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DA VOLTAIRE A JEAN GUITTON

Il Giubileo e gli intellettuali

di Gregorio Piaia
(professore ordinario di Storia della filosofia, facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Padova)
            

   Famiglia Oggi n. 12 dicembre 1999 - Home Page Le fiumane di fedeli che giungeranno a Roma da tutto il mondo saranno utili al commercio della chincaglieria sacra, alle ferrovie, agli alberghi, ma non alla vita spirituale delle persone se queste non sceglieranno d’essere oneste. Il monito del vecchio Papini, rischia oggi di mantenersi attuale.

Vorrei proporre in queste pagine una lettura meno consueta del Giubileo, a partire dalla domanda: di fronte a questo ricorrente evento religioso quali atteggiamenti ha assunto il mondo intellettuale, che in questi ultimi tre secoli, in particolare dopo la Rivoluzione del 1789, ha aspirato a svolgere nella società un ruolo di guida morale e politica, oltre che culturale? (1). Il Giubileo è un evento che coinvolge grandi masse di fedeli e che è fondato su una disposizione interiore e su una serie di pratiche rituali la cui definizione risale a tempi ormai remoti. Esso parrebbe quindi estraneo a una dimensione intellettuale che non sia quella strettamente teologica, collegata alla tradizionale e tanto discussa dottrina delle indulgenze.

Non è un caso che l’atteggiamento degli intellettuali verso il Giubileo, quando non si tratti di pura e semplice indifferenza, oscilli per lo più fra la curiosità, l’ironia e l’aperta polemica. Basti pensare a Voltaire, figura simbolo dell’intellettualeVoltaire (1694-1778). "moderno" in senso forte, ostile a ogni religione positiva, che egli considerava fonte di pregiudizi e d’intolleranza. Nei suoi scritti non mancano accenni al Giubileo cattolico, oggetto di derisione e di critiche che sarebbero divenute luoghi comuni nella pubblicistica anticlericale dell’Ottocento: istituito da Bonifacio VIII quale segno del supremo potere teocratico, il Giubileo divenne un mezzo per arricchire la curia pontificia e il popolo di Roma.

Quanto al Giubileo ebraico (che prevedeva ogni 49 o 50 anni il ritorno delle terre ai primitivi proprietari), Voltaire osserva ironicamente che sarebbe opportuno ripristinarlo, perché consentirebbe a molte nobili famiglie di recuperare i terreni che i loro antenati, in un momento di debolezza, avevano lasciato in eredità alla Chiesa.

Ma in uno scritto successivo, affrontando più seriamente l’istituzione del Giubileo nell’antico popolo d’Israele, il filosofo francese giudica tale pratica del tutto deleteria sul piano economico-sociale, perché non garantisce il diritto di proprietà, che egli ritiene fondamentale, e impedisce un effettivo miglioramento dei terreni e delle tecniche di coltivazione: chi mai sarebbe indotto a impegnarsi in tal senso, se dopo qualche anno la terra ritorna in possesso dell’antico proprietario, che magari l’aveva lasciata nell’incuria? Un ostacolo, dunque, al progresso e alla modernizzazione, così come la versione "spirituale" del Giubileo, elaborata dalla Chiesa romana, copre in realtà – secondo Voltaire – la brama di potere e di denaro.

Non è facile trovare nella sterminata letteratura dell’Ottocento accenni e richiami all’Anno santo, anche perché l’unico Giubileo ordinario che poté svolgersi in tutto il secolo fu quello del 1825, in piena Restaurazione. Se sfogliamo l’autobiografia di Massimo d’Azeglio, un protagonista del nostro Risorgimento, troviamo un giudizio ironico e poco esaltante sul "gran Giubileo universale" indetto per l’appunto da papa Leone XII per il 1825. In quel periodo il giovane d’Azeglio era a Roma per studiare e praticare l’arte pittorica, e poté così vedere la città «trasformata per dodici mesi in un grande stabilimento d’esercizi spirituali»: prediche e funzioni e processioni dappertutto, teatri chiusi, danze e feste sospese, e tutto ciò – a detta del d’Azeglio – senza alcun profitto sul piano spirituale, poiché i giovani romani suoi coetanei, costretti a partecipare alle numerose cerimonie religiose, «eran arrabbiati contro i preti e il loro sistema più di prima».

