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LE CIFRE E LE TENDENZE

Separarsi in Italia

di Andrea Salvini
(ricercatore Istat)
            

   Famiglia Oggi n. 2 febbraio 2001 - Home Page L’andamento del fenomeno, nel nostro Paese, presenta caratteristiche peculiari. Come leggere i mutamenti delle forme di convivenza familiare? Non bisogna comunque ignorare che le trasformazioni strutturali provocano molte ambivalenze.

Nel 1998, in Italia, si sono separate legalmente 62.737 coppie, mentre 33.510 si sono divorziate; circa 276.500 circa sono stati, nello stesso anno, i matrimoni (1). Ogni tre famiglie che si formano, una cessa la propria esistenza, dando però vita, in alcuni casi, a percorsi di convivenza che nel tempo portano alla costituzione di nuove esperienze familiari. Le separazioni e i divorzi rappresentano un tratto consolidato nei processi di trasformazione della famiglia italiana e la loro crescita quantitativa procede verso esiti coerenti con l’assetto europeo, sebbene le differenze tra i diversi Paesi siano piuttosto consistenti.

La rottura dell’esperienza familiare, che in Italia viene sancita legalmente in diverse forme e comunque con un percorso a due tappe rispetto alla generalità dei Paesi europei, costituisce una manifestazione evidente della convergenza verso gli standard strutturali d’oltralpe, assieme al calo della nuzialità e della fecondità.

Negli ultimi dieci anni, il numero delle separazioni legali è cresciuto passando dalle 32.224 separazioni concesse nel 1988 alle 62.737 concesse nel 1998. Se si considera un periodo più lungo, per esempio gli ultimi vent’anni, osserviamo che il numero delle separazioni e dei divorzi è praticamente raddoppiato, sebbene le curve che ne contraddistinguono l’andamento nel tempo descrivano un’evidente diversità nei ritmi di crescita.

Il numero dei divorzi è sensibilmente inferiore a quello delle separazioni, segno che non esiste un’automatica consequenzialità tra i due momenti formali della rottura coniugale e solo una parte delle coppie separate legalmente non conclude con il divorzio il percorso di separazione intrapreso qualche anno prima (2). Tuttavia, nel caso contrario, il motivo che presiede alla decisione di divorziare è spesso costituito dallo scioglimento del vincolo coniugale tra le due parti, condizione che consente loro di contrarre un nuovo matrimonio. Se si esclude questa possibile implicazione, e nonostante le relative semplificazioni delle procedure introdotte nel 1987, divorziare non sembra un esito conveniente, soprattutto per la figura femminile coinvolta.

Il percorso in due tappe costituisce una particolarità nel contesto europeo; di conseguenza, dal punto di vista sostanziale, il confronto con gli altri Paesi dell’Unione dovrebbe essere condotto anche e soprattutto utilizzando il dato relativo alle separazioni, oltre che ai divorzi. Nonostante ciò, i tassi grezzi di divorzialità (e separazione) in Italia sono ancora ben lontani sia dal tasso medio europeo, sia, a maggior ragione, da quelli che si registrano in Paesi come la Finlandia, la Gran Bretagna o il Belgio, dove, peraltro, il fenomeno sembra stabilizzato senza manifestare ulteriori momenti di crescita (tabella 1).

Tabella 1.

Da una parte, dunque, si nota un percorso graduale di convergenza agli standard europei, dovuto al processo di crescita delle separazioni nel nostro Paese, che tendono ad adeguarsi ai livelli europei; dall’altra, tale convergenza appare così lontana dal realizzarsi da rendere ancora sostenibile la tesi dell’irriducibilità del modello familiare "mediterraneo", come è stato definito dagli esperti, a quello Centro e Nord europeo.

Per addentrarci dettagliatamente nelle caratteristiche salienti del fenomeno nel nostro Paese, il primo aspetto da considerare è l’estrema disomogeneità del fenomeno con riguardo alle diverse ripartizioni geografiche. In valore assoluto, le separazioni concesse nell’Italia settentrionale costituiscono più della metà del totale delle separazioni concesse su tutto il territorio nazionale. Tuttavia, rapportando tali valori agli abitanti, si osserva che Nord e Centro Italia descrivono tassi simili (rispettivamente 1,4 e 1,5), che rappresentano, a loro volta, circa due volte il tasso registrato nel Mezzogiorno; le regioni dove il fenomeno è quantitativamente consistente sono Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna e Liguria, che segnalano tassi prossimi alle medie europee. Per il divorzio, la distribuzione sul territorio è assai simile a quella delle separazioni (cfr. figura).

Figura.

