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C’è
un modo di vivere la fede che allontana i giovani dalla pratica religiosa.
Ma tra bigottismo e rifiuto si incunea un atteggiamento positivo che aiuta
le persone nel viaggio della vita. Però i genitori devono rispettare i
ritmi di maturazione dei figli. «La
religione è una nevrosi collettiva e la nevrosi una religione privata».
Ammesso anche (ma nell’odierno dibattito scientifico ciò non risulta
così evidente) che Freud abbia veramente creduto a questa forte
reciprocità fra religiosità e patologia, l’attuale psicoanalisi
rivaluta il ruolo positivo della religione, sia per lo sviluppo armonico
della personalità che per l’elaborazione di motivazioni forti per
riconoscere e superare eventuali deragliamenti evolutivi, e considera l’affermazione
di Freud non come un principio (è così), ma come un inconveniente di
fatto (ci si riduce così).
Un ulteriore dato della ricerca psicologica sta emergendo sempre più
chiaramente. La dimensione religiosa, intesa non riduttivamente come
codice di norme, ma come chiave interpretativa dell’esistenza umana che
informa su ciò che è veramente degno dell’uomo, è una struttura
originaria dell’io. Come si è da tempo dimostrato che la persona umana
è fin dalla nascita essere relazionale, affettivo, sociale, pensante,
così appare sempre più evidente che è anche intrinsecamente religiosa e
che tale dimensione dell’io è regolata da corrispondenti strutture e
dinamiche psichiche come altrettante strutture e dinamiche regolano l’evolversi
degli altri suoi ambiti. Allo stato attuale degli studi psicologici, non
è dunque difficile sostenere che l’essere umano è interiorità
credente e che tale affermazione è scientifica e oggettiva come lo è
affermare che è mente pensante o cuore amante.
Questi due accenni alla teoria psicologica permettono di rispondere
alla nostra domanda. Se la religiosità è una componente dell’io, ne
segue che il suo riconoscimento e rispetto non possono che essere salutari
per il benessere dello stesso. Quando, tuttavia, passiamo dal livello del
come dovrebbe essere a quello del cosa di fatto può succedere, anche il
modo di vivere la religiosità può contribuire alla formazione di uno
stile scomposto di affrontare la vita o almeno ad avallarlo e benedirlo.
Conosco un gruppo di famiglie convinte del ruolo positivo della religione
che però traducono nel messaggio perentorio ai figli del tipo: «in casa
nostra certe cose non si fanno e non si pensano neanche». Per anni hanno
avuto il vantaggio di non ridursi con loro a contrattare la partecipazione
alla messa o gli orari notturni di rientro a casa, ma oggi sono spaesati
di fronte al ragionamento dei più grandi sul tipo: «si fa, ma non si
dice». La religione rimane beffata.
Quali i fattori per un esito sbagliato dell’educazione religiosa? Ne
accenno ad alcuni, suggeriti dal mio aiuto psicologico alle famiglie.
Motivazione culturale
È noto a tutti che i genitori non agiscono sui figli a vanvera o
secondo l’umore del momento, ma guidati da un insieme prestabilito di
principi orientativi a loro interni e che ritengono validi. Altrettanto
noto è che (come la psicologia intersoggettiva avverte) l’attivazione,
nella pratica, di questi principi dipende anche dal contesto culturale in
cui la famiglia è immersa. Ne deriva, perciò, che gli interventi
educativi dei genitori sono determinati sia dai loro principi interni, sia
dal contesto che, variando, favorisce l’uno o l’altro di tali
principi. Da aggiungere che l’assimilazione dei suggerimenti forniti dal
contesto culturale può essere deliberata, ma anche inconscia o
semideliberata, quando, cioè, seguo i suoi principi (trasmessi spesso in
forma subliminale e indiretta) senza averli vagliati e, addirittura,
quando vagliati non mi riconoscerei in essi e li rinnegherei. Insomma:
agiamo secondo le nostre convinzioni ma anche seguendo quelle assorbite
dall’esterno in modo ignaro.
