![]() |
|||
| DA VOLTAIRE A JEAN GUITTON Il Giubileo e gli intellettuali di Gregorio Piaia |
|||
![]() |
Le fiumane di fedeli
che giungeranno a Roma da tutto il mondo saranno utili al commercio della chincaglieria
sacra, alle ferrovie, agli alberghi, ma non alla vita spirituale delle persone se queste
non sceglieranno dessere oneste. Il monito del vecchio Papini, rischia oggi di
mantenersi attuale. Vorrei proporre in queste pagine una lettura meno consueta del Giubileo, a partire dalla domanda: di fronte a questo ricorrente evento religioso quali atteggiamenti ha assunto il mondo intellettuale, che in questi ultimi tre secoli, in particolare dopo la Rivoluzione del 1789, ha aspirato a svolgere nella società un ruolo di guida morale e politica, oltre che culturale? (1). Il Giubileo è un evento che coinvolge grandi masse di fedeli e che è fondato su una disposizione interiore e su una serie di pratiche rituali la cui definizione risale a tempi ormai remoti. Esso parrebbe quindi estraneo a una dimensione intellettuale che non sia quella strettamente teologica, collegata alla tradizionale e tanto discussa dottrina delle indulgenze. Non è un caso che latteggiamento degli intellettuali verso il Giubileo, quando
non si tratti di pura e semplice indifferenza, oscilli per lo più fra la curiosità,
lironia e laperta polemica. Basti pensare a Voltaire, figura simbolo
dellintellettuale Quanto al Giubileo ebraico (che prevedeva ogni 49 o 50 anni il ritorno delle terre ai primitivi proprietari), Voltaire osserva ironicamente che sarebbe opportuno ripristinarlo, perché consentirebbe a molte nobili famiglie di recuperare i terreni che i loro antenati, in un momento di debolezza, avevano lasciato in eredità alla Chiesa. Ma in uno scritto successivo, affrontando più seriamente listituzione del Giubileo nellantico popolo dIsraele, il filosofo francese giudica tale pratica del tutto deleteria sul piano economico-sociale, perché non garantisce il diritto di proprietà, che egli ritiene fondamentale, e impedisce un effettivo miglioramento dei terreni e delle tecniche di coltivazione: chi mai sarebbe indotto a impegnarsi in tal senso, se dopo qualche anno la terra ritorna in possesso dellantico proprietario, che magari laveva lasciata nellincuria? Un ostacolo, dunque, al progresso e alla modernizzazione, così come la versione "spirituale" del Giubileo, elaborata dalla Chiesa romana, copre in realtà secondo Voltaire la brama di potere e di denaro. Non è facile trovare nella sterminata letteratura dellOttocento accenni e richiami allAnno santo, anche perché lunico Giubileo ordinario che poté svolgersi in tutto il secolo fu quello del 1825, in piena Restaurazione. Se sfogliamo lautobiografia di Massimo dAzeglio, un protagonista del nostro Risorgimento, troviamo un giudizio ironico e poco esaltante sul "gran Giubileo universale" indetto per lappunto da papa Leone XII per il 1825. In quel periodo il giovane dAzeglio era a Roma per studiare e praticare larte pittorica, e poté così vedere la città «trasformata per dodici mesi in un grande stabilimento desercizi spirituali»: prediche e funzioni e processioni dappertutto, teatri chiusi, danze e feste sospese, e tutto ciò a detta del dAzeglio senza alcun profitto sul piano spirituale, poiché i giovani romani suoi coetanei, costretti a partecipare alle numerose cerimonie religiose, «eran arrabbiati contro i preti e il loro sistema più di prima». Da buon aristocratico piemontese, il dAzeglio aveva usato toni discreti. Ma se ci volgiamo alla testimonianza del famoso poeta romanesco Gioacchino Belli, relativa ai Giubilei straordinari del 1832 e del 1846, il tono si fa decisamente scanzonato e irriverente, e lAnno santo diventa un anno di cuccagna, in cui ci si può liberare con alcuni gesti esteriori di tutte le colpe e pene: «Arfine, grazziaddio, semo arrivati/ allanno-santo! Alegramente, Meo:/ er Papa ha spubbricato er iubbileo/ pe ttutti li cristiani bbattezzati.