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PERSONE COMUNI IN VIDEO

Il gioco degli sguardi

di Serena Dinelli
(psicologa clinica)
            

   Famiglia Oggi n. 1 gennaio 2001 - Home Page Le prime apparizioni nei programmi televisivi della gente "normale" hanno permesso al pubblico di includere questa nuova possibilità nell’area delle proprie intenzioni. Molti, inoltre, hanno colto l’opportunità di vedere riconosciuta una nascosta esigenza di considerazione.

Che cosa spinge le persone ad andare in Tv a raccontare i fatti propri? La domanda può presupporre o una specie di incredulità, di profondo stupore, o ancora indignazione; oppure un’effettiva curiosità e un bisogno di capire. Ma di capire cosa? Di capire le persone? Di capire la Tv e chi la fa? O di ricercare ottiche dalle quali poter comprendere il complesso gioco comunicativo e psico-sociale che si sviluppa allorché nel corpo sociale la comunicazione diretta è affiancata e intrecciata a quella "mediata"? Credo che quest’ultima prospettiva sia la più interessante, anche se si tratta di un’area di riflessione di grande complessità, che è impossibile attraversare con formule semplicistiche o addirittura liquidatorie. Entriamo infatti su un terreno in cui come minimo si intrecciano discorsi relativi alla già complessa tematica della psicologia e della comunicazione umane, e discorsi relativi alle trasformazioni implicate dalla "mediazione dei media", sia come tecnologie che come culture che i media stessi hanno finora prodotto.

Dopo tanti anni di esibizione di "persone comuni" in Tv, non mi risulta una ricca letteratura psicologica sull’argomento: sia rispetto alle motivazioni personali dell’apparizione, sia rispetto alle conseguenze (psicologiche, familiari, comunitarie) per la vita di chi si propone e si confessa in Tv. In linea di principio entrambi gli argomenti sarebbero invece estremamente interessanti: quindi è già una buona risposta/domanda chiedersi come mai questi fenomeni non siano più assiduamente studiati.

Una risposta è forse che la Tv, pur oggetto di ricerca da tanti punti di vista, è tuttora un fenomeno nuovo nella nostra storia e nella nostra cultura: per cui per le stesse discipline scientifiche non è sempre facile andare al cuore dei nuovi fenomeni che ne scaturiscono. E finora sono state piuttosto le scienze della comunicazione e la semiologia ad avvicinarsi a essi (modif event).

D’altronde a tutt’oggi i soggetti culturali che hanno una più profonda conoscenza di certe dinamiche soggettive sono proprio coloro che fanno Tv, e ciò per l’evidente motivo che debbono a loro modo governarle nei processi di ideazione-produzione-conduzione dei programmi. Questo ci porta subito a delineare una prima grossolana classificazione delle "persone comuni" che vediamo in Tv. Essa ci condurrà rapidamente a ulteriori interessanti sviluppi.

Ci sono, prima di tutto, le persone pagate per apparire rappresentando sé stesse. Ad esempio, proprio su questa rivista (marzo 2000) Beppe Del Colle portava il caso di due amanti fuggitivi che, in difficoltà economiche, le hanno momentaneamente risolte apparendo dietro pagamento di trenta milioni a Porta a porta.

Persone assolutamente comuni, che non sono nemmeno nell’occhio del ciclone di qualche evento "degno di cronaca", ma che prestano a pagamento la propria persona per incarnare un ruolo. Anni fa, per esempio, personaggi "comuni" apparsi in un "programma verità" furono smascherati perché qualcuno li aveva riconosciuti in altri programmi dove erano apparsi con altro nome e altra storia. Per chi non lavora in ambito televisivo è difficile immaginare quale percentuale delle apparizioni di pubblici confessori ricada in questa categoria, ma è mia impressione che specie in certe reti sia tutt’altro che piccola.

