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Gli anziani in Italia - 1 -

Un Paese dalle politiche povere

di Antonio Golini e Plautilla Calvani
(rispettivamente ordinario di demografia presso l’Università "La Sapienza" di Roma; collaboratrice dell’Istituto di ricerche sulla popolazione del Cnr)

  

Famiglia Oggi n. 12 dicembre 1997 - Home Page

Si distribuiscono in modo disomogeneo, più al Nord che al Sud. Sono vulnerabili. Con scarse risorse economiche. Meno istruiti rispetto al resto della popolazione. L’invecchiamento esige adeguate programmazioni sociosanitarie.

Il fenomeno demografico dominante in questo scorcio di secolo, in Italia e nei Paesi sviluppati, è rappresentato dall’invecchiamento della popolazione. Esso è dovuto al combinarsi di una mortalità e di una fecondità entrambe decrescenti. I progressi in campo medico hanno consentito di esercitare il controllo della morte a tutte le età della vita, il che ha permesso di raggiungere livelli di vita media impensabili solo pochi anni fa (secondo Istat, 1996, in Italia nel 1995: 79,4 per i maschi e 81,4 per le femmine). A questi fenomeni si è unito un controllo della fecondità sempre più forte, che ha portato il numero medio di figli per donna (attualmente 1,1-1,2) ben al di sotto del livello 2,1 che assicura la pura sostituzione delle generazioni e quindi la crescita zero della popolazione.

In conseguenza di ciò, mentre la popolazione totale negli ultimi anni ha registrato aumenti molto contenuti, la sua composizione per età e sesso si è andata notevolmente modificando. Il punto di maggiore svolta si è avuto proprio intorno alla metà degli anni ’90, quando in Italia, primo Paese al mondo, gli anziani sono diventati più numerosi dei giovani con meno di 15 anni (tabella 1).

In effetti, l’aggregato delle persone anziane è quello che negli ultimi anni si è evoluto a maggiore velocità e ormai una persona su sei ha 65 anni e più(1). Nell’arco di un quarto di secolo, dunque, si è completamente capovolto il rapporto tra giovani e anziani: questi ultimi, nel 1971 erano meno della metà dei giovani, mentre attualmente sono più numerosi e potrebbero diventare più del doppio tra 22 anni.

All’interno degli anziani merita attenzione la notevolissima crescita dei vecchi con 75 anni e più, i quali, come si rileva da tutte le indagini, sono coloro che più di tutti si trovano a sperimentare condizioni di solitudine, malattia, disagio economico e che, quindi, hanno maggiormente bisogno del sostegno e dell’intervento di soggetti diversi da famigliari e parenti: nel 1971 rappresentavano meno del 4% della popolazione, nel 2019 potrebbero essere il 12,3% (il 14,8% tra le donne), più dei giovani con meno di 15 anni.

Non solo è variata la struttura per età della popolazione, ma anche la sua composizione per sesso. Com’è noto, infatti, alla nascita si ha un’eccedenza di maschi sulle femmine (nascono circa 106 maschi ogni 100 femmine). Tuttavia, per effetto della supermortalità maschile, nelle età anziane le donne sono molto più numerose degli uomini: tra gli ultrasettantacinquenni sono quasi il doppio.

Un’importante caratteristica che dev’essere evidenziata è rappresentata dalla differenziazione territoriale delle tendenze e delle strutture demografiche, e questo impone politiche di intervento non univoche, ma mirate alle singole realtà locali. La distribuzione degli anziani, in particolare, risulta fortemente variabile da regione a regione e, a livello locale, anche da comune a comune. Osservando la tabella 2 si nota come in quasi tutte le regioni del Sud la percentuale di anziani e vecchi sia inferiore rispetto alla media nazionale, mentre il contrario avviene in buona parte del Centro-Nord. In particolare, la Liguria (regione più "vecchia" d’Italia) presenta una proporzione di anziani (65+) quasi doppia e una proporzione di vecchi (75+) più che doppia rispetto a quella della Campania (regione più "giovane" d’Italia). Il classico dualismo Nord-Sud, che riguarda gli aspetti economici del nostro Paese, si ripropone a livello demografico anche se, in questo caso, il Sud può essere considerato in una posizione di vantaggio, perché sperimenta un invecchiamento meno intenso e meno rapido. A livello di aree territoriali, gli anziani sono presenti soprattutto nei centri delle grandi città e nei piccolissimi centri con meno di duemila abitanti: nel primo caso dispongono di più servizi ma con gli svantaggi tipici della vita delle grandi città (criminalità, maggiori costi economici e inquinamento), l’opposto avviene per coloro che vivono nei piccoli centri (Istat, 1997).

