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DOSSIER - ITINERARI DI ACCOMPAGNAMENTO

STORIA DI SILVIA - PANE E ODIO
     

   Famiglia Oggi n. 12 dicembre 1998 - Home Page Era la prima volta, ma il compleanno di Renato non doveva passare liscio. Si era accollata lei la spesa, Silvia, la sorella, maggiore di sei anni. Tutte le volte che finiva il suo lavoro stagionale, a novembre, veniva liquidata per i sei mesi che aveva fatto. Così non aveva nemmeno diritto all’assunzione a marzo. Il suo avvenire, la sua possibilità di riempirsi le giornate, la sua voglia di vivere, restava tutto consegnato nelle mani del padrone. Il quale, chissà, l’avrebbe riassunta a marzo. Intanto, però, poteva permettersi di pagare una pizza per tutti, per uscire almeno al compleanno di Renato.

L’aveva detto, come si dice, un ordine. Ordine sibilato, non richiesto. Non proposta. Non offerta di un regalo. Strano, in casa, Silvia non usava che due linguaggi: o l’ordine-provocazione-sfida o il silenzio teso e velenoso. Forse che, a trent’anni, non conosceva altro linguaggio?

Eppure, a guardarla bene, assomigliava a un putto, a un angioletto asessuato, lieve, grazioso. Se appena avesse disteso i muscoli del viso e si fosse concessa un sorriso, avrebbe potuto incrociare le braccia al di sopra del balcone di nuvole, per guardar giù con impertinente curiosità. «Ah – avrebbero detto –, c’è un angelo che guarda!». Aveva persino le fossette e degli strani riccioli biondo-ramato, abitatori incredibilmente lieti della sua testa, fino ad allungarsi sulla fronte, se lei non li avesse cacciati via come piccolissimi peccati. Vi sono persone che a trent’anni possono mostrare un’adolescenza non matura, indefinita, incredibilmente attraente.

Eppure Silvia-angiolo aveva stille di veleno sulla lingua, nel cuore, negli intimi recessi del cervello. Quando il papà rispose, alla proposta-ordine di uscire a mangiare la pizza: «Ma che cosa andiamo a fare? Ma non vedi come siamo conciati?», allora la lingua di Silvia aveva sibilato, dura: «È tutta colpa tua, non ci hai insegnato niente». «Come?!», si intromise dolorosamente papà. «No, anzi, qualcosa ci hai insegnato: a bere. È colpa tua se Gianni ormai beve e a trentacinque anni sembra che ne abbia cinquanta». Silvia non vide che il padre chinava la testa. «È colpa tua se "tua" figlia è mezza scema, non l’avete fatta curare, e adesso avete un peso a vita».

«E alòra cosa andiamo a mangiare la pizza insieme?!». Il duello si interruppe. Non era che una tappa di una guerra strisciante o esplosiva, ma sempre guerra. Il padre non venne a mangiare la pizza. Nemmeno lo zio che aiutava in campagna, fratello della madre. «Allora, non voglio nemmeno tua figlia perché puzza», decretò Silvia. E la semidemente Piera restò a casa.

Al tavolo della pizzeria c’erano: il "piccolo" Renato di ventiquattro anni, disoccupato, il fratello grande Gino che beve, ma che aiuta in campagna, il fratello secondo lasciato dalla moglie, la madre e lei. «Non sei neanche capace di metterti uno straccio decente addosso, una volta che usciamo», aveva detto Silvia, guardando quella svilita di madre che da una vita non si curava. «Vestirmi bene, perché?». Aveva risposto quietamente lei. «Ecco, non sapete dire altro!». Ed era chiaro che Silvia era diventata insofferente alla lingua dell’ormai, del disastro, del "non ci resta che piangere". «Che pizza prendete?», chiese il cameriere. «Una quattro stagioni per me», rispose Gino-che-beve. «Anche per me», disse di fretta la madre, come a nascondersi dietro il grande. «Va bene anche per me», dissero, ognuno per conto suo, Renato e il fratello-lasciato-dalla-moglie. Per un attimo balenò nella mente di Silvia l’idea di ordinare, che so, una carbonara, o qualsiasi altra cosa che non fosse una quattro stagioni. Ma le venne fuori un: «Anche per me va bene». Stranamente uniti da una pizza.