// Bbeato in tutto stanno chi ha peccati,/ ché a la cusscenza nun je resta gneo!/ Basta nun èsse ggiacobbino o ebbreo/ o antra razza di cani arinegati.// Se leva ar purgatorio er catenaccio;/ e allinferno, peccristo, pe cquestanno,/ pòi fà, pòi dì, nun ce se va un cazzaccio.// Tu vva a le sette-cchiese sorfeggianno,/ méttete in testa un po de sceneraccio/ e ttienghi er paradiso ar tu commanno». Se poi ci spostiamo sul fronte dei più accaniti "mangiapreti" delletà risorgimentale e prendiamo in mano gli scritti di Francesco Domenico Guerrazzi, vediamo come indulgenze e Giubilei siano oggetto di critiche velenose. Basti un solo esempio: allinizio del romanzo postumo, Il secolo che muore (1885), il repubblicano Guerrazzi nota che «titoli e fregi di re (ossia le onorificenze concesse dai sovrani) corrispondono a un puntino con le indulgenze del papa. Finché si trovi chi se ne contenta, i papi e i re si tengono le tasche piene di questo becchime (!), e operano divinamente». È il clima tipico del nostro Ottocento, in cui, dopo lintensa ma breve fiammata neoguelfa spentasi nel 1848, listanza di rinascita nazionale saccompagna spesso al disprezzo per tutto ciò che sa di chiesastico e di "papalino", mentre la devozione popolare, a cominciare dai pellegrinaggi, è liquidata come un fenomeno retrogrado e oscurantista.
Il libero pensiero italico I riflessi di questo clima si avvertono ancora nel Giubileo dellanno 1900, indetto da Leone XIII dopo che al suo predecessore Pio IX era stato impossibile a causa delle vicende politico-militari della Repubblica romana prima e poi della presa di Porta Pia effettuare i Giubilei ordinari del 1850 e del 1875. Nellanno 1900 ricorreva anche il terzo centenario della condanna al rogo del filosofo ed ex domenicano Giordano Bruno, che la Massoneria aveva innalzato al ruolo di martire per eccellenza del libero pensiero, e ricorreva altresì il sesto centenario dellimmaginario viaggio di Dante nell"oltretomba". Sullispirazione cristiana della Divina Commedia non si nutrivano certo dubbi, ma nel corso dellOttocento sera ampiamente affermata limmagine di un Dante "ghibellino" e nemico feroce di papa Bonifacio VIII, un Dante ispiratore dellunità dItalia e precursore della moderna libertà di pensiero attraverso i veli medievali dellallegoria. Tale immagine venne ufficialmente contrapposta al Giubileo cattolico su iniziativa dello stesso ministro della Pubblica Istruzione Guido Baccelli, il quale promosse in tutto il Paese la celebrazione dell«anno giubilare della Divina Commedia», inteso come «Giubileo del libero pensiero italico». È in questo clima di mobilitazione ideologica che si colloca il dibattito svoltosi a distanza fra il giovane vescovo di Trivento nel Molise, monsignor Carlo Pietropaoli, e lanziano Baldassare Labanca, molisano pure lui ed ex sacerdote, che fu il primo docente di storia del cristianesimo allUniversità di Roma e contribuì a diffondere in Italia il razionalismo religioso di Ernest Renan. In una conferenza su "Il Giubileo nella Divina Commedia" tenuta a Trivento nel marzo 1900 e poi ripetuta ad Agnone, paese natale del Labanca, il Pietropaoli era sceso in campo contro quanti avevano contrapposto il pensiero di Dante alla dottrina ufficiale della Chiesa. La sua tesi era che il tema del Giubileo, legato alla dottrina della penitenza e delle indulgenze, svolge un ruolo importante nelleconomia del poema dantesco, che viene presentato, con una certa enfasi, come "uno splendido manuale del Giubileo". Copia di questa conferenza, data subito alle stampe, venne inviata al Labanca, il quale, toccato nel vivo, rispose con un articolo