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INCONTRI - ALCUNE DOMANDE A CLARA KOPCIOWSKI

Convocati dal suono del corno

di Rosangela Vegetti
    

   Famiglia Oggi n. 12 dicembre 1999 - Home Page In una società multireligiosa la celebrazione del Giubileo non ha un solo significato e valore. Pone le sue radici nella tradizione ebraica della quale ha, tuttavia, perso le peculiarità. Resta comunque un momento di riscontro o di riflessione comune alle diverse fedi.

Nel libro biblico del Levitico, al capitolo 25, si annuncia che ogni anno settimo è sacro e ogni sette cicli di sette anni c’è il Giubileo. «Sacro è l’anno settimo e tutti gli anni settimi. Sacro è con più profondità di regola l’anno cinquantesimo, detto Giubileo dal nome ebraico iòvel che è corno di ariete» (cfr. Erri De Luca, L’urgenza della libertà. Il Giubileo e gli anni sacri nella loro stesura d’origine dal libro Levitico/Vaikrà, Filema, Napoli 1999). Tale corno richiama i tempi del deserto, in cui il popolo d’Israele era convocato dal suono del iòvel e l’inizio del Giubileo era segnalato dal suono di questo corno.

Occorre dunque rifarsi all’antica memoria del popolo ebraico per comprendere le origini di una celebrazione che la Chiesa cattolica ha fatto sua dal 1300 – data del primo Giubileo indetto da Bonifacio VIII in risposta a un esplicito bisogno del popolo di sentirsi riconciliato con Dio –, modificandone i significati e, lungo i secoli, alterandone anche talora l’originaria portata pastorale. La concomitanza della proclamazione del Giubileo cattolico con l’inizio del terzo millennio sollecita un po’ tutti, cristiani e non cristiani, a confrontarsi con il programma giubilare che ha segnato le nostre città e coinvolge milioni di persone in vari itinerari di pellegrinaggio.

Il Giubileo, tuttavia, non è uguale per tutti; per taluni ha richiami antichi, per altri non possiede nessun significato. C’è chi lo attende e chi lo considera una semplice celebrazione interna alla Chiesa cattolica senza valore per chi cattolico non è. Insomma, bisogna imparare a conoscere le diverse posizioni per capire atteggiamenti e anche riserve critiche di chi ormai ci è concittadino nella società multireligiosa.

Poiché è inevitabile partire dalla tradizione e dall’esperienza del popolo ebraico per raccogliere suggestioni e ricadute della proposta giubilare, abbiamo rivolto alcune domande a Clara Kopciowski, docente nelle scuole ebraiche di Milano.

  • Dal Pentateuco abbiamo ricevuto il Giubileo, come si colloca questa ricorrenza nella tradizione antica?

«La sacralità del settimo anno, considerato sabbatico, è legata al concetto del sabato che è la festa familiare per eccellenza, mentre il settimo anno, come pure il Giubileo, ha portata sociale, tocca la vita sociale. Nell’anno settimo non si coltivano i campi, perché la terra è di Dio e il contadino in quell’anno lascia la terra a Dio, cioè i prodotti non vengono raccolti per essere venduti o immagazzinati, ma per il consumo necessario della famiglia e lasciati a chi ha bisogno, ai poveri e ai forestieri (già ogni anno una parcella di campo era lasciata per i poveri, nell’anno sabbatico è tutto il campo). Il testo biblico dice: il settimo anno non seminerai e non poterai la vigna, "dal campo mangerete i frutti spontanei", il cibo raccolto va mangiato giorno per giorno, come la manna nel deserto durante l’esodo».

  • Il settimo era poi l’anno di libertà degli schiavi, ma di quale schiavitù si parla?

«"Schiavo" è termine che sconcerta, ma nella civiltà ebraica era quella persona che per debiti non pagati, o per reati da scontare, doveva lavorare presso la famiglia del creditore fino all’estinzione del suo debito, calcolato nel puro capitale, senza interessi. Durante il tempo della restituzione (che comunque si concludeva nell’anno sabbatico, fortunato quindi colui che iniziava la sua "punizione" in un tempo vicino al settimo anno), il creditore faceva lavorare il debitore presso di sé, ne provvedeva al mantenimento, suo e della famiglia, e alla liberazione gli versava una cifra atta a consentirgli la ripresa della vita normale. Di fatto, c’era un’attenzione notevole ai problemi sociali».

  • Oggi, oltre al riconoscimento del sabato, quale peso ha ancora l’anno sabbatico o il Giubileo?

