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STORIA DEL "PRIVATO" IN TV

Lacrime e panni sporchi

di Giorgio Vecchiato
(critico televisivo)
            

   Famiglia Oggi n. 1 gennaio 2001 - Home Page Dopo un primo esperimento degli anni ’60 e qualche altro raro esempio, è solo in questo ultimo decennio che hanno avuto un enorme successo i programmi in cui si raccontano "i fatti propri". La Tv specula sul desiderio di confessarsi in pubblico, ma sicuramente l’offerta è superiore alla domanda.

Nella primavera del ’62 la Rai diede il via a Cronaca drammatica, una rubrica di Vladimiro Cajoli che non aveva quasi precedenti in Tv e, per quasi vent’anni, non ne ebbe in poi. A prima vista non c’era nulla di rivoluzionario: un breve sceneggiato su uno dei tanti problemi familiari e, alla fine, gli spettatori che commentavano esprimendo pareri e citando casi personali. Eppure, passata allora sotto silenzio, era una novità che doveva permeare, invadente e petulante, gli anni ’90: il racconto dei fatti propri, un primo e timidissimo ingresso del privato che tenta di aprirsi uno spiraglio ma subito si ritrae.

Non è tuttavia per distrazione o superficialità dei recensori che, durante un quarantennio, nessuno ebbe a prevedere che il privato in video avrebbe condotto a una progressiva violazione dell’intimità individuale e familiare. Per una simile intuizione mancavano semplicemente le basi. Sulle enciclopedie televisive uscite fino a una decina di anni fa, per quanto si approfondissero i singoli temi, la voce "intimità" non compariva. Visto ciò che è successo dopo, quelle enciclopedie andrebbero riscritte o per lo meno aggiornate.

Parlando di intimità violata, il primo esempio che ora viene in mente è quello del Grande fratello: ma attenzione. Di questo programma, mi limiterò a considerazioni minime ma non marginali. L’indiscrezione tv si basa su due presupposti: primo, che le vittime siano veramente tali; secondo, che sia autentica anche la naturalezza del loro comportamento. Se mancano queste due condizioni – e nel Grande fratello, recita a soggetto, sono assenti – non si viola un bel niente. Al massimo, si istituisce un rapporto di complicità fra la telecamera che scruta, con l’audio non meno importante del video, e le persone o gruppi che vogliono sbandierare il proprio privato. Lo facciano per denaro, per vanità, per esibizionismo, il discorso non cambia. Semmai va completato in chiave di intimità svenduta: anche qui però sapendo che, oltre a correre dei bei soldi, il compenso per l’esibizionista spazia fra la popolarità presso gli amici del bar e gli ingaggi ai talk show nazionali.

Del resto vedremo più avanti quanto sia difficile distinguere fra la domanda tv e l’offerta dei privati, la seconda essenziale quanto la prima. Dicevamo che per un lungo periodo, con la trascurabile seppur significativa eccezione di Cronaca drammatica, la critica televisiva non ha occasioni per occuparsi del privato. Ci sono evidentemente dei motivi. Semplificando al massimo, la Tv delle origini si fonda su teleromanzi, varietà, quiz, sport, con il corredo di dibattiti in parallelo sulla credibilità dell’informazione e sul linguaggio che il nuovo mezzo richiede.

La svolta di Costanzo

Più tardi, e con particolare energia dal ’68, tutto diventa pubblico, sociale, politico. Ma a un certo punto c’è chi capisce che la gente ha le tasche piene delle vere o finte seriosità in voga, non si sente rappresentata dal video e aspira a qualcosa di diverso. Di solito queste svolte di tendenza avvengono casualmente o per intenzione che sia, ad opera di gruppi culturali, psicologi di massa, manager dello spettacolo, magari complessi pop consociati o isolati.

Nel nostro caso invece il pioniere ha un nome e cognome, pur riassumendo parecchie delle qualifiche sopra elencate. Si chiama Maurizio Costanzo e la svolta comincia nel ’76 con Bontà loro. Per l’Italia è una novità assoluta, anche se esistono modelli americani e lo stesso Costanzo ha già condotto rubriche analoghe alla radio. Come scrive Aldo Grasso, «Bontà loro è il prototipo di un fenomeno destinato a dilagare e a diventare modello di ogni discorso televisivo: il bisogno di confessarsi».

Per chi non ha l’età, diremo che Bontà loro è un’anticipazione su scala ridotta di quello che diventerà il Maurizio Costanzo Show (nella foto): non solo confessione ma intervista, confronto, racconto, inchiesta, divagazione, chiacchiera dotta e vaniloquio. Per mantenersi al riparo dalle domande di Costanzo, l’unico accorgimento è non andarci. Una volta accettato l’invito, anche il personaggio più schivo diventa loquace, il più pudico si toglie giacca e camicia. Allora come oggi. Un teatro al posto dello studio tv, qualche numero di varietà in più, appuntamento quotidiano anziché settimanale: rispetto al ’76 sono le sole differenze. Trasformati i climi, le gerarchie, i problemi, le mentalità, ma sempre monolitico lo show di Maurizio, l’unico capace di durare nei decenni senza dare segni di flessione.

