Periodici San Paolo - Home page
GENITORI E FIGLI DENTRO IL GIUBILEO

Guarire la memoria ferita

di Valeria Boldini
(docente di Teologia sistematica presso l’Istituto superiore studi religiosi dell’Università Cattolica di Brescia)
            

   Famiglia Oggi n. 12 dicembre 1999 - Home Page Spesso, le abitudini rendono incapaci di scorgere il cambiamento che avviene negli altri. Ciò può svilire i rapporti familiari. La circostanza giubilare può indurre la famiglia a mettersi in discussione per un rilancio benevolo e amorevole di tutti.

Ogni convivenza si regge su ritmi consolidati, abitudini costruite con il rodaggio del tempo, mettendo insieme gusti e sensibilità. Anche la famiglia ha più o meno consapevolmente elaborato una serie di abitudini, generate dalla necessità di conciliare non solo i tempi e i momenti, ma anche i gusti, gli umori e le necessità dei singoli. Senza questi taciti accordi non si potrebbe vivere insieme: l’ora in cui ci si alza, il momento di andare a letto, a cosa dedicare la domenica e il tempo libero, come comportarsi con i vicini e i parenti, persino quanto cotta debba essere la pasta.

All’inizio della vita di coppia tutto questo è occasione di confronto e di scontro: ogni membro è portatore di una serie di usi e costumi, ritmi e sensibilità acquisiti dalla famiglia di origine e divenuti tanto spontanei da essere vissuti come ovvi. La necessità di confrontarsi con un altro che possiede altra fisionomia talvolta porta a spendere grandi energie e ad affrontare il conflitto per elaborare uno standard di vita che vada bene per la coppia prima e poi per i figli.

Le abitudini, una volta acquisite, hanno il potere di alleggerire i rapporti, in quanto non si discute più per ogni piccola questione: i famigliari, addestrati dalla convivenza, sanno spontaneamente come regolarsi secondo la legge del gruppo a cui appartengono: pertanto si cucina secondo uno stile che raccoglie il consenso di tutti, senza più discutere se la pasta si debba mangiare al dente o più cotta, se si può guardare la televisione mentre si è a tavola, se si va a messa la domenica o a giocare al pallone. Il gruppo familiare inevitabilmente ha stabilito una griglia di comportamenti abituali che funzionano da binario per l’andamento della convivenza.

Le abitudini dunque sono un vantaggio, danno sicurezza, identificano ed eliminano i conflitti banali in cui, in caso contrario, si sarebbe continuamente impegnati.

Fra le abitudini si deve annotare anche che ciascun membro della famiglia elabora un’idea abituale dell’altra persona: il marito è ormai abituato a pensare che sua moglie sia in un certo modo, con caratteristiche con le quali fare i conti; sa che si arrabbia in certe occasioni, che è forte in altre, permalosa o spiritosa, socievole o restia agli incontri. E viceversa: la moglie si è elaborata un’immagine del marito e pressappoco sa cosa aspettarsi da lui e cosa non può aspettarsi. Non da meno i figli per i quali i genitori sono tipologie senza sfumature, coloro che dicono a volte sì a volte no, ma sempre lì, sicuri come i mobili di casa. E in effetti, l’abitudine a stare insieme rende gli uni per gli altri mobili fissi dell’ambiente famiglia. «Eh già, tu sei così... Me l’aspettavo... Avrei giurato che avresti reagito così...», sono espressioni del linguaggio quotidiano.

Queste abitudini sono un’agevolazione alla dinamica comune, ma possono diventare anche una gabbia miope e soffocante, perché non si è più in grado di vedere il proprio famigliare con gli occhi giovani di quando è scattata l’attrazione e l’amore, quando l’altro o l’altra erano una terra sconosciuta, ma attraente, che si era desiderosi di esplorare. Proprio a causa dell’idea di sapere tutto di lei o di lui e quindi di ritenere i partner prevedibili o scontati, guardandosi reciprocamente come quadretti dipinti una volta per sempre e che già si conoscono a memoria, l’altra persona rischia di essere ignorata nella sua realtà.

Per questo la comunicazione all’interno del nucleo familiare diventa povera, ridotta all’essenziale, generalmente incapace di avvedersi del mondo di colei o colui che sta di fronte.