«Secondo il calendario ebraico, il prossimo anno è un anno sabbatico, cioè un settimo anno, però si è perso il conto del Giubileo. Oggi ancora vige l’anno sabbatico per i professori o quegli studiosi che si astengono per un anno dagli impegni professionali per dedicarsi all’aggiornamento e al perfezionamento della propria disciplina; e al mercato si trova sui banchi dei prodotti agricoli il cartello: "qui non si vendono prodotti dell’anno sabbatico", però la terra non viene restituita ai possessori originari perché si sono perse le condizioni d’origine. Ormai non si può fare più niente in Israele per celebrare il Giubileo perché la società è multireligiosa e multiculturale, quindi, siccome la norma del Giubileo vale quando tutti la osservano, oggi ciò è impossibile e non ha più senso. La grande dispersione del popolo ebraico nei secoli ha impedito l’aggiornamento di certe tradizioni alle situazioni della vita odierna

Il Giubileo si basava infatti sul presupposto della distribuzione equa del territorio della terra di Israele a tutti gli ebrei, come era avvenuto al loro arrivo nella Terra promessa dopo la lunga permanenza nel deserto. Ogni famiglia aveva ricevuto un appezzamento di terreno che le consentiva di sopravvivere. Il Giubileo, ogni 50 anni, doveva ricostruire questo progetto originario di equità territoriale, restituendo il possesso della terra a quelle famiglie che, nel tempo, avevano dovuto cederla: si rimettevano i conti a zero e ciascuno ristabiliva la sua piena libertà. Era una legge difficile, ma saggia perché impediva a taluni di arricchirsi in maniera smodata e manteneva il diritto di possesso a chi aveva dovuto cedere la terra ereditata dalle generazioni. E dava pace al suolo. E insegnava che si è tutti ospiti del mondo».

  • Il Giubileo cattolico non ha nulla a che fare dunque con quello ebraico; è indetto dal Pontefice, non sempre cade ogni 50 anni e non c’è corrispondenza alcuna di date con la tradizione ebraica, secondo lei ha comunque un senso positivo?

«Sì, lo ritengo comunque positivo perché richiama la gente a un ripensamento, a una sacralità della vita, che si è persa durante i secoli, e alla sacralità di Dio e del prossimo. Forse il Giubileo potrebbe essere un’opportunità verso la pace; potremmo, ad esempio, prendere sul serio l’educazione dei ragazzi per allontanarli dai modelli di guerra e di potere, e aiutarli invece a esprimersi, a riconoscere le loro risorse e a sognare un mondo in armonia e una società che sa accogliere e dialogare».

Rosangela Vegetti
   

NEL MONDO DELLA RIFORMA

I motivi di contrasto tra Chiesa cattolica e Chiese della Riforma, proprio a motivo del Giubileo, oggi non sono così forti e sentiti come un tempo, ma neppure sono stati eliminati a vantaggio di un nuovo incontro. Così – precisa il pastore luterano Holger Banse, che ha svolto il suo ministero a Milano e ora è in Germania – si dovrebbe cogliere l’occasione della fine del millennio non per alimentare paure di catastrofi o apocalissi, ma per una seria riflessione su quanto è successo in questi 2.000 anni di cristianesimo: «Siamo diventati cristiani? E cosa significa all’inizio del terzo millennio essere cristiani in una società abbastanza secolarizzata? È opportuno guardare avanti, ma è utile anche guardare indietro, cosa ci sta sulle spalle, con le nostre esperienze, tra le diverse confessioni nella Chiesa, sapendo che siamo ancora divisi e non si sa quando arriveremo alla possibilità di un accordo tra le diverse confessioni per poterci invitare l’un l’altro alla cena del Signore. Mi aspetto questa riflessione e insieme temo che le altre religioni siano impaurite da un evento della Chiesa troppo esaltato».

La Chiesa luterana ha connotato territoriale e quindi ogni Chiesa locale prepara degli avvenimenti particolari nel suo ambito, per parrocchie, decanati, città, per festeggiare il nuovo secolo. Ci sono diverse iniziative musicali, liturgiche, e di predicazione, ma non un programma comune. Non c’è alcun richiamo all’antica tradizione ebraica del Giubileo, e localmente si fatica a intendersi tra cattolici e luterani.

   

I MUSULMANI NON SI ASPETTANO NULLA

I musulmani non si riferiscono alla Bibbia, anche se si rifanno al patriarca Abramo, e non hanno alcuna celebrazione che si avvicini all’ideale del Giubileo. Il loro calendario, che pone l’inizio dell’era musulmana dalla data dell’ègira, il trasferimento di Maometto dalla Mecca a Medina (622 d.C.), non ha nulla a che vedere con il nostro che parte dalla nascita di Cristo. Inutile quindi cercare punti di contatto in questo senso; l’atteggiamento in genere nei confronti del Giubileo cattolico è di indifferenza o di timore, perché vedono in tale evento una manifestazione di potere e di sopraffazione culturale e religiosa.

