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CONSULENZA GENITORIALE - LE MOLTE POTENZIALITÀ DEL MEZZO TELEVISIVO

Diverse modalità di fruizione

di Emanuela Confalonieri
    

   Famiglia Oggi n. 1 gennaio 2001 - Home Page Perché i bambini apprendino, effettivamente, dalla televisione è necessaria la presenza di un adulto che faccia da mediatore e "tutore" durante la visione. Viene facilitato, in tal modo, un primo avvicinamento all’oggetto di conoscenza e il conseguente processo evolutivo che porta all’autonomia del giudizio.

Il tema "bambini e televisione" è stato ampiamente trattato in ambiti disciplinari diversi (psicologico, sociologico, antropologico, linguistico), spesso con accenti critici se non addirittura di condanna e ostracismo. La fruizione televisiva del resto occupa una parte considerevole del tempo libero del bambino a partire da età sempre più precoci (anche a 2-3 anni) e per lassi di tempo piuttosto consistenti (si parla di una media di due ore e mezza al giorno, con punte anche di cinque ore). Generalmente, la visione avviene nelle ore pomeridiane, ma anche le ore mattutine che precedono l’uscita da casa e quelle serali che precedono l’andare a letto vengono spesso riempite con tale occupazione.

Lontana dal voler negare i potenziali effetti negativi che prolungate e assidue "sedute" televisive possono avere sul bambino (come peraltro sull’adulto), vorrei iniziare a proporre alcune riflessioni più generali sulla televisione come medium culturale, sottolineandone anche le sue potenzialità.

Molteplici, soprattutto fra i bambini, sono le modalità di fruizione degli stimoli televisivi: si passa dal bambino "sordo e muto", che davanti alla televisione dimentica il mondo esterno, arrivando a non sentire e non vedere nient’altro al di fuori delle immagini che scorrono veloci, al bambino "iperattivo" che, contemporaneamente alla visione, sfoglia un libro, gioca con dei pupazzi, fa costruzioni, al bambino "televisivizzato" che mangia solo con il televisore acceso e con quel certo programma.

Diverso è anche il motivo che ci spinge a utilizzare tale mezzo tecnologico: a volte ne viene privilegiata la valenza informativa, a volte quella di intrattenimento e divertimento, a volte quella sociale e di servizio. In ogni caso, la visione di stimoli televisivi sollecita più canali sensoriali (vista, udito...), coinvolgendoci mentalmente, ma anche e soprattutto emotivamente, incoraggiando atteggiamenti di tipo empatico piuttosto che di comprensione.

E questo è un primo aspetto che vorrei sottolineare: la televisione, per le sue stesse caratteristiche intrinseche, non ha l’obiettivo di spiegare il mondo e le persone, gli eventi e i loro protagonisti, quanto piuttosto di far vedere aspetti della realtà, di mostrarli, rendendoli "virtualmente" vicini e a portata di mano: quella che viene richiesta e sollecitata non è un’analisi sul piano cognitivo delle immagini che scorrono, quanto una reazione immediata e colorata dal punto di vista emotivo, più legata a dimensioni del percepire e del sentire che non del pensare.

Esperienze coinvolgenti

Tutto questo, dal punto di vista dello spettatore bambino, significa offrirgli e fargli vivere esperienze sicuramente coinvolgenti, che propongono modalità conoscitive legate alla partecipazione piuttosto che alla specializzazione, ma che risultano prive o comunque povere di dimensioni che richiedano processi di simbolizzazione e che sollecitino la discussione e l’approfondimento di quanto sta scorrendo sul video.

Il bambino (e mi riferisco a bambini che, pur con delle evidenti differenze evolutive, vanno dai 3-4 ai 9-10 anni circa) è spettatore attivo ma isolato, segue, aderendovi con tutto se stesso (mente, corpo, emozioni), quanto gli viene proposto, non mettendo in discussione la veridicità o meno degli stimoli proposti.

Se di esperienza di apprendimento vogliamo comunque parlare, dobbiamo sottolineare come si tratti di un apprendimento per "immersione", sicuramente lontano da quello basato su principi di astrazione che altre esperienze cognitive richiedono.

Le proposte conoscitive, che la televisione fa al bambino attraverso programmi anche profondamente diversi fra loro (dai cartoni animati ai documentari, dai film alle storie con pupazzi animati, alle trasmissioni con giochi di squadra), richiedono una processazione di informazioni e stimoli in solitudine: sono pensati perché il bambino li segua da solo o comunque senza necessariamente l’accompagnamento dell’adulto o di fratelli e amici.

Ma da un punto di vista psicologico, perché vi sia effettivamente apprendimento, effettiva costruzione di conoscenza, si ritiene importante che un adulto o un pari più competente facciano da mediatori per il bambino, svolgano un ruolo di tutoraggio e supporto, facilitando un primo avvicinamento all’oggetto di conoscenza e favorendo un successivo e necessario processo di interiorizzazione e individualizzazione che rende il bambino autonomo rispetto alle conoscenze acquisite e a un loro successivo riutilizzo.

