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CONTRO L’ABUSO SESSUALE

Dare voce al disagio

di Claudio Foti
(psicoterapeuta, presidente del Centro studi Hänsel e Gretel;
direttore scientifico dell’Associazione "Rompere il silenzio")

            

   Famiglia Oggi n. 12 dicembre 1998 - Home Page La principale strategia preventiva consiste nell’ascolto attento dei problemi. Il dialogo fra adulti e bambini poggia anzitutto sul codice verbale, atto a dire il vissuto. Molto dipende da mamma e papà. Anche gli educatori hanno grandi responsabilità.

Una riflessione sull’abuso sessuale ai minori e sulla responsabilità della famiglia può prendere avvio da un avvenimento importante, che ha prodotto nel nostro Paese un’ondata di allarme sociale attorno al problema: l’assassinio del piccolo Silvestro Delle Cave da parte di un gruppo di pedofili.

La grande attenzione mass-mediologica al fenomeno della pedofilia, sviluppatasi attorno a quell’evento a partire dall’autunno 1997, se da un lato ha contribuito a sollecitare una certa sensibilità al problema, ha finito per rinforzare un’immagine sociale distorta del fenomeno dell’abuso sessuale in danno dei minori: attraverso la sollecitazione del meccanismo difensivo della scissione è stata rappresentata una comunità adulta attraversata dalla contrapposizione fra alcuni individui "mostruosi", appartenenti ad aree sociali e culturali emarginate, e il resto della società, descritta tutto sommato come protettiva e preoccupata per i suoi piccoli.

Si è finito così per occultare l’esistenza di responsabilità più complesse e più diffuse di quelle da attribuire a un gruppo di pedofili sadici nella determinazione della violenza e della strumentalizzazione sessuale in danno dei minori e per favorire, di conseguenza, illusioni pericolose di risolvere il problema con la scorciatoia della pena di morte e della castrazione chimica per i colpevoli dei più gravi reati.

Nella tragica vicenda di Cicciano ancora una volta è risultato evidente che gli autori degli abusi sessuali ai danni di bambini si inseriscono in un vuoto di comunicazione e di attenzione lasciato da tutte le figure dell’ambiente familiare e scolastico che dovrebbero svolgere una funzione educativa e pertanto protettiva. L’amore della famiglia del piccolo Silvestro nei confronti di quest’ultimo è fuori discussione, ma la madre del bambino assassinato, presentataci dai media nella sua straziante sofferenza mentre mostrava l’immagine fotografica del figlio morto, ipercompensava evidentemente in questo modo l’incapacità nel periodo precedente l’assassinio del figlio di tenere a mente un’immagine mentale sufficientemente realistica e problematica del bambino.

In realtà non possono essere negate, né in questa, né in altre vicende, la responsabilità della famiglia e della scuola, che rinviano a loro volta alle responsabilità di una mancata azione di sostegno e di chiarificazione nei confronti di genitori e insegnanti e, a un altro livello, alle responsabilità legate alla rimozione culturale e sociale dell’abuso sessuale ai danni dei minori, all’assenza di consapevolezza e di elaborazione nell’intera comunità adulta attorno al maltrattamento all’infanzia.

In un sondaggio d’opinione condotto da una rete televisiva a diffusione nazionale, l’89% degli intervistati nei giorni successivi alla notizia della morte del piccolo Silvestro si è pronunciato a favore della pena di morte per i pedofili assassini. L’indignazione popolare nei confronti del settantenne Andrea Allocca, il capo della banda degli "orchi", morto in carcere poco dopo il suo arresto, è giunta a tal punto da chiedere l’allontanamento del cadavere dell’Allocca dai luoghi "sociali" della morte, quali l’obitorio e il cimitero.

C’è chi ha proposto di distruggere il cadavere dell’assassino, come ad alludere a un rito di purificazione, finendo così per proporre il medesimo metodo utilizzato dai violentatori di Silvestro nei confronti del corpo della loro vittima. La comunità adulta ha voluto esorcizzare il problema, coltivando massicce fantasie di vendetta, espellendo radicalmente (anche post mortem) l’autore della violenza dai propri spazi fisici e mentali, tentando così di bonificare la propria immagine e di evacuare dalla consapevolezza le proprie parti complici con l’abuso. La comunità sociale ha finito così per imitare i comportamenti di una propria componente, non certo la più sana e perbene: la comunità carceraria, da sempre specializzata nell’allontanare sadicamente da sé coloro che si macchiano di reati contro i bambini.

