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I POSTULATI DEL CONCILIO VATICANO II

Conversione a tutto campo

di Giordano Frosini
(docente di Teologia sistematica, facoltà teologica dell’Italia centrale)
            

   Famiglia Oggi n. 12 dicembre 1999 - Home Page L’anno giubilare si presenta come una buona occasione perché la Chiesa accolga l’invito conciliare di diventare veramente se stessa. Tale richiesta è rivolta a tutta la comunità cristiana. Vertici compresi.

La conversione è il frutto essenziale dell’Anno santo: la Chiesa che si prepara a celebrare il Giubileo è la Chiesa che si dispone a mettere in atto la sua conversione. L’indulgenza, da sempre ritenuta come la remissione della pena dovuta al peccato, che può rimanere anche dopo la remissione di questo, non è che una conseguenza e un appendice della conversione. Ambedue dono della misericordia divina, che però domandano, come sempre del resto, la collaborazione e la partecipazione da parte dell’uomo. La quarta edizione dell’Enchiridion Indulgentiarum, recentemente approvato e presentato, arricchisce ancora di più le possibilità di questa collaborazione, prestandosi anche a un’opportuna scelta da parte degli interessati sulla base delle loro esigenze spirituali. Anche l’indulgenza ha bisogno di essere seriamente presentata e valutata. Ma la prima attenzione va riservata alla conversione.

Non ci sono fatti mirabolanti da attendere. L’unica vera rivoluzione del trapasso dei millenni, che ci attende, è la conversione. Mentre l’orologio procede nel suo inesorabile conto alla rovescia, abbiamo tempo per prendere le misure e arrivare alle opportune decisioni.

Giovanni Paolo II non ha nessun dubbio a questo proposito. Nella Bolla di indizione del grande Giubileo dell’anno 2000, egli scrive: «Il tempo giubilare ci introduce a quel robusto linguaggio che la divina pedagogia della salvezza impiega per sospingere l’uomo alla conversione e alla penitenza». E ancora: «La storia mostra con quanto trasporto il popolo di Dio abbia sempre vissuto gli Anni santi, vedendo in essi una ricorrenza in cui l’invito di Gesù alla conversione si fa sentire in modo più intenso».

La conversione è il primo frutto dell’Anno santo. Di ogni Anno santo, ma in particolare di questo che chiude un millennio e ne apre un altro. Se tutti i tempi sono nelle mani di Dio, questi momenti lo sono in modo particolare. Sono le grandi occasioni, i tempi favorevoli, i kairói direbbe la Bibbia, le opportunità più importanti e più dense che ci presenta la vita. Più di sempre valgono le parole dell’Apocalisse: «Io sto alla porta e busso; se qualcuno mi apre, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me». Abbassiamo le tende, chiudiamo le imposte, stacchiamo le spine: il ticchettio di Dio non si avverte nel frastuono e nella dissipazione. Dio parla nel silenzio, nel deserto, lontano dalle piazze e dai rumori. E noi non possiamo pretendere di cambiare il suo stile e le sue abitudini.

Conversione: una parola tanto lontana dal vocabolario dell’uomo contemporaneo quanto centrale nel messaggio di Dio. Apparentemente un cammino opposto: l’uomo di oggi domanda la sua piena espansione e realizzazione, il successo e il compimento; Dio domanda la purificazione e la rinuncia. La realtà è invece un’altra: solo in questa seconda maniera l’uomo realizza pienamente se stesso e dà totale compimento alle sue potenzialità ed energie. Non è in questione l’uomo come tale, ma l’uomo vecchio, l’uomo della sensualità, delle concupiscenze e del peccato. La conversione è la condanna di questa parte degenere della nostra umanità. In questo senso, Evagrio il Pontico può dire: «L’inizio della salvezza è la condanna di se stessi». E, come avverte il Concilio Vaticano II, «chi segue Cristo vero uomo, si fa lui più uomo».