Ci sono poi le persone che si fanno avanti spontaneamente per apparire in Tv. È una situazione complessa, e ci torneremo più avanti. Ma a proposito di denaro o di altri vantaggi promessi dall’apparizione, bisogna dire che in certi casi questa categoria non si distingue fino in fondo dalla precedente. Basti pensare alla situazione innescata con il Grande fratello, in cui c’è il premio finale. Del resto, qui come in altri casi (per esempio, Sex and the City su Telemontecarlo), la scelta individuale di mostrarsi e "rivelarsi", raccontandosi in base a un copione che rielabora la propria storia, può far parte di una più complessa strategia personale per "essere notati", premessa a un cambio di vita e speranza di un’entrata stabile nel mondo dei media (come d’altronde può fornire il compenso di tentare un’avventura diversa o vivere "un’esperienza" nuova).

Non vi è ancora una ricca letteratura relativa all’esibizione delle persone in televisione. Pochi hanno indagato le motivazioni personali, le conseguenze psicologiche, familiari e sociali per la vita di chi si propone pubblicamente.

Una prima considerazione da fare, allora, è che per lo spettatore è praticamente impossibile distinguere tra le tre categorie, e questo anzitutto per i meccanismi retorici della rappresentazione, comunque tesa a dare una sensazione di "veridicità" e "naturalezza" del personaggio; ma anche perché la Tv è una macchina che macina in continuazione, e non è difficile immaginare che, se mancano "attori spontanei", si paghi all’occorrenza qualcuno per andare comunque in onda (qui, tra l’altro, può succedere che il confessore o partecipante si trovi a essere notato al di là di un’intenzione strategica personale, venendo poi cooptato ripetutamente per la sua capacità o disposizione a "farsi personaggio").

Può sembrare pleonastico fare queste distinzioni, specie in un discorso di carattere psicologico. E invece lo ritengo importante in termini di dinamiche psicosociali dirette e indirette, e relative alla nostra questione.

Più forti della realtà

Le apparizioni pagate hanno svolto nel tempo e svolgono comunque di per sé alcune funzioni importanti. Innanzitutto hanno reso frequenti e ricorrenti in Tv queste presenze, e hanno quindi assuefatto il pubblico all’idea che si possa andare in Tv per autorappresentarsi; e la psicologia sociale ci insegna che le persone tendono a regolare i propri comportamenti anche guardando quello che fanno "gli altri": e ciò in particolare se c’è una somiglianza tra chi agisce e chi osserva, e, ancora, se chi osserva è in uno stato personale di incertezza (cosa che, in fasi di intenso cambiamento sociale, è ovviamente frequente). Inoltre, hanno consentito la sperimentazione e costruzione di una ricca e complessa "modellistica di pubblica intimità" e di "pubblica confessione": si va dalla confessione alla confidenza, dalla testimonianza al messaggio catodico, dall’estorsione al far luce sulla realtà, per usare la classificazione proposta da un buon testo sull’argomento (Gasparini e al., 1998). Tutto ciò ovviamente ha fornito modelli anche agli spettatori per immaginarsi nella situazione. Infine, danno al pubblico l’idea che esista una vasta categoria di persone di ogni tipo ben disposte ad apparire confidandosi in pubblico.

Quest’ultima funzione ha una valenza interessante: certe tendenze appaiono in Tv più forti di quanto siano nella realtà. E tuttavia è anche vero che questo meccanismo ha evidentemente un ruolo importante nell’accelerazione del cambiamento sociale. La dinamica sembra poter essere particolarmente efficace con i ragazzi, sia per la loro alta esposizione ai media, sia perché meno dotati di esperienze con cui confrontare e soppesare ciò che vedono in Tv, sia perché, per poter crescere in modo sano, debbono comunque attraversare fasi di incertezza.

D’altra parte, questo ordine di fenomeni non è che un aspetto di quella sorta di "velo di Maya" che i media inseriscono tra noi e la realtà quotidiana non mediata; per lo spettatore non è mai facile sottrarsi alla verosimiglianza, alla stratificata e fine retorica televisiva. È sempre facile credere che ciò che vedo è ciò che accade. In effetti la Tv dà comunque la sensazione immediata di una sorta di trasparenza, ma molto, moltissimo accade dietro le quinte, nell’officina televisiva.

