Non ci sono fatti mirabolanti da attendere. Lunica
vera rivoluzione del trapasso dei millenni, che ci attende, è la conversione. Mentre
lorologio procede nel suo inesorabile conto alla rovescia, abbiamo tempo per
prendere le misure e arrivare alle opportune decisioni.
Giovanni Paolo II non ha nessun dubbio a questo proposito. Nella Bolla di indizione del
grande Giubileo dellanno 2000, egli scrive: «Il tempo giubilare ci introduce a quel
robusto linguaggio che la divina pedagogia della salvezza impiega per sospingere
luomo alla conversione e alla penitenza». E ancora: «La storia mostra con quanto
trasporto il popolo di Dio abbia sempre vissuto gli Anni santi, vedendo in essi una
ricorrenza in cui linvito di Gesù alla conversione si fa sentire in modo più
intenso».
La conversione è il primo frutto dellAnno santo. Di ogni Anno santo, ma in
particolare di questo che chiude un millennio e ne apre un altro. Se tutti i tempi sono
nelle mani di Dio, questi momenti lo sono in modo particolare. Sono le grandi occasioni, i
tempi favorevoli, i kairói direbbe la Bibbia, le opportunità più importanti e
più dense che ci presenta la vita. Più di sempre valgono le parole dellApocalisse:
«Io sto alla porta e busso; se qualcuno mi apre, io entrerò da lui e cenerò con lui ed
egli con me». Abbassiamo le tende, chiudiamo le imposte, stacchiamo le spine: il
ticchettio di Dio non si avverte nel frastuono e nella dissipazione. Dio parla nel
silenzio, nel deserto, lontano dalle piazze e dai rumori. E noi non possiamo pretendere di
cambiare il suo stile e le sue abitudini.
Conversione: una parola tanto lontana dal vocabolario delluomo contemporaneo
quanto centrale nel messaggio di Dio. Apparentemente un cammino opposto: luomo di
oggi domanda la sua piena espansione e realizzazione, il successo e il compimento; Dio
domanda la purificazione e la rinuncia. La realtà è invece unaltra: solo in questa
seconda maniera luomo realizza pienamente se stesso e dà totale compimento alle sue
potenzialità ed energie. Non è in questione luomo come tale, ma luomo
vecchio, luomo della sensualità, delle concupiscenze e del peccato. La conversione
è la condanna di questa parte degenere della nostra umanità. In questo senso, Evagrio il
Pontico può dire: «Linizio della salvezza è la condanna di se stessi». E, come
avverte il Concilio Vaticano II, «chi segue Cristo vero uomo, si fa lui più uomo».
Sulla conversione ci vorrebbero quelle idee chiare che ci ha trasmesso lantica
tradizione e che ha riscoperto con forza lattuale riflessione della Chiesa. Non si
tratta di cambiare in questo o quello, non si tratta di inseguire uno a uno i nostri quasi
inestinguibili difetti, non si tratta nemmeno di un impegno morale, che alla resa dei
conti sarebbe poi al di là delle nostre possibilità. Conversione è riorientamento delle
fonti del nostro pensiero e delle nostre azioni, decisione (cioè taglio) radicale,
purificazione delle stesse sorgenti della nostra vita, scelta fondamentale, consegna,
abbandono di se stessi a Dio, alla sua parola e alla sua volontà. Alla resa dei conti è
latteggiamento pieno della fede intesa nel suo senso profondo, accettazione
dellautentica legge della croce, cambiamento di cuore. Un sì detto una volta sola,
a cui rimane poi aggrappata lintera nostra esistenza.
Cambiamento del cuore
«Vi darò un cuore
nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo». Le parole del profeta mettono in luce
che si tratta di un dono di Dio, una conseguenza della sua grazia e della sua misericordia
e non il frutto dei nostri sforzi e del nostro impegno. Luomo non si converte da
solo, anche se è chiamato a dare la sua insostituibile collaborazione. Ci si converte nel
pentimento e nel digiuno, ma soprattutto ci si converte nella preghiera e
nellinvocazione.
Una formula? Non ce nè una migliore di quella di Maria nel tempo
dellannunciazione: «Io sono la serva del Signore; si faccia di me secondo la sua
parola».
La vita allora ricomincia daccapo e Dio si colloca al centro di tutti i nostri
atteggiamenti. Dio al posto dellio.
Composta di uomini e, quindi, impastata di mediocrità, anche la Chiesa è sottoposta
alla legge della conversione. Finché non è in pari con se stessa (e non lo sarà mai
fino allultimo giorno), essa deve camminare lungo le vie impervie della penitenza e
della riforma. «Ecclesia semper modificanda, semper reformanda, semper convertenda»: le
espressioni cambiano, la sostanza rimane. Un impegno di sempre, un impegno in particolare
per il tempo che ci separa dallinizio del nuovo millennio. Ora più di sempre, essa
sente lurgenza di essere «tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di
simile, ma santa e immacolata», al cospetto di Dio, nella carità. È il richiamo del
Figlio, è la sollecitazione dello Spirito Santo.
