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Gli anziani in Italia - 2 -

Un Paese dalle politiche povere

di Antonio Golini e Plautilla Calvani
(rispettivamente ordinario di demografia presso l’Università "La Sapienza" di Roma; collaboratrice dell’Istituto di ricerche sulla popolazione del Cnr)

  

Famiglia Oggi n. 12 dicembre 1997 - Home Page

Con chi vivono?

Non solo nel tempo è aumentato il numero degli anziani, ma, così com’è avvenuto per il totale della popolazione, si è molto modificata anche la struttura delle tipologie familiari in cui essi vivono, con un forte aumento di persone sole e di famiglie composte da tutte persone anziane. I dati dell’ultima indagine multiscopo condotta dall’Istat ci consentono di fotografare la situazione più recente (tabella 3). Risultano immediatamente evidenti le differenze tra anziani e vecchi, e tra maschi e femmine.

Gli anziani vivono prevalentemente in coppia senza figli, ma si tratta di oltre la metà dei maschi, del 39% delle femmine. Questa tipologia predomina ancora di più nel caso di maschi vecchi, mentre riguarda il 17,5% delle femmine della stessa età, per le quali il caso più diffuso è quello delle donne sole, che rappresentano quasi la metà della popolazione di riferimento. Le persone sole, dunque, sono soprattutto vecchie e, per lo più, di sesso femminile. Per quel che riguarda la tipologia "in coppia con figli" diventa meno consistente tra i vecchi e le donne. Le famiglie composte di "soli anziani" e "anziani soli" sono più numerose nelle Regioni dell’Italia nordoccidentale, mentre il fenomeno è meno pronunciato in quelle meridionali del Paese.

La distribuzione per stato civile, poi, rivela forti squilibri, per sesso e per età: tra le donne sono maggiori sia i valori di nubilato che di vedovanza; i vedovi, inoltre, si concentrano tra i più vecchi (68,7% delle donne e 24,3% dei maschi con 75 anni e più; dati Istat). Ancora una volta, i dati mettono in luce come, nella vecchiaia, gli uomini vivano con il coniuge molto più frequentemente delle donne, la cui maggiore longevità viene "ripagata" con un più elevato numero di anni vissuti in solitudine.

Nei momenti della vita in cui il bisogno di cura e assistenza torna a diventare forte molte persone si ritrovano sprovviste di familiari conviventi su cui poter contare e anche di altre importanti condizioni, quali la facilità e/o possibilità di accesso alle informazioni, alle cure sanitarie. Però, non sempre gli anziani sono persone abbandonate a se stesse: quando le generali condizioni psico-fisiche lo consentono, il vivere da soli è spesso una scelta per affermare la propria autonomia, la propria capacità di gestire ancora bene la quotidianità. In moltissimi altri casi, invece, questa è una conseguenza delle tendenze demografiche e, quando non rappresenta una scelta di vita, la solitudine potrebbe avere conseguenze psicologiche negative, soprattutto per quelle persone che hanno vissuto le fasi precedenti della loro vita insieme a un elevato numero di famigliari. Tuttavia, molto spesso chi vive da solo ha figli o parenti che vivono nelle vicinanze e che vedono con una frequenza piuttosto elevata, ma rimane da capire se tali incontri siano, poi, in grado di colmare i vuoti che immancabilmente si creano quando ci si ritrova improvvisamente da soli. In effetti, da recenti indagini sembra emergere che, soprattutto nel caso dei vecchi, le relazioni con i famigliari non ne soddisfino completamente le aspettative di relazionalità (ministero dell’Interno, 1994).

Gli anziani che risiedono in istituzioni e case di riposo, nel nostro Paese, così come in quelli di tutta l’Europa meridionale e orientale, sono molto meno numerosi rispetto ad altri Paesi dell’Europa del Nord e dell’Ovest.

I dati censuari rivelano che essi erano l’1,9% della popolazione italiana nel 1981 e l’1,6% nel 1991 (per avere un termine di confronto, si consideri che tale valore, nello stesso periodo, superava il 5% in Finlandia, Svezia, Norvegia e raggiungeva il 9,1% in Olanda; Nimwegen e Moors, 1997). Per spiegare questo dato fondamentalmente si possono fare due ipotesi: l’italiano anziano non vuole vivere in istituzione; l’offerta di strutture è insufficiente. Risultati di varie indagini, colloqui con persone che si occupano del mondo degli anziani e con responsabili di case di riposo ci consentono di affermare che entrambe possono essere valide.

