Periodici San Paolo - Home page
INCONTRI - INTERVISTA A MELITA CAVALLO, GIUDICE MINORILE

Rinforzare le figure "cuscinetto"

di Cristina Beffa
            

   Famiglia Oggi n. 12 dicembre 1998 - Home Page Un tempo la prevenzione contava sulla presenza di nonni e zie. E il fenomeno dell’abuso trovava degli argini. Oggi, invece, attraversa tutte le fasce sociali. Inoltre, si è abbassata l’età dell’abusante e della sua vittima. Giornali e Tv sovraespongono l’immagine dei ragazzi.

Melita Cavallo è una figura di spicco nel campo della difesa dell’infanzia. Sposata, tre figli, giudice minorile a Napoli da molti anni, presiede la Commissione contro gli abusi all’infanzia istituita dalla ministra degli Affari sociali Livia Turco. Non si spaventa quando le vengono ricordate le cifre dell’ultima ricerca Censis sullo sfruttamento sessuale dei minori. Secondo quei dati, 2 bambini su 1.000 subiscono violenze sessuali. Le vittime oscillano tra le 10.500 e le 21.000 l’anno. L’8% su 10% degli abusi fuori casa è vittima di insegnanti e altre figure professionali vicine ai minori, mentre lo sconosciuto è colpevole nel 2% dei casi. Più che scandalizzarsi è la consapevolezza degli adulti che aiuta i bambini, sembra sottolineare mentre rincara la dose: «È necessario interrogarsi sulle trasformazioni che hanno interessato la società negli ultimi decenni, con particolare attenzione ai nuovi strumenti educativi».

  • Non attribuisce troppa responsabilità alla famiglia?

«La sua evoluzione negli ultimi vent’anni presenta precise connotazioni: la famiglia allargata, solida e solidale di un tempo è oggi sempre più spesso mononucleare e con un solo figlio; è altrettanto spesso ricomposta, reduce da convivenze progressive, con figli da ognuna di esse; è sempre più socialmente isolata e lontana dai pochi riferimenti familiari; è fortemente delegante rispetto ai compiti educativi, perché condizionata o dal carrierismo di uno o di entrambi i genitori o dai problemi di sopravvivenza quotidiana. Nel primo caso i genitori delegano alle agenzie esterne di socializzazione (scuole di lingue, associazioni sportive e ricreative, Tv), nel secondo alla strada, e naturalmente alla televisione».

  • Chi sostituisce le figure significative di un tempo?

«Non è per puro caso che oggi sono fiorite nuove professionalità, come il terapista, il consulente familiare e quello esistenziale, il mediatore familiare. E la relegazione in altri luoghi delle figure del circuito familiare allargato, quali nonni, zii e cugini, parenti che assolvevano a una funzione "cuscinetto", ha diminuito le capacità di autodifesa familiare, ha reso le pareti domestiche più penetrabili».

  • Anche un tempo le pareti nascondevano forme inaudite di violenza. Che differenza c’è rispetto al passato?

«Da una parte è più difficile tenere nascosta una eventuale violenza fisica o sessuale esistente in famiglia, ma, d’altra parte, è più facile che un soggetto abusante, presente in famiglia o vicino a essa, riesca nella sua condotta violenta, proprio perché non sono più presenti quelle barriere umane, che in passato si interponevano tra l’adulto e il bambino per sottrarlo all’abuso, o per evitare che si ripetesse, o che si venisse a sapere».

  • Quali altri luoghi sono teatro di abusi?

«Dal momento che sia l’abusante che la sua vittima possono essere ovunque, i luoghi sono quelli dove si svolge l’attività del bambino: scuola, circolo sportivo, la piscina, l’ospedale, la strada, i vicoli. La famiglia delega, più che luogo di affettività e di armonia è un arcipelago di conflitti. Lo Stato disciplina i rapporti, i diritti, la dignità dei componenti, ma non basta affinare gli istituti quali separazione, divorzio, aborto per risolvere i problemi».

  • Vi sono caratteristiche che in passato non erano evidenti, Internet escluso?

«I minori oggi sono sovraesposti nei media che veicolano un’immagine ambigua dell’adolescenza. Giornali e Tv nel 62% dei casi puntano sull’effetto choc-allarme. Dei bambini se ne parla quasi esclusivamente in termini problematici. Ma ciò che è nuovo è che la violenza sui minori è trasversale, investe tutte le fasce sociali, prescinde dal reddito, dalla scolarizzazione, dal territorio. Inoltre, si è abbassata l’età sia della vittima che dell’abusante».

  • L’emancipazione della donna che parte ha avuto in tutto questo?

«È stata la più grande trasformazione vissuta dalla donna nel corso dei secoli. La donna è divenuta rilevante soggetto sociale con capacità di negoziazione con l’uomo: il marito, il partner, il datore di lavoro. La riforma del diritto di famiglia attuata nel 1975 le riconosce l’esercizio congiunto della potestà sui figli e il diritto successorio sui beni del marito; è competitiva in qualsiasi ruolo, e non sempre l’uomo sa reggere il confronto».