«Odio mio padre», «mi fa schifo», «non si merita niente», «è la nostra rovina», «sarebbe meglio che non ci fosse», «non sa fare altro che disastri», «non cambia mai», «è assurdo», «quando non sa cosa fare, beve», «non gli importa di niente e di nessuno». Silvia vomitava questa litania così vera alla sua "medica", quella che si interessava al suo corpo, ma non chiudeva l’audio quando lei le mostrava qualche ferita della sua anima (...). La "medica" sospirò. Come una potesse stare in quella famiglia per sbranare e lasciarsi sbranare, non le era chiaro per niente. Le era invece chiaro il patatrac e provava una grande pena per Silvia.
   

L’incontro con Berto

Il patatrac era stato il tossico, come ormai era chiamato nella lingua di Silvia. Berto era biondo come lei, se si poteva, più fragile di lei. Magro come lei. Solo che era altissimo. Alto quanto lei era piccola. Se ne era innamorata quasi a dispetto di lui. Non poteva sopportare che lui si facesse. Disposta ad andare con lui in capo al mondo (...).

In famiglia, parevano accorgersi di lei, ora che frequentava il tossico. Ciò che le faceva semplicemente orrore, era che suo padre osava dirle: «Sei la rovina della nostra famiglia, a metterti con uno così. Non vedi ch’raza d’om ch’ l’è (che razza di uomo è)?». «E te? Te non ti vedi? Tu sei di razza ancora peggiore di lui», sibilava Silvia, e i suoi riccioli biondi, al di là di ogni angelica apparenza, sembravano promettere tempeste arruffate.

Berto un bel giorno partì. Lei non seppe mai verso dove. Metà della sua ultima paga era finita nelle sue tasche. A Silvia rimase dentro un acre interrogativo: era stata lei a non saper fare qualcosa per lui? Era colpa sua? Era colpa della sua famiglia che non l’aveva lasciata andare? Oh, ma se lei manco lo sapeva che lui sarebbe partito! Ma le evidenze, in questi casi, non c’entrano. Lei era di nuovo spaventosamente nel nido freddo della sua famiglia. Era colpa di suo padre? Certo. Colpa di suo fratello Gino? Certo. Colpa di sua madre? Soprattutto. Sua madre non l’aveva protetta, mai. Aiutata, mai. Amata, mai (...).

Sola, piena di rabbia, sdraiata sul suo letto, le orecchie tappate per non sentire le urla del padre che rientrava e non trovava le cose che diceva lui, Silvia aveva nell’orecchio quel "vipera" inaspettato, lanciatole dalla cognata. E se fosse vero? Se era lei l’impossibile, l’incontentabile, quella a cui non andava mai bene niente, come dicevano tutti? Sì, era tutta colpa sua. Tutta colpa sua. Come amava la carica di rabbia che aveva addosso, proprio: la amava. Avrebbe sbranato tutti, a cominciare da se stessa. Ma non poteva uscire di lì, una volta per tutte? Non poteva piantarli tutti in asso, farsi la sua vita? (...).
   

Gino suo fratello

Fargliela pagare a chi? Chi, chi era il colpevole, Silvia lo sapeva benissimo. Lo sapevano i suoi dieci-undici anni. Non ancora mestruata. Gino, dopo i fallimenti scolastici, lavorava in campagna. Già sapeva potare le viti. Già era ben sviluppato, un uomo con i suoi diciotto, diciannove anni. Sì, in piedi, da dietro. Uno strappo e le sue mutandine scendevano. Tra i germogli delle viti e i suoi tronchi nodosi appariva un sederino tenero, piccolo, morbido, incredibilmente avido di carezze. Arrivava invece lo stupro. Senza parole.

«Ma un calcio nelle palle, tu, piccola, non potevi sferrarglielo?». Chi parlava aveva un tremito nella voce, un dolore. Era la prima persona cui lei rovesciava addosso una tale montagna. «No, non potevo. Mi diceva: "Taci. Se parli, dico che sei te"». L’amica, la giovane donna nascosta nelle recentissime vesti da suora, allibiva: «Ma come?! Quel bastardo osava minacciarti! E chi avrebbe creduto a simile menzogna?». «Mia madre». La risposta era quieta, troppo quieta. Pesante come il piombo. «Non è possibile! Non è possibile!» – annichiliva la giovane donna che aveva conosciuto una madre che protegge. Anzi, per lei era chiaro: tutte le madri proteggono le loro creature. Sono madri, se no?