Si dice sempre che le persone cambiano, ma spesso non ci si rende conto dei cambiamenti in atto in coloro che ci sono più prossimi. Non si vedono le stanchezze e le preoccupazioni, non si notano le inquietudini e si diviene incapaci di gioire e soffrire insieme. Anzi, il cambiamento dà fastidio, perché è destabilizzante e scomodante. Non si può più contare su quello che ci era familiare («Cosa ti viene in mente, cosa ti succede? Non sei mai stato così prima!»).

Ritornare al giorno del matrimonio, quando gli sposi si sono giurati fedeltà, compagnia, amore sollecito nella buona e nella cattiva sorte, è un passo indispensabile per lenire le fratture che, nel tempo, hanno sovente vanificato tali promesse.

Se un marito o una moglie offrono comportamenti diversi dal solito a cui si era abituati, si spera solo che questo momento passi e poi tutto torni come prima.

In questo contesto, un evento della vita che abbia la capacità di buttare all’aria le abitudini e gli schemi può risultare devastante. Un lutto importante o una vincita al lotto, la perdita del lavoro o un anziano che viene ad abitare in casa possono avere l’effetto di sbalestrare i ritmi della famiglia fino a disgregarla. La novità interrompe non solo le abitudini quotidiane, ma spesso rivela aspetti delle persone con cui si vive che non ci si aspettava: irascibilità, aggressività, debolezze, criteri diversi nel reagire alla novità, progetti impensati nel guardare avanti, scelte diverse nel reagire nell’emergenza.

Talvolta il fatto nuovo sembra cambiare le persone o almeno cambia il proprio modo di vedere le persone stesse, come se non le si riconoscesse più. In questo senso, la novità può distruggere un ritmo di vita solidificato dalle abitudini che comprendono anche cosa aspettarsi dal marito, dalla moglie, dai figli. Per questo le novità sono sempre fonte di inquietudine e di timore.

Tuttavia esse possono essere anche altamente positive in quanto infrangono il quadretto in cui ciascuno di noi rinchiude gli altri, prevedendone atteggiamenti e comportamenti, per riportarci alla persona concreta e al suo mistero, rinnovando la consapevolezza che non si conosce mai fino in fondo nessuno, neppure dopo essere stati seduti per anni alla stessa tavola o avere dormito nello stesso letto.

La novità dell’evento

L'evento nuovo è una rottura, ma anche nel senso salutare: può riconsegnare alla consapevolezza della necessità di ricominciare il viaggio alla scoperta dell’altro e dell’altra, convinti che lei o lui possano anche essere diversi da come ci si sarebbe aspettati alla luce degli anni trascorsi, ma non per questo meno amabili. Da qui può prendere il via il rinnovamento di un rapporto, liberato dalla polvere delle abitudini e del déjà vu.

L’anno giubilare può essere vissuto come un fatto che non tocca la vita quotidiana, una circostanza religiosa o turistica che lascia il tempo che trova. Ma se il Giubileo è vissuto nella sua più autentica dimensione che si rende consapevole dell’agire di Dio nella vita umana, esso può diventare un fatto di rottura-rinnovamento nel senso indicato sopra. L’occasione giubilare è infatti connessa con l’indulgenza, la quale non è una pratica magica della quale sfugge una precisa finalità. L’indulgenza è l’azione con cui libera il credente dal peso del male compiuto che resta a segnare la storia di ciascuno.

Se si ammette che ciascuno nel proprio presente è sempre erede del proprio passato e porta i segni del bene e del male compiuto, ci si rende conto che le tracce e le cicatrici del peccato restano a segnare il volto della vita attuale: infatti, come l’esperienza comune insegna, non basta chiedere perdono di una parola cattiva pronunciata per fa sì che questa non sia mai esistita. Per rimediare a un male fatto non basta neppure il perdono sacramentale offerto dalla penitenza: il peccato, perdonato da Dio, resta atto della nostra vicenda per porre rimedio al quale spesso non abbiamo energie sufficienti.

I rapporti con se stessi e con gli altri portano le cicatrici di parole e gesti sbagliati che in certi giorni sono stati generatori di conflitto e fonte di male. Anche il rapporto con Dio, a volte, risulta segnato dal sospetto o dalla paura che Dio non possa dimenticare. Il cristiano che sperimenta il proprio limite e il proprio peccato e ne viene perdonato, a causa del peccato stesso, troverà la strada del credere più ardua, come chi, avendo tradito il proprio coniuge, con fatica deve ricostruire il terreno dell’incontro, andando oltre la sconfitta subita e inferta. Chi ha tradito, conosce il tradimento ed è portato a sospettarlo.

