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IL GIUBILEO DI UNA VOLONTARIA

«Ero diventata più comprensiva»

di Antonia Setti Carraro
(volontaria della Croce Rossa)

    

   Famiglia Oggi n. 12 dicembre 1999 - Home Page Negli avamposti della sofferenza, chi aiuta il prossimo lo fa spinto da sentimenti di solidarietà. E alla fine deve riconoscere d’aver ricevuto molto di più di quanto abbia donato.

Di certo non è ambìto da un’infermiera volontaria di Croce Rossa essere definita "crocerossina". Sa di snob, di leggero, di falso per una missione che con il Giubileo ha molti punti di contatto, di intesa, di logiche conseguenze. Chi si stacca dalla famiglia, da una vita quasi sempre agiata e piacevole, per abbracciare il fratello sofferente, lo sconosciuto morente, il disperato, il tradito, il perseguitato, sa che la sua missione non sarà facile. La troverà spesso deludente, alle volte assurda, sempre difficile e con le sole forze umane, anche se sarà sostenuta da entusiasmo, non vincerà la sua battaglia.

In ogni persona che richiede aiuto vi è una ricchezza morale che può essere grande, smisurata, piccola e quasi inesistente. Chi vuole aiutare veramente qualcuno deve riattivare quella luce che esiste sempre nell’animo del sofferente. E in gran parte solo Dio può aiutare. Chi, come me, ha prestato servizio infermieristico durante l’ultimo conflitto mondiale, forse può offrire al lettore un quadro di come può essere inteso il Giubileo, sia in un periodo difficile che in un periodo meno disperato, ma certamente ancora confuso, alterato, aspro e non facile da vivere.

A chi mi domandava, al ritorno da anni trascorsi sulle navi ospedale, nelle infermerie da campo, nei campi di concentramento o di addestramento, se ero diventata più cattiva, più dura e più aspra, io sempre ho risposto sorridendo che ero diventata più buona, più comprensiva, più generosa, più ricca e più riconoscente ai voleri di Dio.

Spero, raccontando in breve qualche episodio del mio lavoro infermieristico, di spiegare il perché Dio ci prepara un compito e sta poi a noi svolgerlo nel migliore dei modi.

Ogni episodio ha un quadro diverso, un modo diverso di intendere quello che ci richiede anche il Giubileo: carità, unione di intenti e di credo (siamo tutti figli di Abramo), ogni offesa vanno giustamente interpretate con pazienza, silenzio e umiltà; ogni situazione, anche la più difficile e la più grave, va considerata come una prova da superare; ogni ferita dev’essere curata, ogni morente dev’essere assistito.

La nave ospedale su cui ero imbarcata era tutta illuminata e procedeva vicino alle coste africane per un periplo che ci avrebbe permesso di riportare in patria i famigliari dei nostri prigionieri. Era il 1942, e i militari inglesi, combattenti e vincitori delle nostre colonie africane, avevano preparato, tra altri, un campo di concentramento vicino al mare, senza reticolati e limitandosi a mettere le sentinelle indispensabili all’entrata e all’uscita del campo stesso. Alcuni nostri prigionieri che avevano forza fisica, coraggio e forza di disperazione, non sapendo delle sentinelle inglesi armate che avevamo a bordo e non dando peso alle difficoltà del mare che ci divideva, tentavano di raggiungerci a nuoto. Era inutile l’aiuto da parte nostra e così o vi lasciavano la vita o dovevano ritornare al campo di concentramento beffati e traditi. Il loro pianto, la loro disperazione non venivano considerati e a noi rimaneva un’infinita tristezza per questo senso di grande ingiustizia.

Il piccolo prigioniero indiano sulla nave ospedale che proveniva dal nord-Africa si esprimeva soltanto con poche parole di inglese. Era gravemente ammalato. Lo consumava una febbre alta e continua. Sapeva ridere soltanto quando gli ero accanto e mi interessavo del suo turbante colorato che gli fasciava il capo durante il giorno. Scherzavo proprio per farlo distrarre. Aveva ricevuto il pacco dono per i prigionieri; vi erano generi alimentari diversi e un invitante pezzo di cioccolata che cercava di offrirmi. Si aggravò e morì una mattina all’alba, quando abbandonò la mia mano che stringeva la sua. Aveva lasciato aperto il suo pacco dono e mi aveva fatto intendere che me lo lasciava come regalo, insieme al suo turbante.

