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DOSSIER - LA RISCOPERTA DELLA MEMORIA

IL PADRE NELLA NARRATIVA ITALIANA
     

   Famiglia Oggi n. 11 novembre 1999 - Home Page

Negli ultimi romanzi degli autori quarantenni e trentenni emerge la fiducia nel dialogo con il padre, a lungo messa in discussione dalla cultura della contestazione. Se prima la rivolta e il conflitto con la figura paterna erano diventati emblematici, oggi appare la necessità di un recupero della memoria del padre e di quei valori che sono propri della tradizione che rappresenta. Abbiamo così due tensioni: una di tipo memoriale, l’altra che tende a mettere in luce ancora una volta un conflitto generazionale. Il nuovo padre però non è più una figura autoritaria e imperiosa, ma un uomo in crisi che non sa riconoscere il proprio mondo e che tenta disperatamente di regredire alla condizione di figlio.

LA FIGURA PATERNA NEI ROMANZI

DALLA CONTESTAZIONE AL DIALOGO

di FULVIO PANZERI
(critico letterario)

La figura del padre nella letteratura del Novecento è ricorrente, in quanto punto di riferimento essenziale, come del resto lo sono i rapporti familiari, nodo che sembra essere imprescindibile in una ricerca letteraria, al punto che diventa difficile operare una ricognizione completa di tutte le opere che trattano, a vari livelli, questa tematica. Diventerebbe un lungo elenco assai sterile. Così è preferibile valutare opere significative, di generazioni diverse, che illustrano come via via la figura del padre viene intuita dagli scrittori, in relazione al loro tempo generazionale e ai sostanziali mutamenti che sono avvenuti nella società.

È però da segnalare un dato comune che va sottolineato, affrontando l’argomento: nonostante le generazioni si siano succedute e sia in qualche modo cambiato il modo di rapportarsi con la figura paterna, resta sempre evidente una dicotomia di approccio soprattutto nel rapporto tra padri e figli.

Metafora dell’autorità

Ogni generazione, in questo Novecento, sembra aver dovuto affrontare lo scontro con la figura paterna intesa come metafora dell’autorità, del dominio, in quanto il padre diventa il punto di riferimento della legge. È colui che istituisce la morale e che idealmente istituisce il legame con le radici e con la tradizione.

Questo aspetto è stato messo in rilievo non solo nei casi di forte autoritarismo o di dominio indiscutibile della figura paterna, di cui è diventato simbolo assai significativo il "padre padrone" raccontato dal pastore sardo, Gavino Ledda, nel famoso libro che è poi diventato un film diretto dai fratelli Taviani, ma anche in altre situazioni meno estreme.

Per poter intuire il valore della figura paterna, per metterne in luce l’autorevolezza sembra che per il figlio sia necessario operare uno scontro violento, una contestazione radicale della figura e del ruolo del padre. È l’ottica del figlio che, per crescere e per diventare "padre" egli stesso, sente la necessità di "provare" fino in fondo la struttura di questo ruolo.La copertina del libro :  "Padre padrone".

Di contro emerge invece un ulteriore passaggio che porta i figli, dopo le contestazioni a oltranza, una volta raggiunta una propria maturità, a rivalutare la figura paterna, intraprendendo un affascinante percorso di "ritorno" alla figura del padre, che comporta anche la riscoperta del mondo che gli è appartenuto, dei valori che ha trasmesso, della tradizione culturale che ha affrontato. Sono aspetti che non vengono più contestati, ma che sono intuiti come un patrimonio da tutelare per sé e per la propria riscoperta del mondo.

Questo scenario è un po’ quello che, sociologicamente, è stato proposto dalla società italiana negli ultimi trent’anni e che risulta molto evidente nei percorsi descritti dalle nuove generazioni di scrittori, in particolare quella dei quarantenni, ad esempio. Del resto la contestazione sessantottina, mirante a uno sradicamento delle convenzioni e delle regole imposte, sul fronte dei rapporti generazionali aveva istituito come fondamentale la destrutturazione della figura paterna come elemento fondante della famiglia. La sua autorità (e di conseguenza anche l’autorevolezza che in qualche modo ne poteva derivare) non poteva più essere riconosciuta.

