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DOSSIER - ITINERARI DI ACCOMPAGNAMENTO

"CONTRO IL DRAGO"
     

   Famiglia Oggi n. 12 dicembre 1998 - Home Page

Le storie di pedofilia, raccontate dalle vittime e dallo stesso pedofilo, suscitano disagio e interrogativi anche nel terapeuta più incallito. La cura di ferite dolorose è lunga perché il processo di liberazione richiede la connessione delle parti adulte del sé con la parte ritenuta inchiodata e immobile. Dalle favole mostruose del pedofilo alle trappole in cui resta impigliata la vittima si trova l’intreccio, spesso inestricabile, tra lo strapotere dell’adulto e la fiducia del minore. Quest’ultimo a volte decide di tacere perché teme che nessuno lo protegga sufficientemente. Ogni tentativo di uscita dal tunnel è un movimento contro il pernicioso drago dell’immobilismo che va affrontato senza tentennamenti.

DALL’IMMOBILISMO ALLA SPERANZA

GUARIRE FERITE PROFONDE

di Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini
(psicopedagogisti)
 
        

Ogni volta che affrontiamo, anche solo dal punto di vista di una conoscenza teorica, l’argomento degli abusi sessuali sui minori, ne restiamo "disturbati". Abbiamo cioè a che fare con un senso di disagio e di impotenza, perfino di "fastidio". E vorremmo negare il problema. Vorremmo gridare che sono soltanto esagerazioni giornalistiche, che incollano il lettore a storie di vittime e mostri abusanti. Eppure non occorre essere neuropsichiatra infantile o psicoterapeuta per venire a contatto con episodi di violenza sessuale su minori, sia intrafamiliari che extrafamiliari; è sufficiente essere pediatra, insegnante, educatore, giudice, assistente sociale, pedagogista, confessore, suora o volontario per essere "esposti" a racconti che vorremmo non fossero veri. E la distinzione netta, perentoria, invalicabile tra "povera vittima" e pedofilo o abusante è lì a portata di mano; e ci impone di "prendere le parti" della vittima. È così che diventiamo sordi al grido disperato della vittima. Ci sembra che sia "sufficiente" uccidere il mostro, o, per lo meno, renderlo innocuo. Ma ci sono ulteriori ragioni da indagare, mettendoci a fianco della vittima.

Va detto, a scanso di equivoci, che – mentre l’abuso è in atto – la vittima va protetta, difesa, assolutamente difesa, a costo di facili semplificazioni. L’abusante va denunciato, allontanato, punito. Non si può tergiversare. Non si può dire: "passerà" come se fosse una cattiva febbre influenzale. E va detto anche che gli operatori sociali (di qualsiasi ruolo) vanno sensibilizzati a cogliere i segnali che i minori abusati mandano e di fronte ai quali tentiamo di bendarci gli occhi.

Fatto è che spesso assumiamo un atteggiamento "rovesciato": stentiamo a credere, mentre l’abuso è in atto, e tendiamo ad aggrapparci a segnali rassicuranti procrastinando il problema («Ma no, lo zio è così una brava persona...»), mentre, quando ormai la vittima è in grado di raccontare nella tarda adolescenza o nella maturità del proprio passato, allora siamo disposti a fare da "cassa di risonanza", siamo disposti a "entrare" nella tomba con lei, a lasciarci seppellire insieme alla parte di lei che ha diritto a rinascere. Abbiamo presente il caso di una giovane donna seguita dai servizi territoriali perché più volte abusata dallo zio, all’età di dodici anni, con l’aggravante che lo zio talora portava anche i suoi amici a godere del "festino". La giovane donna esibiva queste sue ferite, dicendo di essere ormai incapace a prendere su di sé la propria vita.

Nessuno le aveva chiesto quanti anni avesse lo zio. Lo zio, fratello del papà, non aveva ancora compiuto i quindici anni, all’epoca dei fatti, e i suoi amici erano coetanei. L’estate in montagna, il fieno odoroso raccolto nel cascinale dei nonni erano stati il contesto di giochi sessuali, che, pur essendo tutt’altro che innocenti, restavano ben lontani dalla violenza pedofila. La "vittima" ora – da giovane donna – aveva bisogno di elaborare i suoi sensi di colpa e non di trovare qualcuno che la commiserasse come incolpevole vittima di adulti mostruosi.

