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MASS MEDIA & FAMIGLIA - IL CINEMA CONTEMPORANEO DI FRONTE ALLA TELEVISIONE

Linguaggi e stili per piacere a tutti

di Ezio Alberione
            

   Famiglia Oggi n. 1 gennaio 2001 - Home Page L’interesse del cinema nei confronti del piccolo schermo è dimostrato dal gran numero di film ad esso dedicati. Non nasce, tuttavia, da un malcelato disprezzo, ma piuttosto dal desiderio di riflettere su un tema fondamentale: il rapporto dei media con la realtà.

Da circa un cinquantennio il cinema fa i conti con la Tv vivendo, nei suoi confronti, una storia a fasi alterne di amore e odio, rivalità e sinergie, stimoli positivi e colpi ferali, sensi di superiorità e tentativi di rincorsa. L’avvento della Tv (e il timore di perdere spettatori) ha costretto il cinema a ripensarsi e rinnovarsi: non a caso un dispositivo tecnico ad alta spettacolarità come il cinemascope (che aumenta il campo visivo della ripresa) è riconducibile a una strategia adottata dal cinema negli anni Cinquanta per essere sempre più bigger than life (and Tv).

Venendo ad anni più vicini a noi, è pure vero che molto spesso la Tv è diventata produttrice di cinema con risultati spesso entusiasmanti, come nei casi di La seconda guerra civile americana di Joe Dante e L’assedio di Bernardo Bertolucci, o comunque di grande interesse come si vede dal ricco catalogo delle emittenti inglesi Channel 4 e BBC o della francese Arté. D’altro canto la Tv ha acquisito un potere contrattuale così forte da condizionare fortemente gli stessi modi di produzione e i dispositivi linguistici del cinema. La primogenitura del cinema, spesso rivendicata come blasone e titolo d’onore, ha dovuto dunque fare i conti con il piatto di lenticchie offerto dalla Tv. Se un film viene prodotto dalla Tv (come ormai succede quasi sempre in Italia), a livello di immagini, tende a privilegiare i primi piani e i campi ravvicinati piuttosto che le visioni più ampie che sul piccolo schermo non consentono di vedere bene i personaggi o le azioni. Sul piano dei contenuti, poi, un film di questo tipo viene sottoposto di fatto a una censura preventiva (non necessariamente di ordine morale, ma legata al fatto che la Tv generalista non ama l’approfondimento e l’eccessiva problematizzazione delle questioni). In entrambi i casi inevitabilmente si corre il rischio di una tendenza al conformismo linguistico e contenutistico.

L’interesse del cinema nei confronti della Tv – dimostrato dalla gran quantità di film ad essa dedicati – non nasce però solo dal malcelato disprezzo o dall’ambivalenza di un rapporto necessario, ma non desiderato (come poteva essere per il Fellini di Ginger e Fred e La voce della luna). E non si limita neppure solo alla constatazione che questo medium pervade la vita contemporanea (Gianni Amelio, nel suo Il ladro di bambini, percorreva un’Italia unificata, più che dalla lingua, da una cultura di riferimento o da un comune sentire, dai tubi catodici e dalle antenne). C’è, in molti altri casi, la volontà di riflettere seriamente su uno strumento di comunicazione che mette in campo alcuni nodi cruciali della contemporaneità: il rapporto con la realtà, il valore delle rappresentazioni, il problema della verità e della menzogna.

Una finestra sul mondo?

Accanto alla celebre formula di "piccolo schermo", che testimonia il legame originario con il cinema, la Tv viene spesso definita "finestra sul mondo", in quanto il compito etimologico di questo medium consiste proprio nel farci vedere lontano. Eppure una critica frequente mossa dal cinema riguarda il fatto che la Tv tende a costituirsi come mondo a se stante. La Tv non mostra il mondo reale, ma ne costruisce uno fittizio. Non guarda lontano, ma vicino. Non ha una visione ampia, ma ristretta. A parte i telegiornali (che peraltro non sono esenti da logiche di bottega) e i film (mutuati dal cinema, talvolta tagliati e sempre infarciti di pubblicità), il mondo televisivo è fatto di studi e di fiction, di spettacoli e chiacchiere da salotto.