Sulla conversione ci vorrebbero quelle idee chiare che ci ha trasmesso l’antica tradizione e che ha riscoperto con forza l’attuale riflessione della Chiesa. Non si tratta di cambiare in questo o quello, non si tratta di inseguire uno a uno i nostri quasi inestinguibili difetti, non si tratta nemmeno di un impegno morale, che alla resa dei conti sarebbe poi al di là delle nostre possibilità. Conversione è riorientamento delle fonti del nostro pensiero e delle nostre azioni, decisione (cioè taglio) radicale, purificazione delle stesse sorgenti della nostra vita, scelta fondamentale, consegna, abbandono di se stessi a Dio, alla sua parola e alla sua volontà. Alla resa dei conti è l’atteggiamento pieno della fede intesa nel suo senso profondo, accettazione dell’autentica legge della croce, cambiamento di cuore. Un sì detto una volta sola, a cui rimane poi aggrappata l’intera nostra esistenza.

Cambiamento del cuore

«Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo». Le parole del profeta mettono in luce che si tratta di un dono di Dio, una conseguenza della sua grazia e della sua misericordia e non il frutto dei nostri sforzi e del nostro impegno. L’uomo non si converte da solo, anche se è chiamato a dare la sua insostituibile collaborazione. Ci si converte nel pentimento e nel digiuno, ma soprattutto ci si converte nella preghiera e nell’invocazione.

Una formula? Non ce n’è una migliore di quella di Maria nel tempo dell’annunciazione: «Io sono la serva del Signore; si faccia di me secondo la sua parola».

La vita allora ricomincia daccapo e Dio si colloca al centro di tutti i nostri atteggiamenti. Dio al posto dell’io.

Composta di uomini e, quindi, impastata di mediocrità, anche la Chiesa è sottoposta alla legge della conversione. Finché non è in pari con se stessa (e non lo sarà mai fino all’ultimo giorno), essa deve camminare lungo le vie impervie della penitenza e della riforma. «Ecclesia semper modificanda, semper reformanda, semper convertenda»: le espressioni cambiano, la sostanza rimane. Un impegno di sempre, un impegno in particolare per il tempo che ci separa dall’inizio del nuovo millennio. Ora più di sempre, essa sente l’urgenza di essere «tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata», al cospetto di Dio, nella carità. È il richiamo del Figlio, è la sollecitazione dello Spirito Santo.

Pensieri ormai usuali nell’attuale autocomprensione della Chiesa. Il trionfalismo è finito per sempre: era finito nelle aule del Concilio Vaticano II, ha avuto il colpo di grazia nelle parole e nei gesti di Giovanni Paolo II. Nelle pagine della Tertio millennio adveniente troviamo scritto: «La Chiesa non può varcare la soglia del nuovo millennio senza spingere i suoi figli a purificarsi, nel pentimento, da errori, infedeltà, incoerenze, ritardi. Riconoscere i cedimenti di ieri è atto di lealtà e di coraggio che ci aiuta a rafforzare la nostra fede, rendendoci avvertiti e pronti ad affrontare le tentazioni e le difficoltà dell’oggi». Il Giubileo è anche la grande occasione di conversione della Chiesa.

Se la conversione è anzitutto atto che impegna le singole persone (ciascuno di noi è chiamato direttamente in causa), essa è anche atto che impegna l’intera comunità. Non siamo isole separate, navigatori solitari, membra distaccate l’una dall’altra. Non c’è niente nella nostra vita spirituale che non riguardi anche la vita della comunità. L’esempio delle prime comunità cristiane è costantemente davanti a noi, come sprone e come monito. Il cristianesimo è avventura comune e collettiva.

«In ogni tempo e in ogni nazione è accetto a Dio chiunque lo teme e opera la giustizia. Tuttavia Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo che lo riconoscesse nella verità e fedelmente lo servisse». Le parole del Concilio dovrebbero rimanere sempre fisse nel nostro animo, per guarire il nostro individualismo e avviarci a quello spirito ecclesiale, che rimane una delle caratteristiche fondamentali della fede e del comportamento del cristiano. Non c’è niente che ci riguardi che non abbia i suoi immediati riflessi sull’intero corpo della Chiesa.