sulla Rivista europea. Con stile garbato ma fermo il vecchio professore smonta la tesi del vescovo di Trivento, osservando che nella Commedia non si parla delle indulgenze plenarie e i riferimenti al Giubileo sono assai pochi e marginali; ma, nellintento di rovesciare la tesi del Pietropaoli, egli si porta a sua volta in un terreno assai opinabile, ipotizzando che il sostanziale silenzio di Dante sul valore del Giubileo dipenda dal dissenso profondo che il poeta nutriva verso la politica teocratica di Bonifacio VIII, ben più temibile del potere temporale esercitato dai papi nello Stato della Chiesa. Sicché lauspicio del Labanca, che si fa qui profeta dei tempi nuovi, è che il secolo XX possa eliminare alle radici il potere teocratico della Chiesa, così come il secolo XIX era riuscito a eliminare il potere temporale. "La Porta santa" di Pascoli Il Labanca, e con lui molti altri intellettuali dellepoca, aveva piena fiducia in una visione del progresso che vedeva la Chiesa cattolica ormai destinata allestinzione o a una sopravvivenza del tutto marginale. In tale prospettiva il Giubileo è visto come il «vano tentativo di un richiamo alle antiche tradizioni della Chiesa», e nulla più. In realtà il passaggio al Novecento, il secolo moderno per eccellenza, rivela anche le prime incrinature in una visione del mondo che sembrava fondata su solide certezze scientifiche e filosofiche. Ne è una spia, ad esempio, una lirica di Giovanni Pascoli (che non era certo un cattolico osservante) intitolata La Porta santa e che inizia con lomaggio alla figura esile e minuta del vecchio pontefice Leone XIII nellatto in cui sta per murare la Porta santa in San Pietro e dichiarare chiuso il Giubileo del 1900: «Uomo, che quando fievole/ mormori, il mondo tode,/ pallido eroe, custode/ dellalto atrio di Dio;// leva la man dallopera,/ o immortalmente stanco!/ Scingi il grembiul tuo bianco,/ mite schiavo di Dio...». Al di là del rituale, il gesto del pontefice è vissuto dal poeta come un simbolo assai più ampio e coinvolgente: la Porta santa che si chiude richiama limmagine così diffusa nei cimiteri monumentali dellOttocento della porta di un immenso sepolcro cui tutta lumanità è destinata, e alla figura diafana del vecchio Papa si sovrappone la figura bianca ed evanescente della morte. È questa la vera protagonista della poesia, e di fronte a essa il Papa vegliardo svolge una funzione duplice e ambigua. Per la sua estrema vecchiezza si può dire che egli riassuma in sé il destino che attende ogni uomo; ma per il suo ruolo di capo visibile di una Chiesa fondata su un annuncio di trascendenza egli è punto di riferimento per lumanità intera, in quanto depositario delle chiavi che possono introdurci nel mondo eterno, in cui la morte è sconfitta («Tutti i fratelli tremano/ seguendo te che tremi,/ come su gli orli estremi/ dinvisibili abissi./Vecchio che in noi timmilli (= ti moltiplichi a migliaia),/ lasciaci udir gli squilli/ dellimmortalità!»). Al senso doloroso della morte come destino ineluttabile delluomo viene così opposta la prospettiva dellaldilà, espressione di una più profonda istanza mistica cui il poeta non sa però dare risposta. Non resta allora che rivolgere uninvocazione al vecchio Papa, così fragile eppure così forte, perché illumini unumanità errante che ha come sua prospettiva ultima la desolata visione dellastro solare che muore, trascinando con sé ogni forma terrestre di vita e di coscienza: «Non ci lasciar nellatrio/ del viver nostro, avanti/ la Porta chiusa, erranti/ come vane parole;/ ad aspettar che lultima/ gelida e fosca aurora/ chiuda alle genti ancora/ la gran porta del Sole;/ quando la Terra nera/ girerà vuota, e chera/ Terra, signorerà». Il quarto di secolo che intercorre fra il Giubileo di Leone XIII e quello di Pio XI