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In
una società multireligiosa la celebrazione del Giubileo non ha un solo
significato e valore. Pone le sue radici nella tradizione ebraica della
quale ha, tuttavia, perso le peculiarità. Resta comunque un momento di
riscontro o di riflessione comune alle diverse fedi. Nel
libro biblico del Levitico, al capitolo 25, si annuncia che ogni
anno settimo è sacro e ogni sette cicli di sette anni c’è il Giubileo.
«Sacro è l’anno settimo e tutti gli anni settimi. Sacro è con più
profondità di regola l’anno cinquantesimo, detto Giubileo dal nome
ebraico iòvel che è corno di ariete» (cfr. Erri De Luca, L’urgenza
della libertà. Il Giubileo e gli anni sacri nella loro stesura d’origine
dal libro Levitico/Vaikrà, Filema, Napoli 1999). Tale corno richiama
i tempi del deserto, in cui il popolo d’Israele era convocato dal suono
del iòvel e l’inizio del Giubileo era segnalato dal suono di
questo corno.
Occorre dunque rifarsi all’antica memoria del popolo ebraico per
comprendere le origini di una celebrazione che la Chiesa cattolica ha
fatto sua dal 1300 – data del primo Giubileo indetto da Bonifacio VIII
in risposta a un esplicito bisogno del popolo di sentirsi riconciliato con
Dio –, modificandone i significati e, lungo i secoli, alterandone anche
talora l’originaria portata pastorale. La concomitanza della
proclamazione del Giubileo cattolico con l’inizio del terzo millennio
sollecita un po’ tutti, cristiani e non cristiani, a confrontarsi con il
programma giubilare che ha segnato le nostre città e coinvolge milioni di
persone in vari itinerari di pellegrinaggio.
Il Giubileo, tuttavia, non è uguale per tutti; per taluni ha richiami
antichi, per altri non possiede nessun significato. C’è chi lo attende
e chi lo considera una semplice celebrazione interna alla Chiesa cattolica
senza valore per chi cattolico non è. Insomma, bisogna imparare a
conoscere le diverse posizioni per capire atteggiamenti e anche riserve
critiche di chi ormai ci è concittadino nella società multireligiosa.
Poiché è inevitabile partire dalla tradizione e dall’esperienza del
popolo ebraico per raccogliere suggestioni e ricadute della proposta
giubilare, abbiamo rivolto alcune domande a Clara Kopciowski, docente
nelle scuole ebraiche di Milano.
- Dal Pentateuco abbiamo ricevuto il Giubileo, come si colloca questa
ricorrenza nella tradizione antica?
«La sacralità del settimo anno, considerato sabbatico, è legata al
concetto del sabato che è la festa familiare per eccellenza, mentre il
settimo anno, come pure il Giubileo, ha portata sociale, tocca la vita
sociale. Nell’anno settimo non si coltivano i campi, perché la terra è
di Dio e il contadino in quell’anno lascia la terra a Dio, cioè i
prodotti non vengono raccolti per essere venduti o immagazzinati, ma per
il consumo necessario della famiglia e lasciati a chi ha bisogno, ai
poveri e ai forestieri (già ogni anno una parcella di campo era lasciata
per i poveri, nell’anno sabbatico è tutto il campo). Il testo biblico
dice: il settimo anno non seminerai e non poterai la vigna, "dal
campo mangerete i frutti spontanei", il cibo raccolto va mangiato
giorno per giorno, come la manna nel deserto durante l’esodo».
- Il settimo era poi l’anno di libertà degli schiavi, ma di quale
schiavitù si parla?
«"Schiavo" è termine che sconcerta, ma nella civiltà
ebraica era quella persona che per debiti non pagati, o per reati da
scontare, doveva lavorare presso la famiglia del creditore fino all’estinzione
del suo debito, calcolato nel puro capitale, senza interessi. Durante il
tempo della restituzione (che comunque si concludeva nell’anno
sabbatico, fortunato quindi colui che iniziava la sua
"punizione" in un tempo vicino al settimo anno), il creditore
faceva lavorare il debitore presso di sé, ne provvedeva al mantenimento,
suo e della famiglia, e alla liberazione gli versava una cifra atta a
consentirgli la ripresa della vita normale. Di fatto, c’era un’attenzione
notevole ai problemi sociali».
- Oggi, oltre al riconoscimento del sabato, quale peso ha ancora l’anno
sabbatico o il Giubileo?
«Secondo il calendario ebraico, il prossimo anno è un anno sabbatico,
cioè un settimo anno, però si è perso il conto del Giubileo. Oggi
ancora vige l’anno sabbatico per i professori o quegli studiosi che si
astengono per un anno dagli impegni professionali per dedicarsi all’aggiornamento
e al perfezionamento della propria disciplina; e al mercato si trova sui
banchi dei prodotti agricoli il cartello: "qui non si vendono
prodotti dell’anno sabbatico", però la terra non viene restituita
ai possessori originari perché si sono perse le condizioni d’origine.
