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MASS MEDIA & FAMIGLIA - FIGURE PATERNE NELLA TELEVISIONE ITALIANA

Un brav’uomo da compatire

di Giorgio Vecchiato
(critico televisivo)

    

   Famiglia Oggi n. 11 novembre 1999 - Home Page Nella "fiction" nostrana i padri single, vedovi e divorziati, vanno per la maggiore. Tutti propongono il modello di genitore giovane, amico e confidente che deve occuparsi, soprattutto, di figli adolescenti. Ma le situazioni create in video, tuttavia, non sempre riflettono la realtà sociale del nostro Paese.

Per la fiction italiana il padre ideale è separato, divorziato o, meglio ancora, vedovo. Per consentirgli infatti un ruolo di spicco è necessario uno sterminio di mogli, ingombranti e poco televisive. Questa scelta di autori e programmisti tv non manca di una sua pur bieca logica. Se la cura dei figli e l’andamento della casa vengono affidati alla madre, nessuno sceneggiatore potrà mai sottolineare con la dovuta enfasi l’impegno della figura maschile. A parte poi che, di solito, nella nostra società l’uomo è più abituato a delegare che a educare, salvo lagnarsi se le cose non vanno come dovrebbero. Una volta però diventato single, per lutto familiare o esigenze di copione, ecco che il padre deve cimentarsi da solo con il lavoro, le faccende domestiche, i capricci e i malumori della prole, tutto quello insomma che incombeva sulle mogli defunte o latitanti. Diventato donna, è finalmente un personaggio televisivo.

Se il maresciallo Rocca, l’avvocato Porta, il recentissimo Baldini e tanti altri avessero avuto una moglie a carico, non solo saremmo stati orbati di pregevoli trame ma nemmeno, dettaglio sia pure ininfluente, avremmo potuto mettere mano a questo articolo. Tutti loro, compreso il medico Scarpati e il Columbro di Papà prende moglie, vivono televisivamente – sono cioè pieni di grane familiari, ricerca di nuovi amori, amorazzi che finiscono male – perché costretti a impiegare metà del tempo in mansioni usualmente femminili. Detto per inciso, il Columbro che riunisce due famiglie, con tutte le difficoltà di mettere d’accordo i figli, è del ’93. Sei anni dopo hanno reclamizzato come primizia Baldini e Simoni, prodotto che giustamente la critica ha posto fra i peggiori della stagione.

Per chiudere sulla faccenda dei padri single si può rilevare un’analogia con i vecchi film americani, quando un giovanotto di buona famiglia si innamorava di una donna perduta. Mancando ancora l’esempio eterodosso di Pretty Woman, dove Richard Gere toglie dalla strada Julia Roberts e alla fine la sposa, erano impensabili dei matrimoni con le prostitute o pupe del gangster. Così la bella, ancorché redenta dall’amore, finiva inevitabilmente sotto le pallottole di un killer oppure, mentre correva lacrimando nella notte – e pioveva sempre, con gli effetti-faro dei camion in arrivo –, si schiantava contro un albero.

Unica differenza con le abitudini nostrane, in America queste infelici venivano eliminate in chiusura del film. Adesso, nei telefilm, mogli scomode scompaiono in anticipo, non si sa mai.

C’è però un genere nel quale la moglie serve. È quello derivato dalla Piovra, dove i boss tengono famiglia. Stranamente, ma forse non tanto, trattandosi di Sicilia e dintorni, i malavitosi usano per i loro crimini le tecniche più moderne, eppure come padri, sono rigide e intemerate figure dell’Ottocento.

Le mogli fungono quindi da contraltare, umili e sottomesse, mentre i figli maschi ereditano il business e le femmine vengono preservate da allarmanti contatti, magari usando la lupara contro fidanzatini indesiderati. Tutto sommato, a questi genitori esemplari sono da preferire quelli attuali, single o no, per imbranati che siano.

La famiglia Martini al completo, protagonista del popolare serial tv "Un medico in famiglia". La famiglia Martini al completo, protagonista del popolare serial tv Un medico in famiglia.

Lo specchio della società

Nella fiction italiana il padre uomo-donna ha quasi sempre, e toglierei il quasi, dei figli in minore età: lattanti, alunni della scuola dell’obbligo o delle medie, liceali, ma mai sopra i vent’anni. Si usa dire che il video è lo specchio della società, aggiungendo che i nostri sceneggiati hanno tanto successo perché riflettono le situazioni della gente comune. Sarà. Non dubitiamo della buona fede dei vertici di Rai e Mediaset, autori di simili teorie, ma le loro analisi fanno a pugni con le cifre che emergono dalle statistiche reali. Ci basti citare questo dato, che parla da solo. La media dei maschi tra i 25 e 29 anni che ancora vivono sotto l’ala familiare è, in Europa, del 39,7 per cento. In Italia è del 72,5 per cento, praticamente tre su quattro. Abitano nella casa paterna ma non in quella televisiva, dove disturberebbero. Anche qui, come nell’eccidio preventivo delle mogli, c’è una logica.

L’eterno adolescente, normalmente visto dal padre in chiave negativa, trova soccorso morale e ausilio domestico nella madre. Sente la disapprovazione paterna e ritiene di non meritarla se appena – ma non sempre succede – porta qualche soldo a casa. Il vero rapporto è con "mammà", che prepara i pranzi, lava, stira, passa quando serve qualche banconota di straforo, si rende in definitiva complice volontaria. «Purché non lo sappia papà...». E al padre, per reciproca quiete, conviene sapere il meno possibile.

Gigi Proietti è Il Maresciallo Rocca.
G. Proietti è Il Maresciallo Rocca.