Anche la narrativa ci ha proposto, negli anni Settanta, romanzi che contestavano radicalmente la figura paterna. Ne segnaliamo due significativi rispetto alla tesi fin qui delineata. Abbiamo già accennato alla forza simbolica che assume una scrittura "selvaggia", da "franco tiratore" (così come indicava il nome della collana di Feltrinelli in cui il libro veniva pubblicato in prima edizione nel 1975), come quella di uno scrittore per caso e per necessità, come Gavino Ledda, pastore sardo, che ha bisogno di allontanarsi dal padre, di metterne in crisi il ruolo, per giungere ad una propria identità attraverso la parola e la scrittura.

Distanziarsi dal padre, annullarne la presenza, mettendone in discussione il ruolo, diventa l’atto necessario per guardare dentro se stessi, per riconoscere la propria individualità. È del resto significativa una lettera del 1962 che Ledda scrive al padre dicendo: «Devo prima di tutto metterti al corrente di un’altra scoperta, molto più importante. Qui mi sono scoperto un morto sociale e un boia civile, schierato contro di te e contro i miei stessi fratelli, contro i pastori e contro i poveri. Tu stesso sin da quando ero bambino, a Baddecrustana, mi parlavi sempre di agnelli e di leoni. Bene, ora so esattamente chi sono» (1).

Analfabeta fino all’età di vent’anni, per Ledda la ribellione al padre e alla sua volontà tirannica e opprimente diventa la condizione necessaria, in un contesto già chiuso come la Sardegna di allora, per affrontare una propria "nascita" culturale, per apprendere la lingua e per usarla come strumento di comunicazione e di cultura.

Disordine e ribellione

In un altro contesto, più cittadino, la Milano degli anni Settanta e in uno spazio di famiglia normalissimo, piccolo-borghese, inscena la sua rivolta, uno scrittore, oggi purtroppo ingiustamente dimenticato, Giovanni Pascutto. La famiglia è sacra (2) è un romanzo che segna, ancor prima delle prove di Palandri, Tondelli e Piersanti, l’emergere di una prospettiva decisamente diversa nella lettura della realtà e della propria situazione generazionale. Il valore di questo romanzo breve è da ricercare nella messa a fuoco di un’umanità allo sfascio, avvolta da un disordine mentale e da un istinto di ribellione.

La pagina veloce e sincera di Pascutto mette a repentaglio tutto il clima politico, sociale e soprattutto generazionale degli anni in cui veniva pubblicato. La famiglia è sacra risulta porsi come l’anti-Porci con le ali. L’impegno collettivo e la scoperta dei rapporti sentimentali del libretto in questione vengono sostituiti dal Pascutto dal controcanto personale, brancolante nella ricerca di una definizione di sé, che si scontra con l’istituzione-famiglia, e procede tra depressioni e dolori esistenziali. Il "trionfalismo libertario" rivela la sua malinconia e mette in scena le difficoltà e le contraddizioni stesse della "vera" ribellione che non è una questione puramente "collettiva".

La contestazione giovanile degli "anni di piombo" non trova in Pascutto un fondamento politico o politicizzato, ma si sviluppa entro l’identificazione della propria dimensione individuale, in rapporto con gli altri. «Davanti e dietro solo buio. E allora ti arriva un braccio, lo stringi, pensi d’essere salvo e invece non sai che fare, anzi è peggio, ora devi pensare a qualcun altro che non sei tu. E la parte di te stesso sempre all’erta ti dice: peggio per te, l’hai voluta. Non saprei nemmeno rispondere. Veramente non ho mai saputo cosa voglio. Le cose mi capitano soltanto; dopo, invento bugie pietose per sostenere che sono state volute. Passo le giornate a imbrogliarmi. E un giorno il nodo diventerà troppo grosso...» (3).