La direzione della conversione della Chiesa è già iscritta nelle pagine stesse della sua costituzione. Popolo di Dio, corpo di Cristo, tempio dello Spirito Santo, essa deve far rifulgere nei suoi pensieri e nei suoi atteggiamenti la luce e lo splendore del Vangelo del suo fondatore. Il grande peccato della Chiesa è il non essere fedeli al messaggio che le è stato consegnato, la mediocrità dei comportamenti, il compromesso con il mondo, il tradimento del modello che è stato posto dinanzi a lei. Inizio del Regno che il Signore è venuto a inaugurare, essa è chiamata a essere luce del mondo, sale della terra, lievito nella farina, città collocata sul monte.

A questi livelli, il problema del numero può diventare anche una tentazione. In realtà, le immagini scelte da Gesù, piuttosto che di totalità, sono immagini di minoranza. Il sale non è tutto il cibo: è necessario però che esso sia veramente sale, altrimenti di nient’altro è degno se non di essere buttato a terra e calpestato dagli uomini. La condanna della comunità cristiana che non riesce a essere se stessa, prima che dagli uomini, è pronunciata da Gesù stesso.

«Chiesa, sii te stessa, sii quello che devi essere e che non sei mai a sufficienza»: l’invito di sempre risuona più forte ora alle soglie del terzo millennio. Che cosa varrebbero i tanti restauri che stanno ora compiendosi, i tanti programmi ora quasi del tutto elaborati, le tante manifestazioni che verranno, se non c’è al fondo questo atteggiamento di conversione? L’occasione che si presenta ora nella Chiesa di essere quella società alternativa che tutti auspichiamo è impellente e irripetibile. Solamente a queste condizioni, essa celebrerà degnamente il suo Giubileo.

Il confronto con il concilio

L'esame di coscienza della Chiesa in vista della sua conversione di fine millennio ha un suo paradigma e un preciso punto di riferimento: il Concilio Vaticano II, questo grande evento ecclesiale e culturale che ha segnato di sé il "secolo breve", che ora stiamo lasciando senza eccessivi rimpianti. Uno dei punti forti dell’evoluzione dell’umanità e in particolare della Chiesa, che ha visto così attualizzato dinanzi alla sua attenzione l’eterno insegnamento del Vangelo che le è stato consegnato. L’intervento dello Spirito Santo che, nel tempo, porta a compimento l’insegnamento del Signore e spinge la sua comunità lungo i tornanti della storia verso il compimento finale. «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future» (Gv 16,12-13).

Sul crinale dei millenni, l’esame di coscienza della Chiesa comincia con un atto di fede: «Questo oggi lo Spirito domanda alla sua Chiesa». Più volte e da più parti è stato detto e ripetuto che il concilio è ancora davanti a noi, che la sua lettera e soprattutto il suo spirito rimangono ancora un programma della comunità cristiana, impacciata nei suoi ritardi e anche nei suoi tradimenti. Si richiede una conversione a tutto campo, che coinvolga insieme il vertice e la base, tutte le espressioni della Chiesa in capite et in membris. Anche l’ecumenismo batte oggi queste stesse strade; e l’ecumenismo è una scelta irreversibile della Chiesa cattolica e, si spera, di tutte le altre Chiese.

C’è una pagina della Tertio millennio adveniente, che merita di essere attentamente riletta e meditata: «Nell’assise conciliare la Chiesa, proprio per essere pienamente fedele al suo Maestro, si è interrogata sulla propria identità, riscoprendo la profondità del suo mistero di corpo e di sposa di Cristo. Ponendosi in docile ascolto della parola di Dio, ha riaffermato l’universale chiamata alla santità; ha provveduto alla riforma della liturgia, "fonte e culmine" della sua vita; ha dato impulso al rinnovamento di tanti aspetti della sua esistenza a livello universale e nelle Chiese locali; si è impegnata per la promozione delle varie vocazioni cristiane, da quella dei laici a quella dei religiosi, dal ministero dei diaconi, quello dei sacerdoti e dei vescovi, ha riscoperto, in particolare, la collegialità episcopale, espressione privilegiata del servizio pastorale svolto dai vescovi in comunione col successore di Pietro. Sulla base di questo profondo rinnovamento, il concilio si è aperto ai cristiani delle altre confessioni, agli aderenti ad altre religioni, a tutti gli uomini del nostro tempo.