Chiaro che questa, troppo risaputa, non è una situazione televisiva. La chiamata in scena dei dodicenni e quindicenni non appare quindi un ripiego bensì un’esigenza della fiction, che ama il conflitto generazionale e fatica a rappresentarlo con figli barbuti e magari già un po’ rugosi. Dei quali, appunto, lo show non si occupa.

In Tv abbiamo dunque da una parte un padre giovane e libero, si fa per dire, da gravami coniugali, e dall’altra degli adolescenti veri, con tutti i problemi della loro età. Con questa impostazione i ruoli finiscono spesso con l’invertirsi. Non è il padre che giudica e controlla i ragazzi, ma sono loro che giudicano e criticano il padre: e se è il caso pure lo controllano, nel senso che la futura matrigna viene sottoposta a severo esame. Anche in questo caso si tratta di un’eredità del cinema hollywoodiano, dove il bambino seleziona da sempre gli spasimanti del genitore solitario, lui o lei non fa differenza. La famiglia allargata ha così quasi un secolo, ma prima che si allarghi, papà è sotto esame televisivo.

Parliamo di ragazzi che hanno l’età della ragione, senza escludere il piccoletto che, protetto da Fabrizio Frizzi in Non lasciamosci più, mostra di amare il suo cane più dei genitori. Anche qui il giudizio è implicito. Padre e madre in rottura si disputano il figlio come una proprietà, o un dispetto da fare all’inimico; se il bambino si appassiona all’animale è perché non lo fanno sentire parte della famiglia. L’immaturo non è lui, lo sono i suoi: un caso limite, ma non infrequente.

A chi va la confidenza?

Mesi fa Beniamino Placido citava Rousseau, padre deplorevole nei fatti, ma precursore come analista, il quale ragionava sulla vera differenza fra uomo e donna. Ecco la sua risposta: mentre gli uomini sanno essere uomini in poche e isolate occasioni della loro esistenza, le donne sono donne per tutta la vita, ininterrottamente. Ora nei nostri sceneggiati, dove il padre si assume pure le mansioni pratiche e psicologiche della donna, è proprio la tradizionale figura paterna che cambia fisionomia. Già nella vita reale, quando la moglie scampa alla strage tv, il marito ha smesso di lottare con la prole. Diventa, come ha scritto Curzio Maltese, «una vice-madre perdonista e servizievole, preoccupata soltanto di viziare i piccoli, perpetuandone la debolezza e la dipendenza» (fino alla maggiore età, come appunto documentano le statistiche). E se le madri si preoccupano che «non lo sappia papà», lui non sa a chi nascondere le proprie connivenze. Per autentica introspezione o semplice intuito si sente fragile. E fatalmente, come rimedio, tende a trasformarsi come "amico" dei figli, illudendosi di goderne confidenza e, nei casi di maggior disordine mentale, ammirazione.

Il cantautore e insegnante di Lettere Roberto Vecchioni.
Il cantautore e insegnante di Lettere Roberto Vecchioni.

Il padre che tenta di portarsi al livello "amichevole" dei figli abdica a quella funzione che, teorizzata dal romano pater familias con tutto quanto ne consegue, resiste sovente nella vita reale – sia pure con le ovvie trasformazioni determinate dal passare dei secoli –, ma è cancellata dalla maggior parte della fiction televisiva. Le conseguenze sono a dir poco allarmanti.

In innumerevoli sceneggiati i ragazzini elevati a un ruolo che non è il proprio restano quello che sono, senza che alla promozione corrisponda maggior grado di maturità. Non sono loro che salgono, è il padre che scende.

Roberto Vecchioni, il cantante-professore ingaggiato dal ministro Berlinguer per corsi sulla canzone d’autore, ha idee chiare sulla situazione. «I genitori credono di capire solo loro i ragazzi. Non afferrano che molti giovani remissivi a casa diventano combattivi a scuola. O viceversa. Vengono a parlare e dicono: «Guardi che in famiglia è diverso, vuole che non conosca mio figlio?».

Non capiscono, insomma, che tante volte il vero rapporto di confidenza, e nei casi fortunati di amicizia, si trasferisce nella vita di gruppo, che rispetto a certi padri e madri «è una forma di difesa».

Risultato? Piuttosto sconfortante, diremmo: o almeno lo è in video. Anche quando non vivono in gruppo, o in branco, i figli della fiction vedono il padre non come un’autorità familiare, ma come un malato di infantilismo, da consigliare e rieducare più che da contrastare. Altro che conflitto tra generazioni. Al padre tv fa comodo il sentirsi sollevato da troppe responsabilità, con l’alibi della reciproca "amicizia". Ai figli fa comodo questo padre esitante e impacciato, i cui occasionali sfoghi, o eccessi autoritari, lasciano il tempo che trovano. Se nella vita vera la madre troppo tenera incontra una compensazione, legata alla maggiore rigidità del marito, nella vita televisiva il padre single assomma una duplice arrendevolezza maschile e femminile. Diventa per i figli un brav’uomo da compatire, ed eventualmente lasciar sbraitare, nella speranza che anch’egli presto o tardi maturi.

È forse qui che si crea l’anello di congiunzione tra le famiglie normali e quelle della Tv. Sia che nella realtà la madre permissiva resista, sia che in Tv gli sceneggiatori la eliminino, si creano le premesse per mantenere i figli eternamente giovani, anche a trent’anni e passa. Mamma è un’amica, papà pure (quanto meno nella fiction), e fra amici si campa benissimo.

Anche a trent’anni si può continuare a non fare niente, o a lavoricchiare, con pranzo e cena assicurati insieme ai poster nella camera da letto. Se poi si vuol vedere un padre vero, magari non come quelli di una volta ma meno addomesticato dei Proietti, Scarpati, Columbro, basta spegnere il televisore.

Giorgio Vecchiato

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