La condizione giovanile si mostra nel contesto di una storia amara, narrata all’insegna di uno sfogo autentico, che trova le sue motivazioni nell’intimità quasi autobiografica del racconto, in cui il rapporto con la figura del padre emerge in tutte le sue difficoltà e ambiguità, toccando la radice agra dei conflitti. Questi sono due romanzi che, riletti oggi, a più di vent’anni dalla loro pubblicazione, resistono ancora e ci spiegano il senso di incertezza, ma anche la forza individuale necessaria per affrontare il nodo di se stessi in rapporto alla famiglia e alle sue contraddizioni. Le lacerazioni sono evidenti ed emergono i bisogni che non vengono capiti, ma fortemente repressi, impedendo una crescita serena dei figli.

La "colpa" del padre è quella di una presenza che è forte, ma corrisponde, sempre, a un’assenza esasperata rispetto alle reali necessità dei figli. I due scrittori interpretano, attraverso i due casi esemplari che descrivono, un percorso generazionale ben preciso che, tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, ha scelto la fuga o l’abbandono della casa dei genitori, come possibilità di sottrarsi a una posizione culturale intuita come inadeguata, vecchia, impraticabile.

La necessità di un ripensamento

Molte ribellioni, spesso motivate da radicali posizioni ideologiche, sono state scelte obbligate che poi, nel tempo, si sono rivelate fallimentari, tanto che molti scrittori della generazione dei quarantenni di oggi hanno intuito come estremamente necessaria la tappa del ripensamento, rispetto alle scelte effettuate. Così quei ventenni che contestavano l’autorità costituita, si ribellavano agli schemi di una routine di provincia e di una famiglia omologata secondo gli schemi piccolo-borghesi, si sono ritrovati intorno ai trent’anni a dover ripensare alle proprie radici e alle nuove identità assunte.

Un caso emblematico in questo senso è quello di Pier Vittorio Tondelli, figura di riferimento per questa generazione, che nell’ultimo romanzo, Camere separate (4), tra i temi forti, sceglie quello del "ritorno" alla casa dei genitori, a Correggio, quella cittadina fortemente contestata nel primo libro, di forte rivolta, non solo espressiva, Altri libertini (5), pubblicato nel 1981. Questo "ritorno" equivale alla riscoperta delle radici familiari, quelle del padre innanzitutto, al quale lo scrittore dedica, un anno prima, uno dei suoi racconti più intensi, "Un racconto sul vino" (poi riproposto nel volume uscito postumo, L’abbandono [6]). Cambia la percezione di sé in rapporto alle radici e alle tradizioni, alla cultura dei padri e lo si intuisce quando Tondelli ricorda con affetto «la gente umile, anonima, ma alla quale lui è stato in braccio e che l’hanno in un certo senso contenuto, come contengono tutto il futuro» (7).

Recuperare le radici

È però Alessandro Tamburini, coetaneo di Tondelli, a dimostrare la necessità di questa "riabilitazione", attraverso un recupero delle radici familiari. Così il suo ultimo romanzo, L’onore delle armi (8), racconta la ricerca del padre e la riscoperta della sua lezione di vita. Non si parla più di distacco, ma di riavvicinamento, anzi di riappropriazione dei valori, innanzitutto di quelli legati all’identità del "padre". Elvio così compie un viaggio attraverso l’Etiopia sulle tracce del padre e di una guerra perduta. Scoprire certe ragioni storiche equivale per lui a capire la dignità delle scelte, anche di quelle sbagliate, per intuirne le ragioni.

Il romanzo racconta due identità a confronto: quella di un figlio e l’ombra del padre che emerge da una soffitta e dai ricordi ingialliti. Per il protagonista del romanzo scoprire l’inquietudine del proprio presente, il dissidio dei rapporti sentimentali, una nuova dimensione di sé dopo essere diventato padre diviene possibile solo attraverso il ritorno a una "fisionomica" parentale. La ricerca del padre equivale anche a mettere a nudo la propria anima: nel romanzo diventa una sorta di scavo interiore che, attraverso la necessità di svelare il tempo vissuto dal genitore, cerca di mettere a nudo la sua realtà di quarantenne che vuole capire il senso del destino che gli è stato concesso.