«Anche di notte Gino mi veniva a cercare. Dormivamo nella stessa stanza, io e quella demente di Piera. Lui mi girava a pancia in giù. Non vedevo mai la sua faccia e lui non vedeva mai la mia. Le notti erano un incubo. Un terrore. Eppure era l’unica cosa che avessi: un senso di calore fisico. L’unico calore che ho provato. Poi un giorno parlai. C’era la zia e c’era la mamma. Pensavo mi ascoltassero tutte e due. Ma io mi sono rivolta a lei, la mamma: «Di notte il Gino mi dà fastidio...». «Si vede che sei te che lo cerchi» – disse in fretta mia madre, senza lasciarmi finire. Me lo ricordo come adesso. Né allora, né mai dissi più nulla». «Ecco, la colpevole è lei!», concluse Silvia.

La giovane suora era senza fiato (...). Passi che non si fosse accorta di nulla, passi che nemmeno un grido della bambina fosse arrivato al suo cuore, passi che non potesse certo seguirla quando andava in campagna, magari a portare la merenda al fratello, passi che lei avesse le fette di salame sugli occhi perché centrata sul suo dolore, sulle sue fatiche, sulle sue emergenze, ma quando la bambina aveva parlato, perché non starla a sentire? Perché non allarmarsi, non controllare, non andare a vedere, non proteggerla, insomma?

In questa fila ossessiva di domande, il cuore dell’amica oscillava se ritenere più colpevole la madre o il ragazzotto ignorante e perverso, egocentrico e limitato, che approfittava della piccola Silvia. «Il più colpevole di tutti è il papà» – usciva dal dilemma Silvia, con arie da intenditrice –, «è lui che ha permesso tutto questo. È lui che torna a casa ubriaco. È lui che non sa fare altro che gridare e urlare contro Gino perché beve. È lui che alza le mani contro la mamma. È lui che pensa solo a se stesso». «Che c’entra il papà?» – impallidiva la suora –, «è alla mamma che tu l’hai detto e che doveva fare qualcosa!».

È un abbaglio – dirà il Guaritore –, la mamma non poteva capire la lingua della bambina. Silvia ha creduto di aver parlato, ma la mamma ha collocato la frase della bambina nella routine di tutti i giorni, nella monotona sequela dei litigi e delle rivendicazioni: la bambina le stava semplicemente dicendo che il fratello le faceva i dispetti, che quella impertinente (già!) di bimbetta lo attirava, lo provocava, lo punzecchiava. Lei non si voleva immischiare. Si arrangiassero. Aveva ben altro da pensare. Aveva ben altri dolori da tenere a bada. Davanti alla zia, poi! Non poteva prendere sul serio la bambina. Non poteva affacciarsi sul baratro che in casa succedessero cose così infami, così tragiche. Come poteva immaginarlo da sola? Ma la bambina non si accorge che la sua comunicazione non è arrivata alla madre. E ne ricava una ferita non rimarginabile. Ha ragione Gino, lui ha fatto i calcoli giusti: gli basterà dire che è lei che lo cerca e lui sarà scagionato. Sì, è vero, la mamma tiene solo per Gino. Lei non vale niente. Lei è una pezza da piedi, che tutti possono calpestare.

 

Curando Martina

Silvia così apre con la vita un contenzioso senza fine: tutti la dovranno risarcire. Ma più la risarciscono, più avrà bisogno di essere risarcita. Per questa via si va soltanto al buco nero.

La giovane suora parlò con la sua superiora. Silvia non saprà mai che fortuna è stata per lei. Non nel senso che così si trovò un posto da inserviente in un centro di prima accoglienza per minori. Non soltanto per questo: e già era una bella prospettiva. Ma soprattutto perché la giovane suora non la privatizzò, non le disse: «Ti salverò io» (...).

Silvia si trovò a contatto con un mondo di cui lei non sospettava l’esistenza: un grappolo di bambini, provenienti dai vicoli della vita, dai vicoli stretti e tortuosi e talora soffocanti della vita. Eppure erano lì con i loro pianti, la loro voglia di abbracci, i loro giochi.

Aveva accettato una sorta di lavoro alla pari: lei mangiava e dormiva, riceveva una piccola mancia, per non dipendere dalla famiglia, in cambio rifaceva letti, puliva pavimenti, imboccava pappe in bocche spalancate o cocciute. Aveva accettato anche che la psicologa del centro le dedicasse un po’ di tempo in colloqui solo per lei. Anche questo era una grande novità. Con tutti i problemi del centro, con tutte le urgenze, con tutti i cataclismi che succedevano, c’era un’ora solo per lei, tutta per lei, una volta alla settimana. Mai nessuno le aveva dedicato tanto tempo! (...).