Ma perché siamo "disturbati"? Certo, parteggiare per la vittima abusata è il tributo provvisorio che dobbiamo pagare. È il nostro sentirci solidali, soprattutto nel rapporto donna a donna, magari colludendo contro i "maschi cattivi". Ma subito dopo, che lo vogliamo o no, siamo interpellati sulla nostra visione del mondo, sul nostro credere all’irreversibilità del passato, e sulla nostra riserva di speranza; talora – anche per le nostre personali esperienze e non solo come tributari di una cultura deterministica sui rapporti umani – tale riserva è così in secco che colludiamo con la vittima sul «non c’è più niente da fare», «sarai segnata per sempre», «non ce la farai a neutralizzare le conseguenze».

È un primo errore epistemologico: nella vita si danno buchi neri che risucchieranno per sempre energia, c’è da qualche parte un "potere" (il potere dello star male!) che ci trova sconfitti in partenza. E così siamo disinvoltamente propensi a non mettere tra parentesi tutti gli altri dati di contesto che ci dicono, magari, che la vittima – nonostante tutto – sa navigare a suo modo nella vita, ha raggiunto credibili traguardi.

Abbiamo parlato con una suora, maestra delle novizie, che era stata così ben inchiodata da storie, invero terribili, raccontatele da una novizia; ormai il campo emozionale della formatrice era così occupato dal passato della vittima da non accettare che la novizia le fosse tolta, si allontanasse da lei, dopo «tutto quello che aveva passato» e che solo lei sapeva. E trascurava il fatto che la giovane nel frattempo si stesse laureando, che fosse in grado di stabilire contatti vivi con le consorelle, che stesse seguendo le tappe della vocazione: di fronte a qualche faticoso "salto" di maturazione, però, la giovane suora si arrendeva con la connivenza della "madre che sapeva". Insomma, il passato era divenuto un buco nero che ingoiava ambedue, bastava che la giovane dicesse: «lo sai perché», e qualsiasi richiesta di realtà veniva bloccata sul nascere.
  

La rete di aiuto

I paraventi alle richieste della realtà non hanno mai fatto crescere nessuno, men che meno una persona che non ha trovato di meglio che "rifugiarsi" dietro un passato, per quanto orripilante.

È ovvio che sarebbe un errore maggiore del primo rispondere alle narrazioni della "vittima" sottovalutando il problema, dandole il compito di dimenticare, chiamando magari in causa il dovere cristiano del perdono. Anche se potrebbe sembrare che il dettato evangelico di perdonare (e perfino di amare!) i nostri nemici cada qui a proposito. Non è vero. Solo quando la "vittima" è liberata dalla sua prigione può perdonare i nemici. E accorgersi che allora può perdonare anche a se stessa.

Ma nessun operatore si illuda di farcela da solo a "liberare" la vittima. Ci diceva un pedofilo che osava esporsi al baratro della propria pedofilia (esistono!), tentando di vincerne l’orrore: «Occorreranno milioni di gesti per sanare quello che io ho potuto fare da solo». E aveva ragione. Occorrono anzitutto aiuti tecnici, non bastano né buona volontà, né atti di compassione-commiserazione; ma nemmeno essi sono sufficienti: occorre una rete di persone che si danno la mano, occorrono interventi da più parti che non siano in lotta tra loro; se si suscitano alleanze e strategie concordate, il potere del passato della vittima viene a poco a poco esorcizzato a favore di lei, anzitutto, ma anche a favore degli stessi aiutanti. È esperienza autentica di coloro che accettano, in modi diversi, di stare accanto alla vittima, constatare anche la propria crescita, o – per essere più precisi – un graduale aumento delle proprie capacità... contemplative, e cioè di incantamento, di gratitudine di fronte alla forza della vita.

Quando una giovane donna narra di come dai quattro ai tredici anni sia stata violentata da un bruto (un amico del papà che circolava liberamente in famiglia), non solo con violenze e torture fisiche, ma anche psicologiche («Se parli io ucciderò tuo papà come ho fatto con quel gattino che puoi andare a vedere alla fine di quel viottolo che tu conosci»; e il gattino impiccato era esattamente là!), occorre a poco a poco prepararsi a cantare con lei la vita.