Da buon aristocratico piemontese, il d’Azeglio aveva usato toni discreti. Ma se ci volgiamo alla testimonianza del famoso poeta romanesco Gioacchino Belli, relativa ai Giubilei straordinari del 1832 e del 1846, il tono si fa decisamente scanzonato e irriverente, e l’Anno santo diventa un anno di cuccagna, in cui ci si può liberare con alcuni gesti esteriori di tutte le colpe e pene: «Arfine, grazziaddio, semo arrivati/ all’anno-santo! Alegramente, Meo:/ er Papa ha spubbricato er iubbileo/ pe ttutti li cristiani bbattezzati.// Bbeato in tutto st’anno chi ha peccati,/ ché a la cusscenza nun je resta gneo!/ Basta nun èsse ggiacobbino o ebbreo/ o antra razza di cani arinegati.// Se leva ar purgatorio er catenaccio;/ e all’inferno, peccristo, pe cquest’anno,/ pòi fà, pòi dì, nun ce se va un cazzaccio.// Tu vva’ a le sette-cchiese sorfeggianno,/ méttete in testa un po’ de sceneraccio/ e ttienghi er paradiso ar tu’ commanno».

Se poi ci spostiamo sul fronte dei più accaniti "mangiapreti" dell’età risorgimentale e prendiamo in mano gli scritti di Francesco Domenico Guerrazzi, vediamo come indulgenze e Giubilei siano oggetto di critiche velenose. Basti un solo esempio: all’inizio del romanzo postumo, Il secolo che muore (1885), il repubblicano Guerrazzi nota che «titoli e fregi di re (ossia le onorificenze concesse dai sovrani) corrispondono a un puntino con le indulgenze del papa. Finché si trovi chi se ne contenta, i papi e i re si tengono le tasche piene di questo becchime (!), e operano divinamente». È il clima tipico del nostro Ottocento, in cui, dopo l’intensa ma breve fiammata neoguelfa spentasi nel 1848, l’istanza di rinascita nazionale s’accompagna spesso al disprezzo per tutto ciò che sa di chiesastico e di "papalino", mentre la devozione popolare, a cominciare dai pellegrinaggi, è liquidata come un fenomeno retrogrado e oscurantista.

I pensatori del Settecento non avevano previsto che, due secoli dopo, l’Anno santo sarebbe divenuto tema di riflessione anziché una pratica religiosa interna alla Chiesa. L’organizzazione fine a se stessa, però, resta un male in agguato.

Il libero pensiero italico

I riflessi di questo clima si avvertono ancora nel Giubileo dell’anno 1900, indetto da Leone XIII dopo che al suo predecessore Pio IX era stato impossibile – a causa delle vicende politico-militari della Repubblica romana prima e poi della presa di Porta Pia – effettuare i Giubilei ordinari del 1850 e del 1875. Nell’anno 1900 ricorreva anche il terzo centenario della condanna al rogo del filosofo ed ex domenicano Giordano Bruno, che la Massoneria aveva innalzato al ruolo di martire per eccellenza del libero pensiero, e ricorreva altresì il sesto centenario dell’immaginario viaggio di Dante nell’"oltretomba".

