Periodici San Paolo - Home page
UNA CASA COME TANTE ALTRE

Lessico familiare

di Serena Cammelli e Aldo Maria Valli
(genitori di sei figli)
            

   Famiglia Oggi n. 12 dicembre 1999 - Home Page Vi sono genitori che non lasciano passare invano l’Anno santo. Individuare in esso una pausa per recuperare e consolidare i legami è la strada che viene suggerita.

Traffico, cantieri, restauri, turisti. Leggendo i giornali sembra che il Giubileo sia soprattutto questo, tanto che la parola stessa, nel linguaggio comune, è quasi diventata sinonimo di disagio, fastidio. "Incubo Giubileo", titolano i quotidiani riferendosi ai problemi organizzativi.

Davvero paradossale se pensiamo che "Giubileo" vuol dire occasione di gioia e di festa. Ben che vada, il Giubileo è considerato un insieme di grandi eventi, molto affollati e spettacolari, con la televisione nel ruolo di protagonista e l’aspetto religioso relegato in un cantuccio, o ridotto a mero folclore. Pensiamo a come la grande stampa sta affrontando il tema delle indulgenze. Sembra che tutto sia riducibile a una specie di "gioco dell’oca". Vuoi uno sconto di pena di dieci anni? Bene, rinuncia a qualche sigaretta. Ne vuoi venti di meno? Allora non bere alcolici. Su un importante quotidiano nazionale abbiamo letto: "Giubileo, istruzioni per il Paradiso". Si ha un bel dire: «tanto noi siamo al riparo da queste interpretazioni riduttive e superficiali».

Nostro figlio Giovanni, dodici anni, ha deciso di prepararsi al Giubileo con due atti di devozione: ha percorso in ginocchio la Scala Santa in Laterano e ha visitato il cimitero durante la giornata dei defunti. Naturalmente ci siamo complimentati con lui. Sennonché, quando gli abbiamo chiesto che cosa lo avesse spinto a quei gesti, ci ha risposto: «Così parto avvantaggiato». Quasi fosse in gara in una raccolta a punti per la conquista della salvezza!

Per parlare di Giubileo in famiglia, il primo passo da fare è chiarire, a noi stessi e ai nostri figli, che cos’è veramente il Giubileo. Assieme ai due figli più grandi abbiamo elaborato questa definizione: un appuntamento speciale, proposto periodicamente dalla Chiesa a tutti i credenti, per avvicinarci di più e meglio a Dio attraverso Gesù. La Porta santa, che il Papa attraverserà per primo nella notte di Natale, ha proprio questo significato simbolico. «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e troverà pascolo» (Gv 10,9). Ai figli più piccoli, ovviamente, non possiamo parlare né d’indulgenze né di porte sante, però possiamo accentuare la nostra attenzione verso gli aspetti della loro formazione che richiamano all’esperienza religiosa e rendere speciali alcuni momenti della giornata familiare, perché questo periodo porti frutti duraturi.

Un modo pratico per accostarsi al Giubileo in famiglia, senza tuttavia banalizzarlo, è quello di spiegarlo utilizzando una sorta di vocabolario. Abbiamo scelto cinque parole: pausa, perdono, ringraziamento, pellegrinaggio, Chiesa.

Se andiamo alle origini del Giubileo, origini ebraiche, scopriamo che non è scorretto definirlo come una pausa. In quel mondo di contadini e pastori, si trattava di un periodo in cui i campi erano lasciati a riposo, perché la terra potesse rigenerarsi e dare frutti migliori. L’idea di pausa, di spazio vuoto da impegni, contiene una lezione per noi contemporanei, tutti presi dalla smania di produrre e consumare senza sosta, un "virus" che colpisce anche le famiglie.

Le nostre giornate, come genitori e come figli, assomigliano sempre di più a un’affannosa corsa a ostacoli. Perfino i bambini piccoli sono coinvolti. Perché non trovare un po’ di tempo per guardarsi in faccia con calma, per riconoscersi, lasciando magari che qualche domanda inconsueta s’insinui dentro di noi?

