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Relazioni sociali anche in età avanzata - 2

Protagonisti oltre la solitudine

di Emanuela Mora
(docente di Sociologia dei processi culturali, Università Cattolica di Milano)

        

Famiglia Oggi n. 12 dicembre 1997 - Home Page

Il contesto urbano

Il vivere in città può costituire un vincolo e insieme una risorsa per gli anziani, in relazione al punto di vista da cui si considera la situazione. La città, infatti, mentre offre alcune opportunità di intessere e mantenere relazioni e impegni, di accedere ai servizi sanitari e assistenziali, significa spesso lontananza dai figli, alloggi inadeguati, difficoltà a fare amicizie.

Si può dire che la città (in particolare, forse, la città medio-piccola) costituisce una risorsa per quegli anziani che vengono definiti "attivi", vale a dire quelli per i quali il pensionamento ufficiale non coincide con l’effettiva uscita dal mondo del lavoro, perché continuano a svolgere attività professionali; oppure quelli che coltivano interessi culturali, sportivi o di tempo libero molto spesso sviluppatisi nelle precedenti fasi dell’esistenza. Si tratta generalmente di anziani di elevata condizione socio-culturale ed economica e in buona salute. La città presenta, invece, una serie di vincoli per quegli anziani che non svolgono alcun tipo di attività esterna alle mura domestiche e, quindi, non coltivano opportunità di intessere relazioni con altri anziani e con altre persone. Per questi soggetti, spesso di condizione economica, culturale e sociale disagiata, la città si rivela un contesto estraniante, poiché in essa non è facile instaurare con le persone contatti non finalizzati a un’attività (amicizie di vicinato o altro). La possibilità di sfuggire alla solitudine, in questi casi, è legata alle relazioni esistenti con il gruppo familiare e a eventuali relazioni di amicizia risalenti al tempo della vita attiva.

Rispetto ai due ideal-tipi ora individuati, però, la realtà è spesso più articolata, perché, a parte una ristretta fascia di persone appartenenti ai ceti superiori e per i quali la definizione di "anziano" ha un significato puramente anagrafico ma non coincide con una situazione sociale differente e più problematica rispetto a quella di fasi precedenti della vita, la maggior parte dei soggetti che possiamo considerare anziani trae un bilancio critico dal fatto di vivere in città, soprattutto se i propri familiari non abitano nelle immediate vicinanze (Giandelli, 1991).

Se la città costituisce una delle cause dei fenomeni di solitudine e isolamento degli anziani, essa rappresenta anche il tessuto sociale nel quale sono presenti le potenzialità per dare risposte positive a questi problemi. È infatti nella struttura cittadina che è possibile organizzare servizi cosiddetti "di rete", che colleghino tra loro e coordinino negli interventi i diversi soggetti disponibili a fornire aiuto agli anziani soli, oppure tenuti a farlo, e sostengano le famiglie che si fanno carico dei propri membri anziani. Tali servizi, come il servizio di assistenza domiciliare (Saporiti, 1990), sono pensati dalle istituzioni pubbliche in un’ottica di flessibilità che dovrebbe alleviare le strutture pubbliche da un sovrappiù di lavoro e assecondare il desiderio dei destinatari di non venire sradicati dal proprio ambiente e di mantenere il più a lungo possibile la propria autonomia.

Le reti sociali di supporto agli anziani sono di due tipi: da un lato le reti informali, affidate al volantariato familiare e di gruppo, e organizzate quindi nell’ambito delle relazioni familiari e amicali dei soggetti; dall’altro le reti formali di assistenza, affidate ai servizi sociali e organizzate in modo impersonale e universalistico, almeno in via di principio.

Negli anni ’60/’70 era diffusa la tendenza a demonizzare le reti di relazioni informali, soprattutto quelle familiari, perché giudicate ambiti di legami destinati a svilupparsi in modo patologico; oggi, sulla scorta della crisi sempre più profonda dei sistemi di welfare, che ha prodotto di fatto una grave carenza di risposte a bisogni sociali effettivi, gli studiosi valorizzano invece la rete delle relazioni primarie e informali, come risorse significative per fornire le risposte di cui c’è bisogno (Folgheraiter, 1989).

Coloro i quali possono contare su una rete familiare e amicale ben strutturata, funzionale e gratificante dal punto di vista del benessere esistenziale globale, fanno scarso ricorso alle reti formali di servizio e di assistenza.