Questa interazione fra convinzioni personali e influenze culturali può
portare, per il nostro tema, alla perdita della serietà della religione,
senza tuttavia negarne la validità.
Se vale il nostro discorso, dovremmo mandare il messaggio che la
dimensione religiosa appartiene al livello che qualifica l’esistere
umano, e dunque con Dio o senza Dio non è la stessa cosa per la vita dell’io.
Ma, in tempi di pluralismo e tolleranza, dire così ci sembra esagerato,
settario, intransigente. E allora, senza dirlo, diciamo che, sì, Dio è
importante, ma si deve rispettare la scelta delle persone e che, dunque,
è possibile elaborare correttamente un progetto completo di identità a
prescindere dalla sua dimensione religiosa non riconosciuta, appunto, come
elemento indispensabile per la vita dell’io. Ciò non vuol dire
combattere la religione ma, più semplicemente, relegarla al livello di
scelta d’opinione, a opzione più o meno arbitraria fatta da chi crede
bene di farla, ma che si può anche non fare perché poco influente sulla
qualità globale della vita dell’io.
La messa, che croce!
I nostri genitori di prima, alle emergenti difficoltà dei figli per
andare a messa, hanno reagito così: «noi abbiamo fatto il nostro dovere,
ora sta a loro». Io ho risposto che così facendo evitavano l’errore di
imporre la religione, ma cadevano in quello più moderno di relegarla a
scelta opzionale.
Il problema non è: "messa/non messa", ma quello più
importante di individuare gli elementi indispensabili per una vita
sensata. Se l’adolescente rifiuta la messa non è perché la messa gli
faccia problema. È che non vede a cosa gli serve andarci e farlo ancora
gli suona come un attardarsi nell’infantilismo di ieri. Non ce l’ha
con Dio, è che non capisce a cosa, adesso, gli possa servire. La
differenza è importante: «Dio non mi interessa» vuol dire: «la mia
vita può ancora includerlo?». Il problema non sono i contenuti di fede,
ma la loro relazione con la situazione di vita attuale del ragazzo.
Ridare serietà alla religione vuol dire appunto che è anche nel
confronto con essa che si mettono le basi per il bene-essere futuro. La
vita è problema religioso per il semplice fatto che è vita. Non lo
diventa in seconda battuta, quando e se la riflessione sul vivere viene
prolungata fino alle sue estreme conseguenze.
Atteggiamenti patologici
La religiosità, staccata dalla vita, non necessariamente muore ma si
patologizza. Può essere elaborata in modo del tutto creativo, non
assoggettabile a nessun criterio di autenticazione. Può esserci, non
esserci, esserci in versione emotiva, volontaristica, erotica,
fondamentalista, qualcosa che serve per andare là dove ti porta il cuore,
un fatto romantico, estetico o ludico da non prendere troppo alla lettera.
Ecco una forma "postmoderna" di patologia religiosa: un
rapporto con Dio che non è sul sì, ma neanche sul no, un rapporto di
convivenza sorniona dove può coesistere Gesù e l’Acquario, la saggezza
del mondo e quella del Vangelo, senza bisogno di scegliere per l’una o
per l’altra.
Un po’ come quella simpatica ragazza che non vedeva la contraddizione
nel dire candidamente: «la domenica mattina, quando mi sveglio, lavo via
l’odore del sabato notte dai capelli e poi vado in chiesa»; o quel
vispo mercante che grida ai quattro venti che occorre il rinnovamento
morale e contemporaneamente calcola gli utili economici che può ricavare
se si prolunga la situazione di corruzione.
Penso che questo ermafroditismo religioso che rifiuta di specializzarsi
sia ben più patologico e deleterio del vecchio ateismo o della
indifferenza, perché, senza negarla, toglie alla fede il suo carattere
tipicamente cristiano di sintesi fra "con tutto il cuore",
"con tutta la mente", "con tutta l’anima".
