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ONNIPOTENZA DI CHI GUARDA

Come al circo dei gladiatori

di Domenico Secondulfo
(professore associato di Metodologia delle scienze sociali, Università del Molise)
            

   Famiglia Oggi n. 1 gennaio 2001 - Home Page Uno dei motivi del successo del "Grande fratello" è la possibilità di assistere, in diretta, all’eliminazione dei concorrenti. Lo spettatore, inoltre, si identifica con le complesse trame relazionali intrecciate dai concorrenti.

Il rapporto tra intimità e potere, almeno dalla società moderna in avanti, è sempre stato un rapporto antagonista, lo sguardo del potere ha sempre mal tollerato l’intimità come un’area opaca alla sua ispezione, sottratta al suo sguardo. Il termine "grande fratello" ha proprio questo significato: sin dal romanzo di Orwell sta a indicare l’invasione continua e sistematica della privacy individuale da parte di nascosti dittatori telematici, l’occhio onnipresente pronto a richiamare all’ordine ogni minimo comportamento anormale anche nella più recondita intimità individuale, che proprio per questo dev’essere per lui un vaso di vetro.

Il grande occhio indagatore è sempre stato il sogno di ogni dittatura, ma dall’Illuminismo in poi diviene anche una delle componenti dell’azione della ragione, il cui scopo è appunto quello di "illuminare" ogni cosa, fugando le ombre della superstizione e svelando alla razionalità scientifica il mondo. Anche in questo caso, seppure per altri scopi, nulla doveva sfuggire all’occhio indagatore (1). Un unico movimento lega, in maniera analogica, scienza, potere e società. Una sintesi di questo orientamento, divenuto concreto luogo di esercizio del controllo, sono le prigioni inglesi progettate da Bentham, i famosi Panopticon, in cui la struttura architettonica era scientificamente progettata affinché nulla potesse celarsi all’occhio vigile dell’autorità. In questa applicazione estremamente razionale della trasparenza allo sguardo, non a caso ai detenuti non veniva quasi concessa alcuna intimità, come del resto nella versione contemporanea delle celle controllate giorno e notte dalle telecamere a circuito chiuso. Ma il Panopticon, appartenendo alla società industriale e non a quella elettronica, è di particolare interesse perché rappresenta una traduzione materiale del principio che lo informa, e quindi la sua struttura architettonica è la precisa indicazione della sua logica funzionale (2).

In queste prigioni, circolari e con una torre di osservazione al centro della circonferenza su cui erano costruite le celle, nulla era celato, poiché in ogni cella le pareti dei due lati intersecati dal raggio che collegava centro e periferia erano trasparenti, per cui il detenuto era sempre potenzialmente visibile; va da sé che l’intimità che questa struttura gli lasciava era pressoché nulla. L’implacabile visibilità, la ricerca della completa trasparenza del mondo al nostro sguardo, come principio di controllo e anche come principio di conoscenza, pare quindi rappresenti uno dei pilastri portanti di quella società che nasce dalla modernità e arriva fino a noi.

Il Grande fratello nasce quindi come rappresentazione dello sguardo a cui nulla può essere nascosto, a cui neppure la barriera della intimità personale può essere opposta, il controllo di qualcun altro su di noi, e si identifica con il controllo nascosto e totalitario della vita civile e personale del cittadino. Ma il Grande fratello di cui stiamo ora parlando è qualcosa di abbastanza diverso, il Grande fratello diventa il pubblico, diventiamo noi e non un occulto e malevolo dittatore che ci spia.

È singolare che nel volgere del secolo, quando le tecnologie microelettroniche e telematiche rendono possibile questo voyeurismo del potere su scala planetaria, si crei grazie ai mezzi di comunicazione di massa una sorta di "identificazione con l’aggressore" e il Grande fratello divenga un intrattenimento di massa. È strano come la catena telematica dell’informazione e dello sguardo assomigli, per certi aspetti, a quella alimentare: i grandi poteri grazie ai satelliti e ai centri di ascolto spiano il mondo; in ogni città, migliaia di telecamere dei vari centri di sorveglianza e polizia spiano i cittadini; in ogni negozio e supermercato decine di piccole telecamere spiano i consumatori; e i consumatori, i cittadini, plancton della catena informativa, essendo l’anello-base, chi possono spiare? La comunicazione di massa offre loro quindi l’occasione di diventare essi stessi il Grande fratello; offrendo loro un gruppo di persone la cui vita diviene completamente trasparente, offrendo loro la possibilità di origliare nell’intimità di un gruppo di propri simili.