La Tv, così capace di mostrare, come nota Meyerowitz (1993), i retroscena delle cose, è sempre un grande spettacolo che continuamente nega di esserlo, che si racconta come realtà mentre la costruisce con una sua regia. E quando per un attimo rivela un qualche retroscena (come accade in certe trasmissioni), lo fa utilizzandolo nel proprio gioco.

Ma veniamo a ulteriori meccanismi che possono entrare in gioco nello spingere le persone a offrirsi alla voracità dei media. In Tv noi vediamo cose di molti tipi diversi, ma per buona parte del tempo noi guardiamo qualcuno che si mostra. Continuamente la finestra magica mette in scena i suoi giochi, i suoi personaggi in movimento, truccati, vestiti e illuminati per mostrarsi.

Chi appare può parlare di finanza, di moda, fare intrattenimento o parlare di sé, ma al tempo stesso, a un altro livello e al di là dei contenuti, è comunque in mostra. E affinché l’emissione sia capace di trattenere-intrattenere milioni di persone disparate e diverse, tutto nella scena è predisposto per enfatizzare la rilevanza di chi appare. Il risultato è che chi appare in Tv è per definizione visibile e richiama gli sguardi. E il giorno dopo, la persona comune che lo incontra per strada, lo riconosce. Qualcosa di simile è proprio di tutto il sistema dei mass media, ma con giornali e radio la visibilità non è visibilità fisica; mentre nel cinema l’apparizione ha un carattere di eccezionalità, è l’apparizione dell’attore famoso o del divo. È solo con la Tv, e ancor più con la neo-Tv, che la visibilità prende le forme di una presenza che ha i modi della familiarità: entrano nella quotidianità della casa personaggi distanti e irraggiungibili, e al contempo domestici e simili a chi guarda.

Lo spettatore che guarda da casa è, curiosamente, in una posizione esattamente rovesciata. È assente e anonimo rispetto alla scena televisiva (può "risultare" solo attraverso i bollettini di guerra dell’Auditel, che gli dicono che non era l’unico davanti alla Tv). Di più: lo spettatore appartiene a una società in cui è fin troppo facile essere anonimi nella vita quotidiana. Una società dove gli spazi/scena comunitari in cui poter apparire ed essere visibili sono sempre più rari e frammentati; mentre a questo fa da contraltare lo spazio-scena peculiare della Tv, che rende universalmente visibile chi vi appare.

Già solo questa dinamica può produrre in spettatori televisivi una specie di tensione: un impulso a entrare in qualche modo nella situazione televisiva, rendendosi visibili o almeno udibili in qualche modo. Ed è una dinamica che la Tv stessa promuove e utilizza. La Tv è in modo crescente percorsa da formule che mirano al coinvolgimento (dalle telefonate ai sondaggi, al Grande fratello), che utilizzano cioè la tensione tra anonimato e visibilità, e vi rispondono; il che paradossalmente rinforza questa tensione, potenziando il desiderio di rendersi ammirati, di diventare un personaggio o una storia, di sognarsi su una scena.

Nel saggio del 1998, Confidarsi ad alta voce. Televisione, radio e intimità, gli autori scrivono: «La televisione non è solo uno spazio su cui si aprono le case degli spettatori (e viceversa), ma è anche un interlocutore con cui intrattenere relazioni comunicative che integrano il contesto relazionale (extramediale) degli individui... La parola televisiva, forse perché non ha un ritorno diretto, o perché non ci sono quattro mura attorno o perché pronunciata in uno studio, si colloca in un’altra dimensione rispetto alla realtà. Qualcosa che assomiglia più alla scena di un teatro. E forse è più facile percepirsi vivi recitando che raccontandosi, magari nelle fatiche di un rapporto quotidiano».

È difficile sapere quanti casi di quelli che vediamo siano autentici (anche se sempre e necessariamente rielaborati dalla produzione): ma per fare due esempi "buonisti" e ad "uso famiglia", sembrano autentiche almeno alcune delle mamme, insegnanti, impiegate che vanno in scena a Fantastica italiana, che dichiarano magari di aver voluto così «fare qualcosa per sé stesse» e piroettano in abito da sera tra i ballerini, vivono per un attimo sulla scena passioni canore o ginniche altrimenti private, o incarnano per dieci minuti il ruolo di conduttrice di un talk show. Così come possono essere autentici alcuni casi di Per tutta la vita: dove l’intera comunità di vita della coppia protagonista partecipa coralmente al racconto dei "fatti propri", passando, per una giornata, dalla condizione anonima di spettatore di un programma famoso a quella visibile di protagonista. Entra qui in gioco anche la ricerca di un’esperienza diversa, magari un desiderio di vivere per un attimo un’avventura, e non ultima forse anche una curiosità per l’altro lato della scena che si è a lungo guardata da casa.

