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MASS MEDIA & FAMIGLIA

Che triste vecchiaia senza Tv!

VIDEO: COMPAGNO E AMICO DELLA TERZA ETÀ

di Francesco Gerace
(giornalista Ansa)
          

Famiglia Oggi n. 12 dicembre 1997 - Home Page I programmi del piccolo schermo scandiscono e accompagnano la giornata delle persone anziane, che, grazie ad esso, soffrono meno la solitudine. Molti tendono a criticare questa dipendenza dalla televisione. Inconsciamente le sono grati perché la sua presenza preserva dallo scomodo impegno di tener compagnia a nonni o vecchi genitori.

«Quando una data realtà mi è messa sotto gli occhi grazie alle immagini, tende ad assumere immediatamente forza di verità. La vedo e quindi dico che è vera»: così scriveva qualche anno fa, il cardinale di Milano Carlo Maria Martini ne Il lembo del mantello. «L’ha detto la Tv», si dice ancora oggi per significare che è vero.

In queste semplici parole è racchiusa forse l’idea più profonda della televisione, orgoglio e terrore del nostro tempo. Ma anche fabbrica di realtà spesso inesistenti; ospite fissa di case preda della solitudine; elemento ormai essenziale, biologico quasi, per la nostra vita, come l’aria che respiriamo.

La televisione ha il pregio, che è anche il suo difetto, di accomodarsi in tutte le case, senza essere invitata esplicitamente. Il telecomando non è l’arma che ci difende da questa ospite invadente, ma il grimaldello che lei adopera per insinuarsi nei nostri appartamenti, nel nostro tempo libero, nella nostra libertà.

Nessuno resiste alla tentazione di accendere quella scatola magica, e curiosarvi dentro alla ricerca della realtà vera, del sogno e della fantasia, della distrazione, della fuga verso altri mondi. Lei, la Tv, più prosaicamente va al sodo, agli affari, alla politica, all’economia, al potere, non disdegna le bugie e la mezza verità.

Eppure non tutto è così, cioè solo come appare. Ci sono anfratti così nascosti nel nostro rapporto con la televisione, che forse per eccessivo pudore, fors’anche per vergogna o per cattiva coscienza non osiamo illuminare. Fingendo che non esistano, li lasciamo marcire al buio, sperando che non sia come crediamo. Eppure esistono, e servono a mostrarci, con la loro muta presenza, che qualche cosa di noi è cambiato e sta cambiando ancora, e che noi non sappiamo che cosa fare.

Provate, per esempio, ad immaginare come sarebbe, senza la televisione, la vita di uno dei 2.300.000 pensionati che vivono da soli, in gran parte costretti a trascorrere la maggior parte della giornata in solitudine, perché i figli sono già grandi e forse anche sposati, vivono per conto loro, e non hanno troppo tempo a disposizione da dedicare ai vecchi genitori. Queste persone si alzano di buon’ora, e cominciano a girare per casa. A mettere ordine dove sanno benissimo che non c’è disordine. A preparare la colazione, a rifare due o tre volte il letto, finché non viene bene.

E poi di corsa a fare la spesa, e poi ancora una capatina dal medico. Con la speranza segreta, e inconfessabile, di incontrare un po’ di fila, per parlare con qualcuno, e far passare il tempo. Quindi il ritorno a casa, la cucina, il pranzo, uno sguardo al giornale, un riposino. E poi la corsa faticosa per arrivare fino a sera, senza nessuno con cui parlare, senza null’altro da fare per riempire quel lungo intervallo fino alla notte.

Cambiare le abitudini

Provate ancora a pensare come sarebbe, senza televisione, la giornata di una vecchia che abita in una grande città, magari in uno di quei casermoni di periferia, con centinaia di inquilini anonimi dove nessuno conosce nessuno. Dove il tempo fila via più lentamente che altrove e dove i vicini sono di poche parole, e poi sono giovani, hanno i figli piccoli che strillano e fanno confusione. Provate, infine, a pensare come sarebbe, senza la televisione, la nostra vita di figli e nipoti, sempre indaffarati con il lavoro e altri impegni, e incapaci di trovare tutti i giorni un po’ di tempo da dedicare ai nostri cari.

Dovremmo cambiare la strada che percorriamo per tornare dal lavoro e così, sia pure stanchi, trovare dieci minuti per fermarci a salutare i genitori, o i nonni; dovremmo invitarli più spesso a casa, rinunciando a vedere gli amici o i colleghi di lavoro o a poltrire da soli, con il sottofondo della musica preferita; dovremmo uscire con loro a fare una passeggiata, pur sapendo che cammineranno molto piano e si stancheranno facilmente. In una parola, senza la televisione dovremmo ricostituire dei legami familiari da cui il ritmo delle cose quotidiane, senza che noi lo volessimo, ci ha distratti.

Dovremmo rivedere tutto di noi, della nostra socialità, dei valori in cui crediamo, dei programmi di vita e fare delle rinunce. Davanti a tutto ciò, e allo sconforto che ne deriva, la prima cosa che viene da dire è: «grazie di esistere, televisione, che almeno alleggerisci questi nostri cattivi pensieri, li addolcisci, li rendi digeribili, anche se non li cancelli, né li risolvi, e ci consenti di tirare il fiato finché non avremo il coraggio di una scelta (quale?)».