Stare a tavola un po’ più del solito per raccontarsi quello che è successo all’asilo o a scuola o al lavoro, per riflettere sui comportamenti e le reazioni che abbiamo registrato intorno a noi; spegnere televisione e radio affinché ognuno trovi il proprio modo di riempire il silenzio, senza farsi imporre i rumori dall’esterno; riunirsi, grandi e piccoli, e pregare per il Papa, che anche le nostre "piccoline" hanno imparato a riconoscere, sono idee semplici ma efficaci, perché rompono davvero gli schemi su cui sono modellate tante, troppe serate in famiglia. Inevitabile, in questi casi, la domanda venata di scetticismo: e adesso che cosa facciamo?

L’osservazione che anche Dio si è riposato l’ultimo giorno della creazione, non per rimanere in ozio ma per ammirare quello che aveva fatto, apre la via proprio al racconto, alla riflessione, alla preghiera, alla pausa ricca di senso e accessibile a tutte le età. Magari l’adolescente si nega, ma ascoltando le ingenuità dei fratelli e osservando il loro impegno alla fine è conquistato: non rinuncia all’atteggiamento di condiscendenza, per carità, però dà il suo contributo. Anche perché, si sa, la più grossa paura per un quattordicenne è l’esclusione!

Il tipo di pausa che la Chiesa ci propone mediante il Giubileo non è un allontanamento da noi stessi e dagli altri, dalle nostre domande più difficili e scomode. È, al contrario, un invito a prenderci in considerazione come figli di Dio. Il Giubileo come occasione per una pausa vera, consapevole, interiormente ricca, dentro lo scorrere dei giorni. Uno spazio opportuno per volgere lo sguardo verso l’alto, verso il Padre. Ma come si può fare pausa serenamente, com’è possibile volgere lo sguardo al creatore se il nostro animo è appesantito da conflitti, rivalità, sospetti, rancori? All’idea di pausa si affianca quella di perdono.

1299fo37.gif (5719 byte)

Esperienze che educano

In famiglia l’esperienza del perdono è al tempo stesso la più faticosa e la più educativa. Quando chiediamo ai fratelli di perdonarsi dopo un litigio, uno sgarbo o una parolaccia, dobbiamo armarci di molta pazienza e fare opera di convincimento.

I bambini che si accapigliano, strepitano e si giurano vendetta rappresentano bene la condizione di gran parte dell’umanità sulla faccia della terra. E nella difficoltà di riconciliarsi, di riconoscere la propria colpa e perdonare quella dell’altro, nella fatica di tornare a guardarsi negli occhi, ha rispecchiato tutto l’orgoglio che impedisce la soluzione di tanti conflitti. La strada dell’orgoglio è però lastricata di solitudine, e il bambino che rifiuta di perdonare se ne rende ben conto. Lo aiutiamo a fare questa esperienza quando invitiamo i contendenti di un litigio a rimanere in luoghi separati, da soli, fino a che non si chiedono reciprocamente scusa. Abbiamo scoperto, è vero, che qualche volta i due "reclusi" si mettono d’accordo su un perdono finto pur di riacquistare la libertà, ma è già un successo ottenere che si guardino e si parlino per trovare una soluzione e non per litigare!

Ultimamente abbiamo cercato di allargare il significato del perdono anche al rispetto dei familiari, da dimostrare attraverso il linguaggio: evitiamo di sopraffarci l’un l’altro, di denigrare il fratello, di sminuire i suoi piccoli successi. In una parola, trattiamoci bene, perché dobbiamo imparare a considerare la mamma, il papà e i fratelli come persone date per dono da Dio.

Pur predicando il perdono, Dio non lascia senza punizione. Giovanni Paolo II lo spiega chiaramente: «L’amore di Dio non esclude il castigo, anche se questo va sempre compreso all’interno di una giustizia misericordiosa che ristabilisce l’ordine violato in funzione del bene stesso». Dunque, non esclude il castigo. Esattamente come fa un genitore con il figlio. D’altra parte, se non ci fosse castigo, non sarebbe neppure necessaria l’indulgenza, la remissione della pena che la Chiesa ottiene per il fedele pentito e riconciliato.