Tra il polo del silenzio e del menefreghismo, che sostiene l’abuso sessuale ai minori, e quello dell’invocazione repressiva di tipo distruttivo nei confronti degli autori c’è un’oscillazione pendolare, c’è una continuità mentale e comportamentale, fondate sulla comune esigenza di allontanare la percezione della violenza e del "male" e di mantenere a tutti i costi un’immagine idealizzata del mondo adulto, sulla comune incapacità di percepire in modo adeguato e responsabile il fenomeno dell’abuso sessuale ai danni dei bambini, sul comune rifiuto a riconoscere e a elaborare l’ambivalenza emotiva nei confronti dell’infanzia, presente, in varie forme, in tutte le componenti della società adulta, e non solo nei pedofili.

Non a caso nell’ambiente dove si è perpetrato il crimine ai danni del piccolo Silvestro, l’atteggiamento di omertà e di indifferenza, che ha circondato per parecchio tempo la consumazione dell’abuso sessuale nei confronti del bambino, si è paradossalmente rovesciato, alla notizia della morte di Silvestro, in un’indignazione che prima ha cercato il linciaggio degli autori della violenza e poi è confluita nel più generale movimento di opinione, diffusosi nell’intero paese, deciso a chiedere la castrazione chimica e la pena di morte per i pedofili rei di violenze sessuali contro i bambini.

L’assassinio di un minorenne provoca reazioni contrastanti nella comunità sociale. Silenzio, indifferenza, indignazione, repressione, castrazione del pedofilo. Famiglia e scuola sono le più coinvolte anche nella prevenzione.

Ascoltare per prevenire

Da un anno a questa parte nel corso di dibattiti e conferenze sul tema dell’ascolto della sessualità dei bambini, all’interno di consulenze sulla relazione educativa con genitori mi sono state formulate spesso domande del tipo: «Che cosa posso fare per avere la sicurezza che non capiti anche a mio figlio di incontrare un pedofilo?». «Come posso proteggere mio figlio, mia figlia?».

Ho colto tre posizioni problematiche nei miei interlocutori e nelle persone attorno a loro, che vanno affrontate e discusse. Anzitutto un atteggiamento di allarmismo, di un forte vissuto di inadeguatezza che incontra un problema sociale sconosciuto e preoccupante: l’esito di questa posizione può portare a scaricare sui bambini l’ansia improduttiva dei genitori. Certo, è giusto prendere spunto dai fatti quotidiani per informare i figli che nel mondo esiste anche la violenza, per segnalare loro che nella nostra realtà sociale esistono persone buone e persone che sono in grado di fare il male, ma c’è il rischio di veicolare con questa informazione messaggi assurdi (per esempio, quello che i pedofili attenderebbero i bambini nei giardini pubblici o davanti alle scuole) o rappresentazioni eccessivamente ansiogene e distorcenti circa il rapporto con gli adulti non conosciuti, circa la sessualità.

Poi, un atteggiamento di indifferenza e di rimozione del problema. Come dire: «Ci occupiamo di rischi di maltrattamento all’infanzia come fenomeno che riguarda la società e la cultura, le fasce sociali più emarginate, gli allievi più a rischio, ma questo problema non riguarda certo la mia famiglia e i miei figli». Il maltrattamento all’infanzia è percepito come uno dei tanti problemi su cui i mass-media pongono episodicamente i loro riflettori per poi spostarsi altrove.

E, da ultimo, un atteggiamento di chi intuisce giustamente che la strategia decisiva per la prevenzione dell’abuso non deve puntare su messaggi terroristici o allarmistici, quanto piuttosto sullo sviluppo del dialogo fra genitori e figli. Tuttavia questi genitori non sanno come avviare e come impostare questo dialogo, in quanto eludono il problema del prioritario cambiamento dell’adulto sul piano emotivo e relazionale, oscillando tra vari tentativi che si rivelano infruttuosi (per esempio grandi discorsi sulla disponibilità all’ascolto, prediche di sapore morale o psicologico, sollecitazioni improvvise ai figli del tipo: «Parlami dei tuoi problemi»).