Per il protagonista non c’è solo la scoperta del proprio padre, ma anche di sé in quanto padre. Del resto Tamburini ha detto in un’intervista: «Entrare nel rapporto tra il figlio e il genitore è un po’ come ricreare tutta la propria esistenza. È significativo il valore che il protagonista Elvio e io con lui riconosciamo alla generazione precedente. Qui c’è implicitamente una critica agli ultimi decenni della cultura e della vita sociale del nostro Paese, una cultura che spesso e volentieri, sull’onda di cose che certamente erano in sé lodevoli, ha creato delle condizioni di grande "maleducazione sentimentale", come direbbe Gilberto Severini, soprattutto nei confronti dei figli. Questo aspetto, nella generazione dei padri, nella fattispecie dei personaggi di questo libro, viene riconosciuto come un valore positivo, che magari spesso può essere considerato come una sorta di valore di compromesso, di rinuncia, di accettazione. Quello che invece voglio è un richiamo in positivo a certi valori su cui la mia generazione ha giocato allegramente e che, confrontati nella realtà dei padri, diventano una vera e propria scoperta» (9).

Un ritratto in "fieri"

Un’altra figura di padre "esemplare" viene proposta da Giuseppe Munforte nel romanzo Meridiano (10), ambientato nella periferia milanese degli anni Cinquanta, con la figura della madre, ad esempio, china sul tavolo di lavoro, per giornate intere, senza nemmeno il tempo di fare da mangiare ai figli, o quella del ragazzo senza coscienza che viene chiuso in manicomio. Il padre emerge nella sua grandezza proprio in relazione a questo figlio: lo caratterizzano il silenzio e la pietà.

È un ritratto in fieri quello che costruisce Munforte, assediato dalle luci polverose di un paesaggio periferico in erosione, fino a che il padre si impone e si definisceCopertina del libro: Meridiano. nelle pagine memorabili che trovano la sua figuretta alla stazione in attesa di quel treno (e imperiose s’impongono anche "le linee delle Nord" testoriane) che dovrà portarlo dal figlio. Lo troviamo così in una luce bianca, abbagliante, in cui la solitudine si fa ancora più estrema, grazie anche alle voci narranti che sembrano sospingerlo verso una specie di destino, voci che lo interrogano, che lo incitano a vedere, a sostenere lo sguardo del figlio rinchiuso. In quella stazione, in attesa del treno, «l’aria rifiuta il suo minuscolo carico di dolore», fino a che arriva il treno e la traccia visionaria s’impone, prima che lui prenda posto sul vagone vuoto. In una sorta di sacra rappresentazione anche le voci narranti accompagnano il senso di estraniamento del padre. Rappresentano uno sguardo esterno, che sembra continuamente riportare il padre al destino del figlio.

È difficile raccontare un libro come questo dove conta la necessità di una scrittura continuamente tesa e poi esplosa dal cambio delle voci, dai mutamenti dei toni da canto a invettiva, da supplica a preghiera, fino a formare un coro che attraversa il tempo ritrovato nel ventre di una "Bestia" metaforica. Fino a che il teatrino si chiude e le figurette, con i loro "sentimenti mozzi", ritornano a essere quel niente che la scrittura poematica di Munforte ha ripreso come un’ossessione, "una cosa esplosa".

Rifiutare il proprio ruolo

Sebastiano Nata invece racconta il rapporto tra un padre e un figlio in questi anni Novanta: cambia decisamente la prospettiva della figura paterna. Non abbiamo più un padre forte, autoritario, ma una persona fragile, ossessionata dai propri fantasmi e dalle improvvise debolezze. La resistenza del nuotatore (11) narra di un padre che rifiuta il suo ruolo per regredire alla condizione di figlio, totalmente dipendente da colui che è suo figlio e che costringe a un’assunzione di responsabilità e di autorità nei suoi confronti. Così l’interno familiare che Sebastiano Nata ci presenta diventa una specie di paradossale e inquieta rappresentazione dei ruoli negati, dove ognuno è incerto rispetto al proprio presente e alla identità che deve assumere.