Eccesso d’amore
È naturale che un genitore voglia proteggere il figlio dagli errori
che lo faranno soffrire. Ci sono sofferenze che è meglio evitare. Altre
no. La vita si presenta sempre nel suo duplice polo di successo e
sconfitta, vanto e colpa, dolcezza e violenza. Secondo un falso concetto
di oblatività, i genitori possono ricorrere anche alla religione per
preservare il figlio dall’inevitabile complessità della vita.
È il caso di un bambino di 6 anni che ogni sera non poteva
addormentarsi per il timore di morire nel sonno. Educato dai genitori a
essere solamente e sempre bravo, si era identificato con il polo positivo
dell’esistenza umana, proiettando all’esterno di sé, nella figura
minacciosa di non-io, l’altro polo più doloroso della vita quale,
appunto, la morte, debolezza, fragilità, errore... I suoi saggi genitori
ebbero l’avvertenza di riconoscere che gli avevano parlato troppo di
santi e di virtù e che, da adesso, bisognava anche familiarizzarlo con
gli aspetti "mortali" del vivere.
Più in generale, la religione, ridotta al solo aspetto romantico, può
essere usata per non farci aprire gli occhi sulla realtà. Anziché
aiutarci a rispettare tutta la nostra umanità, la usiamo per guarire dall’avere
un’esistenza da umani e nutrire la fantasia fobica che la vita deve
svolgersi in un regime di beatitudine non concesso agli umani.
Strumentalizzare la religione
Un altro rischio me lo ha segnalato una signora che, pur di tenere
legato il figlio alla parrocchia, lei stessa si prestava a qualsiasi
servizio nella stessa, nell’intento di fornire al figlio un ambiente
sano. «Se faccio tanto a passare questi anni turbolenti dell’adolescenza
e ad evitare che mio figlio vada con i balordi del quartiere, dopo ci
penso io ad instradarlo». Infatti, passati gli anni turbolenti del liceo,
a diploma in tasca e con la fortuna di aver trovato la ragazza giusta, la
signora (e con lei il figlio) sparì dalla parrocchia.
È l’uso funzionale della religione: ci se ne serve quel tanto che
basta per evitare la devianza. Ma quando essa chiede di assumerla come
parametro per ordinare, collegare, mettere in connessione gerarchica i
fini e le scelte di vita, allora la si lascia o la si relega nello sfondo
dei principi ultimi che diventano così ultimi da non condizionare più la
regia della vita.
Due piste pedagogiche
Vorrei concludere, in positivo, con due contributi. La maturità (di
chi si pone con libertà e responsabilità verso la realtà) è certamente
impedita da un super-io rigido, ma è altrettanto compromessa da un
super-io poveramente affermato. Nel passato si sbagliava perché non si
cercava di modificare il super-io in coscienza vera. Ora si sbaglia nel
pretendere una coscienza vera, subito, senza le premesse di un super-io
esigente. Dubito che si arrivi alla libertà senza essere passati
attraverso la legge, o all’interesse personale senza passare per la via
dell’obbligo. Il bambino impara per "introiezione" di modelli.
Lasciato privo di "oggetti interni", è in balia della sua
soggettività senza poterla mai confrontare con una alterità.
L’adolescente impara per "introspezione". Per passare dalla
sottomissione alla convinzione, dall’obbedienza alla responsabilità,
dovrà essere aiutato a valutare e giudicare tutto il materiale fin qui
"introiettato" nel suo zainetto, rovesciarlo fuori, e rimettere
dentro ciò che ritiene più valido per il viaggio della vita. Non basta,
però, vedere ciò che lascia o riprende, ma anche i criteri del suo
lasciare o prendere. Se qualche cosa rifiuta, almeno, prima, con esso deve
averci fatto i conti, con una scelta di cui, guardandosi indietro, potrà
dire: «l’ho voluta io». Diventerà adulto nella misura in cui saprà
giustificare a se stesso il perché dei suoi "sì" e dei suoi
"no". Se fra i no ci mette anche Dio, su queste basi di onestà
Dio gli riapparirà.
Alessandro Manenti |