Una delle maggiori paure degli ultrasettantacinquenni intervistati in cinque diverse zone d’Italia nel 1992 (ministero dell’Interno, 1994), riguarda proprio il finire in "ospizio", mentre gli stessi nutrono una forte aspettativa di aiuto da parte dei figli, anche se a loro volta anziani. Per coloro che appartengono alle generazioni più vecchie, vissuti molto probabilmente in famiglie numerose e magari in località a economia agricola, dunque, è normale considerare che i figli debbano occuparsi di loro. Ora, sebbene i legami affettivi tra famigliari siano ancora molto forti e le idee che i figli non debbano occuparsi dei genitori anziani siano poco diffuse, i processi di trasformazione e modernizzazione della società hanno comportato tali sconvolgimenti da minare alla base il meccanismo di solidarietà tra generazioni, che a lungo è stato attivo nel nostro Paese.

Con ogni probabilità non è che la famiglia non vuole più svolgere il proprio ruolo di sostegno agli anziani, semplicemente, non è più in grado di farlo da sola. Questo aspetto, come sottolineano soprattutto le ricerche sociologiche, non sempre può essere compreso a pieno da chi tale sostegno deve riceverlo, per motivi culturali, di abitudini, psicologici. Si deve inoltre considerare che l’accelerazione delle trasformazioni in atto fa sì che anche laddove coesistano più generazioni di persone, queste non si capiscano pienamente. Per quel che attiene l’offerta di strutture, questa in alcune realtà del Paese è più deficitaria che in altre. Si pensi che in una grande città del Sud come Bari esistono due sole case di riposo, una pubblica e l’altra privata (Pace, 1996). La stessa cosa vale per Palermo, dove il numero di strutture è stato definito esiguo sia da un’associazione di volontariato, sia dalla responsabile di una casa di riposo privata (unico caso, tra le strutture private contattate, che presenta liste di attesa per l’accesso) (2) .

Volendo giudicare la situazione dal punto di vista delle liste di attesa, emergono valutazioni diverse a seconda che ci si rivolga a strutture pubbliche o private (ma anche a seconda del luogo). A Roma, ad esempio, esistono lunghe graduatorie per regolare l’ingresso nelle tre strutture gestite dal comune, mentre una piccola casa di riposo privata non ha difficoltà a soddisfare la domanda e lo stesso vale per la casa di riposo contattata a Milano, dove il "tutto esaurito" si registra solo in estate.

Distinzioni necessarie

Gli operatori sociali che abbiamo contattato ci hanno dato anche altre motivazioni per spiegare il basso numero di persone in istituzioni. Di queste, ci sembra rilevante quella che fa riferimento alle rette da pagare: non tutti hanno la disponibilità economica necessaria. Dunque, anche laddove le strutture sono adeguate, l’accesso può essere reso difficoltoso da motivi non strettamente, o non solo, collegati a problemi di offerta (in alcuni casi si accolgono solo persone autosufficienti), ma pure a problemi economici, di corretta informazione. Per dare una valutazione corretta non è sufficiente sapere quante strutture ci sono, ma si dovrebbe indagare anche sulle loro caratteristiche (dimensioni, servizi offerti, qualità del personale), aspettandosi valutazioni diverse a seconda dell’intervistato.

L’indagine telefonica sulle case di riposo (indagine solo di tipo qualitativo e quindi non rappresentativa) ha tuttavia messo in luce situazioni interessanti. In tutti i casi sono accolti anziani autosufficienti e non, per lo più donne. In generale, queste persone hanno dei famigliari, in qualche caso il numero dei figli è anche molto numeroso, ma gli impegni di lavoro e di cura della propria famiglia impediscono di rivolgere agli anziani le dovute attenzioni. Le relazioni con i famigliari vengono giudicate molto buone (dagli operatori delle case stesse), anche se, in alcuni casi, il pensiero «è sempre rivolto alla propria casa». In una struttura di Roma è stata riscontrata una situazione con ospiti con problemi familiari molto gravi (mogli o figli malati di tumore).

Dunque, non sembra nemmeno che il profilo di coloro che scelgono la casa di riposo sia il peggiore per quel che riguarda la situazione familiare, nel senso che quasi sempre hanno dei parenti; semmai, si tratta di persone più penalizzate a livello di autonomia fisica. Infatti, fintanto che si è in condizioni di badare a se stessi, si preferisce restare nella propria abitazione. Non è un caso, evidentemente, che indagini comparate, nelle medesime città, rivelino che, a parità di stato di salute, gli anziani che vivono presso case di riposo siano più depressi rispetto a quelli che rimangono a casa loro e questo avviene anche quando le condizioni delle case stesse appaiano più che soddisfacenti all’osservatore esterno (Cataldi, 1996).

Possiamo affermare che, in ogni caso, il ricovero in istituzione è visto come l’ultima delle possibilità, sia dove l’offerta è sufficientemente sviluppata, sia dove non lo è. Questo è in accordo con le valutazioni di alcuni figli che, interrogati sul futuro di un genitore non più autosufficiente, in larghissima maggioranza tra la possibilità di vivere insieme a loro, di scegliere la casa di riposo o di lasciarli nelle loro case aiutandoli, optano per la prima soluzione, sia in Italia che in altri Paesi (Nimwegen e Moors, 1997). Laddove la popolazione è più fortemente istituzionalizzata (Olanda), l’accordo maggiore si ha per la casa di riposo. Questi risultati possono, però, indurci a pensare che i problemi della domanda e dell’offerta non devono essere considerati separatamente, perché l’offerta genera la domanda e viceversa.

