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Consulenza genitoriale

Un difficile ménage

CONVIVENZE DI GENERAZIONI DIVERSE

di Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini
(pedagogisti)
      

Famiglia Oggi n. 12 dicembre 1997 - Home Page Può capitare che il nucleo familiare, composto da genitori e bambini, comprenda anche la presenza o la vicinanza di una nonna ancora in grado di dare una mano. È, in tal caso, necessario stabilire spazi, competenze e ruoli per evitare la non chiarezza dei confini tra anziani e coppia giovane.

La domanda: la presenza di un nonno/nonna, in grado di dare una mano nell’educazione dei figli, per i genitori è un aiuto o un ostacolo? Vi sono variabili esplorabili scientificamente che ci aiutano a predire se la presenza di un nonno nel nucleo familiare che comprende genitori e figli sia una risorsa preziosa o un intoppo nell’educazione dei minori.

La situazione che, da un semplice punto di vista concreto, miriamo a indagare è la situazione in cui un nonno, o più frequentemente una nonna (d’ora in poi parleremo al femminile) – ancora relativamente in buona salute e in grado di "dare una mano" nel ménage quotidiano – traslochi per svariati motivi presso un figlio o una figlia. Una situazione assai simile, che pure può rientrare nella nostra analisi, è quella della contiguità delle abitazioni del gruppo familiare giovane e di quello anziano: ciascuno con il proprio appartamento, ma con allegre scorribande da un luogo all’altro da parte dei piccoli.

Va da sé che la situazione descritta è assai complessa e che il solo porla come situazione «che non darà sicuramente problemi» è già renderla difficile, talora insopportabile.

Proviamo dunque a mettere in evidenza in un primo tempo alcune variabili che siano preditive di una interazione difficile e/o conflittuale e, in un secondo tempo, quale elaborazione delle stesse possa guidare, invece, a un buon esito dell’interazione, anzi a un apporto importantissimo per i figli/nipoti.

La prima variabile che conduce a un’interazione negativa, quasi banale se vista con lo sguardo di una persona esterna al corpo familiare, è la non-chiarezza di confini tra nonna e coppia giovane. Quando si parla di chiarezza di confini viene quasi "spontaneo" pensare che la situazione più semplice sia quella di una nonna che convive con la famiglia della figlia. Nel nostro lavoro di counseling, però, abbiamo ascoltato i più sorprendenti desiderata: «Se quella che ho in casa fosse almeno mia suocera! Con quella sì avrei il coraggio di stabilire i compiti, di mettere i paletti..., ma come faccio con mia madre che crede di continuare a comandarmi solo perché sono sua figlia?». Oppure, nella situazione opposta: «Certo che se avessi mia madre in casa sarebbe tutto più semplice: con lei avrei la confidenza di dire le cose che non mi vanno, ma come faccio con mia suocera che è sempre disposta a trovare da ridire su come mi comporto con i figli di suo figlio?».

In ambedue i casi, la posizione dei confini fra le parti può rimanere nel vago, non essere sufficientemente pattuita.

Lealtà trasversale

Possono, poi, essere ancora in atto lealtà trasversali attivatesi prima del matrimonio, come ad esempio quella di un figlio o di una figlia che si sente in dovere di "consolare" la madre per una vita passata senza gratificazioni, in dovere di non contraddirla, di non farla soffrire o – al contrario – di farle pagare vecchi conti sospesi (ma questo aspetto del problema non ci interessa qui direttamente; qui è in causa la possibile influenza negativa di simili situazioni sulle nuove generazioni).

Ma che cosa si intende per "porre i confini"? Significa stabilire spazi, competenze, ruoli, diritto all’ultima parola. Per quanto riguarda gli spazi non è per nulla indifferente che la figlianuora sappia, anzitutto dentro di sé, in quali spazi non ama sentirsi invasa (la camera da letto, certi cassetti, sulla posizione delle stoviglie in cucina o... sulla successione dei vasi nel balcone!) e possa esprimerlo con serenità, conscia dei propri limiti. È abbastanza semplice ipotizzare che la propria incertezza unita al proprio desiderio di essere "come si deve" conduca a sapere sempre e solo ex post quale comportamento della nonna sia intollerabile.

