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SOCIETÀ & FAMIGLIA - PER NON SVILIRE SENTIMENTI E PUDORE

Avere dentro tesori non svendibili

di Beppe Del Colle
    

   Famiglia Oggi n. 1 gennaio 2001 - Home Page Pensieri, atteggiamenti, convinzioni politiche e religiose, che ciascuno avverte come parte profonda del proprio esistere, non vanno messi sul mercato mediatico. È questione di rispetto di sé. E di chi ci sta a cuore.

A dar retta al Devoto-Oli, il vocabolo "intimità" significa: «Stretta vicinanza o connessione di ordine generalmente affettivo, suscettibile di determinarsi come ambito o come rapporto, talvolta sotto il segno di una gelosa unicità: l’intimità del focolare domestico, fra marito e moglie». Terrificante! Ma forse è colpa del tempo che passa. L’edizione del celebre dizionario che abbiamo sotto gli occhi è del 1971, sembra un secolo fa.

Una volta i poeti trovavano espressioni più dolci, più carezzevoli, più "intime": «Più fïate li occhi ci sospinse/ quella lettura, e scolorocci il viso»: come si può essere più castamente ma più intimamente "intimi" di così? E infatti il bacio che ne seguì fu il primo, ma anche l’ultimo (e portò Paolo e Francesca diritti all’inferno). Oggi "intimo" è una marca di biancheria bisex; e naturalmente è esibito poco intimamente in manifesti e spot televisivi: è poco più di un’indicazione topografica sul corpo umano tanto poco "pudenda" (direbbe Devoto-Oli il Vecchio), che nei desideri del senatore Cossiga figura quello di «vedere una volta Berlusconi in mutande, (...) che si alza la notte per una necessità e che naturalmente non sa di essere visto» (a pagina 316 del libro La passione e la politica dell’ex presidente della Repubblica, Rizzoli).

Uno spirito reazionario direbbe che l’intimità non esiste più, almeno nel senso gelidamente registrato nel dizionario. Non esiste più nel cinema, nella letteratura, nella Tv, su Internet e anche sui giornali, se ci si permette di pubblicare le foto dei bambini nell’atto di essere violentati dai pedofili. Non esiste nemmeno sui tram, quando una coppia di giovani ignora del tutto i compagni di viaggio e si comporta come se fosse in completa solitudine, proprio come i poveri Paolo e Francesca prima che li sorprendesse il marito di lei. Non esiste più sotto il velo del comune senso del pudore, sparito a sua volta senza rimpianti e tantomeno scandali, come si è potuto notare dall’audience del Grande fratello.

Ma se la questione potesse essere vista soltanto con occhi ironici, fintamente scandalizzati, non varrebbe la pena di spenderci troppe parole: il mondo oggi va così, e c’è da aspettarsi che vada anche peggio (o, meglio, a seconda dei punti di vista). Il fatto è che si tratta di una faccenda molto più seria, al punto che ci si può domandare: di che intimità stiamo parlando? Solo di quella "affettiva" (per dirla con il Devoto-Oli) e sessuale (per dirla più alla spiccia)?

Certo, può essere l’intimità struggente del racconto di Calvino, L’avventura di due sposi (Einaudi, 1970), un marito e una moglie giovani che lavorano lei di giorno lui di notte, e si incontrano di rado, fuggevolmente, e così finisce la loro breve giornata: «Elide lavava i piatti, riguardava la casa da cima a fondo, le cose che aveva fatto il marito, scuotendo il capo. Ora lui correva le strade buie, tra i radi fanali, forse era già dopo il gasometro. Elide andava a letto, spegneva la luce. Dalla propria parte, coricata, strisciava il piede verso il posto di suo marito, per cercare il calore di lui, ma ogni volta s’accorgeva che dove dormiva lei era più caldo, segno che anche Arturo aveva dormito lì, e ne provava una grande tenerezza».

Ma intimità significa anche altro, molto altro, e va riferita più giustamente e più onestamente a tutta la sfera degli atteggiamenti, dei pensieri, dei giudizi di valore, dei convincimenti di fede – religiosa o laica o "politica"– che ciascun uomo e ciascuna donna avvertono dentro di sé come parte profonda del proprio essere e della propria vita. E non esclusivamente della vita intellettuale o spirituale o morale: anche di quella materiale.

Una nuova libertà

È intimo molte volte il senso di gelosa cura con cui avvolgiamo nel segreto del nostro cuore quello che possediamo: il denaro, ad esempio, o al contrario i debiti; le speranze e le paure; i desideri e gli incubi; le illusioni e i brutti sogni; le ossessioni e le lotte che conduciamo per liberarcene. I dubbi, su tutto: sul marito, sulla moglie, sulla sincerità dei figli, sulle intenzioni del capoufficio, sulla preparazione agli esami, su un affare da intraprendere e di cui non sappiamo molto.

Intimità è il luogo della nostra coscienza, dove possiamo domandarci che persone siamo senza che nessuno veda il nostro tormento nello scoprirci peggiori di quello che sembriamo al mondo; intimità è liberarci di un peso rosicchiandoci le unghie senza che nessuno ci veda; intimità è dirci le cose che non avremmo mai il coraggio di dire a nessun altro, quelle "urla del silenzio" che scaraventiamo su un prossimo che ci angaria, ci angoscia, ci opprime, e con questo amministriamo una nostra giustizia interiore, il cui esercizio ci libera.

Ecco, infine, la parola giusta: intimità è la libertà. Il presidente Clinton ha raccontato in un’intervista che Nelson Mandela, il grande statista sudafricano, lo ha molto aiutato durante i giorni tristissimi e amari del sexygate alla Casa Bianca, e una volta gli ha detto, ricordandogli la propria lunghissima detenzione in carcere (trent’anni, per terrorismo): «Possono toglierti tutto, il denaro, il lavoro, gli onori, la moglie, la famiglia, ma due cose non potranno mai togliertele: il cuore e la mente; e sono queste le cose su cui devi contare per ricominciare a vivere».

Intimità vuol dire avere dentro di noi tesori che non bisogna svelare, né svilire raccontandoli senza pudore nei talk show televisivi; vuol dire rispetto di sé stessi e dei propri sentimenti e rifiuto di venderli sul mercato mediatico, così simbolico del nostro tempo.

Beppe Del Colle

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