Il termine "Grande fratello", sin dal romanzo di Orwell, sta a indicare l’invasione continua e sistematica della privacy individuale da parte di nascosti dittatori telematici. È l’occhio indagatore pronto a richiamare all’ordine.

La televisione, uno dei più intimi tra i mass media che ci circondano, da anni presente in tutti i nostri soggiorni, nelle nostre camere da letto, e a volte anche nei nostri bagni, ci offre lo spettacolo di un Panopticon in cui noi siamo le guardie e i sorveglianti, e altri, seppure per loro scelta, sono i detenuti. Quella completa trasparenza, quell’implacabilità dello sguardo che Bentham aveva affidato a muri e torri di guardia, viene ora affidato a telecamere, microfoni, e specchi bi-direzionali, attraverso i quali nulla può essere celato.

Sorgono a questo punto alcuni interrogativi, cui cercheremo, brevemente, di rispondere nelle pagine seguenti. Sgombriamo innanzitutto il campo dal primo interrogativo che sorge alla mente: per quale motivo quelli che abbiamo indicato come "detenuti" hanno accettato, e anzi hanno lottato, per partecipare in questa veste a tale gioco. Sicuramente il premio finale che spetterà a chi sarà riuscito a eliminare gli altri componenti del gruppo ha il suo peso, ma crediamo che se l’eliminazione fosse avvenuta lontano dall’occhio del pubblico (del Grande fratello), i candidati sarebbero stati molti meno e molto diversi.

Crediamo che il primo e più importante premio per la partecipazione al gioco sia proprio quello di esserci, che significa da un lato gratificazione narcisistica per il fatto di diventare un eroe televisivo, e dall’altro il sicuro investimento in una visibilità mediatica, con la speranza che possa rappresentare il trampolino di lancio per una carriera nel mondo dei media.

È molto più interessante la domanda speculare: per quale motivo svariati milioni di nostri simili sono attratti, a quanto pare invincibilmente, da questo particolare spettacolo? Diciamo subito che lo sforzo di costruzione mediatica di quest’evento è stato enorme e capillare. Con un ben congegnato gioco di rimandi tra i vari programmi televisivi e i rotocalchi a essi collegati, le reti che producevano l’evento hanno perseguito con forza lo scopo di alimentare, creare, amplificare l’interesse verso questo programma, e il suo peso all’interno del mondo virtuale prodotto dalla comunicazione di massa. Questo però non risponde completamente alla domanda: la pubblicità per quanto martellante, astuta, implacabile non può convincere i consumatori ad acquistare cose di cui non hanno alcun bisogno, può facilmente convincerli ad acquistare cose credendo che queste soddisfino un loro bisogno, per cui resta sempre la necessità dell’esistenza di un bisogno cui agganciare, bene o male, ciò che si vuole vendere.

Questo significa che un prodotto, per avere successo, deve in qualche modo avere un aggancio con un reale problema o desiderio del consumatore, su cui poi si può intervenire per rendere il legame con l’oggetto irresistibile e forte, ma che non si può del tutto inventare e imporre se alla radice non c’è un problema reale cui fare, in modo più o meno corretto, riferimento. Quindi, secondo noi, non è corretto liquidare il problema dicendo che il successo di questa trasmissione è dovuto alla pubblicità e alla pressione comunicativa che la sostiene, al fatto che sia diventata una "moda" guardarla e averne una competenza, si tratta di effetti di forte rinforzo, ma che devono poggiarsi su una base concreta, su un concreto interesse che lo spettatore ritrovi nel seguire questa trasmissione, ed è su questo interesse che cercheremo brevemente di interrogarci.