Matteo, il figlio, diventa una figura-cardine per capire il disorientamento di questiCopertina del libro: La resistenza del nuotatore. anni, il degrado che sta avvenendo, soprattutto a livello di equilibri familiari. Crede di assumere uno sguardo cinico e distaccato rispetto alle cose e alla realtà, ma anche questo volersi estraniare non lo aiuta a risolvere gli interrogativi più inquietanti che gli si pongono innanzi. L’unica autenticità gli si rivela quando affronta il tema della responsabilità, grazie alla scoperta di un istinto di paternità che gli viene rivelato da Nicola, il figlio di Alessandra, la sorella.

Del resto il tema dell’essere padre è fondamentale nel romanzo: equivale a stabilire un punto fermo rispetto a un’esistenza che non è in grado di scegliere valori che stabiliscano la propria tappa di maturità. Per Matteo il confronto con il proprio padre diventa reale e paradossale al contempo e la storia s’incentra sul progressivo perdersi della figura paterna, in autonomia e in lucidità intellettuale: il padre regredisce, chiede continuamente assistenza e dedizione, in preda a paure, ansie e nevrosi ingiustificate.

Il figlio gestisce come può questa situazione che Nata sa strutturare come una commedia nera, grottesca, amarissima, nella quale nessuno si salva, in cui tutti eludono le richieste degli altri, chiudendosi in un proprio egoismo, in una convenienza affettiva che genera il vuoto e il paesaggio arso di questo emblematico interno di famiglia anni Novanta.

Una paternità metafisica

Su altre basi e con toni certamente più ossessivi e inquieti la ricerca del padre è un tema forte di tutta la narrativa di Raul Montanari: la sua ossessione risiede nella possibilità di riconoscere non solo "il padre naturale", ma anche una paternità più metafisica che potrebbe corrispondere a un’entità divina. Del resto nel libro che raccoglie i suoi racconti, Un bacio al mondo (12), Montanari esplicita questo bisogno attraverso storie emblematiche ed estreme in cui la ricerca del padre si trasforma in un esasperato desiderio, in un canto che chiede di colmare il vuoto dell’assenza.

Su tutto c’è la nostalgia di un padre che rilevi il peso del mondo, che lenisca la forma di crudeltà, quel padre a cui il protagonista chiede aiuto e al quale metaforicamente si stringe nel racconto che da il titolo alla raccolta.

La dicotomia delle varie posizioni di fronte alla figura del padre si ripropone anche nelle generazioni dei narratori più giovani. Così se il venticinquenne Giancarlo Marinelli in un romanzo poco risolto come Pigalle (13) inscena drammaticamente la rivolta contro il padre, attraverso la fuga e il silenzio, senza approfondire questo tema che è l’aspetto più interessante del discontinuo romanzo, il trentenne Guido Conti, senza mettere in scena direttamente la figura del padre, persegue una poetica che difende strenuamente il recupero delle radici, la solidità della tradizione e la possibilità di dar voce e parola ai racconti del padre stesso. Si tratta di due posizioni contrastanti. Marinelli racconta la "fuga" a Parigi di Charli, un ragazzo italiano che viene dalla provincia, quasi per sfuggire al suo impossibile rapporto con il padre. Tema fondamentale e importante, tema generazionale che continuamente ritorna e qui viene esibito e raccontato come "il padre" che non si cerca, ma da cui si fugge, il padre che allontana e distrugge l’esistenza di chi gli sta vicino. Charli, di fronte a una figura paterna autoritaria e sempre vincente per se stessa, contro gli altri sceglie il silenzio, la dimenticanza. Il suo è il padre che si vorrebbe morto e che nel finale non si riesce nemmeno a rimpiangere, anche quando una voce al telefono probabilmente vorrebbe comunicare qualcosa su di lui. Il figlio non ha la forza di rispondere. Riappende.