Nella grande casa sul Brenta, mio padre viveva con una parte delle stanze requisite per la guerra in corso. In quelle che occupava con una fedele domestica vi era silenzio e un’aria di mistero. Infatti viveva con lui anche una nostra giovane parente ebrea con un figlioletto di pochi anni. Da Trieste avevano raggiunto la nostra casa, come un porto sicuro dopo che il marito era stato arrestato. La convivenza era certamente pericolosa, ma la coscienza e l’affetto obbligavano a scelte certe e coraggiose. Ero anch’io perfettamente d’accordo con mio padre. Egli riempiva di fiori le stanze e di rose la tavola del loro silenzioso desinare.

Era l’ottobre del 1943 e la cantina dell’Unterkunft di Vienna, dove eravamo prigioniere in dodici sorelle, era buia e umida. Scontavamo la mancata adesione dell’equipaggio della nostra nave ospedale allora nelle acque greche alle richieste tedesche. Avevamo già trascorso quattordici giorni in tradotta e una sosta nel campo di concentramento di Wienerneustadt. Sorella Bruna e io, essendo le più giovani infermiere, eravamo obbligate a riempire ogni giorno due ceste di carbone che alimentavano la piccola stufa inadatta a riscaldare il largo camerone del nostro dormitorio, che era anche stanza da pranzo e di soggiorno. Isolamento completo con sentinelle armate anche per andare, di sera, a prendere la zuppa alla stazione-truppe con due brocche destinate ugualmente al cibo e al nostro lavaggio. Stranamente il ritratto di Hitler che troneggiava in fotografia sulla parete di fondo cadeva continuamente e giaceva a terra capovolto fino a che non arrivarono degli operai a mettere due grossi tasselli nel muro. Anche il gabinetto, usato in comune coi nostri carcerieri, brillava per la pulizia, merito di sorella Bruna e mio.

La stanza ambulatoriale del campo di addestramento a Sennelager, in Germania, di sera veniva trasformata in sala operatoria. Era angusta e fredda. Un chirurgo fiorentino, un anestesista improvvisato e io avevamo dinanzi la vita di un soldato ventenne. Lontano chilometri dalla sua casa natale, bisognava operarlo per una grave mastoidite. Il pericolo in corso era veramente mortale. Riflettevo tra me e me a cosa potesse pensare in quel momento sua madre, se pregasse, se soffrisse, se attendesse uno scritto. Raramente la mia preghiera fu più intensa: salvalo, dicevo a Dio, ti prego, ti supplico, accogli le mie sofferenze per lui. E sentivo la grandezza di Dio che aveva permesso che dalla cantina di Vienna venissi trasferita con le altre sorelle a pochi chilometri dall’Olanda.

Aveva combattuto tra i carristi di el-Alamein nel fronte nordafricano. Era un bel ragazzo milanese, apparentemente in piena forma. Ma in seguito a una visita medica accurata per un difetto di deambulazione, gli avevano diagnosticato un tumore al cervello. Un colpo micidiale durante la battaglia lo aveva segnato per sempre. Quando potevo salire dal mio ambulatorio di Sennelager, un breve saluto alla sera, mi suonava qualche canzone romantica, oppure altre che aveva composto nel lungo silenzio della giornata e che mi dedicava. Fra gli oggetti più cari che era riuscito a conservare vi era la sua chitarra. Ricordavamo assieme gli amori passati e la casa di entrambi. Quando mi accorsi di un lento peggioramento del suo stato di salute, raddoppiai le visite mediche. Ma era una lotta immane. Nelle ultime ore che lo ebbi accanto non volle stendersi sul letto, ma mi chiese che la sua testa riposasse fra le mie braccia. Mi sedetti accanto a lui e lo avvicinai a me con la dolcezza di una madre. Lo accarezzavo lentamente e gli parlavo con tenerezza. A poco a poco, quando credetti che l’iniezione di morfina facesse l’effetto desiderato chiuse gli occhi adagio, adagio e non respirò più.

