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Relazioni sociali anche in età avanzata - 1

Protagonisti oltre la solitudine

di Emanuela Mora
(docente di Sociologia dei processi culturali, Università Cattolica di Milano)

    

Famiglia Oggi n. 12 dicembre 1997 - Home Page La condizione anziana è una realtà variegata. Le variabili di "status". Il sesso. La salute. La vita attiva nonostante la pensione sono tutti elementi che non possono essere ignorati. Anche la programmazione dei sostegni dev’essere oculata. Ma restano sempre basilari i legami familiari.

La letteratura sulla condizione anziana (1) ha sviluppato, nel corso degli anni ’80, la tendenza a sottolineare con enfasi il legame tra condizione anziana, benessere e relazioni sociali. In particolare è stato rilevato come una rete di relazione informale, per esempio quella di vicinato (Pynoos-Hade Kaplan-Fleisher, 1984) o quella delle amicizie costruite e coltivate durante tutta l’esistenza (Cioni-Faccioli, 1986), costituisce una risorsa che permette all’anziano di soddisfare bisogni di protezione, sicurezza e appartenenza e che riduce i rischi di istituzionalizzazione (Di Nicola, 1986).

D’altro canto, il rapporto che gli anziani e le loro famiglie hanno con le istituzioni e i servizi che si occupano di loro costituisce un ulteriore indicatore del benessere relazionale di queste persone, poiché mostra potenzialmente il livello di integrazione degli anziani nel tessuto sociale.

Come è ormai noto, il termine di "condizione anziana" non designa affatto una realtà univocamente determinata; occorre distinguere tra terza e quarta età, fra persone autosufficienti e persone che hanno avuto l’impatto con il cosiddetto "evento critico". Anche le variabili di status socio-economico hanno rilevanza nel differenziare le condizioni di vita di gruppi sociali omogenei per quanto riguarda l’età. Il sesso e le collocazioni sociali occupate durante la vita attiva sono altri elementi che definiscono una stratificazione cui corrispondono modelli di comportamento, stili di vita e di relazione differenti (Ambrosini, 1991).

Il panorama si complica ulteriormente se, oltre a queste variabili di tipo squisitamente strutturale, prendiamo in considerazione direttamente il contesto di relazioni in cui l’individuo è inserito: la famiglia nelle sue varie estensioni, luoghi di aggregazione e ambiti di attività, istituzioni più o meno totali; ogni individuo, inoltre, è coinvolto in molte di queste situazioni contemporaneamente.

La messa in discussione del concetto di "condizione anziana" non deve però condurre troppo semplicisticamente alla negazione dell’oggetto stesso e delle problematiche a esso collegate. Pur declinato in modo differente rispetto al passato e con un’attenzione maggiore a discriminare situazioni diverse, il tema della povertà relazionale degli anziani resta comunque attuale, anche se forse non riguarda la quota maggioritaria della popolazione che anagraficamente appartiene a questo strato sociale.

Per questo possiamo parlare di anziani oscillanti tra protagonismo sociale e solitudine. In una società soggetta, in questo scorcio di millennio, a un rapido invecchiamento, infatti, sta diventando sempre più vero che sono gli anziani, almeno quelli di età intermedia a provvedere ai bisogni dei più giovani e dei più vecchi, continuando a partecipare alla vita produttiva, mettendo a disposizione il frutto del proprio lavoro passato, prendendosi cura dei non autosufficienti. In questi casi, quindi, è del tutto adeguato parlare di protagonismo, poiché essi continuano a svolgere ruoli di grande utilità sociale che spesso non sembrano concretamente attribuibili ad altri soggetti.