In effetti la più grande strategia di prevenzione dell’abuso sessuale all’infanzia consiste nell’aiutare soprattutto i genitori, ma anche gli educatori, i professionisti dell’infanzia e dell’adolescenza a sviluppare la capacità di ascolto dei soggetti in età evolutiva, di condivisione dei loro problemi, di vicinanza emotiva ai loro sentimenti e alle loro difficoltà. Solo così possono essere tenuti aperti canali comunicativi preziosi che consentono ai bambini di segnalare immediatamente qualsiasi tipo di rilevante disagio (compreso quello conseguente all’iniziativa sessuale di un membro della famiglia o di un pedofilo).

È noto infatti che il pedofilo molte volte sceglie accuratamente le proprie "prede" fra i bambini più soli, fra quelli che non dispongono di relazioni con adulti basate sulla benevolenza, sulla comunicazione e sulla fiducia. All’autore dell’abuso è indispensabile il silenzio, così come alla vittima è indispensabile la parola e l’ascolto empatico che la può consentire.

Tabella: violenze sessuali.

Dobbiamo dunque riflettere su cosa può favorire il canale comunicativo fra bambini e adulti, fra figli e genitori. Nei giorni successivi all’assassinio di Silvestro Delle Cave, in una scuola di Grugliasco (To) si sono realizzate alcune esperienze di ascolto dei bambini da parte di insegnanti formati alle metodologie interattive e di gioco, elaborate e sperimentate dal Centro studi Hänsel e Gretel e dall’Associazione "Rompere il silenzio". Si tratta di metodologie che consentono di costruire nel gruppo della classe (così come può avvenire del resto nel gruppo dei genitori o degli insegnanti) un clima di confidenza e di partecipazione che consente ai bambini di comunicare emozioni, riflessioni, richieste di spiegazioni in modo vivo e autentico sulle tematiche che di volta in volta possono essere affrontate.

I bambini mostrano una grande voglia di parlare e di esprimere dubbi, paure e interrogativi quando l’adulto, invece di salire in cattedra a pontificare, si rende disponibile all’ascolto sul piano dell’atteggiamento emotivo e relazionale, come avviene per esempio attraverso le suddette metodologie di gioco e di elaborazione riflessiva del gioco.

I bambini sono ben disponibili a comunicare i loro disagi, piccoli e grandi, i loro segreti, piccoli e grandi, quando si sentono accettati e possono confrontarsi e sentire accolte con schiettezza e disponibilità le loro domande, le loro ansie, le loro fantasie. Ecco cosa è emerso fra l’altro in una quinta elementare: «A me piacerebbe fare educazione sessuale perché io ho tante curiosità e dubbi che mi tengo dentro e vorrei che qualcuno me li spieghi» (Angela, 10 anni); «A me piacerebbe fare educazione sessuale perché sono curiosa e ho paura. Maestra, non dirlo a nessuno: io ho paura del buio per quella ragione del bambino che è morto» (Chiara, 10 anni); «Voglio essere informata sulla realtà della vita perché non mi piace non essere informata sulla vita reale. Io voglio sapere cosa ha fatto quell’uomo perché mi sono messa a piangere quando ho letto il giornale, sono scese le lacrime dagli occhi pure a mia mamma. Voglio saperlo!» (Elisa, 9 anni); e ancora: «Voglio sapere come fa un uomo e un bambino maschio a fare sesso come hanno fatto a Silvestro, chi l’ha fatto si eccitava a farlo?» (Francesco, 10 anni).

Quante angosce, quante confusioni, quante curiosità, quante fantasie sessuali disturbanti si scoprono tra i bambini, se solo si ha il coraggio di prendere l’iniziativa di metterli a proprio agio affinché possano esprimersi sul tema della sessualità. Quando si ascoltano i bambini, scopriamo quanto intensamente vicende come le violenze sessuali e i rapimenti arrivano nelle loro orecchie e nella loro mente. Arrivano e ci rimangono senza che ci siano adulti disponibili a dialogare, a dare informazioni, a chiarificare, magari per paura di turbare i bambini, quando invece questi ultimi sono già turbati dagli stimoli diretti e mass-mediologici che ricevono, sono già turbati dal silenzio e dall’imbarazzo degli adulti a parlare di sessualità.