Rivolta e partecipazione

Guido Conti, autore di una notevole raccolta di racconti, Il coccodrillo sull’altare (14), invece in un’intervista sostiene: «I miei racconti sono nuclei narrativi che colgo nella memoria di mio padre, che sento in giro da molte persone che raccontano storie e che io metto per iscritto. È come entrare in contatto con l’anima della mia terra, che qualcuno chiama anche "genius loci". Sono il primo della famiglia che ha studiato, che si è laureato. Gli altri sono sempre stati contadini. Quindi i primi racconti che ho scritto riguardano la mia storia e la storia di mio padre. Si rifanno a un mondo che, almeno qui da noi, nella pianura, è ancora vivo e concreto. Per me è fondamentale rifarmi a quel tipo di cultura. È una memoria che è anche quella della mia famiglia. Mi capita spesso di ascoltare i racconti di altre persone che mi colpiscono talmente tanto che sento il bisogno di non farli più morire. Nasce la necessità così di riscrivere questi racconti orali attraverso il filtro della mia persona» (15).

Il padre diventa il punto di riferimento, "mitico" di un’intera tradizione, come indica anche Carmine Abate nel romanzo La moto di Scanderbeg (16). Un romanzo corale che ha per protagonista Giovanni Alessi, un uomo sempre in fuga, dal paese dove è nato (si trasferisce infatti in Germania), dalla lingua che gli appartiene e lo identifica, quella degli albanesi di Calabria e della cultura dellaCopertina del libro: La moto di Scanderbeg. comunità "arbereshe". È un uomo irrequieto che cerca una terra dove stare e gira il mappamondo alla ricerca di un luogo "dove vivere". Riandando alla memoria per raggiungere una propria consapevolezza, emerge la figura del padre, il mitico Scanderbeg, appunto, che nel dopoguerra, in sella alla sua Moto Guzzi, diventa un "eroe" delle lotte contadine in Calabria. Il romanzo alterna continuamente presente e memoria, necessità di essere nella realtà contemporanea e bisogno di capire la lezione dei padri. Infatti come dice lo scrittore: «Io non riesco a concepire una storia di oggi senza ancorarla nella memoria collettiva. Ma questa memoria non significa nostalgia per il bel mondo antico. Significa un confronto serrato con le proprie radici, per capire dove abbiamo sbagliato, cosa c’è di buono da salvare, in funzione non solo del presente, ma del futuro. Per fare un esempio concreto, nella Moto di Scanderbeg sono partito dal periodo delle occupazioni delle terre, un periodo segnato da eventi tragici, sì, ma per tanti versi vitale, gagliardo, quando i contadini non aspettavano l’elemosina dall’alto, come si tende a fare ancora oggi, ma volevano diventare artefici del proprio destino, prendendo la storia di petto. Questo spirito, che anima anche i miei personaggi emigranti, fa parte della tradizione dei padri, una tradizione da recuperare, se si vuole entrare nel terzo millennio a testa alta».

Autobiografia di una generazione

La necessità di rendere omaggio e gloria alla "tradizione" dei padri è stata messa in evidenza anche da Raffaele Crovi nel romanzo Le parole del padre (17), che attraverso un viaggio nella memoria ci presenta una specie di autobiografia di quella generazione che ha attraversato la giovinezza durante la guerra. Così lo scrittore spiega la necessità di dedicare il romanzo alla figura paterna: «Mi rendevo conto che quello che calamitava la curiosità era l’esperienza di un padre non prevaricante, che regalava la sua fantasia al figlio, in un’atmosfera serena, equilibrata, festosa. Del resto già le sue parole erano la sua fantasia, il vocabolario della sua immaginazione. Al di là della sua natura ironica, di estro pubblico, di grande capacità di comunicazione con gli altri, al di là delCopertina del libro: Le parole del padre. fatto che di mestiere era stato venditore in fiera, quindi si era allenato ad essere un venditore di parole, di gesti e di simpatia per gli altri, al di là di tutto questo che lo rendeva un personaggio che ogni giorno viveva, con grande curiosità, l’esperienza di mettersi in rapporto con l’immaginazione altrui, io mi resi conto che l’eccezionalità della sua esperienza derivava anche dal fatto che lui, a quarantacinque anni, in seguito a una malattia alla gola, aveva avuto la sua vita interrotta e quindi aveva vissuto attraverso di me, un secondo personaggio. Il figlio si trasformava nel suo doppio, per interposta persona. Da qui anche l’offerta della sua creatività che non poteva essere esercitata in proprio. Quindi l’avventura del libro diventava abbastanza intrigante, proprio nel recupero di un rapporto tra padre e figlio» (18).