Vignetta.

Cornici liturgiche

Queste apparizioni, peraltro, cosa fondamentale, avvengono in cornici per così dire "liturgiche", "cerimoniali" (diverse in ogni programma), che mettono in forma, danno una "narrabilità" ai casi personali. Il complesso lavoro di preparazione-costruzione fatto dalla produzione con i partecipanti fa vivere allo spettatore il sentimento che una storia qualsiasi può assumere un’andamento e una rilevanza che la rendono significativa per i molti.

Da questo punto di vista è interessante quanto nota Renato Stella in un suo saggio sulla neo-Tv. Secondo l’autore (che va al di là di posizioni "apocalittiche" o "integrate"), accanto agli interessi commerciali dell’emittente vi sarebbe ormai un parallelo interesse dell’audience a venire rappresentata, con modalità che comprendono una valorizzazione dei saperi di vita quotidiana di cui è depositaria. E in tal modo «la mediazione prende forma attraverso un accesso simulato, ma sempre più reale, a una collettività di individui che partecipano attivamente alla rappresentazione e insieme alla costruzione empirica del proprio ambiente quotidiano, e, in esso, della propria socialità» (Stella, 1999).

Questo, io credo, può valere non solo in termini di comportamento di audience, ma anche come componente di una spiegazione dell’"autoproposizione" televisiva. Man mano che la familiarità del pubblico con i media aumenta, non ci si può stupire troppo se le persone cominciano a includere questo nuovo aspetto dell’ambiente nell’area delle proprie intenzioni, iniziative e opportunità.

Del resto, non essere guardati e valorizzati in una società come la nostra, in cui ogni giorno comunque si celebrano i riti della visibilità, è un nuovo tipo di povertà. Ma questo ci porta a un ulteriore livello del nostro tema.

Nel mio libro, La macchina degli affetti, mi sono chiesta come la comunicazione "mediata" si saldi con disposizioni emotive-affettive basilari, e tipiche della specie umana. Da questa prospettiva si aprono molte questioni di grande interesse, che non è possibile affrontare ampiamente qui. Uno dei temi su cui mi sono soffermata è il modo curioso e straordinariamente complesso con cui le forme del sistema televisivo (e ormai quello elettronico in genere) si sono inserite nell’"economia" dello sguardo e degli sguardi.

Gli occhi dell’altro

Nella vita sociale degli individui e dei gruppi (incluso quello familiare) lo sguardo svolge funzioni cruciali, si lega a componenti emotive molto potenti, radicate nella prima infanzia e poi attive tutta la vita. In effetti, uno dei canali essenziali con cui noi, nella vita, "ci sentiamo" è lo scambio di sguardi con gli altri. Il nostro esistere nel mondo e il sentimento di noi stessi, senza che ce ne rendiamo conto, sono continuamente modulati da questo scambio. L’altro ci guarda con occhi che rassicurano, accarezzano, segnalano intesa, ci interrogano, ammirano, feriscono, registrano: ci fa da specchio e ci conferma nel nostro esistere. Dallo sguardo dell’altro, peraltro, non di rado ci difendiamo anche, misurando con strategie per lo più inconsapevoli quanto e come rivelarci, quanto e come esporci al contatto, spesso riparando le zone più delicate del nostro sentimento di noi stessi. "Ci sentiamo", però, anche guardando a nostra volta: vedendo l’altro lo ammiriamo, lo disprezziamo, desideriamo qualcosa di suo, simpatizziamo, ci stupiamo, sentendoci simili o invece dissimili..., in un gioco spesso inconsapevole confrontiamo tacitamente anche noi stessi.