Questa è la fisionomia di ogni storia: siamo tutti segnati dal male fatto e dalla sua eredità che in qualche modo impedisce libere e creative relazioni. L’indulgenza interviene nella storia del credente, risanandolo dall’eredità del passato. È un atto che guarisce la memoria mentre essa stessa prende coscienza delle fratture seminate con il peccato. È l’azione di Dio che restituisce alla carne segnata dalle cicatrici del male la freschezza di una giovinezza "innocente".

Certo, ciò non significa che la storia propria non esista più, che la memoria sia cancellata e con essa le persone che ne fanno parte: l’indulgenza anzi risollecita la memoria e i legami, ma consente di ritrovarli in una prospettiva guarita, tanto che essi possano finalmente essere vissuti pienamente alla luce di Dio, cioè nella loro verità e nella loro bellezza intatta.

La memoria familiare nell’anno giubilare viene ricondotta pertanto all’evento matrimoniale con cui gli sposi si promettono reciprocamente fedeltà, compagnia, amore sollecito nella buona e nella cattiva salute. Risvegliando il ricordo dell’origine è più facile avvedersi di quali e quanti ostacoli siano sorti, di quante fratture abbiano inquinato e talvolta vanificato quella promessa; è così più facile rendersi conto di quanti limiti siano stati posti all’amore incondizionato che era stato promesso e come spesso questi limiti siano dovuti a un egoismo miope che vede solo il proprio bisogno, alla difficoltà di conoscere l’altra persona e ad accettarla così com’è, prescindendo dalle proprie aspettative.

Ritrovando l’origine ci si avvede che sono intervenuti conflitti e fratture, parole dure o atti di chiusura. Limiti che hanno tolto respiro all’amore promesso e che il più delle volte si prolunga nel tempo come abitudine pigra a sopportarsi, in realtà incurante del mondo dell’altro. Ci si può rendere conto che il moto passivo delle abitudini ha sostituito la vita dell’amore stesso.

L’origine matrimoniale, riportata al centro, risveglia la consapevolezza sacramentale dell’azione di Dio nella libertà delle persone, mentre spesso nella vita della coppia questo Dio è solo un timido sfondo o addirittura un assente,1299fo30.gif (6683 byte) come se l’essersi sposati "nel Signore" non contasse nulla di fronte alla banale distesa dei giorni.

L’indulgenza che guarisce dall’eredità del male e può offrire una nuova nascita è pertanto un evento di rottura, perché sollecita il coraggio di mettere in discussione l’ovvia convivenza per smascherarne la fragilità. E non sempre si ha il coraggio di soffiare via la polvere per rimettersi in cammino, per coinvolgersi nuovamente in un darsi reciproco. Si invocano mille stanchezze e mille delusioni per giustificare il fatto che ormai non ci si illude più e per dichiarare che nulla può realmente cambiare.

Viandanti disarmati

Davvero è dono dall’alto il coraggio di interrompere l’ovvio tran tran per dare il via a un nuovo percorso, sapendo di lasciarsi alle spalle comodi adattamenti per cercare una terra nuova e migliore nella quale ritrovarsi a dover costruire nuovi modi di stare insieme. Il Giubileo tradizionalmente invita al pellegrinaggio, e non si tratta tanto o solo di recarsi in qualche luogo santo. È l’invito al farsi pellegrini secondo la tradizione più antica che riconosceva nel viandante disarmato e indifeso colui che poneva in Dio tutta la sua garanzia.

Nel Giubileo c’è un pellegrinaggio arduo che la famiglia è chiamata a intraprendere, ciascuno per la propria parte: un pellegrinaggio della comunicazione.

Proprio lo scorrere del tempo e la pigrizia delle abitudini sembrano uccidere la comunicazione che sopravvive solo per le "comunicazioni d’ufficio": si parla del tempo e dei figli, dei vicini e delle loro vicende, delle spese da fare o di altro. Ma anche si tace, sperimentando di non sapere o non avere voglia di dire. Si vive insieme, ma la solitudine avvolge ciascuno con un mantello che sembra impossibile lacerare. Si parla, eppure si diventa come estranei; ciò che si dice non fa compagnia al cuore e non lenisce le ferite. Allora magari si coltiva l’illusione che forse un altro uomo o un’altra donna potrebbero entrare là, nella zona solitaria del cuore e della mente per diventare autentica compagnia.