Come ti sei svincolata dal padrone mostruoso? Come, arrivata a tredici anni, anche solo un momento, hai potuto sentirti più forte di lui? Ora tieni chiuso nel forziere del tuo cuore questo dolore, eppure ti alzi la mattina: hai il coraggio di vestirti, magari di guardarti allo specchio, magari di trovare una colazione piacevole; hai il coraggio di andare al lavoro, di fare qualcosa per qualcuno, di sorridere perfino. Piccola vittima, sei fortissima! Una parte di te è uscita indenne dalle spire del mostro. Insegnaci come hai fatto, esplora con noi e per noi qual è il segreto per cui decidi di vivere, per cui tu nella tua carne e nel tuo sangue sai che la vita è meglio della non-vita e che decidersi per qualcosa o qualcuno è un atto di gratuità sconfinato.

Per dire tutto questo, nel nostro testo, Contro il drago (Zattoni M., Gillini G., 1998), abbiamo proposto la figura del Guaritore: «È la voce che porta a consapevolezza e indica i passi concreti da fare per uscire dal tunnel e vedere la luce: non da un qualsiasi tunnel, ma da quel tunnel, in quella storia oscura, autentica, concreta. Il Guaritore ha allora il volto e la voce degli incontri, delle svolte che la vita prepara. In ogni caso il Guaritore non è mai solamente uno del mondo esterno. Il Guaritore è tale se risveglia il Guaritore interno della vittima e, anzi, riconosce con gioia che la vittima, quando arriva a lui, già da sola ha fatto cadere la prima testa del drago».
    

Connessioni fondamentali

Ecco, infatti, la prima tappa di un accompagnamento solidale (e non connivente) alla vittima: quando inizia a narrare per decisione interna, essa è centrata sulla parte di sé ferita e inchiodata nello stato di violenza subita; è come se provasse a comunicare l’esperienza che la parte violata (che non si identifica semplicisticamente nella sfera della sessualità, ma anche nella capacità di fiducia, di affidamento, di autostima) è rimasta inchiodata, ferma, bloccata. Non si è sviluppata, mentre tutto il resto di lei cresceva secondo le consuete tappe della vita: e ciò diviene nel contempo un dolore indicibile, ma anche un rifugio, uno strano rifugio, in cui colare a picco, quando meno se l’aspetta (lei afferma).

È una dinamica che ormai pare agire in automatica come, ad esempio, quando esprime con il comportamento: «Ora mi prendo con il sesso ciò che mi è stato rubato; ne faccio un banco di prova e di potere, tanto non ho più niente da perdere; ma io non mi coinvolgo, nessuno pensi di trovarmi lì, io sono altrove».

Oppure quando dice: «Adesso dovete tutti risarcirmi, ho diritto a ricevere, senza mettermi nello scambio». Oppure ancora: «Adesso dovete pagare tutti, io non potrò dimenticare, mi attesto sul fatto che non sono stata protetta e difesa».

Ebbene, per quanto questa parte ferita sia potente, occorre stare fermi sull’evidenza che, in altri aspetti della vita, la vittima si mostra competente e matura. Occorre mostrarle, leggendo con cuore intelligente la sua vita ordinaria, che è sempre lei quella che si muove nei rapporti che la ferita non ha intaccati: da lì può spuntare la volontà di guarire e di credere in se stessa. Una donna, ad esempio, ha potuto far leva sul rapporto intenso e non contagiato con la sua bambina per ricominciare a credere nelle sue capacità di amare e di superare i suoi buchi neri.

Si può dire anche in altro modo: la sua bambina l’ha guarita perché ha potuto raggiungerla là dove, nonostante tutto, lei credeva all’amore. Occorre dunque aiutare la vittima a connettere, a non farsi il cattivo scherzo di mettere tra parentesi le sue competenze, come se fossero cresciute per incidente, "nonostante". E occorre sbarrare le scorciatoie che è tentata di prendere di fronte alle difficoltà, ai fallimenti, agli insuccessi della vita, in cui è facile dirsi: «è perché io...», riconducendo monotonamente ogni scacco al buco nero.