Questa danza sottile riguarda dimensioni essenziali delle persone come singoli e come membri di gruppi: e cioè il sentimento di identità, il desiderio di conferma, il senso profondo del valore di sé; ma anche il bisogno di rispecchiarsi negli occhi degli altri e il desiderio di essere in qualche modo considerati, riconosciuti, amati o addirittura ammirati.

Sarebbe lungo analizzare in dettaglio le molte forme in cui la Tv si è inserita nel gioco degli sguardi in un suo modo caratteristico. Ma mi pare che queste considerazioni andrebbero fatte per interrogarsi su certe apparizioni televisive: l’occhio della telecamera e la pubblica apparizione nello spazio televisivo possono essere inconsapevolmente utilizzati dalla persona per vivere un proprio tema profondo, e magari delicato, di valorizzazione o di identità.

In molti esseri umani, dentro l’adulto si nasconde un bambino che non ha avuto tutta la considerazione e valorizzazione che avrebbe desiderato, e che sollecitato può desiderare di ottenerle. Le forme, poi, in cui la persona potrà soddisfare o meno questa esigenza con l’apparizione televisiva, saranno frutto del suo incontro con i linguaggi e i modi del medium. Ciò che apparirà a chi guarda sarà il risultato di un gioco complesso, in cui il medium metterà la propria sapienza professionale e il proprio grande potere, e lui/lei porterà il proprio bisogno.

Queste esigenze legate al sentimento di sé e all’identità hanno sicuramente molte valenze diverse e specifiche. Già la dinamica televisiva di per sé è adattissima ad attivare in chi guarda fantasie esibizionistiche. Ma bisogna tenere presente tra l’altro che non tutte le identità possono essere "risolte" nel destino sociale e personale che si è realizzato. Può attivarsi per esempio il desiderio di uscire da una condizione umanamente dolorosa di marginalità sociale, di svantaggio, ostracismo o penalizzazione, superando magari radicate paure o trovando un momento di pubblico riscatto: nell’apparizione in Tv la persona può ricercare una sorta di "rilegittimazione umana".

Vignetta.

Pareggiare molti conti

Talora questo può saldarsi con una fantasia di soluzione, che la Tv incoraggia proponendosi come "buona fata" che segnala problemi, dolori, difficoltà, impegnando la propria grande credibilità nella speranza, appunto, di una "soluzione". Sarebbe però interessante andare a vedere quanti casi vengono "risolti" una volta finito lo spettacolo, ma questo, chi ci va, non lo sa prima.

In altri casi, il medium può fornire il contesto in cui un individuo si decide a rivelare una zona riposta della propria identità: qui la distanza consentita dal medium consente di confessare o addirittura di esibire qualcosa che si è costruito nel silenzio, restando celato proprio agli sguardi vicini (forse proprio perché troppo vicini) e, insieme, il carattere spettacolare del medium consente una fantasia di pareggiare molti conti in un sol colpo, o di vivere un’occasione di provocatorietà.

A volte ancora può esserci un desiderio di segnalare, in modo per così dire irreparabile, una fase di cambiamento nella propria identità, in una sorta di cortocircuito che non consenta facilmente alle persone prossime di non tenerne conto.

Ma tutta questa tematica rimanderebbe anche all’incontro tra l’appeal del grande occhio televisivo e le dinamiche degli sguardi nella società e nella famiglia attuali. Un incontro reale, o solo immaginato, tra visibilità plateale e bisogni insoddisfatti, legati troppo spesso a reciproci ignoramenti, e/o, insieme, a talora eccessive tutele.

Da tutto ciò che abbiamo detto credo infine che emergano anche due punti. Primo, il problematico rapporto tra televisione e interessi commerciali, per quello che ciò comporta in termini di culture entro le quali il coinvolgimento del pubblico avviene; secondo, il tema della responsabilità psico-sociale che comunque ci si assume facendo televisione.

