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LA TV SI NUTRE DI EMOZIONI

Il grande manipolatore

di Daniele La Barbera
(titolare della cattedra di Psicoterapia, Università di Palermo)
            

   Famiglia Oggi n. 1 gennaio 2001 - Home Page Spiare giorno e notte la sfera privata altrui viola l’intimità e conferisce finzione alle relazionali affettive, creando confusione tra reale e fiction. Il mass media più popolare sta consumando una proposta estrema.

È stato definito un evento mediatico senza precedenti. Nel primo mese di trasmissione è stato responsabile di 75.000 nuovi abbonamenti a Stream, la Tv via cavo e satellite che lo trasmetteva 24 ore su 24. Ha fatto parlare di sé intellettuali e filosofi, psicologi e critici, ha occupato, dal mese di giugno in poi, le pagine di tutti i quotidiani e le copertine delle riviste più lette in Italia e i suoi protagonisti sono già personaggi di successo, contesi da sponsor e programmi televisivi, certi di aumentare, sfruttando la loro immagine, vendite e audience. Chiedersi come il Grande fratello, trasmissione televisiva apparentemente semplice e ingenua, abbia potuto fare tutto ciò, potrebbe consentirci di capire un po’ meglio alcuni meccanismi del grande circo mediatico, la pervasività con cui esso tende a entrare nelle nostre vite, e a stimolare – o manipolare – i nostri pensieri, emozioni e fantasie. Che il mezzo televisivo avesse un grande potere e una capacità di impatto molto forte, anche in un momento in cui le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione stanno guadagnando spazi sempre più ampi, lo sapevamo già da tempo.

Il grande dibattito pubblico che si è svolto negli anni recenti in Italia sul conflitto di interessi in politica, e sulla possibilità, attraverso l’informazione persuasiva di televisioni pubbliche e private, di modificare il consenso di aree considerevoli dell’elettorato, ne è una delle tante prove evidenti. Né ciò che avviene in Paesi come gli Stati Uniti, dove l’intreccio tra politica, televisione e potere economico sembra molto più stretto che da noi, appare più rassicurante. Ma ciò non basta a penetrare fino in fondo la capacità della televisione di influenzare la mente umana e di condizionare i comportamenti della gente, e a chiarirci le modalità psicologiche attraverso le quali si attua questa capacità. Può essere allora utile considerare a quali cambiamenti strategici la Tv è andata incontro nel corso della sua breve ma intensa storia.

Ho ancora un ricordo, neanche tanto vago, della televisione delle origini, quando alla fine degli anni ’50 cominciava a entrare nelle case italiane con Lascia o raddoppia?, Il Musichiere, La Tv dei ragazzi, Non è mai troppo tardi, e poi teleromanzi, film, Carosello; anche allora era una grande rivoluzione, ma quella televisione conservava discrezione e fair play, il bianco e nero dei programmi, i toni pacati, le poche ore di trasmissione pomeridiana e serale, la scelta obbligata o ristretta dei programmi sembravano avere ancora un effetto soffice e moderato sulla mente delle persone. Certo, già da allora la Tv cominciò a orientare i gusti e le scelte, a condizionare i consumi e gli stili di vita, a farsi canale di comunicazione privilegiato, e non sempre obiettivo, del potere. Ma il paragone con la fase iniziale del mezzo televisivo ci può aiutare a cogliere, per contrasto, l’enorme forza d’urto psichica della Tv del 2000, che sembra infrangere qualsiasi regola, criterio di opportunità, sentimento di qualsivoglia natura pur di attirare l’attenzione del telespettatore, fare audience, aumentare i profitti.