Sull’ispirazione cristiana della Divina Commedia non si nutrivano certo dubbi, ma nel corso dell’Ottocento s’era ampiamente affermata l’immagine di un Dante "ghibellino" e nemico feroce di papa Bonifacio VIII, un Dante ispiratore dell’unità d’Italia e precursore della moderna libertà di pensiero attraverso i veli medievali dell’allegoria. Tale immagine venne ufficialmente contrapposta al Giubileo cattolico su iniziativa dello stesso ministro della Pubblica Istruzione Guido Baccelli, il quale promosse in tutto il Paese la celebrazione dell’«anno giubilare della Divina Commedia», inteso come «Giubileo del libero pensiero italico».

È in questo clima di mobilitazione ideologica che si colloca il dibattito svoltosi a distanza fra il giovane vescovo di Trivento nel Molise, monsignor Carlo Pietropaoli, e l’anziano Baldassare Labanca, molisano pure lui ed ex sacerdote, che fu il primo docente di storia del cristianesimo all’Università di Roma e contribuì a diffondere in Italia il razionalismo religioso di Ernest Renan.

In una conferenza su "Il Giubileo nella Divina Commedia" tenuta a Trivento nel marzo 1900 e poi ripetuta ad Agnone, paese natale del Labanca, il Pietropaoli era sceso in campo contro quanti avevano contrapposto il pensiero di Dante alla dottrina ufficiale della Chiesa. La sua tesi era che il tema del Giubileo, legato alla dottrina della penitenza e delle indulgenze, svolge un ruolo importante nell’economia del poema dantesco, che viene presentato, con una certa enfasi, come "uno splendido manuale del Giubileo". Copia di questa conferenza, data subito alle stampe, venne inviata al Labanca, il quale, toccato nel vivo, rispose con un articolo sulla Rivista europea.

Con stile garbato ma fermo il vecchio professore smonta la tesi del vescovo di Trivento, osservando che nella Commedia non si parla delle indulgenze plenarie e i riferimenti al Giubileo sono assai pochi e marginali; ma, nell’intento di rovesciare la tesi del Pietropaoli, egli si porta a sua volta in un terreno assai opinabile, ipotizzando che il sostanziale silenzio di Dante sul valore del Giubileo dipenda dal dissenso profondo che il poeta nutriva verso la politica teocratica di Bonifacio VIII, ben più temibile del potere temporale esercitato dai papi nello Stato della Chiesa. Sicché l’auspicio del Labanca, che si fa qui profeta dei tempi nuovi, è che il secolo XX possa eliminare alle radici il potere teocratico della Chiesa, così come il secolo XIX era riuscito a eliminare il potere temporale.

"La Porta santa" di Pascoli

Il Labanca, e con lui molti altri intellettuali dell’epoca, aveva piena fiducia in una visione del progresso che vedeva la Chiesa cattolica ormai destinata all’estinzione o a una sopravvivenza del tutto marginale. In tale prospettiva il Giubileo è visto come il «vano tentativo di un richiamo alle antiche tradizioni della Chiesa», e nulla più.

In realtà il passaggio al Novecento, il secolo moderno per eccellenza, rivela anche le prime incrinature in una visione del mondo che sembrava fondata su solide certezze scientifiche e filosofiche. Ne è una spia, ad esempio, una lirica di Giovanni Pascoli (che non era certo un cattolico osservante) intitolata La Porta santa e che inizia con l’omaggio alla figura esile e minuta del vecchio pontefice Leone XIII nell’atto in cui sta per murare la Porta santa in San Pietro e dichiarare chiuso il Giubileo del 1900: «Uomo, che quando fievole/ mormori, il mondo t’ode,/ pallido eroe, custode/ dell’alto atrio di Dio;// leva la man dall’opera,/ o immortalmente stanco!/ Scingi il grembiul tuo bianco,/ mite schiavo di Dio...».