Serena Dinelli
   

DUE ESEMPI

«Ricordo il caso di un ragazzo sedicenne con cui feci dei colloqui clinici. Era venuto perché litigava continuamente con i genitori e fantasticava di scappare di casa. In realtà era esasperato dal fatto di non sentirsi apprezzato, e anzi spesso ripreso e criticato dal padre... Nella sua confusione una fantasia che nei primi colloqui tornava sempre era quella di fare l’attore televisivo. Questa fantasia sparì procedendo con i colloqui: incontrando uno sguardo valorizzante recuperò fiducia nel dialogo con un adulto, per cui, con la rapida mobilità psichica degli adolescenti, fu capace di porsi in modo un po’ diverso, e più soddisfacente, con i suoi genitori».

«L’infanzia di oggi, con il suo sballottamento tra miserie e ricchezze, ignoramenti e privilegi mai prima visti, può suscitare rimpianti, desideri nascosti, atroci e tenere invidie degli adulti. Come mi ha detto una donna di ottant’anni mentre guardava incantata lo Zecchino d’oro, "noi, tutte queste possibilità non ce le abbiamo avute"» (tratto da Serena Dinelli, 1999).

   

"RAFFAELLA, TI AMO"

«Non bisogna dimenticare la vocazione terapeutica che tale tipologia di programmi possiede, qualunque sia l’effetto finale raggiunto (sino agli estremi del miracolo compiuto da Raffaella Carrà durante una puntata di Pronto Raffaella: una telespettatrice raccontò in diretta che la figlia, afflitta da un grave disturbo della parola, aveva pronunciato la frase: "Raffaella, ti amo"..., dal semplice sfogo alla composizione di un conflitto familiare, sino al reperimento delle risorse necessarie alla soluzione di un problema, la trasmissione opera, da un punto di vista mediale, una trasformazione delle vite di chi vi partecipa, grazie al potere che esercita, alla solidarietà che può suscitare o al senso comune che interpella» (tratto da Renato Stella, 1999).

   

GIOVANI FERMI AI BLOCCHI DI PARTENZA

Ormai è assodato che il processo di adultizzazione dei ragazzi italiani è lento e faticoso. Gli esperti che hanno curato la Quinta indagine Iard sulla condizione giovanile in Italia, notando che solo oltre i 30 anni si compiono le tappe fondamentali per diventare "grandi", hanno dovuto ampliare il margine superiore di età dei 3.000 intervistati da 29 a 34 anni.

Confrontando i dati relativi all’indagine del 1996 emerge un ulteriore aumento dei giovani che studiano (il 30% dei 25-29enni contro il 24% del ’96) e anche se le condizioni lavorative sono migliorate (sono aumentati i posti di lavoro), solo il 30% della stessa fascia d’età è in grado, oggi, di realizzare l’indipendenza abitativa (era il 36% nel ’96).

Per quanto riguarda la costruzione di una famiglia e la procreazione, la tendenza, già emersa in passato, della dilatazione dei tempi si acuisce ulteriormente. Sempre in riferimento al ’96 si passa dal 32% al 23% dei 25-29enni che vivono in coppia e dal 22% al 12% di 25-29enni divenuti genitori, con preminenza tra gli sposati (il 90% dei quali ha almeno un figlio, contro il 30% dei conviventi).

Nell’evolversi, inoltre, del sistema valoriale continua la tendenza verso la sfera della socialità ristretta. Tra le cose più importanti della vita troviamo la famiglia (86%), l’amore (78%), l’amicizia (70%) e il lavoro (64%) a discapito, soprattutto, dell’impegno collettivo: attività sociali (17%) e attività politica (2,5%). Si conferma, infine, l’eclissi della politica già evidenziata come tendenza nelle indagini precedenti. Solamente il 50% degli intervistati esprime una preferenza elettorale e aumenta la percentuale degli astensionisti.

   

BIBLIOGRAFIA

  • Dinelli S., La macchina degli affetti. Cosa ci accade guardando la Tv?, F. Angeli, 1999.
  • Gasparini B., Ottaviano C., Simonelli G., Vittadini N., Confidarsi ad alta voce. Televisione, radio e intimità, ERI, 1998.
  • Meyerowitz J., Oltre il senso del luogo, Baskerville, 1993.
  • Mehl C., La télévision de l’intimité, Seuil, 1996.
  • Stella R., Box populi. Il sapere e il fare della neotelevisione, Donzelli, 1999.
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