«Non vedo alcuna ragione per cui il 21° secolo potrebbe essere diverso dal 20° – afferma lo studioso islamico Abdel Haleem in un’intervista pubblicata sul settimanale saudita Il mondo islamico (13-19/9/1999) sulla posizione dei musulmani nel nuovo millennio –, non è una questione di secoli: i musulmani devono fare qualcosa per cambiare loro stessi. Il Corano dice che Allah non cambia la condizione di nessuno fino a che lui stesso faccia quanto può per cambiarsi. Per cui, se i musulmani continuano ad essere come sono, non fa alcuna differenza né il gennaio 2000 né il 2001, e non bisogna aspettarsi nulla».

   

PIÙ VICINI AGLI ORTODOSSI

Nella tradizione della Chiesa ortodossa non esiste il Giubileo, però Giovanni Paolo II e Bartolomeo I, patriarca ecumenico di Costantinopoli, si sono accordati per celebrarlo se non del tutto uniti, almeno più vicini. L’indicazione di entrare nel terzo millennio con spirito giubilare è data anche alla Chiesa ortodossa che festeggia il 2000 come anniversario della nascita di Gesù mettendo in evidenza il mistero dell’incarnazione. Gli ortodossi lo celebreranno in Terra Santa il 7 gennaio (giorno del Natale secondo il vecchio calendario di Gerusalemme), poi ogni Chiesa nazionale ha in programma liturgie, tavole rotonde, esposizioni di icone, e altre iniziative alle quali sono stati invitati anche i rappresentanti delle Chiese cattolica e protestante. «La Chiesa ortodossa – spiega padre Valdman Traian, responsabile della comunità ortodossa romena in Italia – non si è espressa in modo critico di fronte al Giubileo cattolico, però, dato che i 2.000 anni di vita cristiana riguardano tutte le Chiese, la decisione non avrebbe dovuto essere presa dalla sola autorità di Roma. Così l’avvenimento non è percepito in chiave ecumenica, ma confessionale: la Chiesa cattolica lo celebra con quella sua teologia e spiritualità che implica le indulgenze che il mondo ortodosso non ha mai avuto né accettato».

   

LE CRITICHE DEGLI EVANGELICI

«In Italia tutte le Chiese evangeliche – afferma il pastore battista Paolo Spanu, presidente del Consiglio delle Chiese di Milano – criticano il Giubileo così come è stato interpretato e programmato dal Pontefice romano. Non per i grandi temi ideali, ma per le modalità di attuazione e per il permanere delle indulgenze da lucrare, concetto questo del lucro che non si ad-dice al perdono che è dono di Dio e non frutto di lucro. Su questo c’è unanimità; dove non c’è unanimità è sul cosa fare, perché sappiamo benissimo che qualunque cosa facciamo sarà in qualche modo coinvolta nel meccanismo del Giubileo cattolico, e volenti o nolenti saremo fatti protagonisti nostro malgrado. Dal mio punto di vista, questa indizione del Giubileo non favorisce l’ecumenismo, anzi creerà molti risentimenti e prese di posizione solo apparentemente innocue. Non si proclama un evento di questa portata come fatto ecumenico, senza pensare di prepararlo in maniera ecumenica, coinvolgendo i rappresentanti delle Chiese, ma lasciandoli al di fuori.

Sarebbe stato meglio se tutti i cristiani – sia quelli che si riconoscono nel Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec) e, per quanto riguarda l’Europa, nella Conferenza europea delle Chiese (Kek), che le varie diocesi della Chiesa cattolica, specialmente nei Paesi benestanti e ricchi, come il nostro – si fossero messi tutti d’accordo per fare un Giubileo che avesse risonanza in tutto il mondo: potevamo essere oltre un miliardo di persone schierate per la pace a tutti i costi, per tacitare gli spari in Irlanda e a Timor Est, per aiutare l’Africa dove si muore di Aids perché non ci sono soldi per acquistare i medicinali, per inventare strutture di pace, e testimoniare nei fatti che noi cristiani siamo tutti chiamati a costruire ponti. Questa sarebbe stata un’occasione grande, il 2000 poteva essere un appuntamento per riunire tutti i cristiani. Invece, non siamo riusciti ad avere questo colpo d’ala di testimonianza al mondo. Sono state fatte delle proposte al Cec troppo minimali, troppo tecniche; bisogna parlare con la forza della profezia perché questo mondo non si distrugga nelle mani dei signori della guerra».

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