Al di là del rituale, il gesto del pontefice è vissuto dal poeta come un simbolo assai più ampio e coinvolgente: la Porta santa che si chiude richiama l’immagine – così diffusa nei cimiteri monumentali dell’Ottocento – della porta di un immenso sepolcro cui tutta l’umanità è destinata, e alla figura diafana del vecchio Papa si sovrappone la figura bianca ed evanescente della morte. È questa la vera protagonista della poesia, e di fronte a essa il Papa vegliardo svolge una funzione duplice e ambigua. Per la sua estrema vecchiezza si può dire che egli riassuma in sé il destino che attende ogni uomo; ma per il suo ruolo di capo visibile di una Chiesa fondata su un annuncio di trascendenza egli è punto di riferimento per l’umanità intera, in quanto depositario delle chiavi che possono introdurci nel mondo eterno, in cui la morte è sconfitta («Tutti i fratelli tremano/ seguendo te che tremi,/ come su gli orli estremi/ d’invisibili abissi./Vecchio che in noi t’immilli (= ti moltiplichi a migliaia),/ lasciaci udir gli squilli/ dell’immortalità!»).

Al senso doloroso della morte come destino ineluttabile dell’uomo viene così opposta la prospettiva dell’aldilà, espressione di una più profonda istanza mistica cui il poeta non sa però dare risposta. Non resta allora che rivolgere un’invocazione al vecchio Papa, così fragile eppure così forte, perché illumini un’umanità errante che ha come sua prospettiva ultima la desolata visione dell’astro solare che muore, trascinando con sé ogni forma terrestre di vita e di coscienza: «Non ci lasciar nell’atrio/ del viver nostro, avanti/ la Porta chiusa, erranti/ come vane parole;/ ad aspettar che l’ultima/ gelida e fosca aurora/ chiuda alle genti ancora/ la gran porta del Sole;/ quando la Terra nera/ girerà vuota, e ch’era/ Terra, s’ignorerà».

Il quarto di secolo che intercorre fra il Giubileo di Leone XIII e quello di Pio XI vale quanto un secolo intero, se si tiene conto dei mutamenti epocali occorsi in quel breve volgere d’anni. In Italia, in particolare, la crisi rapida del positivismo sotto i colpi congiunti del neoidealismo e delle tendenze irrazionalistiche, e poi l’esperienza dirompente della grande guerra e le travagliate vicende del dopoguerra, mutarono radicalmente gli atteggiamenti mentali.

Il neofita Giovanni Papini

Un segno dei tempi mutati è rappresentato dalla figura dell’intellettuale che maggiormente si espose nel pubblicizzare un’operazione così "chiesastica" come il Giubileo: non un cattolico di vecchia data e di provata fedeltà, cresciuto fra canoniche, sacrestie e anticamere di vescovi, bensì un neofita che aveva aderito al cattolicesimo da pochi anni, dopo essersi imposto nel panorama culturale dell’anteguerra grazie al suo "teppismo intellettuale" e al suo sconcertante linguaggio iconoclastico: Giovanni Papini, la cui conversione alla fede cattolica – dopo essere stato un teorico dell’irrazionalismo più dissacrante – era stata sancita dalla Storia di Cristo (1921).

In un opuscolo che fu tradotto in diverse lingue straniere, L’Anno santo e le quattro paci, il Papini riprese e commentò da par suo la bolla d’indizione, Infinita Dei misericordia, emessa da Pio XI il 29 maggio 1924 e tutta incentrata sulla pace, in opposizione allo «spirito del mondo» che sospinge verso la guerra e la crudeltà e la rapina. Il Papa – sottolinea il Papini – invita fermamente i credenti a far sì che l’Anno santo non sia solo «un ritrovo di romei, uno spettacolo liturgico, un rinfocolamento di devozioni, una conquista di straordinarie indulgenze. Deve essere innanzi tutto il principio della pace, di quella vera pace che restituisca all’umanità torturata e torturante il lume d’un primo riposo». La via per giungere a questa meta consiste in una "quadruplice riconciliazione": «Riconciliazione perfetta d’ogni uomo con Dio. Riconciliazione sincera tra cittadini e cittadini d’uno stesso popolo. Riconciliazione leale tra popolo e popolo. Riconciliazione amorosa dei cristiani separati colla Chiesa universale».