Gli adulti hanno paura di ascoltare e di dialogare con i bambini soprattutto in famiglia sulle tematiche della sessualità, della violenza, della separazione tra i genitori, della malattia, della morte, dell’handicap o di qualsiasi altro aspetto problematico che caratterizzano la dimensione negativa o conflittuale dell’esistenza.

In realtà non solo è possibile, ma è indispensabile affrontare queste tematiche in forme sincere, riflessive e adeguate all’età. Spesso in famiglia si tenta di far calare un muro di silenzio sui fatti che rinviano alla dimensione negativa o conflittuale dell’esistenza, magari con la motivazione di "non far soffrire" e di "non mettere in imbarazzo" i figli o con un atteggiamento iperprotettivo di estrazione-espropriazione del disagio maturativo connesso all’elaborazione delle aree problematiche della vita. Ma non sono principalmente i bambini a essere in imbarazzo ad affrontare le tematiche della sessualità, della violenza, della separazione tra i genitori, della malattia, della morte, dell’handicap, quando queste sono poste all’ordine del giorno dalle circostanze della vita. Anzi, spesso i bambini ne hanno un grande bisogno, mentre sono gli adulti a essere a disagio nell’avvicinarsi a questi nodi tematici, senza neppure avere l’onestà di riconoscerlo.

Sessualità dell’adulto

Nel bene e nel male nella nostra cultura l’infanzia è oggi certamente più a contatto con la sessualità di quanto non fosse un tempo: questo dato comporta per i bambini aspetti positivi di maturazione e di ampliamento delle conoscenze, ma nello stesso tempo aspetti problematici di disagio e di confusione a seguito di una maggiore stimolazione culturale in campo sessuale a cui non corrisponde un aumento di dialogo con gli adulti.

In famiglia, nella scuola, nelle istituzioni per l’infanzia, i minori spesso sono lasciati soli con le loro difficoltà, con i loro interrogativi, con i loro desideri concernenti la sessualità. Gli adulti sovente disertano il campo della comunicazione franca e diretta con le problematiche sessuali dei figli e questi ultimi pertanto sono costretti ad arrangiarsi con comunicazioni tra coetanei spesso confuse e distorte o più ancora a tenersi i dubbi e le paure fra sé e se stessi nell’area mentale del "non detto" o del "non dicibile". L’educazione sessuale a cui le agenzie educative continuano a pensare procede secondo un modello difensivo del tutto incapace di rompere l’assenza di dialogo e di riflessione che caratterizza la relazione tra adulti e soggetti in età evolutiva in materia di sessualità.

Un tale modello difensivo risulta fondato su contenuti prevalentemente igienico-sanitari e quindi su una negazione delle componenti affettive e relazionali della sessualità; su una comunicazione prevalentemente unidirezionale da parte dell’adulto che si pone su un piedistallo di competenza e di forza, di supposto sapere e di supposto padroneggiamento della tematica sessuale; sulla negazione dell’ambivalenza della sessualità, dimensione esistenziale capace potenzialmente di attivare sul piano emotivo da un lato componenti di assertività, gioia, tenerezza e intimità, dall’altro lato componenti di debolezza, conflitto, paura e, anche, violenza.

I bambini e i ragazzi continueranno a tenersi dentro disagi e problemi, piccoli e grandi, fin tanto che incontreranno adulti spaventati di fronte alla sessualità, adulti che dichiarano di voler educare alla sessualità, negando il proprio imbarazzo e la propria difficoltà di elaborazione e ricorrendo a razionalizzazioni più o meno aggiornate (basate sulle storie delle farfalle, dei fiori e dei pistilli oppure sugli schemi dell’apparato riproduttivo o della contraccezione).