Questo con il mezzo televisivo è difficile (per le caratteristiche stesse del medium) e poco cercato: difficile, perché il linguaggio televisivo si specifica per la velocità e la frammentazione dei suoi stimoli, costringendo a un’attenzione che passa da un argomento all’altro senza possibilità di soffermarsi a pensare, pena la difficoltà a seguire ciò che succede dopo. Poco cercato, in quanto il genitore o l’adulto in genere ritengono il momento davanti alla televisione proprio come un momento in cui è possibile lasciare solo il bambino. Quella che viene a mancare è una triangolazione fra adulto, bambino e informazione televisiva, triangolazione necessaria invece per un apprendimento non solo "virtuale", ma effettivo e concreto. Il bambino vive un rapporto individuale e privato con il mezzo televisivo, viene abituato a un mondo dell’immagine (e non dell’immaginario...) che può portarlo a isolarsi dal mondo "vero", rifuggendo occasioni di socializzazione e preferendo immergersi nella realtà fittizia che il mezzo televisivo gli propone, senza chiedere apparentemente nulla in cambio.

Della dimensione cognitiva potenzialmente intrinseca al mezzo televisivo abbiamo già detto, ma solo in termini critici. Non dobbiamo dimenticare di come il mezzo televisivo possa anche fornire al bambino elementi concettuali e categoriali a cui rifarsi per comprendere e spiegare la realtà quotidiana: spesso assistiamo a scene familiari o scolastiche in cui il volto del bambino improvvisamente si illumina e, esclamando soddisfatto: «Ma allora è come quello che ho visto alla Tv!», dimostra di aver collegato due ambiti conoscitivi differenti e di aver utilizzato elementi appresi in uno di questi (la televisione a casa) per chiarirsi e comprendere elementi proposti nell’altro (scuola o famiglia).

Un’ulteriore dimensione sicuramente esplicitata dal mezzo televisivo è quella identificativa. La televisione è strutturata per sollecitare processi identificatori nel bambino, che in modo più o meno totalizzante e coinvolgente prova le stesse emozioni dei suoi personaggi preferiti, vorrebbe ripeterne gesti eroici, ne ri-racconta avventure e comportamenti, dimostrando l’"intrusività" che gli stimoli televisivi possono avere sulla sua vita quotidiana e sui suoi pensieri. Anche qui possiamo riportare alla mente scene familiari con bambini che piangono o trattengono a stento le lacrime davanti a situazioni ed eventi particolarmente commoventi (e peraltro spesso già visti varie volte) e che, rassicurati dai genitori, rispondono: «Lo so che è finto, ma mi vengono lo stesso le lacrime...», segnalando quanto sia per loro labile e confuso il confine fra realtà e finzione.

La dimensione sociale

Anche la dimensione sociale viene ad essere sollecitata dal mondo televisivo: quanto è stato visto il giorno prima è spesso oggetto di discussione fra amici e compagni di scuola, quando non diventa addirittura spunto per giochi di tipo simbolico da fare sempre in compagnia. In questo senso la "cultura televisiva", intesa come insieme di programmi e personaggi noti ai bambini, crea comunanze, facilitando processi di comunicazione e socializzazione anche precoci e favorendo, indirettamente, occasioni di riflessione e comprensione su aspetti che, se non vengono anche verbalmente ripresi, rimangono, come già detto, a un livello di apprendimento superficiale. «Ma tu hai capito ieri perché alla fine lui è scappato?»; «Credo che abbia avuto paura di non farcela e ha preferito andarsene»: scambi conversazionali come questo sono indicativi di un lavoro a posteriori di decodifica dello stimolo televisivo, lavoro da fare almeno in due per consentire una interiorizzazione concreta di quanto assimilato troppo velocemente e in modo frammentato.

Certamente la televisione si propone come mezzo potenzialmente ricco e stimolante per il bambino, presentando accanto a dimensioni di criticità dimensioni conoscitive e socializzanti sicuramente interessanti. Di fatto favorisce l’accesso a una serie di informazioni e immagini sempre nuove e interessanti, consentendo l’accesso a conoscenze che un tempo erano per lo più riservate agli adulti, irrompendo in aree "segrete" a cui spesso non è preparato né emotivamente né cognitivamente e che per essere affrontate richiedono a maggior ragione un accompagnamento adulto.

In questo modo il potenziale educativo e conoscitivo insito in tale mezzo di comunicazione avrebbe modo di emergere con più chiarezza e precisione, diventando interlocutore funzionale per il bambino e gli adulti che con lui guardano al mondo e lo scoprono anche attraverso la televisione.

Emanuela Confalonieri

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