La triste polemica, scoppiata lo scorso ottobre, sulle immagini violente e inammissibili di pedofilia "sparate" in onda in prima serata, è uno dei tanti esempi della tendenza a colpire emotivamente il telespettatore, in modo gratuito e ingiustificato e sicuramente senza alcuna relazione con la pur necessaria correttezza e completezza dell’informazione. Che cos’è successo allora tra quella romantica Tv in bianco e nero, che riuniva attorno al proprio schermo le famiglie durante la cena, e quella sperluccicante tecnologia digitale odierna, munita di Vcr, satelliti e decoder, e presente in ogni stanza della nostra casa, che spesso disaggrega i membri delle famiglie, li isola davanti al loro programma preferito, li chiude in un inquietante silenzio mediatico?

È successo che la corsa all’audience, stimolata dall’avvento delle televisioni commerciali e quindi dalla competitività tra i network, ha spostato sempre più oltre il limite al di là del quale un’immagine, un programma o una notizia potevano essere valutati come inadeguati per la sensibilità dei telespettatori; sensibilità di massa che nel frattempo si è consensualmente modificata, acquisendo una tolleranza sempre più elevata e sviluppando un interesse e una curiosità sempre più forti e spesso morbosi per gli aspetti più tristi e dolorosi della vita umana, per la sofferenza e la violenza, per le immagini e le situazioni più drammatiche ed estreme. Via via che la televisione progrediva nella sua trionfale affermazione come medium mondiale privilegiato, si andava quindi rafforzando il criterio basilare per acquisire consensi e audience: la spettacolarizzazione della vita, del dolore e della morte, del privato e della sfera intima.

Lo spettacolo è dunque agevolmente divenuto la forma più importante e utilizzata della comunicazione televisiva, la sintassi fondamentale della maggior parte dei programmi, la lingua più parlata dalla televisione nella quale bisogna tradurre il numero più alto possibile di contenuti proposti ai telespettatori. In questo trend verso la spettacolarizzazione di ogni aspetto della realtà, a un certo punto la realtà è stata sempre più avvicinata alla fiction nella sua capacità di attrarre e sedurre; inizia così negli anni ’80 l’epoca in cui la Tv comincia a mandare in onda lo spettacolo della vita privata delle persone comuni che, stimolate dalla presentatrice di turno, litigano davanti alle telecamere, si scambiano improperi, mettono in scena senza pudore le pene e i disagi di amori falliti, tradimenti, delusioni; oppure si fanno causa davanti a una specie di tribunale semivero, o ancora ricorrono alla Tv per riconquistare un partner che magari non ne vuol saper più o per mettere in scena ciniche relazioni tra genitori e figli, gli uni e gli altri attaccati e vituperati, a turno, da una platea vociferante.

Vignetta.

Violare per emozionarsi

A giudicare dal successo di questi programmi, una situazione umana, magari di basso profilo, riesce ad attrarre più di una fiction ben fatta; forse perché la reazione emotiva di fronte a un fatto "vero" e i processi di identificazione e proiezione, che normalmente si attivano anche di fronte alla finzione scenica di un film o di una telenovela, sono in questi casi più intensi e appaganti. Penetrare nel privato altrui, con un atteggiamento molto vicino al voyeurismo, consentirebbe una fruizione emozionale intensa e rapida, un confronto stimolante anche se superficiale e piatto con le proprie situazioni di vita, senza che questo impegni più di tanto la propria capacità di riflessione e di valutazione, e senza un profondo coinvolgimento: in ogni caso si può sempre cambiare programma. E il geniale Truman Show di Peter Weir sembra portare sino alle estreme conseguenze il bisogno, indotto dalla Tv, di spiare nella sfera intima della gente comune, di "farsi i fatti degli altri", di violare il privato e i sentimenti delle persone per alimentare le proprie emozioni.

Come si ricorderà, nel film l’inconsapevole Truman Burbank sin dalla nascita è ripreso dalle telecamere che consentono di mandare in onda ogni momento della sua vita; senza che lui sospetti alcunché, tutti gli ambienti dove egli vive sono in realtà set cinematografici e le persone con cui ha a che fare, compresi la moglie e il suo migliore amico, attori professionisti di questo mega-show televisivo.