Il pellegrinaggio dell’anno giubilare potrebbe proprio riguardare la comunicazione, risvegliando in primo luogo la consapevolezza che non comunichiamo e non facciamo niente per imparare quell’arte. Il primo atto di chi accetta la sfida di questo pellegrinaggio è quello di avvedersi che non si comunica solo a parole.

La comunicazione del corpo

Ci sentiamo incompresi, rinchiusi nel silenzio, ma il nostro corpo in mezzo al mondo è già parola comunicante: parliamo esistendo, con i nostri gesti fatti o soffocati, con le carezze date o non date, con un abbraccio negato, con l’abitudine di passare la sera davanti alla televisione, soli nella poltrona preferita. Comunichiamo restando fuori casa ben più del necessario, abbassando gli occhi o guardando altrove. Comunichiamo sbuffando a una domanda o sprofondando nelle cuffie dell’walkman. Comunichiamo arrossendo o sbiancando, stringendo i pugni o tirando le labbra. È una comunicazione la comparsa di capelli grigi, l’ingrassamento o il dimagrimento.

Parliamo nello stile del nostro abbigliamento e gridiamo il nostro volere essere visti o il nostro volere passare inosservati: il nostro corpo è il nostro primo linguaggio, e tutti lo parlano. Ci si può chiedere allora se abbiamo mai ascoltato il linguaggio corporeo di nostra moglie, di nostro marito, dei figli grandi e dei figli piccoli. Ci si può chiedere da quanto tempo non notiamo i cambiamenti (dalla pettinatura alle unghie rosicchiate, dalle rughe intorno agli occhi a un profumo nuovo). Da quanto tempo il corpo degli altri non ci parla? Oppure sono io che non voglio vedere e sentire, perché sono già pieno di me stesso?

Spesso i rotocalchi e i quotidiani ricordano la forza del contatto fisico, ma la nostra cultura sembra averne paura, concedendo spazio solo al contatto erotico, controllato in vista di quell’emozione, o a quello violento che si impone perché negativo o trasgressivo. Il pellegrinaggio giubilare della comunicazione può tradursi in una riappropriazione del linguaggio della tenerezza, ma anche della fermezza (meglio uno schiaffo dell’indifferenza fisica!), della presenza che accetta di dire con il proprio comportamento: "eccomi, sono qui con voi e per voi", della paziente esplorazione dei segni che il corpo dell’altro instancabilmente invia, segnali di noia, di stanchezza, di paura, di richiesta di aiuto o di desideri inespressi.

A volte non si comunica più perché non si ha il coraggio o la voglia di dire o perché le parole risultano sbiadite e sciatte in confronto alla complessità della realtà, ma ciò che le parole trattengono, il corpo lo dichiara a nitide lettere.

Il corpo dell’altro è sempre lì, presenza provocatoria perché io mi avveda di ciò che succede, perché capisca e risponda così come io stesso invoco la presenza attenta dell’altro attraverso il mio pormi fisico.

Occhi che parlano

Tutti vediamo e siamo visti: la maggior parte delle nostre posture e dei nostri atteggiamenti è sotto gli occhi degli altri e posti per gli altri; per questo hanno un valore comunicativo. Ma gli occhi talvolta diventano miopi o vedono per abitudine ciò che hanno già da sempre visto. «Per me mia moglie è sempre giovane e bella», dico, e con questo la lascio sola ad invecchiare, ad affrontare la paura della decadenza del corpo. Credo di averle dichiarato un grande affetto e invece posso essere uno che non guarda più la moglie, tanto la conosco a memoria. Non mi avvedo dei suoi sforzi, non apprezzo i suoi cambiamenti, non mi congratulo per le fatiche affrontate. Non mi sfiora il dubbio delle domande che sono in lei, delle attese che nutre e dei suoi dubbi.

Agli occhi vigili di chi vuole vedere non sfuggono i cambiamenti e gli allontanamenti; non passano inosservate le cure eccessive per il corpo o le trascuratezze... Segnali di una persona che ancora cresce, che di tempo in tempo cerca il proprio io e insieme vuole ancora essere guardata e accolta, amata comunque.