Per la tormentata religiosità dello scrittore fiorentino è la riconciliazione con Dio che rappresenta l’atto più duro e impegnativo, in quanto la «superbia nostra moderna, volgare e filosofica, che ha fatto dell’uomo quasi un Dio», dovrà piegarsi con umiltà all’«assoluto riconoscimento della nostra perversità sia esteriore che dissimulata». Eppure basta poco per fruire dell’amore infinito di Dio, il quale «è un Povero talmente ricco che benedice la più misera elemosina»; talmente sovrabbondante d’amore e di compassione da aver «incluso tra le leggi dell’universo spirituale quella che è la più meravigliosa di tutte: la reversibilità dei meriti», su cui si fonda l’economia dell’Anno santo.

È la riconciliazione con Dio il presupposto delle altre riconciliazioni: di quella interna agli Stati, con la fine della guerra civile che ha insanguinato molti Paesi all’indomani del conflitto mondiale e che «serpeggia ancora in troppi Paesi del mondo per colpa della superbia e dell’avidità»; e di quella fra i popoli, minacciati ancora dalla guerra, «più ipocrita di prima ma non meno crudele». Ed ecco – steso da colui che sulle pagine della rivista Lacerba s’era fatto cantore della guerra – il quadro lucido di un dopoguerra tutto avviluppato in contrasti che avrebbero alfine condotto allo scoppio della seconda guerra mondiale: «I trattati imperfetti, le inadempienze involontarie o volute, la tracotanza dei vincitori, la malafede dei vinti, le irrequietezze dei piccoli Stati, l’incosciente ferocia egoista dei grandi, le vecchie e le nuove rivalità, i conati di rivincita, le paure di chi fu vittima nel passato, e oggi non s’accorge d’esser carnefice, sono le principali cause del turbamento e del fermento che oggi sconvolge, sotto l’apparente tranquillità, l’Europa e l’Asia».

Venticinque anni dopo, in occasione del Giubileo indetto da Pio XII, il Papini impugnerà nuovamente la penna, scrivendo un articolo su "Anno santo e peccato" per un numero speciale de L’Illustrazione italiana (dicembre 1949) cui collaborarono altre grandi firme, come Antonio Baldini, Giovanni Ansaldo e l’allora monsignor Giovan Battista Montini. Questa volta lo scrittore fiorentino non commenta la bolla d’indizione (la Iubilaeum maximum, emanata il 26 maggio 1949), ma denuncia con l’acre vigore che gli era proprio il rischio che l’Anno santo si riduca a una gigantesca operazione turistico-commerciale, svuotata di ogni senso interiore. "L’anno del gran ritorno e del gran perdono": era questo il motivo ispiratore del celebre radiomessaggio Non mai forse, pronunciato da Pio XII il 23 dicembre 1949 in occasione dell’apertura della Porta santa.

Un messaggio di grande respiro, che fa della Chiesa l’interlocutrice prima dell’umanità e che punta con decisione al superamento di quel nuovo ordine affermatosi a partire dal XVIII secolo e contrassegnato dalla contrapposizione – pur nel comune denominatore materialistico – fra l’individualismo senza freni e il totalitarismo collettivista e ateo.

Ma il vecchio Papini sembra lasciare sullo sfondo il grande tema della riconciliazione e con il tono del moralista esacerbato e quasi iroso punta diritto a quello che a suo avviso è il cuore del problema: nella coscienza comune il senso del peccato è venuto meno e ciò pregiudica alla radice il buon esito dell’Anno santo. L’antico iconoclasta, nemico del conformismo sociale e culturale, rivolge ora il suo stile incisivo contro quella sorta di conformismo interiore che appiattisce la coscienza morale sulle debolezze e sulle abitudini del proprio io, e che riduce l’antico "romeo" a un banale turista.