Non meno importanti sono state le conseguenze del declino di mortalità e fecondità sui cambiamenti della famiglia, che hanno riguardato sia la sua struttura e forma che le relazioni tra i vari componenti. «La fortissima rarefazione degli eventi demografici nella vita degli individui e la profonda alterazione degli equilibri millenari fra bambini e vecchi hanno da un lato contribuito a provocare la transizione dalla famiglia patriarcale alla famiglia coniugale intima o nucleare e dall’altro lato sono state le conseguenze di questa transizione frutto, a sua volta, di tutto il processo di modernizzazione della società italiana, simile in larga misura a quello di tutte le società occidentali» (Golini, 1991). Ciò ha comportato una crescita delle famiglie a un ritmo superiore rispetto a quello dell’intera popolazione, una riduzione della sua dimensione media, fino a raggiungere i 2,7 componenti all’inizio del 1996 – si pensi che nel 1951 erano quasi 4 – (dati Istat) e un forte aumento delle persone sole (1/5 di tutte le tipologie familiari, secondo le ultime rilevazioni dell’Istat), per lo più anziani di sesso femminile. Oltre a modifiche nelle dimensioni, si è assistito a una sostanziale "semplificazione" delle tipologie familiari, data la sempre maggiore frequenza di quelle tra i cui componenti prevale il legame coniugale e/o filiale (Menniti, 1991).

Inoltre, per ciascuna famiglia sono profondamente modificati i rapporti tra gli appartenenti ai vari gruppi di età: se nel passato un nonno viveva con molti nipoti, attualmente un bambino ha molte probabilità di vivere con tutti i nonni e qualche bisnonno; è aumentato il numero di generazioni coesistenti ed è diminuito quello di generazioni conviventi. Oltre che dell’evoluzione degli eventi demografici, questi cambiamenti si sono verificati anche in conseguenza di nuove norme e comportamenti sociali, politici ed economici.

L’introduzione del divorzio, la crescente istruzione delle donne, la loro maggiore indipendenza economica, l’affermarsi di un ideale di matrimonio basato più sull’amore che su interessi economici in comune, conferiscono alla famiglia caratteristiche di sempre maggiore instabilità. In realtà, per certi versi, la famiglia del passato era anche più instabile di quella di oggi (Zanatta, 1997), ma mentre un tempo, le famiglie ricostituite erano una conseguenza di eventi demografici ineluttabili (vedovanza di uno o entrambi i coniugi), attualmente sono soprattutto conseguenza di scelte ponderate e consapevoli degli individui. Questi aspetti sono estremamente importanti quando si valuta la condizione di vita di alcuni segmenti di persone, perché la situazione in cui ognuno si trova a vivere non è mai indipendente né dalle sue esperienze passate, né dal contesto demografico, sociale ed economico che caratterizza il suo presente.

Questo è vero per tutti e per gli anziani in particolare. Ormai da più parti si riconosce nell’anziano non tanto una persona malata e bisognosa di cure, che rappresenta un peso per la famiglia e per la società, ma una possibile risorsa. Tuttavia questo è vero per coloro che godono di buone condizioni di salute e che una famiglia ce l’hanno, non per quelli che versano in condizioni meno favorevoli, sia dal punto di vista sanitario che sociale. È molto importante sapere come viene vissuta questa fase della vita e quali ne siano le caratteristiche fondamentali.

Segue: Un paese dalle politiche povere - 2 -
       

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