Costanzo ha tracciato un percorso, nel quale però resta a lungo l’unico viandante. Bisogna aspettare il 1988 per vedere Siusy Blady che nella Tv delle ragazze va a indagare sull’intimità delle donne in carriera. L’ambiente è ancora ridanciano, ma non si ride più quando, nello stesso anno, Enza Sampò dà il via a Io confesso, ogni sera alle 20 su Raitre. Non svelo nessun segreto dicendo che la Sampò, professionista di prim’ordine, non si cimenta volentieri con tipi anonimi e irriconoscibili – ma pur sempre esibizionisti –, i quali confessano storie spesso inconfessabili. Ma la Rai, con sovrana riconoscenza, le ha spesso fatto la guerra, e la Sampò deve adeguarsi. Lo fa con signorilità e misura. In mano a chiunque altro, la rubrica sarebbe stata squalificante.

Comincia l’alluvione

Costanzo, Sampò, avanti la truppa. Dopo i cautelosi inizi, comincia l’alluvione. Nel corso degli ultimi dieci anni nessuna rete è stata risparmiata dalla Tv della chiacchiera, ben presto divenuta Tv dei panni sporchi, non più lavati in famiglia, bensì messi in piazza. Un settore aggiuntivo è poi quello degli incontri fra persone che non si vedono da tempo, o che hanno litigato al punto da detestarsi. Per i primi, l’antenato è evidentemente Enzo Tortora con il suo Portobello: solo che al posto dei reduci di guerra rimpatriano gli emigranti della Carrà, lacrime facili fra soldi e balletti. Quanto agli altri, abbiamo le anime solitarie, o malamente assortite, di Maria De Filippi, derivate dallo Stranamore di Alberto Castagna.

Noteremo qui di passaggio che ogni autore di programmi, o conduttore, si lamenta per plagi e imitazioni. In realtà copiano tutti, oppure comperano i format stranieri: che è una forma commerciale per mascherare analoghe operazioni. Questa è anche una Tv strappacuore. Visto che è sempre più difficile far ridere, per la penuria non tanto di comici quanto di copioni divertenti, l’audience premia il pianto in diretta.

La sede principale resta la piazzetta di Michele Guardì, I fatti vostri, su Raidue, che hanno visto succedersi Fabrizio Frizzi, Magalli, Castagna, Giletti, con diverso stile, ma uguale sforzo emotivo. Le storie disgraziate sono pane quotidiano: «signora, pianga più forte». E può accadere che Massimo Giletti per una violenza paterna contro una bambina incoraggi un’infelice madre ad abbondare nei dettagli, uno più turpe dell’altro. Pericolosi eccessi di zelo. Ma ormai di questo tipo di rubriche si è perso il conto. Solo per citare le principali degli ultimi anni, ecco Le infedeli confessioni sexy a Gloria De Antoni e Oreste De Fornari su Raitre, Gli infedeli dirimpettai con Ombretta Colli su Canale 5, Strettamente personale: cuori solitari che si cercano su Tmc, Al posto tuo con Alda D’Eusanio su Raidue. Più quelle trasmissioni a loro modo esemplari che erano il torbido C’eravamo tanto amati, con Luca Barbareschi, e, tuttora vitale e seguito, l’Harem di Catherine Spaak.

Con Barbareschi e la Spaak siamo agli estremi opposti. L’abilità di Gianluca Barbareschi, non vedendosi altri meriti, era di far apparire come unica persona educata lo stesso conduttore, che fingeva di mediare fra coniugi rissosi, in una trasmissione assordante e popolana come poche. Miserie umane e inadempienze in scena: e, per chi guardava, l’eterno interrogativo sui motivi che spingono tanta gente a degradarsi in pubblico. Ansia di comparire ben nota, che richiederebbe uno studio a parte.

Tutt’altro clima in Harem, divani da conversazione ovattata, domande confidenziali, clima disteso che ricorda il Marzullo notturno (altro preclaro invito alle confessioni) assai più della Tv gridata. Valutazione positiva che si deve estendere al Luciano Rispoli di Telemontecarlo, soggetto in passato a critiche per presunte svenevolezze mentre oggi se ne riconosce il tratto signorile. Rispoli varrebbe Costanzo, con in meno il senso dello show, se non fosse per il limitato richiamo popolare della sua rete.

Ma tornando alla Spaak, dove il ritrovo fra donne ammette solo un ospite maschile, fra il giudicante e l’imbarazzato, viene da chiedersi perché non esista un modello analogo, con uomini che si confidano amori, tradimenti, predilezioni, adeguamenti o rifiuti verso la moda del giorno. Ma chissà se un’idea del genere avrebbe successo, data la prevalenza del pubblico femminile.