Spesso, invece, si è ben più disposti a lasciarsi guardare che a guardare, e allora si guardano gli altri cercando in essi noi stessi, la gratificazione, il consenso e il riconoscimento. Si usano gli altri come specchio per una conferma di sé, ignorando il mondo espresso da quegli occhi. Non è raro pertanto che qualcuno senta di essere diventato invisibile, di non essere visto da nessuno in famiglia. Non c’è esperienza peggiore. Per questo diviene fonte di rabbia profonda che prima o poi esplode.

C’è un’ambivalenza curiosa nel porgere un regalo: un dono è sempre un ponte lanciato, un porgere la mano, non solo disarmata, ma colma di qualcosa che ti farà del bene. Il regalo è quindi un atto comunicativo: indica che in me resta sempre un’intenzione buona nei tuoi confronti, che il mio pensiero è per il tuo benessere, che la mia volontà è che tu goda di un istante di gioia. Nel dono offerto c’è ancora il mio volerti vicino e amico, mentre mi presento come solidale e alleato, uno che sta dalla tua parte.

Ma la mano che porge il dono percorre una distanza, quella che separa l’uno dall’altro. Se fossimo una cosa sola, l’uno nell’altra, non occorrerebbero doni, non ci sarebbe bisogno di ponti. Il dono quindi è sempre anche il rivelatore della distanza insuperabile che si dà tra un essere umano e un altro. Si è e si resta due; si cerca il contatto, nessuno può fondere due vite. Ciascuno resta portatore del proprio fardello e delle proprie responsabilità. Il dono ricorda che, pur uniti e in comunicazione, si è da soli e che nessuna vicinanza toglie la zona del silenzio solitario dove ciascuno ode se stesso.

È questa la fragilità dei doni, ma è questa anche la ragione della loro necessità: essi instancabilmente e ripetutamente attraversano la lontananza in modo gratuito per ricordare e vivere reciprocamente che lo spazio tra i due non nasconde minacce o intenzioni di rifiuto, non ci sono tranelli nella mia intenzione nei tuoi confronti, ma, al contrario, vorrei essere con te.

La mancanza di dono tra coloro che vivono una prossimità affettiva lascia crescere il timore che l’intenzione dell’uno o dell’altro sia cambiata e non ci sia più desiderio di incontro, alimenta il timore che all’altro non interessi più stabilire il contatto.

Queste osservazioni sulle comunicazioni non verbali sono illuminanti per coloro che intendono compiere il pellegrinaggio della comunicazione. Se ne ricava che esistono molte vie per comunicare e che confidare solo nelle parole espresse può essere illusorio. Le parole dicono poco e male in confronto a quanto si vive e in confronto alla solidarietà che si vorrebbe acquisire. Anzi, le parole possono essere una fragile maschera della mancanza di comunicazione cioè della mancanza di legame se non c’è l’accortezza di investire tutto di sé nella comunicazione e nel permettere all’altra persona di leggermi oltre le mie parole. Di parole si ha sempre bisogno, ma esse hanno una radice vitale nella dimestichezza dei corpi e degli sguardi, dell’accostarsi semplice e familiare della vita di ogni giorno. Tale radice non cresce automaticamente: bisogna sceglierla e coltivarla, spendervi delle energie, superare la pigrizia, avere il coraggio di scrutare in fondo, di interrogarsi e interrogare, di leggere oltre l’ovvio della consueta impressione e di lasciarsi leggere.

Una comunicazione di tale specie quindi è frutto di una scelta fatta e rifatta di volere l’altro per quello che è, di provare interesse per l’altro nel suo imprevedibile divenire e mutare.

Ecco perché coltivare una tale comunicazione è atto che ha a che fare con il pellegrinaggio e con la penitenza giubilare di chi prende in mano la propria vita e con fiducia rinnovata la investe; fiducia nel partner, sposato da poco e da molto; fiducia nei figli, voluti e accolti come persone di cui prendersi cura, indipendentemente dai loro meriti o dalle loro risposte; fiducia in Dio che solo può donare il coraggio di investire se stessi in una comunicazione di cui non possono prevedere i risultati.

Perché, ovviamente, si potrebbe essere disposti a compiere il pellegrinaggio sulla via della rinnovata comunicazione se anche l’altro/a si impegnasse a farlo. Invece qui si tratta di partire per primi, di investire unilateralmente per un amore che si vuole vivere e custodire: è vero che umanamente ci si aspetterebbe una contropartita, ma se così fosse, nessuno darebbe mai il via a comunicazione rinnovata, mentre è probabile che se uno comincia, l’altro ne sia sollecitato e coinvolto.