Gli atteggiamenti mentali e culturali degli adulti in materia di sessualità sono molto spesso caratterizzati dal rinvio («Ne parleremo quando sarai grande»), dalla delega («Parlane con tuo padre, parlane a scuola, parlane a casa, parlane con il medico, parlane con lo psicologo»), dalla colpevolizzazione («Non ti far venire più in mente certe domande»), dalla razionalizzazione («Ti posso spiegare io la sessualità») o dalla perversione («Ti faccio vedere io che cos’è la sessualità»): in tutti i casi è presente una rimozione e una negazione del rapporto tra sessualità e vita emotiva. Al contrario, soltanto con il riconoscimento, la comprensione, il rispetto della vita emotiva dei bambini e ragazzi da parte degli adulti si può stimolare la crescita dell’intelligenza emotiva e la costruzione di un rapporto di comunicazione e di fiducia fra le generazioni, indispensabile affinché i primi possano rivelare e confrontare con i secondi i segreti piccoli e grandi relativi alla sessualità.

È proprio una corretta e coraggiosa capacità dell’adulto di mettere in parola nella famiglia le problematiche conflittuali dell’esistenza e le espressioni, piacevoli o spiacevoli, della vita emotiva che consente al bambino di far crescere la propria capacità comunicativa, vuoi per difendersi in caso di bisogno, vuoi per esprimersi in modo assertivo.

Se i genitori sono troppo presi dai problemi materiali dell’esistenza o dalle loro preoccupazioni egocentriche, se hanno paura di parlare della sessualità, della violenza, dei sentimenti, se con i loro atteggiamenti e comportamenti inviano quotidianamente messaggi di indisponibilità al confronto con le difficoltà o con qualche area problematica della vita, il bambino rinuncerà ad esprimersi e non potrà chiedere aiuto in caso di necessità.

È l’adulto che deve dare il segnale della sua disponibilità a comunicare, è l’adulto che deve avvicinarsi al tema. Certo, dovrà farlo rispettando le conoscenze e la capacità di comprensione del bambino, con cautela e nel contempo riconoscendo e superando le proprie difese e le proprie rigidità.

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Come far parlare i bambini

Luca è un bambino di tre anni, molto vivace e comunicativo, figlio di un giornalista e di un’assistente sociale che hanno nei suoi confronti un buon rapporto di attenzione, di ascolto e di affetto. Una domenica una famiglia di vicini viene a far visita alla famiglia di Luca. Il bambino è molto contento perché così ha possibilità di giocare con Sara, una bimba di dieci anni che lo coinvolge in giochi sempre nuovi.

Sara è una bambina vivace e allegra, anche se in passato ha conosciuto vicende familiari piuttosto complicate e dolorose: tra l’altro ha subìto una forma di abuso sessuale da parte dello zio. Sara e Luca giocano tutto il pomeriggio: si divertono in particolare a inseguirsi e a ritrovarsi nel capanno degli attrezzi in giardino.

Passa quasi una settimana. Il sabato sera il papà e la mamma assieme a Luca guardano la televisione. Abitualmente di fronte a sequenze eccessivamente stimolanti, i genitori cambiano canale, ma questa volta di fronte ad alcune scene erotiche ritengono che il bambino sia abbastanza grande da accogliere una prima forma di mentalizzazione dell’esperienza sessuale. Questa volta non usano il telecomando, ma ricorrono a parole e a toni emotivi capaci di dare significato alle immagini. «Guarda, Luca – dice il papà –, quell’uomo è cattivo perché vuol fare del male a quella ragazza, eppure fa l’amore insieme a lei»; oppure: «Questi sì che si vogliono bene... fanno l’amore e sono felici».

Il mattino dopo il bambino, mentre gioca in giardino con la mamma, rivela improvvisamente: «Sai, anche Sara voleva fare l’amore..., nel capanno degli attrezzi mi dava i baci sulla bocca e diceva che l’amore si faceva così... ma a me non piaceva».

I genitori di Luca e quelli di Sara riusciranno ad avere dalla bambina la conferma minuziosa dell’attendibilità piena del resoconto del bambino, relativo al gioco sessuale della domenica precedente. I genitori di Sara intervengono sulla bambina con un procedimento pedagogico adeguato e si determinano ad una scelta che da tempo, per vari motivi, volevano prendere: mandare la bambina in psicoterapia.