Arriviamo così a quell’importante personaggio che è diventata Maria De Filippi, capace di opporsi ai grandi sceneggiati Rai con C’è posta per te, ascolto molto alto e produzione a basso costo: ossia l’ideale per un’emittente commerciale. Com’erano del resto le passate rubriche con o senza ragazzi in sala. Della parentela fra la posta e Stranamore (vedi foto sotto) non importa chiaramente più a nessuno: restare assenti in Tv, come è accaduto a Castagna, significa scomparire. Così in luogo della porta abbiamo la lettera, al posto del camper i postini in bicicletta: ma è il medesimo repertorio di volti stupiti (o estasiati all’idea di andare in video) e di suspense per le possibili reazioni alla vista della controparte.

Parecchie volte sono storie di sofferenza, in sé rispettabili. Ma altrettanto spesso capita che anziani signori si mettano in cerca di amori di mezzo secolo fa (ricordiamo Portobello...). Strano o no, sono sempre gli uomini a farsi cogliere da simili nostalgie retrospettive: e ne è da notare la vanità frustrata quando le coetanee non danno segno di riconoscerli. Finora, nessuna donna ha scritto per ricordare vicende indimenticabili, o per incontrare l’antico amore oggi settantenne. Complimenti!

Un momento di Stranamore.

La lezione dei ragazzi

Un capitolo a parte, sempre nello studio di Maria De Filippi, riguarda i ragazzi. In una Tv che incoraggia il perdono facile, «chi ha avuto ha avuto, scurdammoce ’o passato», i giovani abbandonati da uno o entrambi i genitori – ma generalmente il padre – restano duri e chiusi nella loro sofferenza. È una lezione che va meditata: ed è uno dei rari casi in cui viene arginata la spinta televisiva a fare e dare spettacolo. La lettera viene rimandata al mittente, il ragazzo volta le spalle all’esibizione e se ne va.

Meriterebbe qualche parola il diffuso ricorso agli psicanalisti, nelle notti di Marzullo, ma anche in altre serate confidenziali, se si trattasse di una cosa seria. Marzullo sa fare il suo mestiere ma nessun intervistatore, in mezz’ora, potrebbe fornire materiale quanto basta a un esperto della mente umana. Sono soltanto pareri buttati là, tanto per giustificare l’ingaggio. Lo stesso accade del resto nei settimanali popolari, con le caselle da sbarrare in test senza capo né coda: espedienti commerciali, che hanno magari un loro pubblico, ma non un fondamento scientifico.

Quanto ai sessuologi, chiamati a sentenziare su rubriche sexy o su beghe familiari, resta valido il giudizio di Willy Pasini, che pure non disdegna il video: «Sono trasmissioni utili magari alla Tv, ma non alla gente. Io non le consiglierei mai a una delle coppie che ho in cura. Vedo solo il gusto del perverso». Difficile non concordare o dire meglio.

In conclusione, come dicevamo all’inizio, le violazioni del privato, del sentimento intimo, della dignità personale richiedono la complicità di chi vuol comparire. A quanto pare, sono legioni gli individui che non si confiderebbero mai in famiglia, ma premono per andarsi a confessare in video. La Tv ci specula eppure, ripetiamo, l’offerta è perfino superiore alla domanda. Ma lasciateci chiudere con un’annotazione insolita, un momento di verità e tenerezza autentiche in un tempio della televisione parlata, uso a tutt’altre esibizioni. Siamo nel teatro di Costanzo, ospite Michail Gorbaciov. Si parla di sua moglie Raissa, morta da poco, e Gorbaciov ricorda quanto le piacesse una canzone napoletana, Dicitencello vuie. L’orchestrina del Parioli ha il motivo in repertorio. Mentre suona, gli occhi dello statista si riempiono di lacrime: che non sono quelle in uso dalla Carrà e da Giletti. Un fiore nella palude televisiva, accontentiamoci del suo profumo.

Giorgio Vecchiato
    

I "SIMPSON"

Sono un cartone animato che calca le scene da una decina d’anni con successo di pubblico e di critica. I "Simpson" rappresentano una famigliola di gialli personaggi diventati una icona del post-moderno. Il massmediologo Guido Michelone, docente all’Università Cattolica, compila una sorta di dizionario (Una famiglia dalla A alla Z, Tascabili Bompiani, lire 15.000) dove ricostruisce il microcosmo del simpatico nucleo familiare rendendone chiari ed evidenti significati, riferimenti e citazioni.

Una famiglia americana media, forse «un po’ più brutta, risentita e irriverente verso le istituzioni», ma vera o comunque verosimile, radicalmente diversa dalle famiglie stile sit-com. Qui i genitori non fanno a gara fingendo comprensione verso i figli: sono confusi, patetici, irrisolti nel loro ruolo genitoriale. Uno specchio ironico, ma tutto sommato fedele, di molte coppie di giovani adulti americani, di quelle che si azzuffano davanti alla telecamera in patetici talk show. «Se volete che i vostri figli la smettano di comportarsi come Bart (il figlio) – dice Matt Groening, creatore dei Simpson –, smettetela di comportarvi come Hommer (il padre)»: quasi un cartone pedagogico.

Il libro di Michelone si fa gustare, si fa leggere a diversi livelli, appassiona il profondo conoscitore e il neofita, riesce a incuriosire senza stancare. Un libro che si cimenta nella titanica impresa di "significare" l’universo simpsoniano, con risultati eccellenti.

Stefano Gorla

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