vale quanto un secolo intero, se si tiene conto dei mutamenti epocali occorsi in quel breve volgere danni. In Italia, in particolare, la crisi rapida del positivismo sotto i colpi congiunti del neoidealismo e delle tendenze irrazionalistiche, e poi lesperienza dirompente della grande guerra e le travagliate vicende del dopoguerra, mutarono radicalmente gli atteggiamenti mentali. Il neofita Giovanni Papini Un segno dei tempi mutati è rappresentato dalla figura dellintellettuale che maggiormente si espose nel pubblicizzare unoperazione così "chiesastica" come il Giubileo: non un cattolico di vecchia data e di provata fedeltà, cresciuto fra canoniche, sacrestie e anticamere di vescovi, bensì un neofita che aveva aderito al cattolicesimo da pochi anni, dopo essersi imposto nel panorama culturale dellanteguerra grazie al suo "teppismo intellettuale" e al suo sconcertante linguaggio iconoclastico: Giovanni Papini, la cui conversione alla fede cattolica dopo essere stato un teorico dellirrazionalismo più dissacrante era stata sancita dalla Storia di Cristo (1921). In un opuscolo che fu tradotto in diverse lingue straniere, LAnno santo e le quattro paci, il Papini riprese e commentò da par suo la bolla dindizione, Infinita Dei misericordia, emessa da Pio XI il 29 maggio 1924 e tutta incentrata sulla pace, in opposizione allo «spirito del mondo» che sospinge verso la guerra e la crudeltà e la rapina. Il Papa sottolinea il Papini invita fermamente i credenti a far sì che lAnno santo non sia solo «un ritrovo di romei, uno spettacolo liturgico, un rinfocolamento di devozioni, una conquista di straordinarie indulgenze. Deve essere innanzi tutto il principio della pace, di quella vera pace che restituisca allumanità torturata e torturante il lume dun primo riposo». La via per giungere a questa meta consiste in una "quadruplice riconciliazione": «Riconciliazione perfetta dogni uomo con Dio. Riconciliazione sincera tra cittadini e cittadini duno stesso popolo. Riconciliazione leale tra popolo e popolo. Riconciliazione amorosa dei cristiani separati colla Chiesa universale». Per la tormentata religiosità dello scrittore fiorentino è la riconciliazione con Dio che rappresenta latto più duro e impegnativo, in quanto la «superbia nostra moderna, volgare e filosofica, che ha fatto delluomo quasi un Dio», dovrà piegarsi con umiltà all«assoluto riconoscimento della nostra perversità sia esteriore che dissimulata». Eppure basta poco per fruire dellamore infinito di Dio, il quale «è un Povero talmente ricco che benedice la più misera elemosina»; talmente sovrabbondante damore e di compassione da aver «incluso tra le leggi delluniverso spirituale quella che è la più meravigliosa di tutte: la reversibilità dei meriti», su cui si fonda leconomia dellAnno santo. È la riconciliazione con Dio il presupposto delle altre riconciliazioni: di quella interna agli Stati, con la fine della guerra civile che ha insanguinato molti Paesi allindomani del conflitto mondiale e che «serpeggia ancora in troppi Paesi del mondo per colpa della superbia e dellavidità»; e di quella fra i popoli, minacciati ancora dalla guerra, «più ipocrita di prima ma non meno crudele». Ed ecco steso da colui che sulle pagine della rivista Lacerba sera fatto cantore della guerra il quadro lucido di un dopoguerra tutto avviluppato in contrasti che avrebbero alfine condotto allo scoppio della seconda guerra mondiale: «I trattati imperfetti, le inadempienze involontarie o volute, la tracotanza dei vincitori, la malafede dei vinti, le irrequietezze dei piccoli Stati, lincosciente ferocia egoista dei grandi, le vecchie e le nuove rivalità, i conati di rivincita, le paure di chi fu vittima nel passato, e oggi non saccorge desser carnefice, sono le principali cause del turbamento e del fermento