Percorsi diversificati

La rinnovata consapevolezza della delicatezza e della complessità della comunicazione ottiene come primo esito la riscoperta che ogni persona è sempre una profondità inesplorata: c’è sempre da vedere e da scoprire. Ma insieme mette di fronte a una realtà ardua da accettare: ci sono e ci saranno sempre zone di silenzio non visitato in ogni essere umano. Pretendere di sapere tutto dell’altro quindi è follia, anzi è una poco nobile pretesa di appropriarsi della sua individualità. Accogliere e rispettare il silenzio dell’altro è un modo per accoglierlo e amarlo come persona e non come un oggetto di cui si diventa proprietari. Al contempo ciò significa che anche nella comunicazione più riuscita ci sono spazi di solitudine inguaribile e incomunicabile.

Questi due aspetti sono il frutto più maturo del pellegrinaggio giubilare nella comunicazione familiare: l’ammettere che nessun amato ci appartiene e che tutti e due, l’uomo e la donna, sono rivolti come alla propria compagnia definitiva e piena solo a Dio. Il pellegrinaggio giubilare quindi dovrebbe ottenere sì di ritrovarsi e di trovare spazi ampi di incontro, ma nella chiara consapevolezza che l’interlocutore della vita della moglie e del marito, del figlio e del nonno non è il nostro affetto, ma Dio soltanto.

Si è parlato di affetti e di amore, di famiglia e di comunicazione, ma non si può dimenticare che tutto ciò è vissuto dalle singole persone: pertanto se il Giubileo può e deve essere un evento familiare deve essere anche un itinerario di ciascuno all’interno della famiglia. Per i coniugi nella memoria salvata del loro matrimonio; per i figli che si misurano con la necessità di coniugare l’istanza della loro nascente libertà con le condizioni predisposte dai genitori; per i genitori che hanno voluto figli, ma non li hanno scelti così come sono e si trovano ad accogliere i loro nati come persone altre, forse diverse da come i loro sogni avevano progettato.

Ciascuno nella famiglia ha il proprio passato da rivisitare e da guarire per essere restituiti al presente non magicamente diversi, ma riconciliati con le condizioni che l’esistenza ha posto.

Ciascuno, nell’invocare il perdono e l’indulgenza giubilare, invoca anche la possibilità di perdonare se stesso e i propri errori per diventare capace di perdonare: ciascuno rivisita la memoria per ricordare il passato e i suoi pesi, per poi poter finalmente dimenticare, rinnovando la fiducia che da oggi una vita nuova è possibile.

Così, tra la memoria guarita e la speranza rinnovata, la famiglia può celebrare il Giubileo con il risultato massimo. Quello di diventare, ciascuno nella propria misura, testimoni di un amore non ingenuo, che perdona e ancora e sempre ha il coraggio di sperare il bene, perché Dio è fondamento e termine della speranza stessa. Con i tempi che corrono non è davvero poca cosa.

Valeria Boldini
    

IL GIUBILEO TELEMATICO

Volete imparare a memoria le parole dell’inno che canterà Bocelli, oppure conoscere in anticipo luoghi e tempi delle diverse manifestazioni, conoscere i particolari della storia passata dei Giubilei o accedere alla sala stampa vaticana? C’è un sito ufficiale (www.jubil2000.org/index.it.html) che vi permette questo e di più. Se si è in grado e nella condizione di navigare negli intricati labirinti della rete il Giubileo è alla portata di tutti.

Anche il mondo cattolico, quindi, non ha resistito alle lusinghe della rete e i siti si sono duplicati: erano, infatti 1.000, ora sono circa 2.000.

In particolare, i siti dedicati al Giubileo sono passati negli ultimi sei mesi da quattordici a trentuno, con una crescita del 121%. Non è un caso, quindi, se si parla di «Giubileo dell’era telematica»: esso è, infatti, ricco di possibilità di comunicazioni e di risonanza mondiali finora sconosciute.

Su www.sac.jubil2000.org/it/index.html è possibile contattare il Servizio dell’accoglienza centrale per avere informazioni su come partecipare agli eventi e prenotare i servizi. Inoltre, vi è il sito del Vaticano www.vatican.va/jubilee_2000/index_it.htm ricco di pagine dedicate al grande evento. E quello della Rai (www.giubileo.rai.it).

Orsola Vetri

   Famiglia Oggi n. 12 dicembre 1999 - Home Page