Rispetto al discorso svolto nel 1925, questo nuovo intervento sul Giubileo suona più duro e pessimista, ma anche più consono al temperamento del Papini: «È inutile far tanti apprestamenti e apparecchiamenti per l’Anno santo se manca, nelle anime, l’essenziale premessa che fu ed è la sua ragion d’essere: il senso del peccato. Le fiumane di pellegrinanti che saranno scaricate a Roma dai treni, dai carrozzoni a motore, dagli aeroplani e dagli alianti saranno profittevoli al commercio della chincaglieria sacra, all’industria alberghiera, alle ferrovie dello Stato e alle società di navigazione marittima ed aerea, ma non avranno importanza alcuna nell’ordine morale e spirituale se non sarà in tutti, forte e chiaro, il senso del peccato...».

I dubbi di papa Montini

«Ci siamo domandati se una simile tradizione meriti d’essere mantenuta nel tempo nostro, tanto diverso dai tempi passati, e tanto condizionato, da un lato, dallo stile religioso impresso dal recente Concilio alla vita ecclesiale, e, dall’altro, dal disinteresse pratico di tanta parte del mondo moderno verso espressioni rituali d’altri secoli...». Con questa domanda, che non era certo retorica, papa Montini dava ufficialmente notizia (era il 9 maggio 1973) della decisione d’indire l’Anno santo 1975.

Una decisione tutt’altro che scontata, com’era avvenuto invece per i suoi predecessori, poiché negli anni fervidi e tumultuosi del dopo-concilio il richiamo a un istituto risalente al Medioevo e legato a un’ecclesiologia "papocentrica" poteva apparire anacronistico e facilmente soggetto a contestazione. Certo, un pontefice che esprime pubblicamente i suoi dubbi sull’opportunità di mantenere in vita la tradizione del Giubileo è un fatto inconsueto, segno del mutamento epocale intervenuto con il Vaticano II, ma anche dello stile intellettuale che fu proprio di papa Montini.

Sono al riguardo significative le riflessioni di un intellettuale francese, amico personale di papa Montini e scomparso quasi centenario il 21 marzo di quest’anno, alle soglie del grande Giubileo del 2000: Jean Guitton, docente di storia della filosofia alla Sorbona e membro dell’Académie Française, il primo laico cui fu concesso di prendere ufficialmente la parola in un concilio ecumenico.

Già autore del Libro d’ore (1966) sulle vicende conciliari e dei Dialoghi con Paolo VI (1967), Jean Guitton pubblicò anche due volumetti sul Giubileo, Paolo VI e l’Anno santo verso la riconciliazione e Preghiere per l’Anno santo. «Mi sono chiesto talvolta – scrive il filosofo francese – se Paolo VI avesse ragione di offrirsi così "spoglio delle sue vesti"; se colui che guida gli altri debba comunicare i propri problemi; se egli non debba fornire soltanto delle soluzioni (...). Se avessi potuto presentare quest’osservazione a Paolo VI, mi avrebbe indubbiamente risposto che la perfetta sincerità che esige l’uomo moderno, quando si è al vertice, bisogna praticarla, ancora e più che mai (...)».

Il personalismo di Guitton

Da buon filosofo cattolico e francese, Jean Guitton propone un approccio personalistico ai temi della conversione e riconciliazione, che – al di là dei riti esteriori – rappresentano il nucleo vitale dell’Anno santo. È l’interiorità profonda Guitton (1901-99).della persona a costituire il luogo della penitenza e della riconciliazione, secondo un percorso che ha la sua immagine visibile nella figura stessa di Paolo VI (con la sua radicale sincerità con se stesso) e il suo modello nell’itinerario esistenziale e spirituale di sant’Agostino: «Si capisce perché il Papa ami tanto leggere le Confessioni di sant’Agostino, quest’opera unica nella storia di ogni letteratura. Scendere nelle profondità di se stesso, innalzarsi fino alle altezze di se stesso, essere più intimo del proprio intimo, più alto del proprio sublime; di conseguenza coincidere con la presenza in sé di Dio che è più me di me stesso, questa è l’idea che ispira le sue omelìe».