Persino una trasmissione come il Grande fratello, che pretende di seguire la vita in diretta di alcune persone, le rinchiude in uno spazio ristretto, crea situazioni artificiali, li sottopone a un giudizio capestro da parte del pubblico. Anche dal punto di vista visivo, la trasmissione risulta strettamente sorvegliata, selezionata, montata in ciò che si vede e nel modo in cui si vede (non per nulla è girata a Cinecittà).

Quella del Grande fratello è una storia che il cinema peraltro ci ha già raccontato in due film recenti: The Truman Show (vedi fotogramma) di Peter Weir e Ed Tv di Ron Howard.

Truman Burbank (potrebbe essere tradotto come "l’uomo vero degli studi Tv" dal momento che il nome sembra la contrazione di "True Man" e il cognome coincide con una famosa sede di studios) è l’eroe inconsapevole di una telenovela di successo che segue senza interruzioni la sua vita. Attorno a Truman tutto è finto: affetti, relazioni, lavoro, impegni. Il suo mondo è chiuso, delimitato e, da un certo punto in poi, soffocante. Truman vive sottovetro, controllato, spiato. Il film di Weir non si limita solo alla satira dell’invadenza televisiva, ma si offre come una straordinaria riflessione sul tema della libertà, del controllo, del senso stesso della vita.

Ed, protagonista del film di Howard (uno che di Tv se ne intende, visto che era uno degli eroi della serie Happy Days), al contrario di Truman, non è spiato a sua insaputa, ma accetta la presenza costante della telecamera al suo fianco con gravi problemi per la sua sfera di relazioni private. Il fatto che Ed scopra di non poter più avere una vera vita dimostra peraltro che questo tipo di programmi non può essere designato come "Tv verità". Quando c’è di mezzo un medium che non si limita a registrare i fenomeni, ma li condiziona pesantemente, si entra in un’altra storia, in un altro regime narrativo e stilistico, in cui ciò che doveva essere guardato nell’imprevedibilità e libertà del suo essere si scopre nei fatti eterodiretto, condizionato, limitato.

La natura intrusiva della Tv è stata spesso sbeffeggiata dal cinema (per citare qualche titolo recente, si pensi a Sud di Gabriele Salvatores, Perdiamoci di vista di Carlo Verdone, Assassini nati di Oliver Stone, Kika di Pedro Almodóvar, Da morire di Gus Van Sant), ma nel caso dei film di Weir e Howard, questa caratteristica della Tv sembra voler assumere gli attributi divini dell’onnipotenza e dell’onnipresenza.

Dunque la Tv ha un’ambizione divina. Questo vitello d’oro non solo pretende che la sua "verità" sia creduta, ma fa piovere, per così dire, la manna dal cielo (i sempre più cospicui montepremi che si rincorrono da una trasmissione all’altra) e illude chiunque della realtà di un contatto e di una comunicazione, che invece è univoca (non basta qualche telefonata in diretta per dare l’impressione che ci sia un reale scambio tra emittente e destinatari). Al contrario, la televisione crea dipendenza, induce artatamente dei bisogni, isola dal mondo illudendo lo spettatore di esservi invece ben inserito.

Questo succede perché la vera natura e la reale intenzione della Tv sono il commercio, la vendita di prodotti, l’alienazione.

Questo almeno è ciò che sostiene il cinema dai tempi di Un re a New York di Charlie Chaplin o di Ostermann Week-end di Sam Peckinpah. Pensiamo, tanto per fare un altro esempio, al finale di Quiz Show (vedi fotogramma) di Robert Redford. Dopo aver ricostruito una celebre truffa televisiva degli anni Cinquanta, Redford si sofferma con una lunga carrellata al rallentatore sul pubblico beota che continua ad applaudire la ripresa di uno show inossidabile (tanto che Raiuno ancor oggi è disposta ad acquistarne il format). Sebbene fosse stato dimostrato che la trasmissione era pilotata per far vincere il concorrente che avrebbe assicurato una maggiore audience (e quindi maggiori introiti pubblicitari), il pubblico non reagì in alcun modo. Come un bambino che ama farsi raccontare sempre la stessa storia allo stesso modo, anche il pubblico – suggerisce Redford – non vuole altro che la riproposizione del medesimo schema, la possibilità di ammirare chi fa molti soldi in maniera quasi miracolistica, la rassicurante ripetizione del proprio statuto di consumatori in una società affluente, che può permettersi il superfluo e lo spreco.