Raccontare il figlio

Salvatore Mannuzzu è uno scrittore sempre attento alle relazioni familiari e soprattutto al confronto generazionale. Tra i temi ricorrenti della sua narrativa troviamo quello dello sguardo verso la gioventù che si perde. La sua ottica si discosta decisamente da quella fin qui indicata, che trova il figlio a dovere o volere porsi in relazione con il padre. C’è un suo libro di racconti, La figlia perduta (19), che racconta del rapporto tra una figlia e un padre, visto però proprio nell’ottica della figura paterna. La possibilità di lettura del titolo è duplice. Non è solo la figlia che si è perduta, quella di cui racconta Mannuzzu e che il padre vuole ristabilire a un valore morale. È anche la figlia che è stata "perduta" dal padre, che tenta di recuperare con lei un rapporto e un dialogo ritenuti importanti.

Ha sottolineato Mannuzzu in un'intervista: «La figlia è una giovane donna: il suo contrapposto è il padre, quindi un uomo. Lei è figlia non solo e non sempre in virtù parentale. Si può parlare di rapporto paterno, quindi. In genere il padre ha una forte ansia, è mosso da una paura, non per un danno proprio, ma nei confronti della figlia. Allo stesso tempo il padre, però, può anche essere possessivo, violento, non rispettoso dell'identità dell'altro. L'altro è "altro" per definizione, proprio perché imprendibile, perché non si sa chi è, perché non si conosce bene che significato attribuire alle cose che fa e che possono portare addirittura alla distruzione. L'altro si presenta quindi fragile e determinato dalle sue logiche, lasciando il padre nella propria impossibilità. In genere alla fine ciò che più conta è la tensione conoscitiva.

È una questione terribile, tragica capire quanto la salvezza di ciascuno sia affidata a se stessi. E la terribilità diventa ancor più evidente nel rapporto col padre, il cui desiderio è proprio quello della salvezza, a qualunque costo, anche a quello di uscire dalla propria pelle. La ragione della sofferenza risiede nel constatare che ognuno può e deve riuscire a fare qualcosa, ma ci sono situazioni in cui questo "qualcosa" non basta e, alla fine, l'atto definitivo è rimesso all'altro e non a noi stessi».

Fulvio Panzeri

   

Kenzaburö Öe

Lo scrittore giapponese, premio Nobel per la letteratura, Kenzaburö Öe ha sempre messo in gioco se stesso in quanto padre e soprattutto in relazione all’esperienza drammatica dell’accettazione del figlio portatore di handicap. Attraverso vari romanzi emerge così la lacerazione profonda di un padre che deve imparare a convivere con la malattia del figlio, superando l’iniziale angoscia, il buco nero destabilizzante, che segna la scoperta della malformazione del figlio al momento della nascita. Questa terribile esperienza, il cupo senso di annientamento, che ne è derivato alla sua persona, Öe l’ha raccontato nel romanzo Un’esperienza personale (Garzanti, Milano, 1996) in cui il dolore del padre si confronta con il dolore e il buio che intuisce nella futura esistenza del figlio. Poi l’atteggiamento di Öe cambia, diventa più sereno e soprattutto si pone in un dialogo diretto con il figlio, in una comunicazione che passa attraverso le mani unite. In un racconto di Insegnaci a superare la nostra pazzia (Garzanti, Milano, 1992) scrive: «Le sofferenze fisiche del figlio gli vennero sempre comunicate attraverso le loro mani unite, facendo sperimentare al suo corpo una sorta di risonanza istantanea del dolore».

In una raccolta di saggi autobiografici, Una famiglia (Mondadori, Milano, 1998) invece, racconta del suo orgoglio di padre in difesa dei diritti del figlio, la cui realtà non è da nascondere, ma da valorizzare. Delinea, così, un percorso di comprensione e di dialogo fatto da lui in quanto padre e dalla sua famiglia che li ha portati gradualmente alla consapevolezza dell’impossibilità a vivere senza Hikari.

f.p.