La maggioranza meno fortunata dei nostri vecchi è rassegnata a trascorrere interi pomeriggi davanti al piccolo schermo, e quando piove e fa freddo anche intere giornate. Spesso la Tv è accesa anche se nessuno la guarda, perché ascoltarla o sentirne i suoni e le parole fa sentire in compagnia. Non importa poi se trasmettono telenovelas da quattro soldi, o i soliti varietà e quiz. Anzi, l’abitudinarietà dei programmi, la loro collocazione a orari certi e su canali certi, la presenza sempre degli stessi personaggi costituiscono un punto di riferimento, un impegno una certezza, addirittura una preoccupazione positiva per questi anziani. Essi non esitano a scandire la loro quotidianità anche sulla base dei programmi televisivi: bisogna così fare in fretta a mettere ordine in cucina dopo il pranzo, perché giusto alle due comincia la milionesima puntata della telenovela. Alle otto della sera, invece, in coincidenza con il telegiornale di Raiuno, è il momento di farsi trovare seduti con la cena pronta.

La televisione, dunque, orgoglio e terrore del nostro tempo, ci viene incontro. Salva molti anziani dalla disperazione più selvaggia, allevia dalla solitudine totale, emancipa dalla dipendenza altrui.

Parimenti, la Tv salva la nostra coscienza dall’obbligo di un ripensamento esistenziale che ci fa paura, e che nemmeno una ventata di super-egoismo ( «un giorno anche a me potrebbe toccare una sorte simile») riesce a scatenare dentro di noi.

È inutile indignarsi

Di fronte a tutto ciò, è quasi ininfluente preoccuparsi di come la televisione si rapporti al mondo, di come lo racconti, di come lo deformi. L’importante è che ci sia. Le siamo grati, talmente grati, giovani e anziani, da non poter pensare seriamente di giudicarla. Che cosa volete che importi se i telegiornali della Rai tifano per l’Ulivo, o se quelli di Mediaset stanno con Berlusconi. E che ci importa se degli anziani si parla poco, o forse non se ne parla affatto, o se ne parla in modo scorretto. Ciò che conta è che questo elettrodomestico si sostituisca a chi non c’è, e si umanizzi, che accontenti il padrone di casa offrendogli un’ampia scelta di programmi, che tenga questo signore impegnato, senza disturbarlo, senza chiedergli qualcosa in cambio.

Inutile preoccuparsi del fatto che i telegiornali mostrino quasi solo i vecchi seduti sulle panchine dei giardinetti. Inutile chiedersi perché quando si parla di pensioni e di sanità, e del loro crescente costo sul bilancio dello Stato, appaiono sullo schermo poveri pensionati in fila allo sportello dell’Inps o della Usl. Inutile domandarsi perché una trasmissione così seguita come il Costanzo Show,in onda da oltre quindici anni, tutte le sere su Canale 5, esponga davanti al pubblico poveri diavoli per dileggiarli, quasi sempre, facendoli assurgere a macchiette, le quali, travolte dal meccanismo televisivo, dal pubblico in sala e dall’abilità del conduttore, deragliano volentieri nel grottesco, nel ridicolo, nella burla, pur di compiacere chi assiste. Per tornare anonimi e soli, spente le luci dei riflettori.

Inutile, ancora, indignarsi per trasmissioni come Carramba che sorpresa! di Raiuno, oppure Chi l’ha visto? di Raitre, che mettono a nudo, devastandoli, sentimenti e fatti privati attraversati da lancinanti sofferenze e dolorose separazioni, andando ben al di là del diritto di cronaca, e frullando la fragilità degli anziani con la tragedia, il ridicolo, la fiction e sprazzi di realtà, e grazie a ciò dare la scalata alle vette dell’audience.

Dice il cardinale Martini che i mass media, e la televisione in special misura, pur essendo strumenti formidabili, senza i quali la nostra esistenza sarebbe diversa e sicuramente peggiore di quella che è, «detengono un potenziale che può essere distruttivo, nefasto e subdolo, che non è facile cogliere subito nella sua pervasività e gravità», e pertanto è opportuno usare cautela e spirito critico quando ci si pone dinanzi ad essi.

Appare evidente che questo effetto «distruttivo, nefasto, subdolo» va ricercato non solo nell’essenza del mezzo televisivo; nei messaggi subliminali, con cui ci si spinge verso certi prodotti e valori, anziché altri; nella lenta plasmatura delle coscienze a cui lavora secondo le regole del villaggio globale e del mercato planetario. Tale effetto ha radici profonde anche nella nostra realtà di uomini, sempre più disabituati a dialogare, e, perciò, involontari e impotenti complici (e vittime) del dispiegarsi della potenza e dell’invadenza del mezzo televisivo nel nostro quotidiano. Non possiamo non riconoscere che la televisione ha vinto, modellando la nostra vita, rendendoci spesso suoi schiavi, seppure contenti, o comunque meno infelici di come saremmo senza di lei. Perciò: Viva la Tv!

Francesco Gerace
             

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