Ormai non si può fare più niente in Israele per celebrare il Giubileo
perché la società è multireligiosa e multiculturale, quindi, siccome la
norma del Giubileo vale quando tutti la osservano, oggi ciò è
impossibile e non ha più senso. La grande dispersione del popolo ebraico
nei secoli ha impedito l’aggiornamento di certe tradizioni alle
situazioni della vita odierna
Il Giubileo si basava infatti sul presupposto della distribuzione equa
del territorio della terra di Israele a tutti gli ebrei, come era avvenuto
al loro arrivo nella Terra promessa dopo la lunga permanenza nel deserto.
Ogni famiglia aveva ricevuto un appezzamento di terreno che le consentiva
di sopravvivere. Il Giubileo, ogni 50 anni, doveva ricostruire questo
progetto originario di equità territoriale, restituendo il possesso della
terra a quelle famiglie che, nel tempo, avevano dovuto cederla: si
rimettevano i conti a zero e ciascuno ristabiliva la sua piena libertà.
Era una legge difficile, ma saggia perché impediva a taluni di
arricchirsi in maniera smodata e manteneva il diritto di possesso a chi
aveva dovuto cedere la terra ereditata dalle generazioni. E dava pace al
suolo. E insegnava che si è tutti ospiti del mondo».
- Il Giubileo cattolico non ha nulla a che fare dunque con quello
ebraico; è indetto dal Pontefice, non sempre cade ogni 50 anni e non
c’è corrispondenza alcuna di date con la tradizione ebraica,
secondo lei ha comunque un senso positivo?
«Sì, lo ritengo comunque positivo perché richiama la gente a un
ripensamento, a una sacralità della vita, che si è persa durante i
secoli, e alla sacralità di Dio e del prossimo. Forse il Giubileo
potrebbe essere un’opportunità verso la pace; potremmo, ad esempio,
prendere sul serio l’educazione dei ragazzi per allontanarli dai modelli
di guerra e di potere, e aiutarli invece a esprimersi, a riconoscere le
loro risorse e a sognare un mondo in armonia e una società che sa
accogliere e dialogare».
Rosangela Vegetti
| NEL MONDO DELLA
RIFORMA
I motivi di contrasto tra Chiesa
cattolica e Chiese della Riforma, proprio a motivo del Giubileo,
oggi non sono così forti e sentiti come un tempo, ma neppure sono
stati eliminati a vantaggio di un nuovo incontro. Così –
precisa il pastore luterano Holger Banse, che ha svolto il suo
ministero a Milano e ora è in Germania – si dovrebbe cogliere l’occasione
della fine del millennio non per alimentare paure di catastrofi o
apocalissi, ma per una seria riflessione su quanto è successo in
questi 2.000 anni di cristianesimo: «Siamo diventati cristiani? E
cosa significa all’inizio del terzo millennio essere cristiani
in una società abbastanza secolarizzata? È opportuno guardare
avanti, ma è utile anche guardare indietro, cosa ci sta sulle
spalle, con le nostre esperienze, tra le diverse confessioni nella
Chiesa, sapendo che siamo ancora divisi e non si sa quando
arriveremo alla possibilità di un accordo tra le diverse
confessioni per poterci invitare l’un l’altro alla cena del
Signore. Mi aspetto questa riflessione e insieme temo che le altre
religioni siano impaurite da un evento della Chiesa troppo
esaltato».
La Chiesa luterana ha connotato
territoriale e quindi ogni Chiesa locale prepara degli avvenimenti
particolari nel suo ambito, per parrocchie, decanati, città, per
festeggiare il nuovo secolo. Ci sono diverse iniziative musicali,
liturgiche, e di predicazione, ma non un programma comune. Non c’è
alcun richiamo all’antica tradizione ebraica del Giubileo, e
localmente si fatica a intendersi tra cattolici e luterani. |
| I MUSULMANI NON
SI ASPETTANO NULLA
I musulmani non si riferiscono
alla Bibbia, anche se si rifanno al patriarca Abramo, e non hanno
alcuna celebrazione che si avvicini all’ideale del Giubileo. Il
loro calendario, che pone l’inizio dell’era musulmana dalla
data dell’ègira, il trasferimento di Maometto dalla
Mecca a Medina (622 d.C.), non ha nulla a che vedere con il nostro
che parte dalla nascita di Cristo. Inutile quindi cercare punti di
contatto in questo senso; l’atteggiamento in genere nei
confronti del Giubileo cattolico è di indifferenza o di timore,
perché vedono in tale evento una manifestazione di potere e di
sopraffazione culturale e religiosa.