Muovere dalla "persona" significa avere piena consapevolezza dell’attuale condition humaine, e quindi nutrire verso la modernità un atteggiamento dialogico e non di pura e semplice denuncia degli "errori del mondo". È il grande insegnamento della Gaudium et spes, che il Guitton applica anche all’Anno santo, pur mettendo in guardia contro il rischio di un "fenomeno d’inversione", ossia di uno svuotamento del cristianesimo in senso orizzontale, sino a trasformarlo in una sorta di religione dell’umanità. Non a caso il pensatore francese si sofferma di nuovo su questo tema nella parte centrale del volume, dedicata ai quattro elementi essenziali del Giubileo (conversione, santificazione, riconciliazione, espiazione). Qui il Guitton ribadisce che, «se il cristiano ama l’altro uomo, non è per una vaga fraternità; è perché egli vede nell’altro, nel prossimo, chiunque esso sia, l’immagine di Dio (...). È quindi dall’amore di Dio che bisogna procedere per comprendere l’amore degli uomini. È stato spesso detto che, nell’ideale proposto dall’Anno santo, la riconciliazione con Dio è al primo posto. È qui il lato paradossale o difficile dell’Anno santo, come di ogni vita spirituale».

Sulla priorità della riconciliazione con Dio aveva insistito, come s’è visto, anche il Papini; ma, mentre questi sottolineava l’urgenza di riconoscere il nostro status di peccatori, il pensatore francese propone un itinerario interiore che mira a fondare filosoficamente il rapporto costitutivo che la persona ha con l’Essere trascendente: attraverso il dubbio iperbolico di Cartesio posso dubitare di tutto, tranne che del mio essere, «e quando vado in fondo a questo essere vi trovo la presenza di un altro Essere che mi precede, che mi consumerà, che è più presente in me di me stesso. È chiaro che è questo rapporto primario, questo rapporto ultimo, questo rapporto segreto, questo rapporto fondamentale, che costituisce il fondo della religione...».

Sono parole su cui meditare ancora oggi, nel segno di una interiorizzazione del Giubileo, depurato di quegli aspetti troppo materiali che già il Papini aveva denunciato mezzo secolo fa e che, inevitabilmente, si ripresenteranno anche nel grande Giubileo dell’anno 2000. Ma queste stesse parole, dette da un laico e intrise di filosofia, mostrano pure come nel corso del XX secolo il Giubileo sia diventato un tema di riflessione, anziché limitarsi a essere, come in passato, una pratica religiosa interna alla vita della Chiesa. Questo da Voltaire non era stato previsto.

Gregorio Piaia
    

STORIA DI PELLEGRINI

Per dare un’idea non superficiale del Giubileo, la studiosa di Storia, LucettaCopertina de: Il giubileo. Scaraffia, conduce il lettore nei meandri della Roma dei papi per documentare su quali principi i pellegrini sono invitati a recarsi nella città eterna. Dal Medioevo alla Controriforma, dal teatro delle meraviglie alla ragione e sentimento ottocenteschi, l’autrice in Il giubileo (il Mulino, lire 14.000) illustra il percorso degli eventi che hanno portato all’attuale Giubileo, quello della richiesta di perdono da parte della Chiesa. Nell’incontro con la modernità, la celebrazione ha assunto un volto nuovo che paradossalmente allontana il "cielo" dalla "terra".

    
NOTE

1 Per una più ampia impostazione del tema e per dettagliate indicazioni bibliografiche si rinvia a Il Giubileo nella storia delle idee, a cura di Gregorio Piaia, in "Studia Patavina. Rivista di scienze religiose", n. 46 (1999), pp. 313-490, ove sono anche pubblicati i risultati di una ricerca di gruppo svolta per conto del Cnr. (torna al testo)
    

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