che oggi sconvolge, sotto lapparente tranquillità, lEuropa e lAsia». Venticinque anni dopo, in occasione del Giubileo indetto da Pio XII, il Papini impugnerà nuovamente la penna, scrivendo un articolo su "Anno santo e peccato" per un numero speciale de LIllustrazione italiana (dicembre 1949) cui collaborarono altre grandi firme, come Antonio Baldini, Giovanni Ansaldo e lallora monsignor Giovan Battista Montini. Questa volta lo scrittore fiorentino non commenta la bolla dindizione (la Iubilaeum maximum, emanata il 26 maggio 1949), ma denuncia con lacre vigore che gli era proprio il rischio che lAnno santo si riduca a una gigantesca operazione turistico-commerciale, svuotata di ogni senso interiore. "Lanno del gran ritorno e del gran perdono": era questo il motivo ispiratore del celebre radiomessaggio Non mai forse, pronunciato da Pio XII il 23 dicembre 1949 in occasione dellapertura della Porta santa. Un messaggio di grande respiro, che fa della Chiesa linterlocutrice prima dellumanità e che punta con decisione al superamento di quel nuovo ordine affermatosi a partire dal XVIII secolo e contrassegnato dalla contrapposizione pur nel comune denominatore materialistico fra lindividualismo senza freni e il totalitarismo collettivista e ateo. Ma il vecchio Papini sembra lasciare sullo sfondo il grande tema della riconciliazione e con il tono del moralista esacerbato e quasi iroso punta diritto a quello che a suo avviso è il cuore del problema: nella coscienza comune il senso del peccato è venuto meno e ciò pregiudica alla radice il buon esito dellAnno santo. Lantico iconoclasta, nemico del conformismo sociale e culturale, rivolge ora il suo stile incisivo contro quella sorta di conformismo interiore che appiattisce la coscienza morale sulle debolezze e sulle abitudini del proprio io, e che riduce lantico "romeo" a un banale turista. Rispetto al discorso svolto nel 1925, questo nuovo intervento sul Giubileo suona più duro e pessimista, ma anche più consono al temperamento del Papini: «È inutile far tanti apprestamenti e apparecchiamenti per lAnno santo se manca, nelle anime, lessenziale premessa che fu ed è la sua ragion dessere: il senso del peccato. Le fiumane di pellegrinanti che saranno scaricate a Roma dai treni, dai carrozzoni a motore, dagli aeroplani e dagli alianti saranno profittevoli al commercio della chincaglieria sacra, allindustria alberghiera, alle ferrovie dello Stato e alle società di navigazione marittima ed aerea, ma non avranno importanza alcuna nellordine morale e spirituale se non sarà in tutti, forte e chiaro, il senso del peccato...». I dubbi di papa Montini « Ci siamo domandati se una simile tradizione meriti dessere mantenuta nel tempo nostro, tanto diverso dai tempi passati, e tanto condizionato, da un lato, dallo stile religioso impresso dal recente Concilio alla vita ecclesiale, e, dallaltro, dal disinteresse pratico di tanta parte del mondo moderno verso espressioni rituali daltri secoli...». Con questa domanda, che non era certo retorica, papa Montini dava ufficialmente notizia (era il 9 maggio 1973) della decisione dindire lAnno santo 1975.Una decisione tuttaltro che scontata, comera avvenuto invece per i suoi predecessori, poiché negli anni fervidi e tumultuosi del dopo-concilio il richiamo a un istituto risalente al Medioevo e legato a unecclesiologia "papocentrica" poteva apparire anacronistico e facilmente soggetto a contestazione. Certo, un pontefice che esprime pubblicamente i suoi dubbi sullopportunità di mantenere in vita la tradizione del Giubileo è un fatto inconsueto, segno del mutamento epocale intervenuto con il Vaticano II, ma anche dello stile intellettuale che fu proprio di papa Montini. Sono al riguardo significative le riflessioni di un intellettuale francese, amico