Vignetta.

Il piacere dello sguardo

Uno degli elementi che gratifica lo spettatore del Grande fratello è il fatto di diventare un grande fratello. Di avere a propria disposizione l’onnipotenza di uno sguardo che entra nell’intimità, a cui nulla può essere nascosto, il piacere di spiare la quotidianità, le emozioni, i segreti di un gruppo di propri simili. Gratifica perché offre un senso di potere, accentuato dal fatto di essere esercitato nascostamente e all’insaputa di chi viene osservato, la sua intimità scrutata dalla nostra intimità protetta. Crediamo che per trovare interessante la banale e noiosa quotidianità della vita di questo gruppo e dei piccoli intrighi che vi si consumano, la gratificazione debba appoggiarsi su spinte molto forti, e il senso di potere è sicuramente una di queste.

È il piacere del guardiano, il fascino della sensazione di potere che dà uno sguardo che può penetrare la vita altrui, l’intimità altrui, in incognito, rendendole oggetti impotenti della nostra ispezione e della nostra curiosità, il potere di osservare a nostro piacimento, e a sua insaputa, un oggetto sempre a nostra disposizione. Importantissimo l’aspetto per cui la fonte dell’osservazione e il momento dell’osservazione sono nascosti agli osservati, in questo modo il senso di potere si accresce della certezza di avere di fronte la reale intimità dell’altro, che non potrebbe fingere tanto a lungo, non sapendo quando viene osservato. Molto diverso infatti sarebbe osservare degli attori, delle persone che ci offrono un’intimità non loro, finta, una merce preconfezionata che non ha il sapore e l’originalità della vita vissuta.

Questo spiega anche perché si pone profondamente l’accento sulla normalità delle persone che vengono osservate, una normalità che non solamente garantisce la "freschezza " del prodotto, ma favorisce anche l’identificazione con l’osservato, la possibilità di vivere attraverso questa identificazione emozioni e relazioni tratte dalla sua vita attraverso la nostra osservazione nascosta, senza rischiare in prima persona e senza neppure il bisogno che questo si sappia. Una sorta di "vampirismo" delle emozioni che rappresenta un prodotto che possiamo ottenere grazie alla situazione di vantaggio che la casa di vetro, in cui si sono rinchiusi i nostri oggetti di osservazione, e i mass media ci offrono.

Vignetta.

Aggressività gratuita

Strettamente legato a questo meccanismo, il secondo motivo che, a nostro parere, costituisce il prodotto di questa trasmissione è l’effetto "circo dei gladiatori". Infatti il meccanismo di eliminazione a due stadi insito nel gioco (l’eliminazione interna tra i gladiatori, e il pollice verso degli spettatori, che sancisce senza appello la "vita" o la "morte" del designato) garantisce la presenza di un’aggressività e di una continua lotta tra gli abitanti della casa di vetro. Lotta che grazie allo sguardo segreto della telecamera il consumatore può seguire identificandosi, se crede, nel segreto della sua intimità.

Questa dell’intrigo, della doppiezza, della falsità, generata e necessaria per l’eliminazione dei vari componenti, è l’aspetto che avvicina, a nostro parere, questa trasmissione agli spettacoli di gladiatori, in cui il pubblico poteva da lontano e senza pericolo partecipare delle emozioni, della vita e della morte dei gladiatori che il circo gli metteva a disposizione. Nel circo del Grande fratello i gladiatori lottano attraverso le relazioni, attraverso la comunicazione, attraverso l’emozione, che sono le armi della nostra società post-industriale, e quindi il parallelo con chi lottava con la spada in una società fondata sulla spada ci sembra molto calzante. Del resto se così non fosse, non ci sarebbe alcun interesse a vedere delle lotte che non hanno alcun riferimento con quelle che ingaggiamo e vediamo ingaggiare anche nella vita al di fuori del circo, nella nostra vita, per cui ne conosciamo gioie e dolori e facilmente possiamo goderne identificandoci a rischio zero con i vari contendenti.