Il castigo è necessario perché non vada perduta l’idea di responsabilità personale. Il castigo ci ricorda che ogni nostro comportamento determina una conseguenza. Da questo punto di vista, il Giubileo è occasione di riflessione importante per i genitori. Punire è sempre difficile e penoso. A volte, mamma e papà, nei confronti del figlio irriducibile, arrivano a dire: «non costringermi a punirti», proprio perché, pur consapevoli della necessità di sanzionare il comportamento scorretto, nello stesso tempo avvertono un gran peso. Non si punisce volentieri un figlio. Lo facciamo a scopo terapeutico: il castigo come medicina amara, ma necessaria.

Noi ricordiamo bene il comportamento di Giulia, la nostra primogenita. Quando aveva meno di due anni, con certi suoi capricci ci portava all’esasperazione finché, inevitabile, arrivava la punizione. Allora la bambina si calmava istantaneamente. Sembrava proprio che pretendesse d’essere punita, quasi avvertisse nella punizione una forma d’attenzione nei suoi confronti. Se a noi genitori non importasse nulla dei figli, non li puniremmo, ma noi vogliamo far crescere creature responsabili.

Tutti coloro che si lamentano per la "mancanza di responsabilità" dei giovani d’oggi dovrebbero forse interrogarsi su quanto è stato fatto per cancellare il senso del peccato, parola oggi tabù. Ha scritto Pio XII: «Il peccato del secolo è la perdita del senso del peccato». Ecco perché si fatica tanto a capire il significato dell’indulgenza, mentre molti ironizzano sul permanere di certi "anacronismi".

Il Giubileo è anche un tempo propizio per ringraziare Dio. Prima di tutto per il dono più grande, che è la vita stessa. Nelle preghiere dei nostri bambini ci sono due elementi: la richiesta di qualcosa e il ringraziamento per qualcosa. La prima in genere tende a prevalere sulla seconda. Chiediamo le grazie, ma non diciamo grazie. Ci viene più facile avanzare richieste piuttosto che ringraziare per ciò che abbiamo.

Sa ringraziare chi è semplice d’animo, chi non antepone se stesso agli altri, chi riesce a vedere sempre un po’ di bene anche là dove gli altri non vedono che male. La quantità di ringraziamenti che rivolgiamo a Dio misura la nostra capacità di stupirci, d’essere davvero piccoli davanti al creato. Dice grazie chi sa contemplare, chi si fa cogliere dalla meraviglia, chi ha imparato a fare una pausa per decifrare quello che gli accade.

Chi è impegnato a consumare, invece, non sa ringraziare. Dà tutto per scontato e non fa altro che avanzare pretese. Abituare i propri figli alla dimensione contemplativa è compito arduo in un mondo dove predomina la visione consumistica della vita, ma si può fare, soprattutto con l’esempio. I nostri due figli maggiori a volte ci prendono in giro perché, nel corso di viaggi o escursioni, ci lasciamo andare a esclamazioni di stupore. Principale oggetto di queste ironie è la mamma, che non si vergogna della propria meraviglia e spesso invita tutti a fare altrettanto: "Ma non vedete che bellezza? Fermiamoci qui!". In questi casi, puntualmente, Giulia e Giovanni fanno dell’ironia, come se manifestare il proprio stupore fosse una forma d’infantilismo.

Lo stupore, si dice infatti, è roba da bambini, lasciando intendere che una persona adulta, navigata, che sa il fatto suo, non si stupisce di niente. Da qui al cinismo il passo è breve. Ma prima ancora del cinismo c’è la noia, che colpisce così tanti giovani e li priva dell’entusiasmo nei confronti della vita. Nessuno è più triste di un giovane senza passioni. Ai nostri figli adolescenti ripetiamo spesso che il morbo peggiore di cui si può essere vittime alla loro età è l’indifferenza. Giulia, che frequenta la quarta ginnasio, ha avuto con i suoi compagni una discussione sulla fede. Si domandavano tra loro perché avessero ricevuto il sacramento della cresima. Tra il compagno dichiaratamente ateo e l’amica succube del volere dei genitori, Giulia dichiara di aver ragionato meglio col primo. Perfino nei confronti della Chiesa e della religione, preferiamo un sano conflitto dichiarato piuttosto che l’apatia, letteralmente l’assenza di passione.