L’esperienza di seduzione subìta da Luca non è stata certamente un vero e proprio abuso, ma è stata comunque un’esperienza problematica che avrebbe potuto lasciare qualche traccia di confusione e conflitto, se il bambino non fosse riuscito a darle forma linguistica, significato ed elaborazione nel dialogo successivo con i genitori.

Luca è un bambino molto sano: egli mostra tutta la competenza con cui i bambini possono anche a tre anni ricordare e comunicare con precisione fatti emotivamente significativi, se dispongono di un canale comunicativo scorrevole con adulti sufficientemente rispettosi, empatici e meritevoli di fiducia. Ma non basta questo canale comunicativo a disposizione: Luca non avrebbe parlato se la sera precedente i suoi genitori non gli avessero fornito inconsapevolmente il codice per poter comunicare.

Infatti, i bambini, per poter trasmettere informazioni relative a esperienze complesse e non ancora mentalizzate (per esempio, esperienze legate alla malattia, alla separazione, alla sofferenza, alla violenza, alla sessualità), hanno bisogno di potersi appoggiare a schemi linguistici e mentali che evidentemente devono essere acquisiti dall’ambiente circostante.

Luca ha aspettato una settimana prima di parlare..., l’ha fatto quando ha avuto "le parole per dirlo"... Sappiamo quanto è importante che i bambini possano tenere informati i genitori sui fatti rilevanti della loro vita, per poter affrontare i problemi, per poter prevenire gli abusi, per poter crescere nel dialogo: ma i padri e le madri non possono colpevolizzare i loro figli, quando questi ultimi non comunicano, se prima non si interrogano sul proprio mutismo.

I genitori di Luca hanno avuto il coraggio di dare al figlio un codice per poter definire le proprie esperienze di bambino chiamato, come ogni bambino, ad affrontare un’esistenza complessa e ambivalente. Senza questo coraggio di parlare, gli adulti si risparmiano il disagio di ascoltare, ma lasciano i bambini da soli e senza voce, con un apparato mentale alle prese con esperienze non traducibili e non utilizzabili per crescere.

La voce dei bambini può essere ascoltata a condizione che prima si renda disponibile una capacità di ascolto degli adulti. I bambini comunicano i loro problemi se intuitivamente si rendono conto che c’è disponibilità emotiva autentica all’accettazione di questi problemi.

Il linguaggio dei bambini può strutturarsi in una comunicazione franca e in una richiesta di aiuto, se sono già strutturati un linguaggio e un codice degli adulti, capaci di dare forma verbale e simbolica a sensazioni, a esperienze, a emozioni (inerenti, per esempio, alla sessualità o all’abuso) che rischiano altrimenti di rimanere nella mente dei bambini, prive di elaborazione e di definizione, avvolte da vissuti di confusione, conflitto, inquietudine e paura.

Ma, come ben dimostra la storia di Luca, è il genitore che deve compiere la prima mossa per dar voce ai bambini, perché altrimenti i bisogni e disagi dell’infanzia rimangono bloccati in un’area muta di non elaborazione e di non comunicazione.

Claudio Foti

   
BIBLIOGRAFIA

Foti C., L’impatto di un assassinio: dalla rimozione della sofferenza infantile alla proiezione della colpa (e ritorno), "Minori e giustizia", F. Angeli, n. 2/1997.

Foti C., Roccia C., Un modello interattivo e trasformativo di educazione alla sessualità e all’affettività nella scuola, in "Minori e giustizia", F. Angeli, n. 4/1995.

Goleman D., L’intelligenza emotiva, Rizzoli, Milano 1996.

Gottmann J., L’intelligenza emotiva per un figlio, Rizzoli, Milano 1997.

Roccia C., Foti C., L’abuso sessuale sui minori. Educazione sessuale, prevenzione, trattamento, Unicopli, Milano 1994.

Educare alla sessualità, dispensa del Centro studi Hänsel e Gretel, (Corso Roma 8 - Moncalieri, To), 1997; Rompere il silenzio. Educazione sessuale e abuso sessuale sui minori, dispensa del Centro studi Hänsel e Gretel, 1995.

La parola ai bambini, numero monografico di "Rompere il silenzio", n. 1, 1997 (Corso Roma 8 - Moncalieri, To).

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