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SOCIETÀ & FAMIGLIA - STORIA DI MADDALENA DOMINATA DAL TERRORE

Sempre sorpassata dal passato

di Beppe Del Colle
    

   Famiglia Oggi n. 11 novembre 1999 - Home Page Gli uomini di famiglia le hanno ripetutamente usato violenza. Lei, soltanto dopo anni di vergogna, ha trovato il coraggio di raccontare affidandosi al diario.

Il conflitto col padre è un "classico" della letteratura, come lo è delle scienze umane in generale. Philippe Lejeune, studioso francese delle autobiografie, ha notato come una delle funzioni dei diari di donne e ragazze, dall’Ottocento fino a oggi, si possa definire con i termini di "resistenza" e di "opposizione": «scrivendo, esse criticano l’angustia del loro mondo e le conseguenze discriminanti della differenza dei sessi, sognano di sfuggire al matrimonio o di diventare artiste».

Nel volume che raccoglie gli atti di un convegno svoltosi nella primavera scorsa nella biblioteca di Arezzo sul tema "Scritture di donne" si legge questa frase dal diario di una giovane austriaca, Gabriele R., scritto fra il 1913 e il 1919: «Io non rimango a casa, neanche per idea. Io imparo qualcosa, per esempio frequento un liceo o un altro corso, perché voglio imparare un mestiere ed essere autonoma. Però ci vorranno ancora diverse battaglie prima che i miei genitori mi lascino andare, ma non ho paura di niente, semplicemente non arrendersi. Gretl (una sorella, ndr) è dalla mia parte e comunque tutti i parenti di mio padre mi danno ragione. Poi voglio andare a Vienna in autunno e prendere lezione di pianoforte. Io ho voglia e talento per suonare il pianoforte perché devo diventare una cafona a casa e non imparare niente».

Lo scrittore brasiliano Paulo Coelho, nel suo romanzo Veronika decide di morire, racconta appunto la vicenda di una donna che da bambina voleva "diventare" una pianista, ma i suoi non avevano voluto (qui soprattutto la madre), ed essa, pur essendo diventata un avvocato, era scivolata nella malattia mentale come forma di espressione ribelle ma inconscia di una individualità repressa.

Quello che i diari femminili dell’Ottocento o i romanzi non ci raccontano è ciò che, invece, emerge sempre più spesso dalle cronache giudiziarie dei nostri giorni e che con molta crudezza si legge nella memoria autobiografica vincitrice dell’edizione di quest’anno del premio Pieve Banca Toscana: si intitola Imparare paura ed è stata composta da una donna di quarant’anni, Maddalena Manca, nata in un piccolo paese della provincia di Sassari.

Imparare paura è la sintesi drammatica e totalizzante di un universo familiare dominato dal terrore generato da un rapporto padre-figlia fondamentalmente malsano. Maddalena bambina eccita il desiderio sessuale del padre-padrone emigrato in Germania, che nei suoi periodici ritorni in famiglia, nell’isola, ripropone alla piccola l’incubo e l’orrore di un’attenzione erotica viscida e squallida, vincolata naturalmente al segreto della vergogna. Maddalena non ne parla infatti con nessuno: non con la madre, alcolizzata a sua volta e depressa, non con le sorelle, non con la nonna, che pure sarebbe l’unica in grado di capirla e mostra di volerle bene. Nessuno può aiutarla, a differenza di Gabriele R., che infatti «non ha paura di niente», e lei lo sa, o è convinta di saperlo.

Il seguito della storia è la conseguenza diretta di questa situazione senza vie d’uscita (tenendo anche conto dell’estrema chiusura dell’ambiente esterno, pieno di pregiudizi): abituata ad avvertire dentro di sé la paura come sentimento dominante, una volta cresciuta e fattasi donna Maddalena non sa opporsi alla proposta autoritaria di un fidanzamento che si trasforma molto presto in violazione fisica e in sudditanza – non solo sessuale – a un giovane prepotente, nato in una famiglia di riguardo e dunque in condizione di assoluta superiorità sociale e psicologica.

Il marito violento

Una volta sposati, Maddalena e Vincenzo emigreranno per lavoro in Germania, ma la musica non cambierà: lui si rivela sempre più un violento, quando beve si scatena, nemmeno la nascita di un bambino lo placherà. E lei non riesce a trovare la forza per ribellarsi, fino a quando Vincenzo non muore in un incidente stradale, dopo averle chiesto il divorzio per poter sposare un’altra donna. Solo a questo punto, incontrato un altro uomo, con il quale si è sposata e dal quale ha avuto due bambini, Maddalena ha trovato finalmente il coraggio di raccontare la sua storia; l’anoressia che la tormenta è tuttavia il segno che essa continua a vivere sotto il peso di un «passato che sempre mi sorpassa», come lei stessa efficacemente scrive.

Durante la discussione in seno alla giuria del premio Pieve, lo scrittore Maurizio Maggiani ha osservato come, nella sua esperienza di maestro elementare nel carcere di Rebibbia, più volte gli sia toccato di notare negli scritti in cui le donne parlano di sé un senso di vendetta postuma, di rivalsa contro determinate persone, e in definitiva contro la propria vita.

Altri giurati hanno creduto di trovare nell’autobiografia di Maddalena qualcosa che la rende, nel fondo, inautentica, come se l’eccesso di tormenti, di disgrazie, di incomprensioni, fino all’autoflagellazione e all’introiezione di sensi di colpa del tutto ingiustificabili, fosse più frutto di fantasia che rendiconto di fatti realmente accaduti. Tanto più in un’epoca, come la nostra, che viene solitamente celebrata come il tempo dell’emancipazione femminile, della "liberazione della donna" dalle costrizioni del passato.

Ma il punto è che la vita di Maddalena, la sua educazione alla paura, il suo rapporto malsano col padre, la sua mancata ribellione all’ingiustizia costante degli altri nei suoi confronti costituiscono gli elementi fissi di tante altre vite di donne dei nostri giorni, evidentemente non così "femministi" come appaiono. Ce lo raccontano le cronache dalle aule giudiziarie, dove si svelano i segreti vergognosi dei padri "innamorati" delle figlie.

Beppe Del Colle

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