Le competenze si riferiscono a chi fa la spesa, a chi decide il menu, a chi e come deve provvedere alle necessità delle pulizie della casa..., ma soprattutto a chi decide quando far iniziare i compiti ai bambini, a che ora vedere la televisione, come e quando andare a letto...

I ruoli, infine, stabiliscono a chi è delegato un certo settore, ad esempio il controllo del contenuto dei compiti, delle relazioni con la scuola, della gestione della salute, eccetera. E chi dirà l’ultima parola quando la situazione è nuova, quando non si sa che pesci pigliare, quando si hanno pareri diversi? Quello che urlerà più forte? Quello che la imporrà con i ricatti e con il risentimento ( «Lo sapevo io che in questa casa il mio parere non è mai preso in considerazione!»).

Abbiamo visto sane famiglie in cui la nonna, con buona pace di tutti, diceva l’ultima parola sull’esecuzione di un compito di matematica, da brava maestra in pensione, o su come gestire il mal di pancia o il raffreddore, da brava contadina che custodiva ricette di generazioni... Erano competenze riconosciute.

Complicità e collusioni

Una non chiarezza di confini, invece, rischia di incentivare complicità e collusioni da parte dei piccoli che sono "naturalmente" esperti a intrufolarsi in zone non chiare, a proprio momentaneo vantaggio ( «Tu sì che mi capisci, nonna..., non la mamma, che non mi lascia mai fare niente!»), ma con svantaggi che possono esplodere nei tempi lunghi. Abbiamo conosciuto adulti attivati a riconoscere ogni pur minima critica come un attacco, perché hanno sempre avuto "quattro seni": quando ricevevano una frustrazione dalla mamma correvano dalla nonna a farsi consolare e viceversa.

Una seconda variabile preditiva di difficoltà talora gravi è la "nebbia" nell’aspetto economico. Tutt’altro che secondario. E, in fondo, spia del primo aspetto considerato. Se la nonna che viene a convivere ha proprie fonti economiche, è giusto che contribuisca in parte al ménage, se lo desidera. Le nonne che danno "tutto" e non trattengono per sé nulla sono... pericolose, perché rischiano di sentirsi indispensabili o credono (come è scontato nella nostra cultura) di avere potere grazie ai soldi. Prima o poi, perfino involontariamente, tireranno fuori la bolletta: «Con tutto quello che vi ho dato!».

Si può perfino pensare che la famiglia riconosca in parte economicamente il servizio della nonna: ogni strategia economica è legittima, purché non resti indefinita e non lasci carichi in sospesi, che spesso pagano le nuove generazioni.

Rinegoziare gli accordi

Una terza variabile potrebbe formularsi così: «credere che basti regolamentare chiaramente la relazione una volta per tutte per poter vivere bene». Questa idea, che potrebbe scaturire da una cattiva interpretazione delle prime due, sarebbe quanto mai micidiale perché finirebbe con escludere... l’umanità dei contraenti! L’umanità significa qui la loro fallibilità, la loro precarietà, la loro incapacità di fare sempre e solo ciò che per contratto si è stabilito.

Ci sarà prima o poi un accordo che non regge e che, prima che si arrivi alla esplicita necessità di rinegoziarlo, subisce eccezioni, che entrambi le parti possono riconoscere come tali. Fa parte di un accordo che voglia essere duraturo la capacità di riconoscere la fallibilità. E non solo dalla parte di chi all’accordo non è stato! Infatti chi usasse il comportamento anomalo dell’altro come un randello: «Ma non vedi che...? Ma come è possibile che tu...!», non si rivelerebbe meno immaturo di chi ha sbagliato non stando ai patti, perché trasformerebbe la sua legittima voglia di bene e giustizia in un’arma di sopraffazione e di vittoria.