Queste morti, benché virtuali, rappresentano sempre un punto di grande interesse degli spettacoli, soprattutto se si tratta di morti reali e non provenienti dalla finzione filmica o teatrale. Le morti del Grande fratello sono virtuali, ma reali nella logica mediatica e relazionale della casa di vetro, e non possono che provocare forti emozioni, come forti emozioni provoca più l’incidente mortale che non la trionfale vittoria durante una corsa automobilistica.

Potremo indicare nella real tv e nella candid camera le antenate di questo filone di spettacolo per quanto riguarda il sottile spiacere di spiare la realtà dei nostri simili, e nei quiz televisivi gli antenati del filone di spettacolo relativo all’effetto gladiatori; anche se da questo punto di vista, la conduzione del presentatore rendeva molto meno forte la competizione per l’eliminazione reciproca tra i vari partecipanti.

Vignetta.

Una situazione claustrofobica

Il terzo aspetto, che abbiamo comunque già anticipato, è quello dell’identificazione dello spettatore nelle trame relazionali che la situazione claustrofobica della casa di vetro e il premio legato al restare in vita (mediaticamente parlando) garantiscono ed esaltano. L’intreccio di relazioni, positive ma maggiormente negative, che si svolge continuamente tra gli abitanti della casa di vetro, i giochi di potere che vi si svolgono, esaltati dalle ristrettezze degli spazi e dalla mancanza di altre relazioni, generano un intreccio sempre uguale a sé stesso, ma in qualche modo anche sempre diverso, che offre, soprattutto a chi vive una vita fortemente concentrata all’interno di una rete ristretta di relazioni e di persone, un potente specchio d’identificazione, la possibilità di provare emozioni e relazioni per interposta persona, attraverso il potere che gli dona la sua posizione di osservatore, senza correre rischi individuali.

Affinché queste relazioni e quest’identificazione siano fruttuose, è ovviamente necessario che le emozioni provate dai gladiatori siano reali e genuine da un lato, del tutto accessibili dall’altro, e infine potentemente amplificate dal fatto di svolgersi in un ambiente chiuso, in cui divengono velocemente totalizzanti. È l’effetto della gabbia, dell’istituzione totale, nevrotica e chiusa in sé stessa, in cui anche l’inarcarsi di un sopracciglio può divenire devastante. Uno scenario complessivo che viene garantito dalla struttura dello spettacolo stesso.

È per questo motivo che l’intrusione nell’intimità, che rappresenta sicuramente il valore aggiunto di questa trasmissione, per essere garantito necessita del fatto che i gladiatori siano persone comuni, e che nulla di loro sia opaco allo sguardo dello spettatore. Questi due ingredienti garantiscono l’interesse, soprattutto per quanti vivono una vita con aspetti simili, rispetto a qualsiasi altra emozione e identificazione che possa essere prodotta da eventi "artificiali" come i film o le commedie teatrali. Per quanto riguarda l’aspetto dell’intreccio relazionale tendenzialmente ricorsivo e claustrofobico, gli antenati che possiamo indicare non possono essere altro che le telenovelas.

Non possiamo però sfuggire a un’ultima domanda: perché, che lo si ami o lo si odi, ci intriga tanto questo Grande fratello? Forse il motivo per cui il Grande fratello e quello che vi accade sono tanto interessanti si collega anche al fatto che esso rappresenta un’immagine se non della nostra vita e dei nostri desideri, di una parte di essi? Se questo è vero, e se è per questo che ciò che avviene in questi container tra alcune persone che hanno scelto di farcisi chiudere dentro ci interessa tanto, forse sarebbe il caso di usare il Grande fratello come uno specchio concavo, che ci restituisce ingrandita una parte di realtà a cui magari non abbiamo mai fatto abbastanza caso, ma che forse esiste nelle relazioni di lavoro, in quelle familiari, in quelle di amicizia. In fondo, noi siamo attratti soprattutto da noi stessi, dalla nostra immagine, che è nostra anche quando non ci piace.

Domenico Secondulfo

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