di più: angelica. E andare a immaginarlo (il vostro partner, ma anche il vostro fratello o sorella, o il vostro amico, secondo il caso) nella sua più lontana infanzia: quando era innocente, del tutto adorabile, senza quel tasso inevitabile di "carogneria" che gli uomini e la vita gli hanno ficcato dentro: e figurarvelo allora quando lui piccolino, nel gran caleidoscopio del destino s’incamminava verso di voi. Oppure (facendo tutti gli scongiuri del caso) immaginatela, questa creatura a voi cara, ma con cui momentaneamente la convivenza si è fatta più difficile, più spinosa, immaginatela sì al punto della sua morte. Quando rivede nell’ultima fantasmagoria, come dicono, tutte le cose, le ore vissute con voi. E si dispera di esservi spiaciuto, di avervi magari offeso.

Ecco, ragazzi miei: questo immaginario flash dovreste viverlo col pensiero, applicarlo al primo insorgere di qualche dissidio. Ho scritto in una mia pagina (e scusatemi se vi rimando ancora all’Orfeo, ma proprio là c’è tutto lo sforzo della mia meditazione per superare un distacco, così come oggi voi dovrete fare nei miei confronti), ho scritto, dicevo, che dovremmo immaginare la creatura che amiamo sul suo letto di morte, anche «quando la vediamo fare le capriole su un mucchio di fieno». E direi poi, capovolgendo: così come voi dovete immaginare oggi me che faccio le capriole su un mucchio di fieno.

Se dovessi lasciarvi in questo testamento un solo vocabolo, un solo "grido" di raccomandazione, sarebbe questo: generosità. Siate generosi, "sempre", l’uno verso l’altro, l’uno verso tutti. La generosità non s’illustra – e me ne guardo bene – con massime né con riferimenti particolari. Vi dico solo: siate generosi, e poi siate tutte le altre cose. Sarete felici e fortunati. La generosità è la testa e la coda di quella cosa più grande, metafisica, che è la carità: è il suo aspetto spicciolo e quotidiano; e vorrei dire che la generosità ha un suo aspetto "sportivo", una sua euforia come premio immediato; sì, la generosità è la ruffiana della gioia... E la gioia è importante. Credeteci nella gioia; e andatene a caccia, tutti i giorni.

Luigi Santucci

SULLA SCIA DI MANZONI

Lo scrittore Luigi Santucci (1918-1999) è ritenuto dalla critica il più importante narratore milanese della seconda metà del Novecento. Si inserisce nella tradizione degli scrittori cattolici lombardi, profondamente religiosi ma non clericali, sviluppatasi sulla scia del Manzoni.

Narratore a suo modo "storico", interprete di una borghesia alla quale apparteneva, Santucci si muoveva a suo agio tra la famiglia, il lavoro, gli amici, i luoghi amati. Usava una lingua pulita, elegante e ricca di vocaboli inconsueti. I critici letterari gli riconoscono unanimemente un’ironia che non è né mordace né affettuosa.

Vincitore, in Italia e all’estero, di molti premi letterari (Campiello compreso), commediografo, poeta, autore di prosa e di elzeviri, Luigi Santucci annovera fra i suoi libri Il Velocifero (Mondadori, 1965), storia d’ambiente milanese che fa rivivere figure, oggetti, interni domestici tra fine Ottocento e primo Novecento.

   
NOTE

1 Luigi Santucci è nato l’11 novembre 1918, sotto il segno – appunto – dello scorpione. È scomparso a Milano il 23 maggio 1999. (torna al testo)

2 Vedi anche Il Segno, luglio-agosto 1999. (torna al testo)

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