  • Non dirà anche lei che la colpa è della donna?

«Il mio ragionamento è su tutt’altro versante. L’adulto incompiuto, che nel rapporto ha bisogno assoluto di un oggetto, di una preda, si sente inadeguato nel confronto e può essere portato a spostare la propria libidine su di un’altra persona, che sia a portata di mano, accogliente e fiduciosa, e con la quale si possa relazionare con facilità, senza neanche parlare: basta un dito sulla bocca per chiedere e ottenere il segreto e la complicità, quella complicità che è tipica di un gioco, di un gioco che il bambino non sa essere perverso, perché si affida, bisognoso com’è, oggi più di ieri, di attenzione e di affetto. Spesso, dunque la sessualità agita tra un adulto e un bambino rappresenta l’incontro di due fragilità. È vero anche che la donna, avendo conquistato l’indipendenza economica, riesce più facilmente a sottrarsi alla complicità con il marito o il compagno, riesce a trovare la forza di denunziarlo. Ricordo molte donne che alcuni anni fa tentavano di giustificare il loro silenzio rivelandomi lo squallore di una vita misera e disadorna di affettività: madri di più figli ai quali sarebbe venuto meno il pane quotidiano in caso di arresto del padre, per cui avevano dovuto scegliere di non vedere: e intanto avevano cercato di sottrarre la figlia alle voglie del padre mandandola altrove: dalla nonna, dalla zia, dalla madrina di battesimo».

  • Vi sono cause sociali che spiegano la violenza?

«Il maltrattamento fisico sui minori è in aumento anche a causa della perdita del lavoro da parte del capo famiglia, che, frustrato nella sua identità di ruolo perché non più in grado di far fronte, caricato talvolta in via sostitutiva anche di problemi squisitamente domestici, o cade in depressione e spesso nella dipendenza dall’alcol, o esplode violentemente maltrattando moglie e figli».

  • È in aumento o no il fenomeno dell’abuso sessuale?

«Non c’è dubbio che una società come la nostra, per le grandi capacità di interscambi informativi, aumenta enormemente la visibilità su qualsiasi fatto di cronaca e fenomeno sociale. Sembra incontrovertibile che il triste fenomeno dell’abuso sessuale sui minori sia oggi in aumento rispetto al passato».

Cristina Beffa

   

EDUCARE AL BENE

L'ultimo libro di Vittorino Andreoli, Dalla parte dei bambini (Rizzoli, L. 28.000), è rivolto a genitori ed educatori, fornisce un quadro dell’evoluzione dell’approccio al bambino in campo sociale, psicologico e pedagogico, con particolare attenzione alle diverse forme di violenza che l’adulto può mettere in atto nei confronti del bambino.

Quest’ultimo può essere oggetto di violenza da parte dei genitori assenti o troppo presenti, negato e idealizzato, può essere misconosciuto nella propria unità psicofisica. I diversi modi del maltrattamento vanno dall’abbandono di fronte al televisore al vero e proprio sfruttamento pedofilico del bisogno di piacere e di protezione del piccolo. Ma se il lettore viene accompagnato a esaminare un panorama di atteggiamenti negativi verso l’infanzia, egli non è lasciato solo a immaginare quali potrebbero essere gli "antidoti" a tale violenza. Infatti sono illustrate le costanti che permettono al bambino una sana crescita nella delicata fase che va da 0 a 3 anni: la stabilità delle figure significative, la coscienza e la consapevolezza della coppia genitoriale (che non deve confondere il proprio benessere o malessere con il benessere o malessere della prole). Proprio nella disamina di questi tre atteggiamenti sembra risiedere uno dei maggiori pregi del libro: il genitore che legge ne trae un’indicazione chiara, un’esortazione alla responsabilità e alla potenzialità del proprio ruolo.

A conferma si presenta acutamente l’educazione come strumento di difesa del bambino. Il genitore possiede una possibilità concreta di difesa del piccolo, non solo affidata alla speranza che non faccia "brutti incontri". «A un bambino – sostiene l’autore – non si può insegnare la diffidenza. È importante educarlo a voler bene, a stabilire relazioni positive, a rispettare se stesso e gli altri. Questa è la chiave della protezione e dell’autoprotezione: il bambino che si rispetta, che ha fiducia in se stesso perché gli è stato insegnato a rispettarsi, non si svenderà per qualche regalino o per una parola maligna». Interessante appare anche l’idea che la difesa del bambino debba essere affidata all’intera società, e non solo alla famiglia, ma questo aspetto non è approfondito. Forse in questo mancato approfondimento risiede uno dei limiti del libro che lascia al lettore la sensazione di non cogliere gli aspetti salienti dei problemi enunciati e non vede declinata nel quotidiano la teoria pedagogica proposta.

Micol Gillini

   Famiglia Oggi n. 12 dicembre 1998 - Home Page