Ma perché la vittima appare tenere ferma e immobile la parte ferita quasi con accanimento? In fondo non copre qualcosa a cui è difficile, se non impossibile esporsi quando si è soli? Una giovane donna, narrando storie di stupri dall’età di sei anni, ci ha posto davanti in modo acutissimo una serie di vissuti che sono stati per noi una guida preziosa: «mi sentivo lurida-sporca-cattiva e innocente». Quello che appare evidente a chi ascolta è solo l’ultima parte: innocente; la vittima ha diritto di sentirsi innocente! Perché mai dovrebbe sentirsi lurida-sporca e cattiva? La domanda ha a che fare con un’altra domanda pronunciata talora con ferocia contro di sé: «Ma perché non gridavo? Perché non scappavo?». E perfino: «Perché da sola salivo gli alti e screpolati gradini della scala rossa che portava alla stanza dell’orco?».

Queste domande fanno tenerezza, una tenerezza sconfinata (e verrebbe da liquidarle con una iperprotezione!); forse erano le caramelle, i giornalini, il "diecimila", i regalini, le carezze che attiravano il bambino o la bambina? Forse si "vendeva"? Forse... forse... forse... ne godeva, almeno un poco? Forse si sentiva importante, "grande", forse sperimentava potere sull’adulto, sul mostro? Forse "vedeva" con indicibile e sottilissima soddisfazione che lui "sbavava" (secondo l’espressione di una donna), che non era più padrone di sé, lui così grande e grosso? Queste domande vanno prese molto sul serio e la tenerezza per l’evidente sproporzione tra vittima e abusante non deve impedirci di stare di fronte all’impatto di queste domande.

Man mano che la vittima prende coscienza di simili, anche se impercettibili connivenze, pur rimanendo accolta e apprezzata, ritira la parte ferita del sé dal potere dell’immobilismo: «in fondo – conclude – anch’io ci ho ricavato qualcosa!»; ciò che essa difficilmente regge è la totale passività; mettervi dentro qualcosa di proprio può iniziare il processo di credibilità dell’io, di cui ha bisogno. Questo processo le rende possibile connettere le parti adulte del sé con la parte ritenuta inchiodata e immobile. In fondo, è passata attraverso una nera tempesta ed è viva.

Intrecci inestricabili

Tutto questo ci permette un ulteriore passo: trovare la connessione tra le favole mostruose che il pedofilo si racconta e le trappole in cui la vittima cade, fino ad assumere su di sé una parte di questo universo mostruoso. «Lo dicevo io che era già una puttanella», ebbe la spudoratezza di dire uno zio che aveva abusato della bimba undicenne, quando la vide avviarsi sulla strada delle "poco di buono" del paese. La ragazza, pur sputandogli disprezzo in faccia, "sapeva" dentro che lui aveva ragione: è questo il vero potere che rende tale la vittima? Il pedofilo si racconta che lei è già così, lo vede dal come si muove, dal come non si sottrae, dalle (innocenti) seduzioni che gli manda; nel suo mostruoso egocentrismo (che è la sua vera malattia) egli "sente che lei ci sta"; lui non fa danno, prende ciò che già c’è: e i fatti successivi, letti con questa sua lente, glielo confermeranno. Così egli potrà moltiplicare i suoi alibi, se ne avesse bisogno, se caso mai si facesse strada nelle nebbie del suo io un qualche lontano senso di disagio. Ciò che immobilizza la vittima è proprio questa sua inerme consegna alle "favole" del più forte: fin che non viene aiutata a districarsi, parlerà la lingua dell’ormai.

Il "drago", cioè il vero mostro, come sosteniamo nel testo citato, non è tanto l’abusante in sé (anch’egli è persona, anch’egli ha una storia, anch’egli ha diritto ad attingere alle riserve di speranze, qualora lo voglia), quanto l’intreccio talora inestricabile tra favola e trappola, tra lo strapotere dell’adulto e la "fiducia" del minore che ne assorbe il mondo, in modo tanto più pesante quanto più l’abusante è consanguineo. «Fanno così i papà con le loro bambine; tu adesso non hai il papà e allora lo faccio io», diceva con orrenda ironia un abusante vicino di casa di una piccola. Sicché, quando il padre tornò, lei aspettava con desiderio e con terrore di essere chiamata "a fare i giochi"; e non sapeva decidere se questo papà quasi sconosciuto non la chiamava perché non le voleva bene, perché lei "non se lo meritava".

