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EDITORIALE

Profilo dell’intimità

La Direzione
   

   Famiglia Oggi n. 1 gennaio 2001 - Home Page Forse, la vita sociale di oggi ha mandato in cantina uno dei valori più grossi. La sua riscoperta diventa necessaria soprattutto davanti alla spregiudicatezza dei media.

L'intimità è esperienza umana e umanizzante. Umana perché nasce dalla capacità di uscire dal proprio egocentrismo e approdare al mondo dell’altro in modo pulito e non manipolatorio; umanizzante perché affina i desideri, le attese, i linguaggi e rende perfettibili e grati. Intimità, infatti, è abitare presso l’altro senza bisogno di difendersi, di agire a proprio favore, di trasformarsi in agenzia pubblicitaria di sé stessi. Chi è intimo a un altro non ha bisogno di guardarsi le spalle, sa che l’altro lo accoglie com’è e, se fosse necessario, lo difenderà anche da sé stesso. E, per converso, colui che sperimenta simile intimità, permette all’altro di abitare presso sé stesso e nello stupore di lasciarlo essere così com’è, vince la barriera dell’isolamento dell’io e scopre che «basta il suono delle trombe per far crollare le mura di Gerico» delle proprie difese e della propria autosufficienza. Uno riesce a essere intimo a un altro, infatti, solo se si compie un simile processo tra due io compiuti, autonomi, non resi inaccessibili dal loro isolamento.

Il "suono delle trombe" è la liturgia di un simile incontro che ha in sé qualcosa di sacro e che non ammette nessuna violenza, nemmeno quella bene intenzionata di chi vuole far crollare le inutili barricate dell’altro e mette in atto strategie di accerchiamento, mediante le quali si può soltanto manipolare e distorcere. Il "suono delle trombe" è la musica che celebra il libero darsi dell’altro, l’unico abilitato a far crollare le proprie difese; e insieme lo stupore che le mura che ci separavano, apparentemente così potenti, non c’erano, non dovevano esserci.

L’intimità non ammette "guardoni", né giudici: chi crede di guardare l’altro nella sua intimità, per ciò stesso vanifica questa delicatissima sinfonia e la altera; se so che altri guardano il mio essere "intimo a" per ciò stesso divento un esibizionista e concedo all’altro un mimo artefatto della mia intimità. Nessun Grande fratello con il suo sguardo onnipresente e giudicante può cogliere l’intimità e l’autenticità di una situazione di vita; anche solo pensare che sotto una macchina da presa si dia intimità, significa non saperne riconoscere il volto misterioso e segreto.

L’intimità non coincide con un esporsi al pubblico né con il ritirarsi nel privato; in quanto pubblica, essa si ridurrebbe a una esibizione maldestra e, nella migliore delle ipotesi, ingenua, come quando due si baciano appassionatamente in tram, illudendosi che il guardare di soppiatto gli altri non interferisca con l’autenticità del loro baciarsi: stanno baciandosi per sé stessi, per bisogno di pubblicità, perché l’affermazione pubblica sembra dare più forza di stabilità al rapporto che essi sentono così fragile; o perché semplicemente si sono illusi di acconsentire a un moto spontaneo e non hanno visto come nell’attimo successivo il contesto ambientale lo snaturava? Né l’intimità può coincidere con il puro privato, perché in esso si possono collocare fatti e comportamenti che nulla hanno a che fare con il calore dell’intimità.

Ci sono varie sfaccettature e vari gradi dell’intimità: c’è l’intimità incipiente e confinante con la fusionalità del bambino e della sua mamma; c’è l’intimità dell’adolescente con il diario o con quel "tu" solo contenitore delle proprie paure; c’è l’intimità della figlia adulta con la madre; dell’anziano con chi lo accudisce in modo non frettoloso e provvisorio; c’è l’intimità dell’amico con l’amico, dell’amante con l’amante. Ci sono confidenze che crescono con gli anni e altre che svaniscono perché hanno esaurito il loro compito umanizzante, ma ovunque ci sia intimità c’è una relazione fiduciosa, priva di difese, senza vergogna e senza rivalità.

LA DIREZIONE

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