Se si passa a considerare i separati, nel corso degli anni si è verificato un aumento dell’età media alla separazione (e una diminuzione d’età dei divorziati); ciò significa che al consolidamento graduale del fenomeno e a una sua crescita si è affiancato un progressivo ampliamento anche a coppie con una consistente storia coniugale alle spalle, anche se si deve tener conto del relativo aumento dell’età media al matrimonio. Il 21% circa delle separazioni concesse nel 1998 ha coinvolto coppie in cui entrambi i coniugi, all’atto della separazione, avevano più di 45 anni; inoltre, il 36% delle separazioni personali ha riguardato coppie il cui matrimonio durava da 15 anni e oltre, al momento dell’iscrizione a ruolo del procedimento di separazione (di queste ultime, il 63% si riferisce a matrimoni di oltre 20 anni). Al contrario, le coppie con matrimonio di durata inferiore ai 5 anni al momento dell’atto di separazione costituivano il 28% circa sul totale delle rotture coniugali. Tra le implicazioni possibili di questo carattere del fenomeno c’è senz’altro il fatto che tra i figli delle famiglie separate è consistente l’incidenza di pre-adolescenti e adolescenti.

Le separazioni sono relativamente più frequenti nelle famiglie in cui i coniugi hanno un titolo di studio medio-alto, tra i professionisti, i dirigenti, gli impiegati, soprattutto nelle aree urbane – a parità di altri caratteri come il sesso e l’età. Non solo, dunque, è preminente la presenza di persone occupate tra i coniugi separati – aspetto evidente anche per la parte femminile –, ma è piuttosto visibile anche il legame tra la condizione socio-professionale medio-alta dei coniugi e la maggiore propensione alla separazione e al divorzio (3).

Nel 1998 sono state concesse 53.613 separazioni consensuali e 9.125 separazioni giudiziali, queste ultime più frequentemente presenti nel Sud del Paese rispetto al Centro-nord. Gli aspetti tratteggiati hanno un immediato riflesso sul tema dei figli in famiglie coinvolte nei processi di separazione e divorzio. In effetti, nel 1998 sono state concesse 41.642 separazioni a coppie con figli, pari al 66% sul totale delle separazioni; si tratta, complessivamente, di 68.653 figli, di cui affidati risultano 46.548, pari al 68% sul totale dei figli. Sono 14.877, invece, i figli minori affidati nel caso di divorzio della coppia. 

Soffermandoci essenzialmente sulle situazioni in cui sono presenti figli minori affidati (cioè 32.638 separazioni, pari al 52% circa sul totale delle separazioni), nella grande maggioranza dei casi siamo in presenza di separazioni che coinvolgono coppie con uno (20.670 separazioni) o due figli (10.269), che praticamente riguardano quasi tutti i casi di separazioni dove sono presenti figli minori.

Tra i figli affidati, troviamo una percentuale considerevole (il 35% circa) di ragazzi e ragazze al di sopra degli undici anni e una di pari entità circa relativa ai bambini con meno di cinque anni (31%). La presenza di figli minori che si distribuiscono in modo diffuso in tutte le classi di età segnala l’estrema varietà delle situazioni e delle posizioni che devono ricevere tutela nel momento della separazione, considerando i bisogni e le istanze di cui si fanno portatori i figli che rappresentano ovviamente la parte debole in tutta la vicenda della dissoluzione dell’esperienza coniugale.

Il 91% dei figli minori, nel 1998, è stato affidato alla madre, il 4,7% al padre; è interessante notare che l’incidenza dei casi di affidamento al padre si innalza con l’aumentare dell’età dei figli. L’affidamento congiunto o alternato non è particolarmente utilizzato nel nostro Paese, perché coinvolge il 3,8% dei minori affidati (anche se si deve segnalare un leggero incremento rispetto al 1997).

Tabella 2.

I mutamenti dei modelli

Le separazioni e i divorzi costituiscono un tratto importante dei mutamenti dei modelli familiari nel nostro Paese, non solo con riferimento all’innalzamento della propensione delle coppie a dar termine alla propria esperienza coniugale, ma soprattutto per il fatto che la dissoluzione di un vincolo coniugale costituisce la condizione per la formazione di due nuclei familiari – uno di tipo unipersonale e l’altro di tipo monogenitoriale –, ed eventualmente per la formazione di nuove esperienze familiari, le cosiddette famiglie ricostituite. L’immagine unitaria della famiglia si frammenta in differenti versioni empiriche di famiglie, sempre più difficilmente riconducibili a modelli tipologici dati, se non compiendo un passaggio dal piano descrittivo della famiglia a quello prescrittivo, che ovviamente esula dalle finalità di questo contributo.

Abbiamo già osservato che negli ultimi anni, circa la metà delle separazioni nel nostro Paese prevede l’affidamento di figli minori, quindi la costituzione di un nucleo familiare monogenitoriale con figlio di età inferiore ai 18 anni, e che nel 90% dei casi si tratta di affidamento alla madre. Di conseguenza la presenza del nucleo monogenitoriale non si fonda soltanto sui casi di vedovanza di un coniuge, ma anche e soprattutto sulla dissoluzione del nucleo familiare.