Un altro pedofilo, generoso soccorritore dei problemi gestionali e finanziari di una famiglia, si riteneva in diritto di essere "ripagato" dalla bambina, il suo piccolo corpo era già acquistato in anticipo. E la bambina puntualmente si sentiva in debito con lo "zio buono" che aiutava tanto la sua famiglia, lei con indicibile amore pagava i debiti per i suoi, nel mutismo più assoluto, murata viva nel sentirsi sempre e comunque debitrice.

Non ci dilunghiamo oltre su questi nodi devastanti, poiché le connessioni vanno trovate di volta in volta. Narrando sette storie noi abbiamo tentato di additarne alcuni, anche là dove parevano impensati (rimandiamo perciò al testo Contro il drago).

   
I sistemi di lealtà

Ci rimane ora di stare di fronte a due domande ricorrenti da parte delle vittime; due domande apparentemente agli antipodi: perché fino ad ora non ho detto niente a nessuno? O – all’opposto – perché non sono stata creduta quando l’ho detto?

La prima domanda: occorre che il mondo adulto sappia che se un minore parla è perché ha fatto un’opzione di fiducia. Sì, è vero, non parla perché è sotto minaccia, non parla perché si sente impigliato nella bruttissima storia; ma soprattutto non parla perché ha già fatto (anche se a pochissimi anni) un bilancio: non conviene, tanto nessuno mi proteggerà. Tanto – diciamolo nell’unica maniera forte che possa scuoterci dal nostro sonno di benpensanti – non c’è nessuno che sia disposto a dare la vita per me; io non sono prezioso per nessuno, io non sono veramente "unico" per nessuno, anche se ho la stanza piena di inerti giocattoli. Non c’è nessuno che senta nel suo corpo, nel suo cuore il male che viene fatto a me.

Il silenzio del minore è il più grande atto d’accusa a tutti gli adulti che si interessano di lui, che "dovrebbero" prendere contatto con lui. Più si ritira la fiducia, più il bambino sa di essere invisibile, persino nel suo dolore. È chiaro che è in questa linea la vera prevenzione: non basta mettere in guardia i minori, occorre fornire loro le ragioni per sentirsi accolti e amati.

E se ha parlato? Se ha parlato e non è stato creduto? La ferita diviene ancora più grande: la forza-sfiducia che gli aveva fatto pronunciare il suo grido d’aiuto vien meno d’un colpo, si sente due volte abusato. La giovane donna che dice a tredici anni alla madre: «Lo zio viene di notte in camera mia», e si sente rispondere: «A inventare simili storie non ti vergogni? Dio ti castigherà!», è ancora oggi piena di livore contro la madre. E la bimba che aspetta l’arrivo della zia affettuosa con lei, per dire alla madre: «Il Luigi (il fratello maggiore) mi fa sempre male quando siamo soli», quando la madre le risponde: «Va’ a giocare e non fatevi più i dispetti!», subisce la vera violenza. Un simile colpo è difficilmente metabolizzabile, anche perché riscuote l’immediata, insopprimibile indignazione di chi ne ascolta il racconto. «Quello che non posso mandar giù – ci diceva un prete che si era trovato a seguire simili storie – è la non protezione della madre, la sua indifferenza, il fatto che non abbia fatto niente per difendere la sua bambina. Ma che razza di madre snaturata è mai?!». E così rubiamo alla vittima anche quel pezzo di madre (o di parente prossimo) che avrebbe diritto ad avere perché, con la nostra irrevocabile indignazione, la qualifichiamo come una non-madre, un mostro.

Ma il minore ha veramente provato? O, meglio, la comunicazione poteva veramente arrivare al potenziale ricevente? Come mai una madre può rimanere sorda? Non è soltanto a causa dell’incredibilità della notizia che vorrebbe passare, non è soltanto per l’impreparazione del genitore o la sua insensibilità o la sua noncuranza. Tutte le volte che siamo stati posti di fronte a racconti di comunicazioni mai arrivate al destinatario, ci siamo dovuti arrendere a ben altre evidenze. La comunicazione non poteva arrivare perché i codici fra trasmittente e ricevente erano incompatibili. Aiutare la vittima a districare simili codici è darle ossigeno: «Se lo avesse potuto, tua madre ti avrebbe ascoltato».