Truman Show potrebbe davvero essere, dopo la casa-bunker del Grande fratello, la prossima trovata delle televisioni mondiali per accontentare i sempre più esigenti telespettatori? I protagonisti del Grande fratello sembrano proprio gli immediati predecessori di Truman Burbank; anche la loro casa era una finzione e anche loro erano "spiati" in ogni momento della loro giornata da telecamere che, come altrettanti occhi indiscreti e curiosi, sbirciavano di continuo dovunque, senza risparmiare gli spazi di solito riservati alla privacy più stretta.

Certamente, uno dei motivi del successo del programma, variamente replicato da una quantità infinita di cloni semiseri, risiedeva allora nella sua caratteristica di rappresentare una variante di un certo appeal della Tv del privato, dei programmi basati sull’interazione di gente vera e sulla messa a fuoco delle emozioni intime e personali; una nuova interpretazione quindi della spettacolarizzazione della sfera personale, attraverso l’effetto novità di una formula relativamente originale: fare interagire "in vivo", in un ambiente contemporaneamente vero e finto, un gruppo di giovani nella media, in una situazione continuamente sospesa tra realtà e finzione. Una sorta di telenovela non stop di persone vere che recitano sé stesse e che vendono tre mesi della propria vita alla televisione, pur di apparire, pur di diventare protagonisti di un gioco forse più emotivamente faticoso e spietato di quanto avessero previsto. Persone in fondo simpatiche in quanto vittime esse stesse del meccanismo un po’ perverso che le teneva continuamente in scena per due o tre mesi, a volte tènere nelle loro momentanee crisi di prigionieri della casa-bunker e nella loro stessa smania di successo; capaci di sentimenti e lacrime vere, di emozioni e conflitti autentici, nonostante l’osservazione mediatica, così come qualsiasi tipo di osservazione di qualunque tipo di fenomeno – come la psicologia e la fisica della relatività hanno ampiamente dimostrato – tendesse a snaturare le loro reazioni, se non addirittura la loro stessa realtà interiore.

La telenovela "vera" ha avuto dunque, specie in certe fasi centrali della programmazione, un successo forse superiore al previsto; la gente si è appassionata ai conflitti, alle alleanze, alla sessualità allusa o raramente agita, alle simpatie e alle antipatie, alcuni hanno cominciato, specie all’inizio, a sincronizzare i loro tempi con quelli della casa, andando a letto tardi e svegliandosi con i ragazzi, in una sorta di illusione mediatica di appartenere anche loro a questo gruppo di "fortunati" prigionieri di uno studio di Cinecittà; molti hanno dedicato ore e ore a spiarne le mosse e gli intrighi, le dinamiche di coppia e le strategie per eliminare gli antipatici. Ma, al di là di ogni possibile simpatia per i reclusi, il programma, anche nonostante le furbe trovate degli autori e i loro sforzi per movimentare la scena (l’inserimento del cucciolo, al secondo mese di prigionia, e i libri mandati dalla ministra della cultura), appariva nell’insieme un frullato di banalità e di piattume, di luoghi comuni e, ogni tanto, di volgarità o di grossolane cadute di tono; quasi mai uno slancio ideale, un pensiero evoluto, un riferimento colto o intrigante.

Eppure la tentazione estrema di spiare per tre mesi questi ragazzi, forse troppo comuni, ha avuto la meglio su tutto; ancora una volta la Tv ha invaso (con la nostra compiacenza) il nostro spazio privato domestico, fagocitando la nostra intimità ha concentrato la nostra attenzione sull’intimità di altri, illustri sconosciuti che non avrebbero avuto altrimenti alcuna speranza o possibilità di sostituire parte della nostra vita privata e delle nostre relazioni con le loro e che continuavano in realtà a non avere alcuna speciale caratteristica, attitudine o titolo per farlo.