«Non vedo alcuna ragione per cui
il 21° secolo potrebbe essere diverso dal 20° – afferma lo
studioso islamico Abdel Haleem in un’intervista pubblicata sul
settimanale saudita Il mondo islamico (13-19/9/1999) sulla
posizione dei musulmani nel nuovo millennio –, non è una
questione di secoli: i musulmani devono fare qualcosa per cambiare
loro stessi. Il Corano dice che Allah non cambia la condizione di
nessuno fino a che lui stesso faccia quanto può per cambiarsi.
Per cui, se i musulmani continuano ad essere come sono, non fa
alcuna differenza né il gennaio 2000 né il 2001, e non bisogna
aspettarsi nulla». |
| PIÙ VICINI
AGLI ORTODOSSI
Nella tradizione della Chiesa
ortodossa non esiste il Giubileo, però Giovanni Paolo II e
Bartolomeo I, patriarca ecumenico di Costantinopoli, si sono
accordati per celebrarlo se non del tutto uniti, almeno più
vicini. L’indicazione di entrare nel terzo millennio con spirito
giubilare è data anche alla Chiesa ortodossa che festeggia il
2000 come anniversario della nascita di Gesù mettendo in evidenza
il mistero dell’incarnazione. Gli ortodossi lo celebreranno in
Terra Santa il 7 gennaio (giorno del Natale secondo il vecchio
calendario di Gerusalemme), poi ogni Chiesa nazionale ha in
programma liturgie, tavole rotonde, esposizioni di icone, e altre
iniziative alle quali sono stati invitati anche i rappresentanti
delle Chiese cattolica e protestante. «La Chiesa ortodossa –
spiega padre Valdman Traian, responsabile della comunità
ortodossa romena in Italia – non si è espressa in modo critico
di fronte al Giubileo cattolico, però, dato che i 2.000 anni di
vita cristiana riguardano tutte le Chiese, la decisione non
avrebbe dovuto essere presa dalla sola autorità di Roma. Così l’avvenimento
non è percepito in chiave ecumenica, ma confessionale: la Chiesa
cattolica lo celebra con quella sua teologia e spiritualità che
implica le indulgenze che il mondo ortodosso non ha mai avuto né
accettato». |
| LE CRITICHE
DEGLI EVANGELICI
«In Italia tutte le Chiese
evangeliche – afferma il pastore battista Paolo Spanu,
presidente del Consiglio delle Chiese di Milano –
criticano il Giubileo così come è stato interpretato e
programmato dal Pontefice romano. Non per i grandi temi ideali, ma
per le modalità di attuazione e per il permanere delle indulgenze
da lucrare, concetto questo del lucro che non si ad-dice al
perdono che è dono di Dio e non frutto di lucro. Su questo c’è
unanimità; dove non c’è unanimità è sul cosa fare, perché
sappiamo benissimo che qualunque cosa facciamo sarà in qualche
modo coinvolta nel meccanismo del Giubileo cattolico, e volenti o
nolenti saremo fatti protagonisti nostro malgrado. Dal mio punto
di vista, questa indizione del Giubileo non favorisce l’ecumenismo,
anzi creerà molti risentimenti e prese di posizione solo
apparentemente innocue. Non si proclama un evento di questa
portata come fatto ecumenico, senza pensare di prepararlo in
maniera ecumenica, coinvolgendo i rappresentanti delle Chiese, ma
lasciandoli al di fuori.
Sarebbe stato meglio se tutti i
cristiani – sia quelli che si riconoscono nel Consiglio
ecumenico delle Chiese (Cec) e, per quanto riguarda l’Europa,
nella Conferenza europea delle Chiese (Kek), che le varie diocesi
della Chiesa cattolica, specialmente nei Paesi benestanti e
ricchi, come il nostro – si fossero messi tutti d’accordo per
fare un Giubileo che avesse risonanza in tutto il mondo: potevamo
essere oltre un miliardo di persone schierate per la pace a tutti
i costi, per tacitare gli spari in Irlanda e a Timor Est, per
aiutare l’Africa dove si muore di Aids perché non ci sono soldi
per acquistare i medicinali, per inventare strutture di pace, e
testimoniare nei fatti che noi cristiani siamo tutti chiamati a
costruire ponti. Questa sarebbe stata un’occasione grande, il
2000 poteva essere un appuntamento per riunire tutti i cristiani.
Invece, non siamo riusciti ad avere questo colpo d’ala di
testimonianza al mondo. Sono state fatte delle proposte al Cec
troppo minimali, troppo tecniche; bisogna parlare con la forza
della profezia perché questo mondo non si distrugga nelle mani
dei signori della guerra». |
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