«Un giorno», racconterà al Guaritore, «provai a tenere in braccio una piccola di tre anni che urlava disperata. Non capivo nemmeno che cosa avesse, forse un gran mal di pancia. La trovai così, in un angolo della stanza da giochi, mentre gli altri erano corsi via. Mi inginocchiai e cercai di attirarla a me. All’inizio pareva avesse paura al mio contatto. Ma io non avevo nessuna intenzione di mollarla. Dentro di me le dicevo: "Qualunque sia il tuo dolore, ti proteggo io" (...).

Curando Martina, Silvia impara a prendersi come piccola umiliata e rabbiosa che ha bisogno di trovare chi la prenda in braccio. Chi sia solidale con lei. Chi non la molli negli artigli del nemico. «Già Martina è fortunata», si rabbuiò Silvia, mentre tronchi nodosi di vite e fredde lenzuola le si paravano non vinti nella mente sofferente; «i bambini che sono qui sono stati fortunati, le loro mamme li hanno protetti».

Già, il nodo più grave per Silvia è perdonare la madre che non l’ha protetta. È trovare alleanza con lei, proprio con questa madre insipiente, incapace di proteggere se stessa e quindi men che meno le figlie. Tentare un perdono generico, di metterci una pietra sopra, non vale gran che. Quando meno se l’aspetta, Silvia sarà presa alla gola dal risentimento, dal livore, dalla paura. Occorre che impari un contatto buono con la madre, proprio con quella madre lì. Sarà possibile? Silvia, nonostante tutto, telefonò alla mamma.
   

Telefonata importante

«Ciao». «Ciao, come stai?». «Qui sto bene». «Lavori tanto?». «Abbastanza». «Mi raccomando, non farti mancare niente». Questa frase: "non farti mancare niente", Silvia la portò ai piedi del Guaritore. «È questa la gemma?». «Sì». «Ma, insomma, che significa? Una frase insulsa e comoda: lei non fa niente per me. È solo per darmi un ordine o perché non sapeva che dire». «Come vuoi». «Ma è una frase per proteggermi?». «Sì». «Io non la capisco». Alla seconda telefonata di Silvia, la mamma volle il numero di telefono del centro: «Così posso chiamarti anch’io. Ti do fastidio, se ti chiamo?».

Silvia celebrò il Natale con quei tre bambini che nessun parente si era portato a casa, nemmeno per un giorno. Poi, il giorno di Santo Stefano andò a casa. Si sentiva eroica e martire quasi quanto santo Stefano. La sua visita non se la meritavano. E poi, andava a casa per prendersi alcune cose.

Quando entrò, mettendo sul tavolo alcuni pacchetti regalo, la maestrina fece l’interrogatorio: «Cosa avete fatto ieri, a Natale?». Nessuno rispose. C’era solo il resto di un panettone. Sembrava persino rotto con le mani. È difficile passare la barriera dell’odio.

Più difficile che passare la barriera del suono. Si rischiano le vertigini. «Mi manca la mia casa», uscì a dire Silvia. La mamma la guardò. Era ironia? Un nuovo insulto? Una incredibile ammissione? Mamma decise: era una tenera ammissione; fece un sorriso e le spuntò una lacrima. In quel momento parve a Silvia che sua madre fosse proprio un tronco nodoso, rinsecchito, non vitale. Ma era spuntata una gemma.

E Gino? Per Gino non c’era nessun pacchetto di Natale. Nessuno aveva aperto i sigilli della sua anima.

Il pedofilo, prigioniero del sistema delle colpe, "esce" creandosi una zona franca in cui non sarà punito. Egli è uno che può, la legge è ai suoi piedi, per essere calpestata. L’unica cosa che ritiene di poter fare è di sentirsi impunibile e impunito. Se parlasse, direbbe: «C’è chi può». E chi può sono io. Con la mia sorellina ci faccio ciò che voglio. È una moneta da rubare e da usare.

Egli non ha idea di che cosa sia un contatto vero, non ha imparato l’alfabeto della tenerezza: egli sa soltanto che ciò che vale è essere il più forte. In un sistema in cui si esce dalla catena delle colpe soltanto esibendosi come "al di là del bene e del male", egli può prendere e minacciare. Può imputare alla vittima la sua stessa colpa. Ciò gli dà l’ebbrezza di essere fuori dal gioco, ma anche un estremo isolamento. Egli non è nessuno. La vita gli scorre accanto. Se osasse credere di essere qualcuno, egli dovrebbe sottostare al sistema invivibile delle colpe. Il suo sfrenato e muto isolamento è la sua invivibile vittoria.