Queste, invece, costituiscono l’unico sostegno possibile per quanti vivono effettivamente una condizione di solitudine. Si può ipotizzare (Folgheraiter, 1989) che alcune strategie di rete possano sostenere l’anziano in tre possibili diverse situazioni di vita: «Vita indipendente, con l’obiettivo di valorizzare le risorse e le competenze dell’anziano, nonché di potenziare o stendere le reti informali o raccordare le risorse comunitarie (formali e informali) per assicurare il permanere in autonomia dell’anziano nel proprio ambiente di vita; vita in casa di familiari, con l’obiettivo ulteriore, rispetto ai precedenti, di sostenere i familiari per far fronte agli stress dell’assistenza continuativa; vita in casa di riposo, con l’obiettivo di tenere ancora raccordate e connesse le reti informali esistenti attorno ai singoli anziani, oppure per creare reti di supporto fra gli stessi familiari-parenti-amici oppure per creare all’interno legami emozionali o funzionali (self care) fra gli ospiti».

Concretamente, si possono indicare alcuni tipi di interventi di rete con gli anziani, molti dei quali sono anche già stati sperimentati. Un primo tipo di interventi è volto a stimolare l’attivazione delle risorse comportamentali, comunicative, materiali degli anziani stessi, attraverso la costituzione di gruppi di auto e mutuo aiuto (Carkhuff, 1988; Gartner-Riessmann, 1979), gruppi di incontro fra anziani (rap group) (Silvermann, 1989), programmi di mutua assistenza e l’organizzazione di reti di volontari anziani (Munday, 1981).

Pur riguardando attività diversificate, l’obiettivo comune di questi interventi è di favorire al massimo il mantenimento dell’autonomia e dell’indipendenza degli anziani per quanto riguarda le abilità e le competenze che posseggono, stimolando anche l’aiuto reciproco e lo scambio di favori tra anziani dotati di capacità differenti, secondo lo slogan: «ognuno ha qualche talento di cui qualche altra persona ha bisogno» (Folgheraiter, 1989); in questa prospettiva non si sottovaluta anche il valore del dialogo e della condivisione emotiva e la soddisfazione di bisogni espressivi e di socialità.

Un secondo tipo di interventi è volto a sostenere i famigliari che assistono continuativamente parenti anziani non autosufficienti. In quest’ottica vengono allestiti servizi per alleviare lo stress e aumentare le competenze di chi assiste. Tra questi si segnalano servizi di formazione, servizi di "tregua" (respite care) che consentono ai famigliari di staccare per certi periodi dal lavoro di assistenza, senza produrre però nell’anziano lo shock dell’istituzionalizzazione.

Un terzo livello di interventi di rete riguarda il coordinamento delle reti informali di assistenza, sia per risolvere problemi specifici di organizzazione e gestione del lavoro di assistenza, sia per supporto occasionale. L’ultimo livello di interventi di rete riguarda il lavoro sociale di "comunità". In questi casi il destinatario dell’intervento non è tanto il singolo anziano, quanto piuttosto anziani e altre persone di un certo gruppo sociale, di una comunità, disponibili a mobilitarsi per trovare risposte a problemi comuni degli anziani di quella comunità.

Tutti gli interventi di rete, organizzati e gestiti dalle istituzioni, sono finalizzati al supporto della famiglia e alla collaborazione con essa. Questo aspetto non va sottovalutato perché, come mostrano anche recenti indagini psico-sociali (Cigoli, 1992), le relazioni tra i membri della famiglia dell’anziano colpito da una malattia invalidante e, quindi, non autosufficiente, sono molto delicate e passibili di rapido deterioramento, a causa delle tensioni che tale evento critico suscita e dei sentimenti reciproci che porta alla luce o che scatena. Perciò, non si può dire che quella familiare sia automaticamente la forma migliore di assistenza, ma anch’essa va sostenuta.

D’altra parte, occorre segnalare che la disponibilità ad affidarsi ai servizi sociali per cercare aiuto dipende anche dalla qualità delle relazioni tra i membri della famiglia.

Se i membri della famiglia, appartenenti alle diverse generazioni, hanno maturato un buon livello di autonomia personale ed emotivo sono anche più disponibili a porsi in un’ottica cooperativa con i servizi, poiché riescono a controllare meglio i sentimenti ambivalenti, a dare spazio a cose più importanti per il benessere familiare come la capacità di comunicare e di negoziare i propri bisogni e la disponibilità alla cura reciproca.