Pensieri ormai usuali nellattuale autocomprensione della Chiesa. Il trionfalismo
è finito per sempre: era finito nelle aule del Concilio Vaticano II, ha avuto il colpo di
grazia nelle parole e nei gesti di Giovanni Paolo II. Nelle pagine della Tertio
millennio adveniente troviamo scritto: «La Chiesa non può varcare la soglia del
nuovo millennio senza spingere i suoi figli a purificarsi, nel pentimento, da errori,
infedeltà, incoerenze, ritardi. Riconoscere i cedimenti di ieri è atto di lealtà e di
coraggio che ci aiuta a rafforzare la nostra fede, rendendoci avvertiti e pronti ad
affrontare le tentazioni e le difficoltà delloggi». Il Giubileo è anche la grande
occasione di conversione della Chiesa.
Se la conversione è anzitutto atto che impegna le singole persone (ciascuno di noi è
chiamato direttamente in causa), essa è anche atto che impegna lintera comunità.
Non siamo isole separate, navigatori solitari, membra distaccate luna
dallaltra. Non cè niente nella nostra vita spirituale che non riguardi anche
la vita della comunità. Lesempio delle prime comunità cristiane è costantemente
davanti a noi, come sprone e come monito. Il cristianesimo è avventura comune e
collettiva.
«In ogni tempo e in ogni nazione è accetto a Dio chiunque lo teme e opera la
giustizia. Tuttavia Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza
alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo che lo riconoscesse nella
verità e fedelmente lo servisse». Le parole del Concilio dovrebbero rimanere sempre
fisse nel nostro animo, per guarire il nostro individualismo e avviarci a quello spirito
ecclesiale, che rimane una delle caratteristiche fondamentali della fede e del
comportamento del cristiano. Non cè niente che ci riguardi che non abbia i suoi
immediati riflessi sullintero corpo della Chiesa.
La direzione della conversione della Chiesa è già iscritta nelle pagine stesse della
sua costituzione. Popolo di Dio, corpo di Cristo, tempio dello Spirito Santo, essa deve
far rifulgere nei suoi pensieri e nei suoi atteggiamenti la luce e lo splendore del
Vangelo del suo fondatore. Il grande peccato della Chiesa è il non essere fedeli al
messaggio che le è stato consegnato, la mediocrità dei comportamenti, il compromesso con
il mondo, il tradimento del modello che è stato posto dinanzi a lei. Inizio del Regno che
il Signore è venuto a inaugurare, essa è chiamata a essere luce del mondo, sale della
terra, lievito nella farina, città collocata sul monte.
A questi livelli, il problema del numero può diventare anche una tentazione. In
realtà, le immagini scelte da Gesù, piuttosto che di totalità, sono immagini di
minoranza. Il sale non è tutto il cibo: è necessario però che esso sia veramente sale,
altrimenti di nientaltro è degno se non di essere buttato a terra e calpestato
dagli uomini. La condanna della comunità cristiana che non riesce a essere se stessa,
prima che dagli uomini, è pronunciata da Gesù stesso.
«Chiesa, sii te stessa, sii quello che devi essere e che non sei mai a sufficienza»:
linvito di sempre risuona più forte ora alle soglie del terzo millennio. Che cosa
varrebbero i tanti restauri che stanno ora compiendosi, i tanti programmi ora quasi del
tutto elaborati, le tante manifestazioni che verranno, se non cè al fondo questo
atteggiamento di conversione? Loccasione che si presenta ora nella Chiesa di essere
quella società alternativa che tutti auspichiamo è impellente e irripetibile. Solamente
a queste condizioni, essa celebrerà degnamente il suo Giubileo.
Il confronto con il concilio
L'esame di coscienza
della Chiesa in vista della sua conversione di fine millennio ha un suo paradigma e un
preciso punto di riferimento: il Concilio Vaticano II, questo grande evento ecclesiale e
culturale che ha segnato di sé il "secolo breve", che ora stiamo lasciando
senza eccessivi rimpianti. Uno dei punti forti dellevoluzione dellumanità e
in particolare della Chiesa, che ha visto così attualizzato dinanzi alla sua attenzione
leterno insegnamento del Vangelo che le è stato consegnato. Lintervento dello
Spirito Santo che, nel tempo, porta a compimento linsegnamento del Signore e spinge
la sua comunità lungo i tornanti della storia verso il compimento finale. «Molte cose ho
ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però
verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non
parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future» (Gv
16,12-13).
Sul crinale dei millenni, lesame di coscienza della Chiesa comincia con un atto
di fede: «Questo oggi lo Spirito domanda alla sua Chiesa». Più volte e da più parti è
stato detto e ripetuto che il concilio è ancora davanti a noi, che la sua lettera e
soprattutto il suo spirito rimangono ancora un programma della comunità cristiana,
impacciata nei suoi ritardi e anche nei suoi tradimenti. Si richiede una conversione a
tutto campo, che coinvolga insieme il vertice e la base, tutte le espressioni della Chiesa
in capite et in membris. Anche lecumenismo batte oggi queste stesse strade; e
lecumenismo è una scelta irreversibile della Chiesa cattolica e, si spera, di tutte
le altre Chiese.
