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CONSULENZA GENITORIALE - NUOVE FIGURE GENITORIALI

Un alleato della madre

di Gianni Cambiaso
    

   Famiglia Oggi n. 11 novembre 1999 - Home Page All’interno della famiglia, il ruolo del padre è quello che ha subìto le maggiori trasformazioni. Un tempo unico depositario delle regole, oggi tende a riprodurre comportamenti materni. Eppure, almeno durante l’adolescenza dei figli, la sua autorevolezza sarebbe un utile punto di riferimento.

Dall’epoca nella quale Freud studiò il conflitto edipico nella Vienna di inizio secolo, in una famiglia caratterizzata da una netta separazione di ruoli in cui la madre si occupava esclusivamente della casa e dell’accudimento dei figli, mentre il padre era il depositario assoluto della legge e delle regole, sono avvenuti cambiamenti profondi e molto significativi nell’organizzazione del gruppo familiare. Di tutti i personaggi che compongono la famiglia naturale probabilmente la figura del padre rappresenta quella che è andata incontro alle trasformazioni più radicali, messa tra l’altro in discussione e in crisi, in quanto uomo, anche dalle accuse (in buona parte a ragion veduta) del movimento femminista. Da allora si è attuata una sorta di rivoluzione copernicana e la figura maschile non è più quel centro dell’universo intorno a cui ruotano madri, mogli, figli.

I motivi alla base di questo cambiamento sono numerosi e complessi. Gran parte della letteratura sociologica ha puntato il dito sugli effetti destabilizzanti prodotti dal consumismo: il padre, sempre più "sposato" al lavoro e portato a misurare la propria riuscita sociale in termini economici e materiali, si limita a diventare il dispensatore familiare di beni di consumo e status symbol. Ruolo in cui è sempre più spinto da una logica di mercato che, col reclutamento di vaste fasce giovanili nei ranghi di piccoli consumatori, ha trasformato il bambino in vero e proprio soggetto economico.

Per di più, a svuotare l’autorità della figura paterna ha contribuito anche il fatto che molte delle competenze educative da questa svolte nei decenni passati vengono oggi quasi totalmente affidate alle istituzioni sociali deputate all’educazione dei figli, che hanno assunto il mandato sociale di acculturamento di bambini e ragazzi (e talvolta funzionano anche come lenimento ai sensi di colpa che i genitori hanno per lo scarso tempo a disposizione dei figli). Solo fino a pochi anni fa, soprattutto nel nostro Paese, il padre aveva una funzione di primo piano nel controllo dell’educazione dei figli. Le ricerche sociologiche svolte negli ultimi anni depongono sull’evidenza di quanto la famiglia oggi abbia perso la possibilità di controllare ciò che i figli imparano, sia perché è coinvolta da una globale e profonda delega del percorso di socializzazione e di crescita all’esterno, sia perché i figli fruiscono di un’anticipazione della conoscenza legata alla comunicazione iconica dei mass-media, particolarmente alla Tv, sulla quale i genitori, e in particolare il padre, hanno un controllo modesto.

Il fatto che il padre non riesca, non possa e il più delle volte non ambisca nemmeno più a filtrare le informazioni che arrivano ai figli, contribuisce ad azzerare una delle funzioni tradizionali sulle quali si articolava la sua autorevolezza nei decenni passati e cioè quello di rappresentare per il figlio un prestigioso fornitore di conoscenze.

In certe famiglie questa situazione si è addirittura ribaltata e sono i figli a disporre di un patrimonio di informazioni, su quel tipo di attualità che "conta" per ritenersi oggi informati, molto superiore a quello dei padri, spessissimo tagliati fuori da questo circuito di informazione. Questi ultimi sono così relegati nel ruolo di testimoni muti e impotenti dei percorsi ricreativi e culturali dei figli, destituiti dal ruolo di protagonista, animatore od organizzatore.

Ma non c’è stato solo un movimento di allontanamento: i modelli culturali attuali hanno favorito un riavvicinamento delle funzioni paterne a quelle materne fin dal momento della gravidanza e del parto, valorizzando sempre più la presenza (anche fisica) del padre sullo scenario della nascita e favorendo l’attribuzione di compiti, anche pratici, che riguardano l’accudimento del bambino piccolo (è quella che Pietropolli Charmet definisce la "maternalizzazione" del padre).