D’altra parte, però, essi sono costantemente esposti al rischio dell’isolamento e alla perdita di significatività sociale, condizioni che facilmente conducono alla solitudine più totale. Questo rischio diviene realtà ancora abbastanza spesso, quando si verificano eventi traumatici (morte del coniuge, incidente, malattia improvvisa), quando le condizioni socio economiche non sono adeguate, quando gli anziani sono costretti ad abbandonare l’ambiente nel quale hanno sempre vissuto e vengono "istituzionalizzati", quando le relazioni familiari non sono buone. Anche se questi casi non sembrano riguardare la maggior parte di quanti vengono anagraficamente definiti anziani, il problema della solitudine colpisce ovviamente i soggetti più deboli e con minori risorse. Per questo esso non può venire sottovalutato e richiede anzi una comprensione adeguata, per trovare risposte corrette.

Fattori qualitativi

L'importanza della famiglia per il benessere dell’anziano e, corrispondentemente, le lamentazioni sull’isolamento di quest’ultimo rispetto soprattutto alla famiglia dei figli rappresentano un topos del tradizionale modo di affrontare il tema della condizione anziana. D’altro lato, si è sottolineato come la quantità e la frequenza di contatti e relazioni non rappresenti automaticamente l’indicatore di un buon rapporto familiare che favorisca il benessere dei membri della famiglia nell’ultima fase del loro ciclo di vita. Molti studi, infatti, mostrano come siano dei fattori qualitativi a caratterizzare in modo specifico le relazioni tra genitori e figli e ad avere un peso preponderante nella determinazione della qualità della vita familiare.

I fattori propri del legame genitori figli sono di due tipi. Secondo Bowlby il rapporto tra genitori e figli, che è fondato sulla condivisione, lunga una vita, di esperienze e significati, è molto forte, costituisce una «storia di reciproci attaccamenti» (Bowlby, 1972). Sulla base di questo tipo di legame, quindi, si può spiegare come di fronte a eventi critici per i genitori i figli riescano ad attivare risposte e risorse atte a far fronte all’emergenza, sacrificando anche una parte della propria autonomia e dei propri interessi (Weiss, 1982).

Inoltre, il legame tra genitori e figli, però, è anche fondato su sentimenti di obbligazione ed è fonte quindi di vincoli reciproci. In ogni famiglia, cioè, ci sono aspettative reciproche (Boszormenyi Nagy-Spark, 1973), si costituisce quindi un sistema di lealtà reciproche, organizzato in modo da favorire la restituzione di ciò che si è ricevuto, in termini sia positivi, sia negativi.

I profondi sentimenti di attaccamento e obbligo che caratterizzano il legame tra genitori e figli, però, non implicano automaticamente, come abbiamo già detto, l’instaurarsi di una buona relazione tra genitori anziani e figli adulti e, quindi, non legittimano l’enfasi aprioristica sulla famiglia come il luogo privilegiato del benessere dell’anziano. La famiglia, infatti, è caratterizzata da un legame fondamentalmente ambivalente che può diventare, in situazioni e in momenti diversi, supporto o vincolo (Di Nicola, 1986). L’attaccamento può degenerare in idealizzazione dei figli da parte dei genitori anziani e in un eccesso di identificazione con essi (Rossi, 1989), così come è possibile che l’attaccamento nei confronti dei genitori da parte dei figli non si evolva negli anni in forme comunicative mediate simbolicamente e si manifesti sempre con modalità simbiotiche, che compromettono l’autonomia personale dei soggetti coinvolti.

Può, inoltre, accadere che l’obbligo di lealtà verso i propri genitori (lealtà verticale) si scontri con quello nei confronti di partner, fratelli o amici, vale a dire con forme di lealtà instaurate successivamente dai figli adulti (lealtà orizzontale), ma ugualmente molto importanti nel processo di identificazione personale del soggetto, che deve riuscire a superare le barriere intergenerazionali (Williamson, 1982).

In tutti questi casi, la qualità della relazione sarà scarsa ed elevate le occasioni di insorgenza di conflitti che comprometteranno le condizioni di benessere generale dei diversi membri della famiglia. Ciò che però viene messo in luce sempre più spesso è il fatto che la relazione tra genitori anziani e figli adulti si configura effettivamente come una relazione di reciprocità. Essi, infatti, sanno di poter contare gli uni sugli altri in caso di bisogno, economico, di tempo.

Segue: Protagonisti oltre la solitudine - 2
   

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