Nel 1998 i nuclei monogenitoriali (tabella 2) erano circa 1.800.000, e costituivano circa l’11% dei nuclei familiari nel nostro Paese con la presenza, nell’84% delle situazioni, della madre sola. Sebbene negli ultimi dieci anni l’incidenza delle famiglie monogenitoriali sul totale delle famiglie italiane sia aumentata in modo abbastanza contenuto – circa 1 punto percentuale –, è interessante notare come si riduca nel tempo il peso dei vedovi e delle vedove (da circa il 70% a poco più del 62%), e sia aumentata la presenza dei separati e divorziati (da 27% a 31,2% per gli uomini e da 23,5% a 30,7% per le donne).

La presenza di queste forme familiari non è rilevante soltanto dal punto di vista della trasformazione tipologica della famiglia, ma anche dal punto di vista della qualità della vita e delle politiche sociali finalizzate al suo innalzamento nelle convivenze familiari. La maggiore debolezza economica della donna in fase di separazione e il prevalente affido alla madre dei figli minori, la maggiore incidenza di madri in nuclei monogenitoriali che lavorano rispetto alle madri in coppia, prefigurano una domanda di servizi e di interventi sociali che assumono una propria specificità a livello locale e territoriale.

Una seconda implicazione strutturale e tipologica del consolidamento delle separazioni e dei divorzi è data dalla crescita – lenta ma graduale – delle famiglie ricostituite, cioè da quelle convivenze familiari in cui almeno un partner ha alle spalle un’altra unione coniugale, che può esser terminata per morte di uno dei coniugi o per separazione/divorzio (tab. 3).

Tabella 3.

Queste famiglie, nel 1998, erano 555.000, pari al 3,8% del totale delle coppie nel Paese. Tra di esse è prevalente l’esperienza della rottura familiare, piuttosto che quella della vedovanza; ma il tratto che qui interessa rilevare è che nelle famiglie ricostituite si sperimentano esperienze di convivenza e condizioni di vita del tutto particolari. Sebbene il 44% di queste famiglie non abbia figli, nel resto si può individuare il 36% di famiglie con figli nati unicamente nel corso dell’unione attuale, l’11% circa di famiglie con figli di uno solo dei genitori e il 9% circa con figli nati nell’unione precedente e in quella attuale.

Ognuna delle forme familiari qui tratteggiate negli aspetti più conosciuti si fa portatrice di istanze di riconoscimento sociale e di tutela che assumono particolare significato nel quadro attuale delle politiche sociali per la famiglia, istanze che è stato possibile mettere a fuoco in virtù dello sforzo conoscitivo compiuto in primo luogo dalle rilevazioni ufficiali condotte dall’Istat con le "Indagini multiscopo sulle famiglie".

Quella che viene definita da più parti come "instabilità familiare", da un punto di vista empirico, sta producendo nuove esperienze di convivenza familiare che contribuiscono a modificare l’immagine tipologica tradizionale di famiglia. Da un punto di vista strettamente conoscitivo, constatare il mutamento in atto, per quanto lento, graduale e "discreto", significa oltrepassare le sterili dispute sulla crisi della famiglia, questione che rischia di sconfinare dall’ambito delle tipologie empiriche a quello dei sistemi di rilevanza valoriali.

È evidente che le trasformazioni strutturali implicano un grado anche elevato di ambivalenza delle forme e dei comportamenti familiari (4), spesso dovute all’ambiguità nei modi di interpretare gli stessi dati statistici. Sicuramente, l’aumento delle separazioni e dei divorzi, in concomitanza con il declino graduale del tasso di nuzialità (e di fecondità), costituisce uno degli argomenti ricorrenti nella descrizione dei cambiamenti familiari, poiché descrive con precisione la modificazione in corso delle forme tradizionali. Tuttavia alcuni autori hanno osservato che le dinamiche che coinvolgono la nuzialità e i suoi esiti, nonché la fecondità, nel nostro Paese possono ben rappresentare ancora indicatori di "attaccamento" e stabilità dell’istituto familiare – se raffrontate con quanto accade in Europa – e, nel contempo, di disaffezione e relativizzazione se analizzate nella loro evoluzione all’interno dei confini nazionali (5). D’altra parte, queste non sono le uniche dinamiche che testimoniano le forti ambivalenze delle trasformazioni familiari in atto: altre e di pari importanza riguardano, ad esempio, le modalità di formazione della famiglia stessa e la presenza della famiglia come soggetto sociale significativo nella rete sociale territoriale.

La messa a fuoco di tali ambivalenze consente, tuttavia, di spostare il baricentro dell’interesse conoscitivo sui caratteri di novità che le trasformazioni familiari pongono all’attenzione, per coglierne le dimensioni più problematiche e/o meno note. La graduale diffusione delle famiglie monogenitoriali e ricostituite, l’affidamento dei figli e le sue modalità, conseguenti alla rottura coniugale, le nuove forme di convivenza costituiscono momenti analitici irrinunciabili di questo percorso intellettuale.

Andrea Salvini

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