In nessun altro concilio si è parlato con altrettanta chiarezza dell’unità dei cristiani, del dialogo con le religioni non cristiane, del significato specifico dell’antica alleanza e di Israele, della dignità della coscienza personale, del principio della libertà religiosa, delle diverse tradizioni culturali all’interno delle quali la Chiesa svolge il proprio mandato missionario, dei mezzi di comunicazione sociale».

Lo Spirito chiama a raccolta

Chi non ha il tempo di riandare con la lettura a tutti i documenti del concilio (sono molti purtroppo coloro che ancora non l’hanno fatto), ha davanti a sé la possibilità di ritrovare come schierati in ordine tutti i suoi temi principali. Ci sono dei punti in cui i ritardi sono più vistosi e più dolorosi, come il tema della collegialità a tutti i suoi livelli, la questione ecumenica, la promozione dei laici e delle donne, il dialogo soprattutto all’interno della comunità cristiana, l’appello alla santità di tutti indistintamente i battezzati.

Questa ricchezza di pensieri e di sentimenti non può essere lasciata cadere inutilmente. Se c’è stato un momento di stanchezza e di sconforto, è necessario che ciascuno riprenda la propria parte e dia il proprio insostituibile contributo alla rinascita della Chiesa. Il tempo ormai si è fatto breve. Non possiamo rimandare più oltre la nostra comune decisione.

L’anno giubilare segnava per gli ebrei anche il tempo di un forte rinnovamento sociale. Come apprendiamo dal capitolo XXV del Levitico, gli schiavi venivano liberati e ciascuno tornava in possesso della sua proprietà perduta. L’anno giubilare doveva restituire l’uguaglianza tra tutti i figli d’Israele. Come ricorda Giovanni Paolo II nella Tertio millennio adveniente: «Le promesse di simile tradizione erano strettamente teologiche, collegate prima di tutto con la teologia della creazione e con quella della divina provvidenza. Era convinzione comune, infatti, che solo a Dio, come creatore, spettasse il dominium altum, cioè la signoria su tutto il creato e in particolare sulla terra».

La terra è di Dio e, con essa, tutte le cose che costituiscono il nostro patrimonio personale: c’è una funzione sociale della proprietà o, come dice l’attuale Pontefice, un’ipoteca da parte di Dio. Il tempo del Giubileo diventa così anche l’occasione di ripensare alla dottrina del superfluo, su cui hanno tanto insistito per diversi secoli i padri della Chiesa, sia d’Oriente che d’Occidente.

Grazie a Dio, la condivisione è già tornata nella pratica dei cristiani d’oggi: c’è soltanto da intensificarla e da estenderne l’uso. La condivisione, libera o determinata, secondo quello che detta la propria coscienza e che permettono le nostre condizioni sociali e familiari, come risposta al dono totale delle prime comunità cristiane, cominciando da quella di Gerusalemme. Un segno tangibile della nostra conversione, un segno, aperto alla considerazione di tutti, che il Regno è arrivato e che ha trasformato radicalmente gli usi e i costumi.

Per definizione, la Chiesa è comunità di convertiti, casa della vita nuova, segno e strumento del mondo che verrà. Una comunità evangelizzata, alternativa e che sa meravigliare, come sa meravigliare il libro che forma da sempre il suo punto di riferimento. Il Giubileo è un richiamo a essere veramente se stessa.

«Chiesa, sii veramente quello che devi essere e che non sarai mai a sufficienza nel corso del tuo cammino nel tempo». L’Anno santo è questo: il resto potrà anche essere importante, ma non costituirà mai l’essenziale.

Giordano Frosini

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