Era il 1944 e il chirurgo tedesco, che aveva accompagnato i soldati tedeschi feriti dal fronte francese al campo di Germania sui carri bestiame, stava dicendo a me e alle altre sorelle italiane in partenza per l’Italia: «Non posso obbligarvi a restare, anche se questi feriti sono l’ultima gioventù che Hitler manda al macello. Sono tutti fra i sedici e i vent’anni. Sono solo!». Rivolto a me, aspettando che rispondessi alla sua richiesta, mi diceva: «Ci sono due lettini nella sala operatoria; uno sarà per me, per salvare il salvabile, e uno per lei per i più straziati e per le cancrene gassose che si stanno già formando. Non vi sono più bende né morfina e pochi disinfettanti». Allora tutte assieme dicemmo di sì e iniziò un lavoro che durò quattordici giorni. I feriti morivano in continuazione. Quando eravamo certi della loro morte, li mettevano a terra addossati a una parete, e più di sette, uno sopra l’altro, non vi stavano. Venivano allora i soldati tedeschi a portarli via. Di notte si riusciva saltuariamente a dormire qualche ora. Finalmente arrivarono venti sorelle tedesche e spagnole dal fronte russo. Nessuna differenza di nazionalità rese il nostro lavoro meno intenso e devoto, nessun ferito fu oggetto del nostro comprensibile risentimento per le privazioni e le offese passate. Eravamo ai primi di giugno del 1945. Nelle corsie dell’ospedale militare di Torino, dove prestavo servizio, un anziano operaio della Fiat era sofferente. La ferita al collo e quella al volto necessitavano di medicazioni continue e dolorosissime. Non voleva anestesia. Diceva che aveva combattuto sul Piave e che la sua classe "di ferro", naturalmente, non aveva paura. Poteva mormorare poche frasi e non riusciva più ad aprire la bocca per nutrirsi. Ma il coraggio di avere difeso il suo reparto di lavoro dai tedeschi, prima, e poi dalle truppe repubblicane gli dava fierezza. Morì in una giornata di sole.

Anche il suo vicino di letto, un garzone di macelleria, morì nel giro di pochi giorni. Aveva diciannove anni. Pure la sua fu una fine sofferta e osteggiata con tutte le forze del suo giovane corpo. Aveva combattuto in un quartiere della città dove gli scontri erano stati particolarmente violenti e i suoi genitori erano completamente all’oscuro della sua appartenenza alle forze della Resistenza. «Salvatemi – urlava –, salvatemi ancora, non voglio morire!», scuotendo la testa piena di riccioli color rame, lucidi di sudore.

Pensavo al decalogo dell’infermiera volontaria che mi avevano regalato per la mia partenza per il fronte; l’aveva compilato una sorella cieca di guerra e diceva fra l’altro: «Ogni corsia è un chiostro dove passa e sosta il dolore, non permettere vi penetri il disordine, ma fa che vi regni l’armonia delle cose e delle voci. Ogni letto è un altare, la croce vi si innalza sostenuta dalla speranza, non permettere che la lampada ardente della vita abbia a spegnersi nel terrore di una notte senza domani...».

Ecco perché il Giubileo può avere un grande significato per l’infermiera volontaria di Croce Rossa, sia nella vita civile che in quella del lavoro e di assistenza.

Antonia Setti Carraro
   

OGGIDUEMILA: LA RAI

In vista dell’Anno santo si è attivato (con una fase preparatoria iniziata oltre tre anni fa), presso il servizio pubblico radiotelevisivo, una fitta rete di impegni volti a coprire i diversi eventi della commemorazione. Un fitto calendario di attività prevede all’incirca 80 avvenimenti e 200 ore di diretta (televisiva e radiofonica). Non dimenticando il proprio ruolo di servizio pubblico ed editore laico, la Rai intende restare comunque attenta ai contenuti spirituali del Giubileo e soprattutto sensibilizzerà il pubblico riguardo gli aspetti culturali, storici e geopolitici, fornendo, così, utili elementi di riflessione. Tra le varie iniziative ricordiamo il sito Internet (attivo dal 31 marzo 1999) www.giubileo.rai.it, al cui interno l’utente trova una vasta gamma di informazioni e servizi. Una collana divulgativa (home video e supporti multimediali) con un fine didattico dedicato ai luoghi dell’arte e della cultura giubilare. Alla radio sarà possibile identificare col marchio Oggiduemila le iniziative dedicate al Giubileo. Con questo titolo dal 1998 ogni domenica (dalle 11 alle 13 su Radiouno) va in onda un rotocalco che garantisce al tempo stesso attualità e approfondimento delle tematiche religiose, e vede al centro la diretta con l’Angelus del Papa. Dal 27 settembre, inoltre, l’incontro si è ampliato nella striscia quotidiana (dalle 23.44 alle 23.56): Oggiduemila notte. Televideo (leggibile su Raitre dalla pagina 350) offre già da ora, in tempo utile, tutti gli aggiornamenti relativi al calendario degli eventi e alle programmazioni radio-televisive, oltre che i titoli della rassegna stampa quotidiana.

o.v.

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