    

Letteratura per ragazzi

La narrativa per ragazzi negli ultimi anni ha presentato il padre in una diversa dimensione rispetto a quella che gli era destinata nei "classici" della letteratura per l’infanzia. Non abbiamo più il padre che manda in collegio il figlio perché troppo vivace come succede nel Giornalino di Gian Burrasca di Vamba, ma un padre fantasioso e presente in famiglia. È un padre che dialoga con i figli, gioca e si traveste. Come accade in una deliziosa storia di Cecco Mariniello, Il mio papà è un tipo tranquillo (Giunti, Firenze, 1997). Il genitore è un tipo tranquillo; però quando arriva la domenica apre la porta e insieme al figlio, trasformati in guerrieri o in marinai, affronta fantastiche avventure nella savana o nella tundra gelata.

Le storie dei padri di oggi narrano le debolezze, le avventure familiari che spesso li coinvolgono. In alcuni romanzi è curioso notare il ribaltamento che avviene nei ruoli: non è più il padre a dare sostegno ai figli, ma sono loro che tentano di risolvere le loro crisi esistenziali. Segnaliamo due romanzi, dalla scrittura leggera e agro-dolce, da commedia col sorriso sulle labbra. Bel libro, papà! (Einaudi Ragazzi, Trieste, 1994) è del francese Chris Donner e racconta di un padre, scrittore di libri per ragazzi, in crisi. Sarà il figlio a restituirgli nuova vitalità ed energia. Più surreale e divertente è la storia dello svedese Ulf Stark, Quando si ruppe la lavatrice (Piemme, Casale Monferrato, 1995), che mette in scena la "dura" vita di un ragazzo che deve vivere da solo con il padre dopo la separazione dei genitori. Può capitare di ritrovarsi alla mattina senza nessun vestito pulito da mettersi e allora bisogna ricorrere ai pantaloni da sci. Il papà però gli vuole bene..., forse troppo! Sixten, il figlio, vorrebbe fare per lui qualcosa di speciale: ad esempio cercargli una moglie. Ci prova con l’aiuto del suo amico Jonte e di Sven, il Cieco.

f.p.

   

Due "classici" sul tema

Due piccoli "classici" della narrativa "minore" del Novecento ripropongono il tema del dialogo con il padre. Lo scrittore triestino Giani Stuparich pubblica nel 1944 una serie di racconti dedicati al tema del "ritorno del padre". Ora il volume Il ritorno del padre e altri racconti è disponibile nell’edizione Einaudi. Si tratta di un doppio ritorno: quello del padre al figlio e quello del figlio al padre. È un figlio quello che descrive Stuparich che ha sempre dovuto inseguire un padre vagabondo e fuggitivo, cercando di catturarne la presenza attraverso sottili strategie psicologiche. L’incontro è raccontato attraverso un doppio viaggio: nel primo il padre ancora giovane conduce il figlio di dieci anni a vedere la Dalmazia, la terra in cui è nato; nel secondo, il padre, ormai vecchio e malato, e il figlio nel pieno della sua maturità ritornano negli stessi luoghi, quasi per un passaggio di consegne, prima del congedo che riapre il dialogo interrotto.

Gianna Manzini dedica uno dei suoi ultimi romanzi, Ritratto in piedi, pubblicato nel 1971 da Mondadori e vincitore del premio Campiello, alla figura del padre, un anarchico irriducibile morto a soli cinquant’anni, nel 1925, per i postumi di un agguato dei fascisti. Il ritratto che la scrittrice gli dedica non è una biografia, ma una rivisitazione del tempo dell’infanzia e dei primi anni della giovinezza, quando non le era possibile rivedere la figura paterna che si era data alla macchia. Questa memoria interrotta diventa per lei un rimorso che muove e rende autentica questa scrittura. Ha scritto, a proposito del romanzo, il critico Giacinto Spagnoletti: «Così la storia del padre viene angolata non solo sull’onda dei ricordi – quali più, quali meno drammatici –, ma su particolari sensitivi, talora sul dettaglio fisico, sulla cellula vivida, luminosa di una microvisione».

f.p.

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