E arriviamo così a una rilettura in positivo delle prime due variabili, che ci possono dare input pragmaticamente validi per il buon esito della convivenza, soprattutto a favore delle nuove generazioni.

Un primo input positivo appare essere la capacità di negoziare: da parte delle figure genitoriali, nonna compresa, il porre con chiarezza i confini come atto di rispetto reciproco non garantisce che nel quotidiano si presentino problemi non previsti. Non diremo mai abbastanza che la pace non è uno stato, raggiunto una volta per tutte, ma un processo direttamente correlato alla capacità di accogliere i punti di vista degli altri e di trovare una soluzione negoziata.

La diversità come risorsa

Prendiamo una situazione quanto mai futile, eppure carica di sviluppi: il bambino ha la febbre, la nonna decide che occorre tenerlo a letto ben coperto, la madre e/o il padre ritengono che ciò sia un inutile martirio e che sia sufficiente che il bambino giochi in casa, senza uscire. Naturalmente ciascuno pensa al bene del bambino.

Se da una simile banalità il bambino vede che vince il più forte (quello che grida di più, quello che riesce a sopraffare l’altro con le proprie argomentazioni – o con i propri pianti –, perfino quello che ricorre a sotterfugi o a manovre scorrette), egli si convincerà che la soluzione dei problemi è una questione di braccio di ferro e ne riceverà "istruzioni" per un infecondo pessimismo sociale; ma se vede – e quale fortuna sarebbe! – che gli adulti cui sta a cuore il suo bene negoziano tra loro (ad esempio, starà a letto il mattino, si alzerà nel pomeriggio; starà a letto soltanto se la febbre oltrepassa i 38°..., le negoziazioni possibili sono molte!) e si rispettano tra loro, allora riceverà una delle più grandi fortune della sua vita, più sicura di un lungo conto in banca, e cioè che per andare d’accordo non è necessario pensarla allo stesso modo e che, anzi, la diversità è una riserva di significati, da non temere come una minaccia.

Una nonna così (capace di negoziare) bisognerebbe... inventarla, perché può certamente parlare al nipote del mondo di prima, della storia, delle radici, delle costanti della sua esperienza senza rigidità e senza imporle: che è l’unico modo per cui esse non vadano perdute.

Favorire il buon esito

Un secondo input positivo, attiguo al primo, è la capacità di relazionarsi con... una buona dose di fantasia e di gioia. Quali che siano le ragioni per cui la coppia giovane è costretta a ricorrere all’aiuto della nonna o la nonna è costretta a vivere nella famiglia del figlio/a, occorre puntare su quel margine di libertà che è dato a ciascuno, per cui si può scegliere la nota di fondo, il significato della relazione, andando oltre i soli dati che il nostro pessimismo e le nostre paure ci invitano a cogliere.

Uno stesso bambino può tornare a casa da scuola triste e rassegnato perché trova solo la nonna oppure gioioso perché, che fortuna!, trova la nonna ad aspettarlo. Contrariamente a ciò che pensano i cosiddetti realisti (che non sono altro che deterministi!), ciò non dipende dal "carattere" della nonna in questione (o da quello del bambino), ma dal significato che nel corpo familiare viene dato alla presenza della prima generazione, cioè da come viene pensata la relazione (è una chance oppure una disgrazia avere la nonna vicina). Se la relazione è pensata come potenzialmente positiva per l’intero nucleo familiare, essa fiorirà. Vi sono nonne che, appunto da nonne, si permettono finalmente di essere ciò che non sono state da giovani: si trovano immesse in un universo di significati positivi. Il che è come dire, nelle parole della fede, che la presenza di questa nonna è un segno della Provvidenza, la cui mano nutre ogni vivente. Ma ciò non dispensa nessuno dal curare in proprio l’evolversi di ciò che favorisce il positivo.

Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini
          

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