La vittima, Silvia, deve espellere la colpa e nutrirsi di odio. Se allenta la morsa dell’odio, allora è lei a perdere. Deve restituire ciò che ha subito. Il risentimento è la sua droga. Nel sistema delle colpe, è chiaro che le colpe devono essere degli altri. Quando poi è già una colpa essere nata donna, allora il gioco non deve conoscere sosta, perfino non riconoscendo la propria femminilità. Ma il risentimento, a lungo andare, si placa soltanto quando distrugge il portatore: per distruggere gli altri, Silvia deve distruggere se stessa. Perfino quando si butta a "salvare gli altri". L’unico sballo veramente possibile è la vendetta, che non si ferma davanti a niente. Non posso uscire di casa – dice Silvia –, troppo comodo per quelli che restano; non posso far vedere loro che so farmi la mia vita, l’unica "giustizia" che mi è data è quella di inchiodarli ai loro sbagli. Che fa se intanto «sono io il disastro»? Se intanto devo continuare a farmi del male? È soprattutto mia madre che deve soffrire, non si merita di vedermi felice, lei che non mi ha creduto quando "ho parlato", lei che butta sempre le colpe addosso alle donne. La trappola è chiara, terribilmente evidente: dal sistema delle colpe a nessuno è permesso di uscire.

Chi le mostra che il risentimento come logica della vita non porta da nessuna parte? Nemmeno quello "legittimo", perché assomiglia troppo ad un paio di occhiali neri, che lasciano vedere solo ombre scure. Sono gli occhiali che non funzionano, non sono la vita. Ha forse parlato Silvia alla mamma? Oh, sì, le ha detto delle parole del tutto inudibili da orecchie materne. La madre sola e depressa conosce solo la lingua delle ripicche reciproche, delle liti, caso mai delle botte: sono affari di figli/bambini per cui lei è impotente. Come si può chiederle di uccidere un figlio in nome di un altro figlio? Ad un tale abisso, lei non è preparata.

Quando la figlia comincia a sospettare che lei ha parlato, ma non ha comunicato, allora ha inferto il primo colpo alla logica del risentimento. Quando capisce non solo che non ha comunicato il suo dolore e la sua ferita, ma che ha esibito bollette incredibili alla madre e le ha chiesto di pagare per tutti, quando capisce che cosa fa lei, Silvia, perché la madre la guardi con sospetto e con diffidenza, allora può guardare alla madre come al "tronco nodoso e secco", secondo la metafora del Guaritore.

Ma, per far questo, lei doveva mollare la sua casa come luogo di vendetta. Talora il Guaritore può essere anche un bambino sconosciuto che ha bisogno di carezze. È così che si può constatare con meraviglia che la guarigione è molto più contagiosa di qualsiasi virus. Abbandonare la lingua del risentimento significa nel contempo trovare la chiave per capire la lingua del tronco nodoso e secco. Non si tratta più di istruire la madre a fare la madre, rimproverandola per ciò che non è stata. Non si tratta più di istruire il padre a fare il padre, buttandogli addosso il sarcasmo per i suoi fallimenti. Ma non si tratta nemmeno di "perdonare", mettendoci semplicisticamente la pietra sopra. Si tratta di qualcosa di molto, molto più sorprendente: scoprire che sul tronco nodoso e secco può scoppiare una gemma. Si tratta di mettersi in sintonia con una lingua inusitata. Vi sono parole che comunicano, se la vittima vuole. Che cosa vorrà dire mai la madre di Silvia quando, salutandola per la partenza, le dice: «Non farti mancare niente»? La frase può essere incollata (è sempre possibile) al vecchio senso del sistema delle colpe. Oppure? Oppure è spuntata una gemma. Il vecchio tronco aveva sempre parlato di doveri, di sacrifici, di colpe, di inutilità, di impotenza al cambiamento. Ma in questa logica il "non farti mancare niente" non è assolutamente nuovo, non è assolutamente incongruo?

L’itinerario di guarigione passa attraverso il permettersi la piccola coperta di Linus: quella madre che dice (anche se fosse per sbaglio!) una cosa nuova. È la condizione per "scegliere" di amare: ma è ora della terza storia.

Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini
(L’intera storia di Silvia, intitolata Pane e odio,
è riportata nel testo Contro il drago, più volte citato).

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