Progettare politiche non generiche

La condizione anziana non è una malattia, risulta perciò scorretto, non adeguato alla realtà sociale e demografica attuale, considerare in modo uniforme la condizione dei cittadini che abbiano raggiunto e/o superato la soglia dei 60 anni d’età, oltre la quale si è abituati a parlare di condizione anziana. Se non si può ritenere, quella degli anziani, una realtà omogenea, la progettazione delle politiche sociali dovrà, a sua volta, tenere conto della molteplicità di problemi che gli ultra sessantenni vivono e delle richieste che avanzano, sia nel campo dell’assistenza che in quello delle opportunità di protagonismo sociale.

I primi elementi di differenziazione interna alla condizione anziana sono costituiti dai principali dati strutturali dei soggetti, vale a dire età e status sociale. Come si è già sottolineato, infatti, il tendenziale invecchiamento delle società occidentali comporta anche il delinearsi di diverse generazioni tra le persone con più di 60 anni. Possiamo distinguere quindi tra: giovani anziani, molto spesso ancora occupati professionalmente, con figli ancora almeno parzialmente a carico, in buona salute e talvolta impegnati anche nella cura di parenti più anziani; anziani, quasi sicuramente in pensione, senza figli a carico, molto spesso in buona salute; anziani anziani, per quanto sostanzialmente in buona salute spesso destinatari di cure per la conservazione di uno stato psicofisico comunque fragile e precario a causa proprio dell’età.

Se questa tripartizione già suggerisce la presenza di problematiche diversificate, lo status socio-economico, i cui indicatori principali sono reddito, titolo di studio e (ex) condizione professionale, offre un’ulteriore articolazione del quadro. L’appartenenza a uno status socio-economico elevato favorisce, in linea di massima e in assenza di situazioni particolarmente critiche di salute, la conservazione di una rete di relazioni familiari, amicali e di sostegno abbastanza stabile e ampia, con una minore incidenza del problema della solitudine.

Inoltre, in caso di rilevanti problemi di salute, gli appartenenti a ceti medio-alti attivano risorse autonome di sostegno che vanno dalla consulenza di medici amici al ricovero in strutture private, spesso più confortevoli di quelle pubbliche, all’assistenza domiciliare da parte di personale specializzato.

Tra gli appartenenti ai ceti bassi e medio-bassi, invece, la condizione anziana presenta tratti problematici, sia per le attività relazionali, sia per i modi in cui far fronte agli eventi critici per la salute. Minori sono, infatti, le risorse economiche disponibili per pagare personale e assistenza specializzati, a esse non suppliscono rapporti di amicizia e di conoscenza con medici e professionisti della salute, e anche la rete familiare risulta meno efficace, a causa dei pressanti impegni di ognuno per soddisfare le esigenze della vita quotidiana.

Anche a una sommaria descrizione appare dunque evidente come la stratificazione sociale produca effetti rilevanti sul modo di condurre la vita in età avanzata e contribuisca quindi anche a differenziare le aspettative dei soggetti che vivono tale fase. A grandi linee possiamo individuare almeno due grandi tipi di attese negli ultra sessantenni: da un lato il desiderio di non perdere o di riguadagnare occasioni di protagonismo sociale, dall’altro quello di non venire abbandonati in momenti di particolare debolezza, come sono quelli delle malattie o, più in generale, della riduzione delle proprie facoltà. Considerando l’insieme delle variabili di cui occorre tenere conto nella progettazione degli interventi a sostegno degli anziani emerge inequivocabilmente come la politica sociale non possa essere progettata in modo generico ma richieda agli operatori una conoscenza adeguata del tessuto sociale cui si applica e, nello stesso tempo, una corretta valutazione dei bisogni espressi e degli effetti che i vari interventi possono produrre.

Quella anziana, allora, non si configura come una condizione patologica, di totale passività, ma piuttosto come un segmento del complessivo universo sociale, attivo nei limiti del possibile – tenendo conto dei vincoli che a ognuno pone il proprio status – nella gestione del proprio destino sociale. La programmazione delle attività, dunque, deve anzitutto tenere conto che il rischio dell’isolamento, pur non essendo inevitabile per gli anziani, è comunque presente e può tradursi in realtà non appena accade qualcosa che comprometta il precario equilibrio.

Emanuela Mora

Segue: Protagonisti oltre la solitudine - 3 - Note e Biografia
   

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