Perché non ha potuto? Qui dobbiamo richiamarci ai legami di lealtà cui si appellano i sistemi familiari e che sono stati studiati a fondo in un testo fondamentale: Boszormenyi-Nagy I.-Spark G., 1988). Tutti noi cresciamo dentro codici di lealtà che sono anche codici di appartenenza: i legami familiari ci chiedono lealtà, sostegno, compiti che man mano impariamo a fare nostri e, nel contempo, ci rassicurano perché ci identificano, creano confini tra il dentro e il fuori, tra il noi e gli altri. Talora, però, i legami di lealtà all’interno di uno stesso sistema possono essere diversi e incompatibili: magari, per alcuni, ritenuti legittimi e riconosciuti, per altri, per nulla visibili o perfino non legittimabili.
   

Lo zio cattivo

Prendiamo un caso concreto: la madre della ragazzina violentata dallo zio materno non può "udire" simile notizia, perché essa avrebbe il potere di azzerare l’unico legame di lealtà su cui lei, la madre, sopravvive. Giunta al nord da giovane sposa, senza quasi aver conosciuto il futuro marito, con a carico il "fratello piccolo" affidatole dalla madre in punto di morte, la madre della vittima si sentiva a tutti gli effetti in terra straniera, svilita e osteggiata dal marito deluso e dalla parentela di lui, in un appartamento già bell’e fatto, senza che lei potesse spostare nemmeno un quadro: l’unico che parlava la sua lingua, in senso proprio e metaforico assieme, era il fratello. Un fratello che si sentiva sempre più esonerato dal rendersi utile, che poteva "stravaccarsi" sul divano da padrone, lavoricchiare e non prender nulla sul serio.

La bimba crescendo sente tutto il livore e l’impotenza di papà che non riesce a mandar via l’intruso, straprotetto dalla moglie; sente legami profondi con le sofferenze di papà e tutta la sua lealtà viene attivata a favore di questo genitore: «Io mi sarei fatta uccidere per papà», dice la ragazzina, non sapendo consapevolmente che un modo estremo di prendere le parti di papà poteva essere stare sdraiata al chiaro di luna sulla scala esterna proprio al rientro dell’odiato zio. I due sistemi di lealtà madre-fratello e figlia-papà erano diventati incompatibili. Se la giovane donna ora prende coscienza di questo, può finalmente ritrovare quel piccolo pezzo di madre cui ha diritto e che ora si può riprendere, sentendone anche tutta la sua paurosa solitudine: «Se avesse potuto, mi avrebbe ascoltato». E allora si fanno strada anche tutti gli altri segnali che erano stati misconosciuti, gli sforzi della mamma per incontrare la sua bambina e il desiderio della bambina di "sistemare le cose" tra mamma e papà. Incredibili flussi di amore andati dispersi: ma forse che ora non se ne può cogliere più nemmeno una goccia?

Quando i sistemi di lealtà sono troppo rigidi e vincolanti, come antichi dèi che esigono sacrifici umani, impediscono il movimento: l’unico risultato è l’immobilismo. Ma è questo il vero drago che occorre ogni volta di nuovo affrontare. Con buone riserve di speranza, dicevamo.
    

BIBLIOGRAFIA

  • Boszormenyi-Nagy I., Spark G., Lealtà invisibili. La reciprocità nella terapia familiare, Astrolabio, Roma 1988 (originale: 1973).
  • Cesa Bianchi M., Scabini E., La violenza sui bambini, Ed. F. Angeli, Milano 1991.
  • Cirillo S., Di Blasio P., La famiglia maltrattante. Diagnosi e Terapia, Ed. Cortina, Milano 1989.
  • Walsh F., Stili di funzionamento familiare. Come le famiglie affrontano gli eventi della vita, Ed. F. Angeli, Milano 1986.
  • Zattoni M., Gillini G., Contro il Drago. Abusi sessuali sui minori: storie e itinerari di guarigione, Queriniana, Brescia 1998.

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