Queste nuove richieste, unitamente alla crisi del suo ruolo normativo storico, possono sollecitare risposte conflittuali e confuse da parte di un padre che deve fare i conti con una sua identità precaria. Da un lato il senso di profonda inadeguatezza per le nuove mansioni può indurlo ad una totale latitanza affettiva, coperta da un iperinvestimento del ruolo lavorativo. Dall’altro il padre, privo di una propria originale funzione, può tendere a identificarsi globalmente con quella materna, diventando concorrenziale e non complementare. In entrambi i casi, sia quello in cui la figura del padre è periferica, sia quello in cui si sovrappone a quella della madre, la famiglia viene così ad essere fondata sulla presenza nello scenario affettivo di un genitore unico (o di un unico ruolo genitoriale) con caratteristiche materne.

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Costruire il dialogo

È in genere nel corso dell’adolescenza che questa organizzazione affettiva familiare mostra maggiormente la sua inadeguatezza a sostenere il processo di individuazione ed emancipazione dei figli; è questo infatti il momento critico in cui l’assenza del padre oppure l’omogeneizzazione delle sue funzioni a quelle di stampo prevalentemente materno si traducono in un ostacolo per le potenzialità evolutive. È compito affettivo di marca paterna fornire al figlio la misura delle sue capacità e dialogare con gli aspetti del sociale con cui questi si confronta, giorno per giorno. E non ci può essere dialogo significativo se non si è costruito nel tempo, con amore, pazienza, fatica, un legame significativo e solido. Certamente non sarà la crisi della figura e del ruolo paterno l’unica causa, ma non può non colpire la coincidenza tra la latitanza del padre come promotore affettivo della nascita sociale del figlio, come codice autorevole che aiuta la rottura della simbiosi madre-figlio in una direzione evolutiva, e un aumento dei "figli per sempre", giovani ultratrentenni, adulti a tutti gli effetti, che faticano a trovare la strada che li aiuti a uscire dalla propria famiglia.

Non si vuole ovviamente auspicare, con questo, un anacronistico ritorno alla famiglia patriarcale descritta da Freud, che si assumeva in proprio le mansioni educative, con una rigida separazione tra compiti accuditivi materni e compiti normativi paterni (il noto "Super-Io rigido e castrante" di tanta letteratura psicoanalitica). Si vuole semplicemente suggerire una riflessione sui rischi che comporta una totale abdicazione del padre alle sue naturali funzioni. Se è augurabile che la figura paterna rappresenti sempre più un alleato della madre con un ruolo di sostegno per favorire le sue mansioni di accudimento dei bambini piccoli, nel momento del loro ingresso in adolescenza la sua mansione si dovrebbe trasformare e diventare costruttivamente separatrice, assumendo la funzione etica di riferimento diretto per il figlio per sostenerlo sulla strada di una comprensione sempre più completa dei valori e dei sistemi gerarchici e della congruenza tra le ancora incerte rappresentazioni di sé e la verifica delle proprie capacità.

Parole rivelatrici

Ricordo ancora le parole usate da un giovane trentenne nel descrivermi i rapporti con i suoi genitori: «Con mia madre le cose andavano bene», raccontava parlando della sua adolescenza. «Lei è sempre stata molto gratificante con me. Mi incoraggiava, diceva che se avessi voluto, se mi fossi impegnato, avrei potuto raggiungere qualsiasi obiettivo. Certo, a volte mi sgridava, era severa, non sempre era disposta a darmele vinte, anzi... Ma nel complesso sentivo che mi stimava, mi portava in palmo di mano. Solo che sa com’è...». E qui si fermò un attimo, sorridendo. Quindi disse: «Io ho sempre pensato che in fondo tutte le mamme dicessero e pensassero queste cose dei loro figli. Non sapevo se potevo credere fino in fondo a tutte quelle belle cose, perché avevo sempre il dubbio che le dicesse per il semplice fatto che io ero suo figlio».

A questo punto la sua espressione si fece più, pensosa, velata da un’ombra di malinconia. Poi riprese: «Era quello che mio padre pensava di me, che io non sono mai riuscito a capire. Non ho mai capito, cioè, se i suoi silenzi erano un assenso, come si userebbe dire adesso, o erano disinteresse. Non ho mai capito se ero io ad aspettarmi troppo da lui o se era lui a darmi troppo poco. Se si rifugiava nei suoi silenzi o dietro al suo giornale perché era stanco o perché io ero così poco stimolante ai suoi occhi. Non ho mai capito se il suo lasciarmi fare era perché in fondo si fidava di me, o per indifferenza, né se, quando mi rimproverava, lo faceva perché si sentiva deluso da me e quindi in fondo a me ci teneva, o solo con rabbia perché gli dava fastidio che io gli procurassi dei fastidi. Non l’ho mai capito e forse lui non ha fatto nulla perché io capissi».

Gianni Cambiaso

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