Allora forse non è solo l’innegabile voyeurismo al quale la Tv ci ha ormai abituati a giustificare il grande seguito del Grande fratello; ci viene il dubbio che lo scambio tra la nostra intimità, potenzialmente vera, e quella finzionale degli altri che la televisione ci propina possa derivare da una nostra difficoltà a viverla questa dimensione interiore, che ci appartiene; la nostra solitudine interiore, pur vivendo in mezzo a tantissima gente, ci rende più teledipendenti da situazioni come quelle della casa-bunker dove si mimano rapporti umani autentici, situazioni gruppali, chiacchiere amichevoli e la vita quotidiana viene scandita e radiografata momento per momento.

E se dei fantasmi elettronici diventano improvvisamente alcune tra le persone più importanti della nostra vita, anteponendo la relazione fantastica con loro ai rapporti veri e agli scambi affettivi intensi e profondi, se il nostro bisogno di emozioni e sentimenti è talmente inesaudito o spaventato da costringerci a frugare per ore nelle emozioni altrui, se non riusciamo più a discriminare nel caos della simulazione e proliferazione delle immagini, forse faremmo meglio a guardare un po’ meno la televisione e un po’ di più dentro noi stessi: come i ragazzi del Grande fratello quando uscivano finalmente dalla casa o Truman Burbank quando riusciva a scappare faticosamente dalla finta cittadina di Seahaven, ci accorgeremmo di potere essere ancora pienamente liberi.

Daniele La Barbera
    

LA SENTENZA

RISARCIMENTO DEL DANNO INGIUSTO SUBITO

Più tutela per i diritti di chi deve nascere. La Corte di cassazione, organo di legittimità del nostro sistema giudiziario, ha deciso (sent. 11625/00, IV Sez. penale) che pure chi deve ancora venire al mondo, al momento del fatto dannoso, purché concepito, una volta nato, sarà titolare del diritto al risarcimento del danno ingiusto subìto, ovviamente se si sarà verificato in concreto e se chi lo ha provocato non vi abbia posto rimedio.

Problema questo dei diritti del concepito molto dibattuto, per le varie implicazioni etiche connesse a quelle giuridiche, che risale all’antico diritto romano, nel quale già esisteva la figura del curator ventris, per chi concepito aveva già delle aspettative giuridiche, per esempio di ordine ereditario, e nascendo diventava titolare di diritti perché acquistava personalità giuridica.

Il caso che ci occupa riguarda un bambino già concepito quando il padre è morto a causa di un incidente stradale, bambino che è poi nato e per il quale la Corte ha riconosciuto la legittimità ad agire in giudizio per il risarcimento del danno patrimoniale provocato dalla mancanza sin dalla nascita dell’assistenza materiale ed economica che il padre avrebbe potuto dargli se fosse vissuto.

Gli viene anche riconosciuto il diritto al risarcimento del danno morale. Trattandosi di dolori di difficile dimostrazione, occorrerà accertare il momento in cui inizierà per il minore la presa di coscienza della mancanza del padre, morto in un incidente, e le conseguenti sofferenze. Ancor più difficile la dimostrazione per la risarcibilità del danno biologico, astrattamente prevedibile per gli stretti congiunti del defunto, inteso come la lesione all’integrità psicofisica della persona. Occorrerà provare in concreto, per la liquidazione del danno secondo gli ordinari criteri adottati dalla giurisprudenza, se tale compromissione della salute del minore si è verificata.

La sentenza della IV Sezione penale, in definitiva, estende i diritti del nascituro e conferma un atteggiamento dei giudici di maggior considerazione del diritto alla salute e alla protezione della persona in generale.

Lo stesso orientamento lo ritroviamo Oltralpe. È di questi giorni la notizia che un bambino francese handicappato ha ottenuto dalla Corte di Parigi un risarcimento perché alla madre in attesa non le era stata riconosciuto di aver contratto la rosolia che ha provocato al nascituro l’handicap genetico.

Franca Pansini
(giudice di pace)

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