personale di papa Montini e scomparso quasi centenario il 21 marzo di questanno, alle soglie del grande Giubileo del 2000: Jean Guitton, docente di storia della filosofia alla Sorbona e membro dellAcadémie Française, il primo laico cui fu concesso di prendere ufficialmente la parola in un concilio ecumenico. Già autore del Libro dore (1966) sulle vicende conciliari e dei Dialoghi con Paolo VI (1967), Jean Guitton pubblicò anche due volumetti sul Giubileo, Paolo VI e lAnno santo verso la riconciliazione e Preghiere per lAnno santo. «Mi sono chiesto talvolta scrive il filosofo francese se Paolo VI avesse ragione di offrirsi così "spoglio delle sue vesti"; se colui che guida gli altri debba comunicare i propri problemi; se egli non debba fornire soltanto delle soluzioni (...). Se avessi potuto presentare questosservazione a Paolo VI, mi avrebbe indubbiamente risposto che la perfetta sincerità che esige luomo moderno, quando si è al vertice, bisogna praticarla, ancora e più che mai (...)». Il personalismo di Guitton Da buon filosofo
cattolico e francese, Jean Guitton propone un approccio personalistico ai temi della
conversione e riconciliazione, che al di là dei riti esteriori
rappresentano il nucleo vitale dellAnno santo. È linteriorità profonda Muovere dalla "persona" significa avere piena consapevolezza dellattuale condition humaine, e quindi nutrire verso la modernità un atteggiamento dialogico e non di pura e semplice denuncia degli "errori del mondo". È il grande insegnamento della Gaudium et spes, che il Guitton applica anche allAnno santo, pur mettendo in guardia contro il rischio di un "fenomeno dinversione", ossia di uno svuotamento del cristianesimo in senso orizzontale, sino a trasformarlo in una sorta di religione dellumanità. Non a caso il pensatore francese si sofferma di nuovo su questo tema nella parte centrale del volume, dedicata ai quattro elementi essenziali del Giubileo (conversione, santificazione, riconciliazione, espiazione). Qui il Guitton ribadisce che, «se il cristiano ama laltro uomo, non è per una vaga fraternità; è perché egli vede nellaltro, nel prossimo, chiunque esso sia, limmagine di Dio (...). È quindi dallamore di Dio che bisogna procedere per comprendere lamore degli uomini. È stato spesso detto che, nellideale proposto dallAnno santo, la riconciliazione con Dio è al primo posto. È qui il lato paradossale o difficile dellAnno santo, come di ogni vita spirituale». Sulla priorità della riconciliazione con Dio aveva insistito, come sè visto, anche il Papini; ma, mentre questi sottolineava lurgenza di riconoscere il nostro status di peccatori, il pensatore francese propone un itinerario interiore che mira a fondare filosoficamente il rapporto costitutivo che la persona ha con lEssere trascendente: attraverso il dubbio iperbolico di Cartesio posso dubitare di tutto, tranne che del mio essere, «e quando vado in fondo a questo essere vi trovo la presenza di un altro Essere che mi precede, che mi consumerà, che è più presente in me di me stesso. È chiaro che è questo rapporto primario, questo rapporto ultimo, questo rapporto segreto, questo rapporto fondamentale, che costituisce il fondo della religione...». Sono parole su cui meditare ancora oggi, nel segno di una interiorizzazione del Giubileo, depurato di quegli aspetti troppo materiali che già il Papini aveva denunciato mezzo secolo fa e che, inevitabilmente, si ripresenteranno anche nel grande Giubileo dellanno 2000. Ma queste stesse parole, dette da un laico e intrise di filosofia, mostrano pure come nel corso del XX secolo il Giubileo sia diventato un tema di riflessione, anziché limitarsi a essere, come in passato, una pratica religiosa interna alla vita della Chiesa. Questo da Voltaire non era stato previsto. Gregorio Piaia
|
||
![]() |