C’è un altro film americano del 1998 che è poco conosciuto, ma mette bene in luce la componente rituale, religiosa e culturale del neopaganesimo televisivo. In italiano s’intitola Il genio mentre in originale suonava The Holy Man, "Sant’uomo", ma forse potremmo tradurre anche come "santone". Il protagonista si chiama G. (l’iniziale di God, Dio) ed è uno strampalato personaggio che spopola su una rete di televendite risollevandone le sorti. Il paradosso è dato dal fatto che questo personaggio viene amato, apprezzato e seguito perché esterna le sue riflessioni sul senso della vita e sull’insensatezza del consumismo. E, proprio grazie al suo stile anticonformista e ai suoi strali anticommerciali, incrementa la vendita dei prodotti. Straordinaria potenza quella di una realtà che può affermarsi nel momento stesso in cui si nega.

Un mondo senza colore

Prima di G. c’erano già stati altri guru del piccolo schermo (da Un volto nella folla a Quinto potere), ma non si era mai visto un tratto di sincretismo religioso così marcato. La capacità che G. dimostra di fondere, su una base New Age, suggestioni provenienti dalle religioni orientali, dal cristianesimo e dall’Islam, rispecchia fedelmente una caratteristica del flusso televisivo che rimescola e contamina diversi linguaggi e stili con l’intenzione di piacere al maggior numero di persone possibile.

La scoperta del conformismo e dell’omologazione imperanti nel mondo televisivo caratterizza anche la vicenda dei due personaggi che, in un altro film americano recente, Pleasantville di Gary Ross, entrano letteralmente dentro la Tv. Un fratello e una sorella vengono catapultati dentro alla città che dà il titolo a una soap-opera ("Pleasantville", per l’appunto) della Tv degli anni Cinquanta. In questo luogo immaginario e irreale non ci sono problemi: non piove mai, non si litiga mai, la vita scorre tranquilla (al massimo i pompieri devono salvare qualche gattino finito incautamente su un albero). Eppure i due ragazzi non possono fare a meno di portare in quel mondo fintamente pacifico la loro inquietudine e la loro curiosità, risvegliando anche nei personaggi che incontrano il desiderio che qualcosa possa cambiare, che l’imprevedibilità possa dettare legge, che la varietà possa avere la meglio. Arrivano addirittura a introdurre la novità dei colori in un mondo che conosce solo il bianco, il nero e il grigio. Pleasantville non fa dell’archeologia televisiva, perché la Tv di oggi è altrettanto conformista e chiusa di quella di ieri. Il nostro mondo (la nostra Tv) rutilante di colori e luci è governato da ferree leggi di mercato quanto quello di Pleasantville, dove il capo della Camera di commercio è al contempo legislatore, sindaco e giudice.

Il nostro mondo (la nostra Tv), che si pretende bello perché vario e è di fatto attraversato da tentazioni ricorrenti di isolare chi è diverso dagli standard accettati (come i "grigi" che a un certo punto mettono al bando i "colorati"). Il nostro mondo (la nostra Tv), che sbandiera i suoi alti propositi culturali, nella realtà detesta andare in profondità e coltivare i dubbi (nel film si arriva addirittura ai roghi pubblici dei libri).

Insomma, il cinema che parla di televisione finisce per dirci che il nostro mondo ha qualcosa di marcio e terminale. Ma, talvolta, riesce anche a riscattarsi. Prendiamo Magnolia di Paul Thomas Anderson, in cui tutti i personaggi ruotano in un modo o nell’altro attorno a due vecchi patriarchi, entrambi legati al mondo televisivo ed entrambi ammalati di cancro. Magnolia è il cinema che ammette l’impossibilità di fare a meno della Tv, tanto che ne mutua una pratica di consumo come lo zapping (e, infatti, salta da una storia all’altra, da un personaggio all’altro), ma è anche il cinema che assume immagini e storie che avrebbero potuto far parte dell’indifferenziato televisivo pur cercando di restituire loro quel senso, quella prospettiva, quella memoria, quel valore che rischiavano di perdere per sempre. Peccato che, mentre il cinema sa di aver bisogno della Tv, la Tv difficilmente capisce di avere bisogno del cinema.

Ezio Alberione

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