Una metafora della fede

Sebbene ci siano i mass media, Internet, la televisione, strumenti che ci consentono di viaggiare senza muoverci da casa, e sebbene quello del duemila sia stato definito il Giubileo telematico, l’idea del pellegrinaggio continua ad avere un’importanza centrale nell’ambito dell’Anno santo. Si va in pellegrinaggio sulla tomba di Pietro perché questo cammino è una metafora della fede e della stessa vita cristiana.

Un cammino lento, caratterizzato da molte fermate e da tanti imprevisti, ma con una meta precisa, possibile da raggiungere. Fin dalla più tenera età i nostri bambini sono stati educati a una visione dell’esistenza che ha molte analogie con il pellegrinaggio. Nessuno può ottenere tutto e subito. La strada non è sempre facile e diritta. Le curve strette e gli imprevisti non mancano mai, ma non dobbiamo scoraggiarci, perché non siamo soli. All’idea di pellegrinaggio sono collegati valori importanti: il senso dell’attesa e della conquista, la forza di volontà, il sacrificio, l’aiuto al bisognoso e, ancora una volta, lo stupore.

La creatura che si considera pellegrina sulla terra difficilmente ha un atteggiamento aggressivo e arrogante nei confronti delle persone e delle realtà che incontra. Non è un facilone né un allocco, perché è ben consapevole delle insidie lungo la strada, però non si chiude in se stesso. Unisce la disponibilità alla vigilanza. Essendo motivato, dimostra una grande capacità di sopportazione. E sa gioire.

È la comunità riunita in nome di Dio, che tutti accoglie e tutti sprona. La famiglia fa lo stesso. È una risorsa, non un limite. Il Giubileo è un’occasione per ricordarci che la nostra fede non può essere vissuta come rapporto esclusivo tra la creatura e Dio. Esiste una dimensione comunitaria che non possiamo ignorare. Gesù ci ha insegnato a considerarci fratelli, figli dello stesso Padre.

Chi mette da parte la Chiesa ha una visione riduttiva del rapporto con Dio: agisce come il bambino piccolo che pretende di avere mamma e papà tutti per sé. All’annuncio dell’arrivo del nostro sesto figlio, gli altri cinque hanno reagito spontaneamente mettendosi sulla difensiva, come se l’amore dei genitori nei loro confronti rischiasse di diminuire. Oggi sono felici e vedono nella nuova sorellina una risorsa d’amore per tutti.

Nella Chiesa, come in famiglia, veniamo accolti e ci sentiamo amati, ma nessuno può pretendere l’esclusiva. Come ha scritto Giovanni Paolo II, dentro la Chiesa s’instaura tra i fedeli «un meraviglioso scambio di beni spirituali, in forza del quale la santità dell’uno giova agli altri ben al di là del danno che il peccato dell’uno ha potuto causare agli altri». È proprio ciò che verifichiamo in famiglia quando vediamo che, nonostante le difficoltà oggettive, dalla convivenza nasce un beneficio per tutti, un arricchimento che produce gioia, fiducia, serenità. Buon Giubileo in famiglia!

Serena Cammelli e Aldo Maria Valli
    

LA GIORNATA DEI BIMBI

Sarà il 2 gennaio del 2000 la giornata dedicata al Giubileo dei bambini e dei ragazzi (dai 7 ai 14 anni), chiamati a testimoniare la gioia d’essere amici di Gesù. I primi partecipanti non europei arriveranno a Roma il 31 dicembre. Per facilitare il coinvolgimento dei più piccoli sono stati preparati due sussidi e tradotti in nove lingue. Uno ricco di fumetti, giochi, brani evangelici e testimonianze. L’altro, destinato a genitori, catechisti, educatori, animatori, è una guida all’utilizzo del sussidio dei ragazzi.

   Famiglia Oggi n. 12 dicembre 1999 - Home Page