Cè una pagina della Tertio millennio adveniente, che merita di essere
attentamente riletta e meditata: «Nellassise conciliare la Chiesa, proprio per
essere pienamente fedele al suo Maestro, si è interrogata sulla propria identità,
riscoprendo la profondità del suo mistero di corpo e di sposa di Cristo. Ponendosi in
docile ascolto della parola di Dio, ha riaffermato luniversale chiamata alla
santità; ha provveduto alla riforma della liturgia, "fonte e culmine" della sua
vita; ha dato impulso al rinnovamento di tanti aspetti della sua esistenza a livello
universale e nelle Chiese locali; si è impegnata per la promozione delle varie vocazioni
cristiane, da quella dei laici a quella dei religiosi, dal ministero dei diaconi, quello
dei sacerdoti e dei vescovi, ha riscoperto, in particolare, la collegialità episcopale,
espressione privilegiata del servizio pastorale svolto dai vescovi in comunione col
successore di Pietro. Sulla base di questo profondo rinnovamento, il concilio si è aperto
ai cristiani delle altre confessioni, agli aderenti ad altre religioni, a tutti gli uomini
del nostro tempo.
In nessun altro concilio si è parlato con altrettanta chiarezza dellunità dei
cristiani, del dialogo con le religioni non cristiane, del significato specifico
dellantica alleanza e di Israele, della dignità della coscienza personale, del
principio della libertà religiosa, delle diverse tradizioni culturali allinterno
delle quali la Chiesa svolge il proprio mandato missionario, dei mezzi di comunicazione
sociale».
Lo Spirito chiama a raccolta
Chi non ha il tempo di
riandare con la lettura a tutti i documenti del concilio (sono molti purtroppo coloro che
ancora non lhanno fatto), ha davanti a sé la possibilità di ritrovare come
schierati in ordine tutti i suoi temi principali. Ci sono dei punti in cui i ritardi sono
più vistosi e più dolorosi, come il tema della collegialità a tutti i suoi livelli, la
questione ecumenica, la promozione dei laici e delle donne, il dialogo soprattutto
allinterno della comunità cristiana, lappello alla santità di tutti
indistintamente i battezzati.
Questa ricchezza di pensieri e di sentimenti non può essere lasciata cadere
inutilmente. Se cè stato un momento di stanchezza e di sconforto, è necessario che
ciascuno riprenda la propria parte e dia il proprio insostituibile contributo alla
rinascita della Chiesa. Il tempo ormai si è fatto breve. Non possiamo rimandare più
oltre la nostra comune decisione.
Lanno giubilare segnava per gli ebrei anche il tempo di un forte rinnovamento
sociale. Come apprendiamo dal capitolo XXV del Levitico, gli schiavi venivano
liberati e ciascuno tornava in possesso della sua proprietà perduta. Lanno
giubilare doveva restituire luguaglianza tra tutti i figli dIsraele. Come
ricorda Giovanni Paolo II nella Tertio millennio adveniente: «Le promesse di
simile tradizione erano strettamente teologiche, collegate prima di tutto con la teologia
della creazione e con quella della divina provvidenza. Era convinzione comune, infatti,
che solo a Dio, come creatore, spettasse il dominium altum, cioè la signoria su
tutto il creato e in particolare sulla terra».
La terra è di Dio e, con essa, tutte le cose che costituiscono il nostro patrimonio
personale: cè una funzione sociale della proprietà o, come dice lattuale
Pontefice, unipoteca da parte di Dio. Il tempo del Giubileo diventa così anche
loccasione di ripensare alla dottrina del superfluo, su cui hanno tanto insistito
per diversi secoli i padri della Chiesa, sia dOriente che dOccidente.
Grazie a Dio, la condivisione è già tornata nella pratica dei cristiani doggi:
cè soltanto da intensificarla e da estenderne luso. La condivisione, libera o
determinata, secondo quello che detta la propria coscienza e che permettono le nostre
condizioni sociali e familiari, come risposta al dono totale delle prime comunità
cristiane, cominciando da quella di Gerusalemme. Un segno tangibile della nostra
conversione, un segno, aperto alla considerazione di tutti, che il Regno è arrivato e che
ha trasformato radicalmente gli usi e i costumi.
Per definizione, la Chiesa è comunità di convertiti, casa della vita nuova, segno e
strumento del mondo che verrà. Una comunità evangelizzata, alternativa e che sa
meravigliare, come sa meravigliare il libro che forma da sempre il suo punto di
riferimento. Il Giubileo è un richiamo a essere veramente se stessa.
«Chiesa, sii veramente quello che devi essere e che non sarai mai a sufficienza nel
corso del tuo cammino nel tempo». LAnno santo è questo: il resto potrà anche
essere importante, ma non costituirà mai lessenziale.
Giordano Frosini