Non dobbiamo incoraggiare un aumento di case di riposo e lo sviluppo di un modello assistenziale basato su di esse. Comunque, l’offerta dovrebbe essere mirata alle sole persone che non hanno più alcun familiare. E questo per una serie di ragioni: quasi mai chi vive in casa di riposo è pienamente felice di tale scelta; se le trasformazioni in atto nella società non consentono di gestire le problematiche relative agli anziani solo all’interno della famiglia, è anche vero che dalle indagini di opinione emerge che, in qualche modo, i figli ritengono positivo occuparsi dei genitori.

Ciò che allora ci sembra necessario è l’elaborazione di politiche alternative, di integrazione di servizi sociali e sanitari, nell’ottica di una forte interazione con la famiglia. In realtà, questa esigenza è stata recepita a livello politico, ed è sfociata nel "Progetto obiettivo anziani", che prevede un insieme di iniziative, quali lo sviluppo di residenze sanitarie assistenziali (destinate a non autosufficienti), assistenza domiciliare integrata, ospedalizzazione domiciliare, istituzione di unità di valutazione geriatrica e, anche, misure atte a favorire la permanenza dell’anziano in famiglia. In molte realtà del nostro Paese, però, tali iniziative stentano a decollare, o sono ancora in fase sperimentale.

Sembra significativo che la legislazione regionale sia stata più vivace proprio laddove l’invecchiamento della popolazione è più intenso, quasi a confermare quanto sia importante la valutazione e la gestione locale dei problemi e l’interazione tra domanda e offerta. Infine, pensiamo che molti sforzi andrebbero volti a diffondere l’informazione sui servizi esistenti e a una promozione della loro immagine, oltre che a un controllo sulla loro attività. Nel nostro Paese non è sufficientemente sviluppata la cultura dei servizi.

Antonio Golini e Plautilla Calvani
   

NOTE

1 Si possono seguire vari criteri per definire la soglia di età cui riferirsi: economico-sociale (passaggio dallo status di persona attiva a quello di pensionato – 60 o 65 anni); biologico-sanitario (età in cui si manifestano i maggiori deterioramenti nei sistemi biofisiologici degli individui – 70 o 75 anni); demografico (fine dell’età feconda – 50 o 55 anni). La scelta dell’uno o dell’altro criterio comporta notevoli variazioni nella popolazione di riferimento. In questo contesto si fa coincidere l’inizio dell’età anziana con i 65 anni, data l’importanza che tale soglia riveste nel contesto sociale. Si distingue, poi, all’interno di tale segmento, la popolazione con 75 anni e più. (torna al testo)

2 Per avere un’idea, sia pure molto sommaria, della realtà dell’offerta delle case di riposo per anziani, nel mese di ottobre 1997 abbiamo contattato telefonicamente sia associazioni di volontariato o assessorati ai servizi sociali che alcune case di riposo private, in alcune città italiane. (torna al testo)

BIBLIOGRAFIA

  • Cataldi L., L’assistenza agli anziani nella regione Emilia Romagna: condizioni di vita degli anziani soli assistiti a domicilio e all’interno delle strutture geriatriche, in "Politiche familiari welfare e sviluppo sostenibile", Irp-Cnr, Roma 1996.
  • Golini A., Introduzione a: Le famiglie italiane degli anni ’80 (pag. 11), in A. Menniti (a cura di), Irp-Cnr, collana monografie, n. 2, Roma 1991.
  • Golini A., De Simoni A., Citoni F. (a cura di), Tre scenari per il possibile sviluppo della popolazione delle regioni italiane al 2044, Irp-Cnr, Roma 1995.
  • Istat, 1996, La situazione del Paese nel 1995, Rapporto annuale.
  • Istat, Anziani in Italia, Il Mulino, Bologna 1997.
  • Menniti A., Le famiglie italiane: definizioni e brevi cenni sull’evoluzione (pag. 70), in Menniti (a cura di), cit., 1991.
  • Ministero dell’Interno – direzione generale dei servizi civili –, La famiglia anziana: terza e quarta età a confronto, Indagine dell’Istiss, Roma 1994.
  • Nimwegen N., Moors H., Population ageing and policy options: attitudes in the Eu countries, Working paper, Nidi, 1997.
  • Pace R., Reti formali e informali di assistenza agli anziani: risultati di un’indagine pilota in Puglia, in "Politiche familiari welfare e sviluppo sostenibile", citato, 1996.
  • Zanatta A.L., Le nuove famiglie (pag. 10), Il Mulino, Bologna 1997.
               
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